Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Antonio Balsemin
Ve vojo contar…

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

4          LE CAPRE E IL SOLLETICO*

 

Ricordo quando, tanti anni addietro, mi recavo nella casa dei Tonin nella curva a gomito al di sotto della casa delle Frighete, posta nell'ansa soprastante. Entrambe erano su Via Calavena.

Questa seconda casa si presentava molto grande perché, oltre ad essere abitazione, esercitava come osteria. Appena entravi ti trovavi in un salone dove si beveva, si mangiava e si giocava a carte e, di nascosto in una stanza appartata, alla mora. Sul frontale anteriore c'era un vasto piazzale dove erano posti i tavolini con le panchine, il tutto in legno. Questi avevano i sostegni conficcati direttamente nella terra. Proseguendo, verso il vigneto in direzione del castello, esistevano due piste adibite al gioco delle bocce e, verso il lato strada, una gran vasca costruita in cemento, con il cannello a getto continuo. A quel serbatoio si accompagnavano gli animali da tiro, che, poveracci, stanchi e sudati tirando, soprattutto in salita, i carri carichi di cose varie, finalmente potevano dissetarsi. Ricordo anche che nella parte sottostante, fra strada e cortile, il terrapieno era sostenuto da una muraglia costruita con sassi neri a secco e segnava, così, il confine. Prosperavano in questo cortile, ombreggiandolo, alcuni imponenti gelsi col fusto talmente grosso che io non potevo, abbracciandoli, congiungere le punta delle mie dita nella parte opposta. La casa dei Tonin me la ricordo con una bell’aia livellata con il ghiaino bianco. Così, d’inverno e nei giorni piovosi, non si formavano delle pozzanghere. Era fornita, oltre dello spazioso cortile, anche di un gran porticato con il fienile sopraelevato e, sottostante questo, la stalla. A poca distanza dalla casa vi era il pagliaio. Tutto intorno stavano campi ed un bel vigneto. Qua e si vedevano gelsi, che producevano more bianche o nere. Io me le mangiavo con gran godimento. I Tonin, proprietari (come del resto tutti in zona) coltivavano questo specie d’albero per le foglie che era il foraggio per i bachi da seta, i quali, a loro tempo, vivevano sparpagliati sopra graticci di bambù. Dietro la casa e seguendo il bordo stradale, svettava una fila di piante d’acacie con i loro bei fusti alti e con ramificazioni sopra la strada. Questi rami, ogni anno, erano recisi per formarne fascine da bruciare. I Tonin allevavano due caprette, che a me piacevano tanto. D'estate, quando le scuole erano chiuse, andavo . Ci facevamo compagnia. Le capre erano sempre tenute al chiuso, nello stazzo. Se le avessero lasciate libere, per quanto gli uomini avessero cercato di addomesticarle essendo, queste, per natura selvatiche, certamente, prima o poi, sarebbero fuggite

Ero bambino di sei-sette anni e avevo tempo da sciupare. Di soldi nemmeno un centesimo e a nessuno poteva esser utile un piccolino quale ero io. Mi sembrava che questi due animaletti mi volessero bene. Dopo che avevo messo una cordicella attorno al loro collo le accompagnavo in giro vicino ai fossati, lungo i sentieri ed in altri posti, sempre all'interno della proprietà. Era solamente necessario che io tirassi con garbo la cordicella e loro mi seguivano. Brucavano l'erbetta ed agitavano la corta coda, in continuazione. Era un gioco per me far loro mangiare le foglioline d’acacia sfilandole dai loro rametti, radunandole all'interno del cavo della mano. Una volta messo la mano sotto i loro musi, la a privo per far succhiare la verzura. Così mi solleticavano il palmo della mano con la lingua e i labbroni tremulanti. Le bestiole si davano zuccate per sorpassarsi ed arrivare al ‘truogolo’. Però, io prestavo attenzione e davo equamente manciate di foglioline ora all’una, ora all’altra. Nell’aspirare queste foglioline, esse mi umettavano il palmo della mano e con i labbroni tumidi in tremulo movimento mi facevano il solletico. Era quello che volevo, perché mi dava un senso di gradevole carezza. Ridevo come un bambino felice quando mi vellicavano il palmo della mano e, per farmelo rifare, porgevo loro altre foglioline. Esse mi guardavano con le sopracciglia alzate e con occhi rilucenti per il gusto delle linfe e pareva mi dicessero: “Grazie, bel Tonino. Che il buon Dio ti benedica e ti dia ricompensa. Guarda che domani noi ti aspettiamo nuovamente!”

 

 




* Un ricordo di me bambino






Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License