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| Antonio Balsemin Ve vojo contar… IntraText CT - Lettura del testo |
3 IL CAPPONCINO DELLA MIA NONNA CLORINDA*
Conoscete la storiella del capponcino della mia nonna Clorinda?” “Nooh!” “Beh, adesso ve la racconto”.
Mi sembra che avessi sei anni e mi vedo seduto, bravo come un angioletto, sopra il sasso nero grande, quello d'angolo nella base del caminetto della cucina, molto ampia, in mezzo alla quale stava una tavola, anch'essa grande. Ad un certo momento mia nonna arrivò all'interno della stanza, tenendo stretto sotto il braccio un galletto con le zampe legate con una cordicella ed il becco bloccato con un cerotto. Circa mezz'ora prima avevo osservato la nonna darsi da fare attorno alla tavola, su cui poneva delle cose: una scodella (quella con l'orlo rotto), dentro la quale aveva riposto della cenere, un paio di forbicine, un piccolo coltello affilato, un ago da lana con del filo, quello di marca, e, ancora, uno strofinaccio ed una bacinella piena d’acqua tiepida. Non so come avesse immobilizzato il pollastrello sulla tavola, sta di fatto che esso si lamentava, ma non si muoveva! Io, che ancor oggi la vedo come fosse ieri, credo che, anche se era una semplice massaia, avrebbe potuto far l'attrice: aveva, infatti, un comportamento grazioso e dignitoso, come quello di una gran diva. Ad un certo punto, preso il coltellino, e.. ‘zachete’! Da quel piccolo taglio, fatto nel posto da dove poco prima aveva tolto le piume, schizzò un piccolo getto di sangue sullo straccio e, così, non si sporcò nulla. Nel guardare io ad occhi sbarrati, la vedevo afferrare le forbicine e di nuovo.. ‘zachete’! ed estraeva dal pancino come due fagiolini, che buttava nel fuoco nel caminetto. Il gatto, che stava a guardare, possiamo immaginare con quali mire e speranze e che fino a quel momento era sembrato una statuina, vedendo quelle cose volare ad arco verso la distruzione, tentò di lanciarsi in alto con un movimento fulmineo, allungando una zampa per afferrarle, ma, poverino, non ci riuscì ed altro gli restò che darsi un’inutile leccata ai baffi asciutti! La nonna si muoveva con un fare ed una sicurezza tale da sembrare una dottoressa specializzata in chirurgia. Con la mano destra prese un po’ di cenere e, dilatato ben bene il taglietto con il dito della mano sinistra, vi ficcò dentro, con forza, per ben tre volte, quel disinfettante naturale. Pulite le mani con un canovaccio consumato, prese poi l'ago con una gugliata già infilata e con quella si diede a cucire come una sarta rifinita, saturando il taglio. Terminata l’operazione, slegò il povero martire e lo appoggiò a terra in direzione della porta e quello, che dubitava d’essere ancora vivo, se la filò come un disperato, sostenendosi, oltre che con le zampe, anche con le ali e il becco, strascinando il petto e poggiandovisi sopra. Quando il capponcino, poveretto, arrivò barcollante nel mezzo del cortile, si lamentava disperato ancor più della ‘vergine cuccia’ di pariniana memoria, la quale, colpita da una violenta pedata, gridava “aita, aita”, esso, il capponcino, invece, piangeva: “Mi ha assassinato! Sant'Antonio abbate, aiutami tu che sei un gan santo! Oh dio, quanto dolore! Ahi, ahi, mi sento bruciare tutto! Guardate un po’ che cosa mi ha fatto la padrona! Povero me, mi ha rovinato per tutta la vita. Quale triste fine mi è toccata!” E, sconsolato, continuava a singhiozzare con altri lamenti più accorati di quelli di Geremia profeta.
Tutti udivano, ma tutti continuavano a fare le cose loro: i ragazzini a giocare, le mucche a ruminare, gli uccellini a cinguettare tra le fresche fronde, le oche e le anatre a bagnarsi nell'acqua della vasca rotonda di cemento ed i pulcini con la chioccia cercavano vermetti per mangiarseli. Tre galli e un gruppo di galline furono i soli a sprecare un momento d’attenzione, forse perché parlavano proprio il medesimo dialetto gallinaceo. I tre vanitosi pennuti stavano parlando di questo e di quello vicini al recinto dei maiali, agitando i barbigli e dando unghiate per terra come fanno i tori prima di attaccare il torero. Si pavoneggiavano fra loro con fare altero ed indifferente, quando, ad un certo momento, il più cinico sentenziò: “Eh, caro mio, a chi tocca, tocca!”. Il secondo, più coscienzioso, disse: “Poverino, quanta pena mi fa!”. Il terzo, quello più cattivo dei tre, lanciò un kikirikiiiiiii tanto prolungato che parve gli uscisse il sangue dalla cresta e, oltremodo cattivo, volendo aggiungere beffa al danno, infierì atrocemente, con il cantargli sul muso che ci avrebbe pensato lui a fare con le galline quella parte, che lui, ormai svigorito, non avrebbe più potuto svolgere! Il gruppo di galline, che si trovava vicino alla conigliera, sembrava stesse tenendo un comizio, altercando, perché la signora padrona, quel giorno, non aveva ancora gettato nel catino le solite manciate di granoturco e nel tronco scavato la giornaliera porzione di crusca e farina. Quelle galline, stavo dicendovi, parve si fossero degnate di concedere un filino di tempo al povero torturato e, dopo essersi scambiate varie opinioni, giunsero, quasi unanimemente, alla sentenza: “Almeno da quello siamo liberate!” Una di esse, però, quella più semplice e sincera, senza farsi notare dalle altre, lasciò cadere una lacrimuccia pensando, come me, che la carne giovane è più appetitosa che quella stantia e che da quel galletto mancato non c'era più nulla da sperare!
E così, come tutto inizia e tutto finisce, anche questa storiella di nonna Clorinda, detta ‘la Piera dei Pieri’, su di un magnifico esemplare di galletto divenuto un bel capponcino è anch’essa terminata!