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| Antonio Balsemin Ve vojo contar… IntraText CT - Lettura del testo |
Ricordo che, a pochi metri dalla stalla, ad un centinaio dall'abitazione, in zona aperta ai venti, si trovava il letamaio. Più vicino al bovile si trovava, scavata direttamente in terra, la fossa dell’urina delle bestie. Questa colava da un foro nella parete e, per pendenza, scorrendo in una canalina scavata pure questa nella terra, andava a defluire dentro il contenitore. Lì rimaneva fintantoché non si portava con un arnese apposito (il brento) per concimare prati e campi. Se il ‘contenuto’ straripava fuori fossa, il soprappiù andava ad infiltrarsi nei campi sottostanti e la pioggia avrebbe annacquato il tutto per bene. I miei zii, Pietro e Antonio, avevano scavato con il piccone dei canaletti, che avrebbero guidato l'eccedenza verso i filari del vigneto, così le viti assorbivano buon nutrimento, i grappoli si sarebbero sviluppati in grandezza, i grani si sarebbero gonfiati oltremodo, la vendemmia sarebbe stata più abbondante e il vino più corposo, sostanzioso, prelibato, con gradazione più alta. Ad una diecina di metri più in là sorgeva il letamaio, costruito bene, con attenzione, regolare, con i suoi angoli esatti perché, in caso di pioggia insistente, non doveva sfaldarsi. I due ‘depositi’ erano ben tenuti perché rappresentavano i ‘silos’ di concime per la campagna. Adesso vi racconto di come si spruzzava questo liquido dei bovini. Si aspettava un giorno nel quale non pioveva e che tirava un bel venticello così da non respirare in continuazione zaffate che ti soffocavano. Si prendeva un recipiente di latta né grande né piccolo, oppure un secchio. Questo arnese era saldamente fermato con filo di ferro ad una lunga pertica e, una volta attinto dalla ‘cisterna’ il liquido, si vuotava nel ‘brento’ legato stretto su un carro a due ruote. Una volta riempito il recipiente si andava dove si doveva andare e lì si spargeva il concime. Nella parte bassa o, meglio, nel lato posteriore della tinozza vi era ben saldato un pezzo gommoso elastico del diametro di un braccio ed attraverso questo condotto usciva il concime liquido. La parte mia era quella di tenere la pala in piano, immediatamente sotto il getto. Così il bue tirava il carretto, lo zio teneva e guidava la gomma indirizzando il liquame ed io cercavo di centrare sempre il torrentello di “composta” che, sbattendo sull'ostacolo, si apriva a rosa. Poveraccio me, schizzi di questa poltiglia mi venivano addosso. Che schifo! Terminato il travaso, ero unto e bisunto: un letamaio vivente! Data questa benedizione alla terra, per lavarmi ben bene e per togliere l’afrore, andavo nella roggia della valle e per pulirmi usavo la terra come sapone. Mi sfregavo sulla pelle foglie aromatiche d’erbe selvatiche, raccolte lungo i fossati. Gli escrementi del somaro, le focacce delle mucche e dei buoi, le ‘palline’ della capra e delle pecore, lo sterco delle galline e dei tacchini e anche l’evacuato dei cristiani, rappresentavano, ai miei tempi, una fonte di ricchezza perché, allora, era l'unico concime che si aveva ‘gratis’. Tante volte ho riordinato i giacigli delle mucche. Stando nell'andito tenevo la forca a due denti rovesciata, a modo di rastrello. Tiravo verso me paglia e sterchi. Facevo spostare gli zoccoli ai quadrupedi ed ammucchiavo il letame sul bordo dell’andito. Dopodiché si allargava della paglia pulita, presa dal vicino pagliaio, sul piano letto degli animali, sostituendo, per modo di dire, le ‘lenzuola’ ai medesimi. Non era per nulla un gioco divertente ma qualcuno doveva fare queste operazioni. Se non tieni igienicamente pulito il loro giaciglio, gli animali, poveracci, si riempiono di parassiti, che si attaccano ai peli della pancia, delle natiche e della coda. Mi facevano pietà e loro soffrivano. Approntati i piccoli mucchi sul limitare dell'andito ripassavo caricando sulla carriola piana il tutto, mettendolo ordinato, innestando le porzioni l'una con l'altra. Infatti con gli scossoni, che inevitabilmente avvenivano andando dalla stalla al letamaio, se lo sterco non era stato posato con avvedutezza, poteva allentarsi e scivolare o di qua o di là. Se si insozzava il percorso bisognava pulire con la scopa e ricaricare. Tempo perso e lavoro doppio! Per salire dal livello della terra al livello della piccola montagnola del letamaio si usava una grande e lunga tavola e, dopo aver preso una gagliarda rincorsa, vi si arrivava sopra e si rovesciava il carriolone nella zona più bassa. Così lì finiva il carico, che era subito spianato, ordinatamente, con il forcone apposito, avente i denti rivolti in basso. Si stava ben attenti a portare avanti un'opera ben eseguita, pianeggiante, perché l'erigenda costruzione doveva resistere allo sfaldamento che l'acqua piovana avrebbe certamente provocato. Man mano che il monticello s'alzava si modificava l'inclinazione del mobile viadotto mettendo sotto il punto di sostegno del ponticello più paglia. Questo punto doveva essere massiccio! Quando l'inclinazione si era fatta impossile si caricava il tutto sopra il carro grande e si andava a ‘ingrassare’ i campi. Quando si faceva questa operazione i galli, le galline, le gallinelle, le faraone, i tacchini e qualche uccellino erano lì. Infatti, ad ogni inforcata guizzavano fuori vermetti, che si agitavano e i pennuti facevano a gara per papparseli. Le galline per l'ingordigia, avevano il colore della cresta rosso come quello del gallo quando lancia il suo kikirikiii. Tutt'intorno al letamaio una pozzanghera, che aumentava nei tempi di pioggia. Se tu scivolavi fuori passerella cadevi in pieno in questo liquame. Mamma mia, che schifosaggine! Eppure anche questa ‘esperienza’ mi è toccata! Quei tempi sono passati…. Adesso, tempi nuovi, moderni, industrializzati, d'avanguardia: ci sono concimi diversi. Non puzzano, pesano poco, è facile il loro uso. Sono frutto di ricerche chimiche con formule ‘alchimistiche’ di grande successo! Però i pomodori, i piselli, i carciofi, le zucchine, le melanzane, i peperoni, gli asparagi, le patate cornette, il cicorione, le rape, i fagiolini, tutto ha perso sapori e gusti e ti riempiono di ‘strane’ sostanze! Io me li ricordo, ancora, ma, in bocca, non me li sento più…!