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Antonio Balsemin
Sta sera ve conto…

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8          IL ROCCOLO DEL NONNO*

 

Una cosa, che mi è sempre piaciuta e che è ben chiara nei miei ricordi, è il roccolo del nonno. Questa costruzione, dalla quale si sparava agli uccelli con il fucile, era la più bella e la più grande della zona. Essa si elevava proprio sul punto più alto della proprietà. Essere invitati dal padrone e far parte del gruppetto all’interno dell’uccellanda era ritenuto un onore dagli ospitati. A quei tempi, possedere un roccolo1 era segno che si era benestanti! Più volte ho visto che, quando si parlava di questa costruzione, il viso della nonna appariva radioso perché il roccolo era un richiamo alla vita con il suo defunto marito. Il roccolo era l’orgoglio del Sig. Antonio! Quando scoppiò la guerra, il nonno fu chiamato alle armi e non essendo più tornato lasciò una vedova e un grappolo di figli nella disperazione. Pensate in che stato piombò la famiglia! Ricordo che, alle volte parlando sottovoce, lei mi raccontava cose non tanto belle e (qualche volta levava dalla tasca del grembiule un fazzoletto per asciugarsi gli occhi) mi confidava che la sua più gran preoccupazione era di dare due mestoli di latte con una fetta di polenta per cena, ai figli. Lei si serviva per ultima. Se non si avanzava nulla andava nell'orto e coglieva una cipolla o una gamba d’aglio per sfamarsi. Sorridendo diceva: “Ma, tanto, vedi che sono riuscita egualmente a campare?” Sto parlando degli anni, che da me sono stati vissuti un po’ prima del millenovecentocinquanta. Io la spingevo a raccontare altri particolari e lei continuava raccontandomi come, tutte le domeniche, il suo uomo andava a sparare agli uccelli con lo schioppo. “Il nonno si paludava con il vestito da cacciatore, quello a coste grosse di fustagno color verde o quel color marrone. I pantaloni erano alla modazuava’ aventi lo sboffo poco al di sotto del ginocchio ed il gilè era tutto tasche per riporvici dentro le cartucce, i toscani e la scatoletta dei fiammiferi. A girocollo, alla garibaldina, teneva sempre un fazzoletto per non sporcare il colletto della camicia con il sudore. Messosi il cappello di panno, quello con le falde larghe, faceva bella figura. Eh, Tonio mio, tuo nonno era proprio un gran bell’uomo”! Il roccolo era a due livelli e contando la cantina sarebbero stati tre. Dentro il celliere interrato, al fresco, vi era una botticella di vino rosso e siccome il Signor Toni era un compagnone stava sempre attorniato da un gruppo d’amici. Quando i cacciatori si sentivano stanchi si rifocillavano con grosse fette di pane e salame e bicchieri di vino. All’imbrunire, tornati a casa, il Toni dava alla moglie gli uccelli da spennare. La nonna affermava che, a furia di cavare piume, le faceva male il polso. Ma io continuavo con lena, senza badare al dolore, concludeva. Lo facevo volentieri perché sarebbe seguita una buona cena: spiedini di fegato con omento, morselli di lardo, foglie d’alloro, foglie di salvia, bocconi di carne di porco e gli uccellini. Il tutto bene infilzato negli schidioni, che sarebbero stati mossi dal girarrosto, quello che funzionava con la molla d’acciaio. Immediatamente al di sotto degli spiedi, nella parte antistante, ben vicina, era posta la leccarda e , nell’intingolo del grasso, che gocciolava dalle carni infilzate, si abbrustolivano le fette di polenta. La serata era suggellata con canti fragorosi. Tutt’intorno alla costruzione vi erano stati messi a dimora molti alberi. Per mascherare il fabbricato a raso terra e ovunque attorno alle pareti crescevano sterpi, le pere brade, i pruni, le rose canine, i nespoli selvatici, i cornioli silvestri ed altre piante agresti. Coprivano il caseggiato piante di mezzo fusto ed altre d’alto fusto. Gli uccelli volando in alto, abbindolati, forse si dicevano: “Perbacco, che paradiso terrestre”! Infelici, sarebbero ben presto finiti arrostiti allo spiedo! Vi era, anche, una grande pianta di fico, che a frutti maturi era un’attrazione e non solamente per i beccafichi! Le mura della costruzione avevano numerosi fori, molto piccoli e celati. Sembrava come se, , mancasse un sasso nero2. Invece, , stava bene appostata la canna del fucile! Noi ragazzi dell’intera contrada si andava in questo posto, quando la porta era aperta, per giocare. Per il maggior tempo, però, la piccola porta era sempre chiusa. Dentro si conservavano gli attrezzi, che servivano per i campi. Costruita sul punto più alto del fondo questa costruzione appariva per i volatili di passaggio un attraente luogo di sosta e vi planavano vuoi per riposarsi, vuoi per becchettare qualsiasi cosa che li potesse sfamare.

Chissà in quale stato si trova, oggi, il roccolo! Forse, come per tante altre cose belle viste e vissute nella mia fanciullezza, sarà meglio che mi accontenti di immaginarmelo soltanto nella mia memoria, sognandolo come ai tempi della trascorsa infanzia!…

 

 




* Un bel ricordo.

 



1 roccolo. Appostamento fisso d’uccellagione. (probabilmente dim. di rocca).  (G. DevotoG. C. Oli, VOCABOLARIO ILLUSTRATO DELLA LINGUA ITALIANA - SELEZIONE DAL READERSS DIGEST, VOL. II, pag. 852). Vedi anche: lo ZINGARELLI 2001VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA – Ed. Zanichelli / pag. 1569 / Bologna, maggio 2000. Vedi, anche, G. Boerio, pag. 581. Vedi, anche, LA SAPIENZA DEI NOSTRI PADRI, vocabolario, ACCADEMIA OLIMPICA, Vicenza 2002, pag. 363.



2 sasso nero (dial. sasso moro). Trattasi di sassi di color nero, che si trovano in gran quantità nella Val del Chiampo.






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