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Testo
Un cordiale saluto
a tutti i partecipanti di questo incontro. È per me una grata occasione di
incontrarvi, grazie al gentile invito fatto dal Ministero del Lavoro e degli
Affari Sociali, a partecipare alle riflessioni da voi svolte in questi giorni.
Il vostro incontro merita particolare apprezzamento perché, attraverso lo
sforzo di comprensione dei fenomeni specifici della
società post-industriale e dell'informazione, intende fornire un contributo
originale alla creazione di una cultura del sociale. Mi è stato chiesto di
rivolgervi questi brevi parole per sottoporre alla
vostra attenzione un tema ben importante: la necessità che la famiglia e la
vita siano al centro della sfera pubblica, come espressione di una nuova
cultura, in una società post-industriale che, come è ben noto nel caso della
società ceca, è stata attraversata da momenti d'indubbia trascendenza per la
storia dell'intera umanità, ed è proiettata in un futuro pieno di speranze, ma
anche d'incertezze.
Nella nostra
epoca "postindustriale" incombono problematiche complesse e
laceranti, fra le quali, la diminuzione di posti lavorativi, la dura
competitività a raggio mondiale, l'intensa globalizzazione
dell'economia, la necessità di adeguare la produttività alle richieste del
mercato, l'urgenza di tenere dietro ad un progresso tecnologico in costante
accelerazione. La gravità del momento presente emerge in modo più chiaro ancora
quando si considera che questi cambiamenti economici sono simultaneamente
accompagnati da profondi cambiamenti spirituali, morali e culturali:
l'incalzante invecchiamento della popolazione, il diffondersi di una cultura
contraria alla vita, le preoccupanti tendenze disgregatrici del matrimonio e
della famiglia, il grave degrado dei valori morali, il deterioramento della
trasmissione pedagogica nelle strutture educative per le nuove generazioni.
Molti dei
problemi della società postindustriale mostrano caratteristiche di grande
novità. Certamente, tra di essi, non è secondario il
cambiamento nella struttura della famiglia che, da patriarcale nella società
contadina, si è trasformata in un piccolo nucleo, che i sociologi denominano
"famiglia nucleare". Il matrimonio, in cui essa si fonda è inoltre
spesso instabile. La famiglia della società postindustriale è ridotta, quando
non addirittura disgregata. A ciò hanno contribuito, e contribuiscono diverse componenti, quali l'esodo dalle campagne e la corsa verso le
città, a cui si sono aggiunte la ricerca talvolta smodata del benessere, e la
corsa verso il consumismo. In tale contesto molte volte gli anziani finiscono
per diventare un ingombro e i figli sono spesso visti più come un peso che come
un dono di Dio.
Il Concilio
Vaticano II ha affrontato molte di queste nuove problematiche, già allora
emergenti, anche se con l'intensità attuale. Così, nella Costituzione Pastorale
Gaudium et spes
sono presenti considerazioni riguardanti la preoccupazione dei Padri
Conciliari davanti ai germi, di dissoluzione del matrimonio e della famiglia,
motivazioni che oggi vediamo pienamente confermate:
"La dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica
chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal
cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è
molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite
contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche,
socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in determinate parti del mondo si avvertono non
senza preoccupazioni i problemi posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò
sorgono difficoltà che angustiano la coscienza.
Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare
prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società,
nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in
maniere diverse la vera natura di questa istituzione"
(n. 47)
Le società che,
dopo un lungo periodo di regime marxista, hanno visto in modo eclatante gli
effetti devastanti dell'ateismo ufficiale, devono, adesso, fare i conti con il
modello di vita, la filosofia e la forma di organizzazione sociale occidentali.
E, appunto, la conformazione della vita pubblica sociale e
politica richiede chiarezza di vedute e solidità dei principi. Come
inquadrare adeguatamente gli intensi cambiamenti sociali, nei confronti del
ruolo pubblico della famiglia? Quale deve essere questo ruolo nel mondo di oggi, permeato di tante profonde novità e radicali
cambiamenti?
Il Papa Giovanni
Paolo II, nell'Enciclica Centesimus annus ha mostrato come la
problematica del mondo odierno "postindustriale" sia oggi mutata nei
confronti di quella, frutto delle rivoluzioni industriali, di cui si è occupata
l'Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Dal
conflitto lavoro-capitale si è passati, in una società postindustriale e
postmoderna, alla crisi dello scientismo e dell'idea stessa di progresso:
disorientamento dei fini, crisi della società del benessere, dello statalismo,
negazione pratica del principio di sussidiarietà (in
ambiti così importanti come quello dell'educazione) e forme nuove di oppressione dei forti contro i deboli, come quella
dell'aborto, crimine questo contrario al diritto più fondamentale, cioè quello
della vita, come il Papa ha affermato nell'Enciclica Evangelium vitae:
"Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la
classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando
i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un'altra
categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa
sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è
sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono
minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti
umani" (cfr Lettera a tutti i Fratelli
nell'Episcopato circa "Il Vangelo della vita", 19/5/1991).
Se la rivoluzione
industriale è stata il motore principale delle trasformazioni sociali nella
società industriale dei due secoli tramontati, il terzo millennio si apre ad un
panorama di crisi delle ideologie in cui la democrazia corre il rischio del
totalitarismo, in una sorta di "globalizzazione"
distorta: "È l'esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato -
afferma Giovanni Paolo II nell'Enciclica Evangelium vitae -: "il diritto" cessa di essere tale, perché non
è più solidamente fondato sull'inviolabile dignità della persona, ma viene
assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad onta
delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo" (n.
20). Il confronto tra Est e Ovest rischia oggi di
diventare opposizione tra Nord e Sud. La piaga del terrorismo tenta
d'introdursi come criminale strumento di un conflitto tra civiltà, tra
l'Occidente di radici cristiane ed una interpretazione
fondamentalista dell'Islam. La globalizzazione
in corso può degenerare in imposizione di un modello culturale univoco
contrario alla cultura autoctona dei popoli. Il crollo della natalità sta
mettendo già in crisi strutture sociali molto importanti, specialmente nei paesi
della vecchia Europa.
Davanti alle
sfide del tempo presente, il Papa ha ripetutamente segnalato la necessità di
dare un'anima alle nuove realtà sociali e politiche del terzo millennio (cfr Giovanni Paolo II, Allocuzione ai partecipanti al VI
Simposio del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, 11/10/1985), ad
instaurare un'organizzazione sociale che sia espressione della piena dignità
dell'uomo, dall'inizio della sua vita al suo termine naturale. Occorre,
insomma, che si faccia strada ogni volta di più, nella vita pubblica, una
cultura della vita e una civiltà dell'amore, in cui le strutture
dell'individualismo feroce siano sostituite dalla solidarietà. Nell'Enciclica Laborem exercens, anche il Papa ha ribadito la
necessità che il mondo dell'economia e del lavoro situino come proprio centro
l'uomo e come principio ispiratore quello della solidarietà. "Sia la prima
industrializzazione, che ha creato la cosiddetta
"questione operaia", sia i successivi cambiamenti industriali,
dimostrano eloquentemente che, anche nell'epoca del "lavoro" sempre
più meccanizzato, il soggetto proprio del lavoro rimane l'uomo" (n. 5).
La solidarietà,
elemento vitale nella vita pubblica, significa libertà e allo stesso tempo
responsabilità per gli altri: nella famiglia, nel quartiere, nella città. La
famiglia, certamente, è una struttura fondamentale di solidarietà senza la
quale ogni tentativo di fondare su solide basi la vita pubblica fallisce
necessariamente. Lo Stato deve difendere e promuovere la famiglia, perché la
famiglia è la base fondamentale ed insostituibile della società, come afferma
Giovanni Paolo II nell'Esortazione Apostolica post-sinodale Familiaris consortio:
"Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in forma
di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per
prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non
offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della
famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere "protagoniste" della cosiddetta
"politica familiare" ed assumersi la responsabilità di trasformare la
società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si
sono limitate ad osservare con indifferenza" (n. 44).
La famiglia deve
emergere, in modo consistente, come fondamento della società, nella vita
pubblica degli Stati del terzo millennio. Si tratta di riscoprire la dimensione
pubblica del matrimonio e della famiglia, allontanandosi dai tentativi di
privatizzazione che tendono a oscurarla. Le tendenze privatistiche occidentali (che cercano di ridurre la
famiglia alla stretta dimensione privata, negando la sua dimensione pubblica)
si mostra, in questo aspetto fondamentale, in sintonia
con la grande povertà antropologica del marxismo. È nota la profonda ambiguità,
anche in questo senso, del marxismo che, sostenendo i rapporti di produzione
come fattore sociale determinante, allo stesso tempo,
nella sua concezione ideologica "unitaria", quasi fosse "un
unico pezzo d'acciaio", finisce per rendere anche la politica qualcosa di
totalizzante. Per questo la famiglia rimane intrappolata in un sistema socioeconomico-politico inflessibile. In una simile
prospettiva, la "privatizzazione" serve a
facilitare la trasformazione della famiglia in qualcosa di meramente
strumentale alla causa (cfr A. López
Trujillo, Liberación
marxista y liberación cristiana, BAC, Madrid
1974, 223-251; La liberación y el
compromiso politico del cristiano, Mensajero, Bilbao 1973, 92-100).
C'è nel fenomeno
della privatizzazione della famiglia un certo paradosso, su cui il sociologo
italiano Pierpaolo Donati ha da tempo richiamato l'attenzione: "Da un lato
si verifica un'apparente pubblicizzazione della
famiglia sotto forma di crescenti regolazioni e interventi dello Stato...;
dall'altro, e allo stesso tempo, si constata una progressiva privatizzazione
dei comportamenti familiari, in termini di azioni che seguono sentimenti,
aspirazioni, gusti, preferenze, aspettative e così via, apparentemente del
tutto individuali e soggettivi, cioè slegati da vincoli sociali e morali di un
qualche mondo comune" (cfr p. Donati, Gli
spostamenti di confine del pubblico e del privato nella famiglia, in
Donati, La famiglia come relazione sociale, Milano 1992, pp. 33). Ho
avuto occasione di approfondire questa importante questione
nel mio articolo "Famiglia e privatizzazione" nel Lexicon,
opera recente a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, in cui si
analizzano le ambiguità del linguaggio e le sue ripercussioni nel mondo dei
politici e dei parlamentari, così come il considerevole influsso di esse nella
vita sociale e politica. In tale contesto ho scritto:
"Uno dei problemi che porta ad altre forme di privatizzazione della
famiglia è considerarla non nella sua totalità, come un soggetto sul quale
tutti i membri si integrano, ma prendendoli separatamente.
Nella "Carta dei diritti della Famiglia" della Santa
Sede è questa una preoccupazione centrale: la famiglia è il soggetto portante
... I figli non devono essere presi separatamente dai genitori. Gli individui
sono tagliati fuori dalle loro relazioni, anche le più
naturali e necessarie, come la famiglia; così l'idea di s. Tommaso della famiglia
come "utero spirituale" non è rispettata (cfr
"Summa Theologiae" II.II,
q. 10, a. 12)" (Alfonso López
Trujillo, "Famiglia e privatizzazione", Lexicon, EDB, Bologna 2001).
La Carta dei diritti della Famiglia, resa pubblica dalla
Santa Sede il 22 ottobre 1983, contiene, appunto, importanti riferimenti alla
dimensione pubblica della famiglia e ai necessari atteggiamenti richiesti in
difesa dei diritti della famiglia e della vita, oggi più che mai attuali. Il
ruolo pubblico della famiglia e la promozione dei suoi
diritti non è una questione solo "cattolica". In essa
s'incontra l'impegno condiviso da tanti in favore del bene comune, nel creare
una società veramente umana.
Così, nella
presentazione di questo documento, si può leggere: "I diritti enunciati
nella Carta sono espressi nella coscienza dell'essere umano e nei valori comuni
a tutta l'umanità. La visione cristiana è presente in questa Carta come luce
della divina rivelazione che illumina la naturale realtà della famiglia. Questi
diritti sorgono, in ultima analisi, da quella legge che è inscritta dal
Creatore nel cuore di ogni essere umano. La società è
chiamata a difendere questi diritti dalle violazioni e a rispettarli e
promuoverli nell'interezza del loro contenuto" (Presentazione).
I principi della
dottrina sociale della Chiesa e della legge naturale, nei confronti della
famiglia, cellula fondamentale della società e santuario della vita, rimangono
validi e attuali nel nostro tempo, spesso qualificato come epoca
postindustriale. Occorre stabilire un fruttifero dibattito sociale e politico
sul ruolo pubblico della famiglia, in cui si riconoscano
i suoi irrinunciabili diritti in modo tale che una vera civiltà dell'amore e
una genuina cultura della vita siano matrice feconda di una rinnovata vita
sociale e politica.
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