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Antonio Balsemin
Ve vojo contar…

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20        LO SCARTO DELLA FONDERIA*

 

Adesso vi racconto come da bambino guadagnavo qualche lira.

In quei tempi lontani rispetto a questi odierni, tutto era vissuto in maniera differente. Badate bene, non perché allora ero bambino di nove-dieci anni ed ero diverso ma perché il ‘vivere la vita’, nei particolari e nel suo insieme, si svolgeva in un diverso modo di vivere. L’appartamento dove abitavo con la famiglia era situato nel primo dei tre ‘palazzoni’ di proprietà del Conte Pellizzari. Le costruzioni portavano il nome di ‘le case degli operai’. Con questo appellativo si distinguevano dall'altro gruppo di case, sempre del Pellizzari e che erano chiamate ‘le villette degli impiegati’. Queste villette, tutte in fila, stavano al di qua dal binario della ferrovia. Se dal paese di Arzignano tu andavi in direzione della zona detta ‘la Madoneta’ o ti recavi al cimitero, sul lato destro vi erano dette costruzioni ma sulla parte sinistra dello stradone non vi era altra costruzione, salvo quella dei Confente. Questa famiglia era stimata benestante. Infatti possedevano vasta campagna, grande casa, spazioso cortile con porticato ampio ed una stalla con molte mucche. I Confente erano un punto di riferimento per tutto il circondario perché allevavano il toro per la riproduzione bovina. Tutti i piccoli proprietari (quelli che si potevano permettere il mantenimento di un solo animale) quando la mucca entrava nel suo tempo, si portava lì, per farla fecondare. Il parto di una ‘mongana’ significava per chiunque avesse poche risorse di tirare un sospiro di sollievo. Infatti, una volta nato il vitello si poteva contemporaneamente mungere la madre ed avere latte sufficiente per nutrire il neonato. Alla sera la scodella di caffelatte era più abbondante. Ancora più importante, una volta che il vitello era svezzato, era il fatto che si poteva cederlo al macellaio e guadagnare un bel gruzzolo. Si sarebbe così potuto saldare un debito o comperarsi cose necessarie. Tanto le villette come i palazzoni, in quei tempi, si diceva stessero fuori paese, in campagna. In quei tempi io e tutti i coetanei andavamo con secchiello e piccozza a scavare cercando le sbavature di ghisa nei cumuli che si andavano formando con il materiale di rifiuto della fonderia della ditta Pellizzari. Si trattava della terra refrattaria inservibile dopo che era stata eseguita la fusione della ghisa dentro le anime dei modelli delle carcasse per i motori, i trasformatori ecc... Poiché, mischiate alla terra vi erano scorie di ghisa, noi ragazzini, per racimolare qualche soldino, si andava a scavare in questi mucchi. Il materiale di rifiuto e le sbavature si chiamavano ‘la marogna’. Quando si rinveniva un pesante grommo ferroso il fortunato, trionfante, lo ostentava agli altri. La robaccia era portata lì dagli incaricati, che si servivano di carretti trainati dal somaro o dal cavallo. Le persone più moderne usavano il motocarro e gli innovatori l'autocarro fornito di piano ribaltabile. Tutti, persone, animali, carretti, motocarri e camion passavano sopra ‘la marogna’ per calcarla ben bene. La pioggia l'avrebbe poi compattata definitivamente. Si voleva portare ad unico livello il piano stradale con il piano campagna di proprietà dei Massignan. Ricordo che il terreno non era come lo è adesso, ma esisteva un dislivello fra piano stradale e piano dei campi. Una stradina in terra battuta seguiva il confine segnato da un muretto, che recintava il giardino del ricovero ‘Scalabrin’ fino al vecchio lazzaretto. Da lì, dopo quest’ultima costruzione, la stradina si restringeva e seguiva il fossato di una roggia. Il percorso conduceva prima alla contrada detta ‘degli Spagnoli’ e, più a monte, si immetteva nella curva della strada per Castello, all'altezza dell'osteria delle ‘Frighete’. Ultimato il pareggiamento del luogo la prima persona a costruirvi sopra (se la memoria non m'inganna) fu un signore di nome Sergio, forestiero. Si era costruito una palazzina colorata in rosa con l'abitazione al piano superiore ed il negozio di generi alimentari a piano terra. Una stanza era stata adibita a Bar. Questo punto di ritrovo era il più frequentato dalla gioventù e anch’io andavo lì! Ricordo questo stabile unica costruzione isolata e la gente diceva: “Chi vuoi che vada lì a fare la spesa? Quello è matto! Morirà di fame!”.

Guardate adesso come si è trasformato l’ambiente. Lì è stato costruito il ‘Villaggio Giardino’ con le sue villette, le strade, gli orti, i giardini, i negozi, la piazza e la splendida chiesa1, dichiarata il ‘capolavoro’ di G. Michelucci.

Chi immaginerebbe che proprio lì, da bambino, andavo a giocare con lo slittino?

 




* Le trasformazioni

 



1 (purtroppo soffocata dalle costruzioni attorno).






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