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Antonio Balsemin
Ve vojo contar…

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5          L'ARCONCELLO E IL BIANCOSPINO*

 

Un proverbio dice (i proverbi sono la saggezza dei popoli) che la lingua batte dove il dente duole. Ed è vero! “Nihil sub sole novi1. La Bibbia aveva ragione da vendere! La lingua originale nella quale fu scritto il detto non la conosco, (forse era in antico aramaico). Il latino la ha tradotta come avete appena letto. Il concetto lo espresse mia nonna Clorinda quando, tanti anni fa, le raccontai che cosa avrei voluto fare da grande. Lei, ridacchiando, disse: “Eh sì, sì, tu vuoi fare il giro del mondo, ma vedrai che farai come una pianta di zuccasinquantina’, che si espande e si allunga, ma sempre attorno alla sua radice!” Perdinci, aveva ragione da vendere anche lei! Infatti, con la memoria e con il cuore sono sempre in mezzo a campi, a filari di viti e ad animali. Eccomi di nuovo a raccontarvi un semplice fatterello accaduto prima che compissi nove anni, nella contrada di una manciata di case, dove viveva mia nonna, che tutti chiamavano ‘la Piera dei Pieri’. Cercavo sempre d’essere utile in qualche cosa, per esempio, scendevo nella valle, mettendomi a spalla l'arconcello, che reggeva due piccoli secchi d’alluminio, per l'approvvigionamento d’acqua fresca alla fonte, quella coperta con un tetto a coppi. Grazie al mio gesto, gli zii (che la nonna chiamava ‘i ragazzi’) quando sarebbero ritornati dai campi, affaticati e sudati, avrebbero trovato un mestolo d’acqua fresca di fonte per dissetarsi. Non so se l'avete fatto, ma, camminando con l'arconcello a spalla, per quanto tu vada adagio e stia attento, ti muovi, l'arconcello flette, i secchi dondolano e l'acqua travasa. Nonostante tutta la tua buona volontà, piccole onde si versano e, quando arrivi a casa, accorgendoti dell’acqua persa, pensando alla fatica sostenuta, resti amareggiato. Allora, la nonna mi insegnò l’accorgimento dell'uso di piccoli rami di biancospino. Questa pianta selvatica è dotata di tantissime spine e foglioline. Così, mettendo sopra i secchi dei rametti a modo di coperchio, l'acqua agitata, sbattendo contro questa specie di graticcio, per legge fisica, sarebbe ricaduta all’interno dei secchi. Io stavo attento, camminando in modo equilibrato, lentamente, sempre con la stessa cadenza, senza dare scossoni per evitare sobbalzi al carico. Giunto a casa, andavo nella parte ove stava l'acquaio (il luogo adibito a ripostiglio) e mia nonna appendeva i secchi a dei ganci. Sotto di questi si trovava lo scolapiatti e una gran pietra (l’acquaio) con uno scavo, pareggiato e ben livellato. Il pietrone era di marmo rosa di Verona. In un angolo della pietra c'era un foro che, se era necessario, era tappato con un torsolo di pannocchia di granturco. Levato il turacciolo, l’eventuale acqua scolava attraverso il buco all’interno in un mastello postovi sotto. Quell’acqua, anche se non purissima, poteva servire per lavare strofinacci ed altre cose. Quante volte la nonna mi ha detto: ‘Bravo, Tonino. Anche questa volta sei riuscito a portare casa i secchi ben pieni. Bravo ragazzino, farai strada nella vita, tu!”

 

 

 

 




* Fatti che si facevano un tempo.



1 (Eccl., 1, 10) – ‘Nulla di nuovo sotto il sole’.






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