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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA X.

. . . Giovedì, ore 18.

Al medesimo.

Vi rimando il vostro ditirambo, e vi giuro ch'è --una lettura da svogliati e da ghiotti, e viene anche a me una spumosa bile in pensare che un abito così sfoggiato s' abbia a mettere in dosso al Francini.
Buon per lui. — Delle mie lineature e di quel poco che ho notato in margine, fate quel capitale che viì parrà; solo voglio dirvi che finirei il Ditirambo con quella meravigliosa quartina che comincia:

E sia a dispetto della rima in uccheri,

levando i versi susseguenti, nei quali, a mio giudizio, muore il Ditirambo con minor lustro. Stasera se non diluvia, sarò all'Accademia. E quanto a quel proibito, se si potesse dir meglio, concordo che sarebbe una santa cosa. Vedendo la difficoltà di trovare un sinonimo a proibito, e considerando che tanto sarebbe caro a me il desiderare d'essere felice, quanto al Destino il seguitare a offendermi a suo piacimento, e che il fatto mette in bocca il morso a lui e a me, ho pensato di mutare il sentimento e l'epiteto, se però l'approverete:

E tra il Destino e me patto è già scritto
Ch'io confine ai desiri, egli all'offese
Ponga, e quasi a' suo dolce almo paese,
Far niuno ardisca, oltre il confin, tragitto.





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