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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
II.
Mi spingeva il desiderio di riaffermare la mia esistenza nel luogo dove l'avevo sortita e in faccia a gente che mi aveva interamente dimenticata. Mia madre era morta prima degli incidenti dell'asino e della canna; mio padre si era riammogliato poco avanti il delitto, colla vedova del maresciallo dei carabinieri, attempata più di lui e madre di sei figlioli. Ho poi saputo che quel cicciuto mascherone, che aveva della vivandiera e della donna-torpedine, che portava un gran cappello di paglia schiacciato a lucerna per ricordare il suo primo stato, aveva convinto mio padre a vergognarsi di me e non curarsene per nulla, sì prima che dopo la condanna. Lei, a suo dire, aveva sempre difeso la legge a spada tratta e non si doveva offenderla, con lei in casa, aiutando un'incendiaria; qualunque ingerenza di difesa o di sola pietà sarebbe stato uno scandalo nel paese; al contrario, con l'astensione rigorosa, si avrebbe fatto una bella figura.
Dimenticavo di confidarvi che mio padre era un imbecille. Quanto la mia mamma era desta, operosa, gagliarda, altrettanto il marito, che le dettero in fretta quando rimase orfana, era scarso d'intelligenza e di carattere, inetto a qualunque cura, tranne quella manuale del boscaiolo. Da questi termini estremi di connubio, dicevano le mie compagne di pena nel discorrere della propria origine sfortunata, si nasce con una forte e pronta disposizione così al bene che al male. Da un gioco simile dovevo nascere anch'io. Mettetemi nome Caina, fatemi in viso uno sfregio che paia sogghigno, e poi, con il babbo nel bosco e la mamma al camposanto, affidatemi alla forte e pronta disposizione al bene o al male!
Feci in maniera di avvicinarmi al paese avanti giorno. Andavo a piedi e sola, scorgendo a distanza le case con l'emozione di una scoperta di luoghi imparati nelle storie. Tutto mi pareva più piccolo e inferiore per ogni aspetto alla memoria. Quel primo albeggiare di autunno non aveva nulla di straordinario; eppure il tardo dilatarsi dell'oscurità appariva a' miei occhi commossi come un apparato meraviglioso, fatto apposta per avvolgere lo spettacolo nel mistero. Non una voce, non un rumore.
Entrai trepidando e riconobbi dopo le prime case quella dell'amante. Era là dentro, lui? E di che sonno dormiva? Sostai spiando inutilmente; poi ripresi il cammino verso la mia casa. Nulla era mutato. Lo stesso mandorlo davanti alla porta, la stessa siepe presso la mia finestra; il carro, il tinello, l'aratro stesso sotto la tettoja. Guardavo estatica in tutte le faccie, in tutti gli angoli, quella povera stamberga, parlante e grande al mio cuore come un monumento. Ma nulla mi diceva di dentro. Se fosse stata vuota, avrei desiderato di entrarvi per rivedere tutto, tutto ripensare; ma l'ingombro della marescialla e della sua prole mi pareva una profanazione. Mio padre forse.... Questo pensiero mi balzò alla mente come una rivelazione che suscitasse un'immagine nuova e non familiare. Volevo dire: forse mio padre, alla mia vista, riuscirebbe a emanciparsi dalle scorie della sua infelice natura e dall'incubo della sua malvagia dominatrice e mi accoglierebbe per la sua unica figliola. Intanto qualche porta si apriva a distanza e cominciavano lenti segni di vita.
Con uno sforzo di risoluzione ripiegai verso la piazza del paese e mi sedetti sugli scalini della chiesa, già asilo delle mie contumacie, rifugio delle prime peripezie e speranze tradite. Di lì a poco il mio capo piegava sotto il peso delle memorie e le secondava con cenno lento, enumerandole ad una ad una. Lunga e angosciosa rassegna, che costringeva tutto il passato in un'ora e mi affaticava a riviverlo con trapassi violenti e in epiloghi vertiginosi, quando ecco il candido prete, che avevo lasciato bigio, soccorrere alla mia pena e versarmi sul capo l'acqua lustrale e ribattezzarmi come nascessi a nuova vita. Un refrigerio corse per tutte le mie vene; poi un senso di indulgente freschezza mi inondò il capo e i piedi. Allora sollevai la fronte. La piazza era sfarzosamente accesa della luce del giorno, le case circostanti si disegnavano in linee nette e crude. Una fra tutte si distingueva per novità goffa e insolente; ed era quella che subito immaginai costruita sulle ceneri del mio incendio. Viandanti ignoti già transitavano lungo la via. Il candido battezziere era dileguato col mio sogno interrotto.
La rivelazione avventata di una scena così luminosa e violenta mi aveva sconvolta. Nel riavermi a stento, ricomposti dal sonno i muscoli e gli occhi, mi sentii trascinata sotto la casa nuova. Era tutta mattoni regolari e scoperti, con liste di cemento negli stipiti e lungo i ricorsi de' due piani, con certi ferri rugginosi senza scopo. Aveva del carcerario e del doganale. Sopra alla porta, tormentata da altre liste di cemento a raggiera, spiccava una lapide che stentai a leggere: tanto mi repugnava. Diceva che l'edificio era stato costruito per uso di asilo e di scuola sulle rovine di vecchie mura arse per criminosa perfidia e terminava stupidamente: - Dal delitto la virtù - dalla cenere la vita. - Confesso che mi sentii respingere qualche passo indietro da quelle parole. Perchè macchiarne il nitido marmo? Perchè insegnare ai ragazzi della scuola che bisogna ardere le vecchie mura per suscitare dalla cenere la vita? E perchè eternare la criminosa perfidia, se il fuoco, l'uso pio dell'edificio e la mia pena avevano tutto purificato?
Entrai nella chiesa ancora una volta per rifugio. Il prete, che davvero era diventato bianco dal giorno che lo avevo lasciato grigio, diceva la messa. Riconobbi la sua voce, che aveva più che mai sbotti di suono come la lucciola ha sprazzi di luce, tanto che era chiamato lucciola dalle mie amabili compagne, sempre pronte a dispensare un soprannome maligno. Riconobbi anche alcune devote che pregavano tenendo bassa bassa quella testa che a' miei giorni s'inalberava e girava come un arcolaio, più della mia. Pregavano certo per la loro perfidia, criminosa o no, perchè erano perfidiose, non foss'altro per l'invidia e il male che covarono contro di me. A mio confronto non erano maturate ma invecchiate. Egli è che loro avevano vissuto e io no; loro avevano prodigato la vita in tutti gli usi della libertà, io avevo custodito la giovinezza sotto terra come un tesoro nascosto nel campo; erano già in delusione, loro, perchè avevano còlto tutti i fiori del prato, io rinascevo allora alla primavera perchè avevo dormito l'estate. Aveva ragione il cappellano del carcere di dirci ne' suoi inascoltati sermoni: - fate serena rinunzia delle lusinghe e delle gioie che già vi offriva la libertà e pensate che non ha la vita un frutto che non sia seme di un altro non desiderato dal nostro piacere. - Solo allora ho inteso la grande verità di queste parole.
Desiderai farmi riconoscere da qualcuna. Mi alzai e andai a piantarmi davanti alla Pilucchia, che stava genuflessa sul pavimento nudo per maggiore compunzione. La Pilucchia era un'armeggiona, a' suoi tempi, piena di ripeschi e di scandali. All'ombra della mia persona alzò gli occhi, li dilatò guardandomi fissa e dopo qualche istante gridò:
- Gesummaria! - E si fece il segno della croce.
Poi si alzò pesantemente, puntando un piede alla volta, per cercare uno scampo. Ma io la rattenni e dissi:
- Vorrei rivedere mio padre. È in paese?
- E che so io dei fatti degli altri? C'è di certo Marcantonia.
Era questo il nome della marescialla; e la pia compagna me lo metteva davanti per contrapposto all'immagine di mio padre.
- Poverina! Non è per non fare una carità - riattaccò quella, cedendo già a una curiosità acuta. - Ma Marcantonia va in caserma per nulla.... e ha quattro figlioli carabinieri e uno nella finanza....
- Che credi? Io sono libera come te e non ho da fare nè con le caserme nè coi carabinieri.
- Sicuro! dopo tanti anni!... Dieci, è vero? E li hai fatti tutti! Ma quella donna ci ricorre per nulla, in caserma, anche se entra in casa un cane. C'è mai venuta a trovarti? T'ha mai portato nulla a te? Tutte le altre sono sempre partite cariche di qui: la Draga per il figliolo che fece tre anni, la Cecca di Bindo per il marito che rubò al macello, la Mariaccia del Mulino per la nipote che partorì un morto nella concimaia....
- E che importa? - troncai. - Andrò lo stesso.
E le voltai le spalle, sicura di farle un gran dispetto. E quando infilai la porta per uscire vidi che la Pilucchia aveva già radunato intorno a sè altre quattro o cinque devote, che mi guardavano con gli occhi fuori della testa, e sentii benissimo che diceva a loro:
- Come s'è fatta bella! E che galanteria!
Ero soddisfatta; e mi avviai con più coraggio alla mia casa. La girai a distanza, mi avvicinai ora qua e ora là con circospezione, finchè non vidi un uomo che dava di accetta su di un tronco. Non ebbi bisogno di osservarlo meglio nè di far la tara alle sue forme e a' suoi capelli, diversi da quelli di un tempo. Era mio padre.
Vi confesso che fino a questo momento non avrei creduto di provare tanta tenerezza davanti all'autore de' miei infelici giorni. Mi accostai in faccia a lui, a due passi, col cuore in gola, con le braccia e le gambe perse, sì che caddi in ginocchio e non potei articolare un gesto nè una parola. In quella lo spaccalegna levava in alto l'accetta per acconsentire un colpo gagliardo. Nel drizzarsi sulla schiena mi vide in quella posa strana, che pure dovette giovargli a riconoscermi, e rimase fermo con l'accetta in aria; poi se la lasciò sfuggire di mano e cadde bocconi verso di me. I due passi che ci separavano erano raggiunti dai nostri tronchi distesi, sì che le faccie erano a contatto. Nessuno parlava; tutto, anche intorno, era silenzio. Io baciai più volte la fronte paterna, ne sentii le rughe profonde come solchi scavati da vomere pesante, e provai per la prima volta un senso di venerazione. Egli aveva levato la mano al cielo come dovesse rimproverargli o volesse chiedergli qualche cosa; poi l'aveva posata sulla mia gota in una carezza ruvida e levigante come pomice piana. Un rivo del medesimo sangue gorgogliava forte nelle nostre vene, due cuori di una medesima fattura battevano rapidamente in un palpito solo; pareva che tutta questa unità di vita non potessero averla disgiunta mai o almeno non dovessero romperla più.
Ma mio padre aveva già distratto più volte gli occhi da me e li aveva rivolti alla casa, come temesse da quella parte il castigo, il terrore. Quando di nuovo era raccolto intorno a me e cominciava a dare sfogo al pianto e si disponeva a parlare, una maschia voce roca gridò dall'angolo della casa:
- Sangue d'una canna! Che è là? Ah te!... te vecchio cane! E quella....
Si interruppe nel riconoscermi o nell'indovinarmi, quel mostro di virago che gridava così. Era la marescialla, ancora col suo cappello a lucerna, con la sottana tricolore e la camicia ridondante piena sul ventre. Ma ricominciò quasi subito con certi strilli torbidi, come di elefante frustato:
- Fri! fri! Una pregiudicata intorno casa! E lui con lei! Una pregiudicata!
Credo che questa parola voglia indicare i condannati che hanno scontato la pena. Certo a lei doveva parere una parola dotta e schiacciante, secondo il manuale del perfetto carabiniere. Intanto a noi convenne alzarci e ammutolire come due amanti colpevoli, sorpresi allo svolto della strada deserta. Ma quella riprese a urlare:
- Calogero! Calogero! Corri, Calogero!
E venne di corsa un giovane in calzoni verdi con bande gialle, in maniche di camicia e con la pipa in bocca. Era certo il figliolo della finanza. A lui la madre ripetè tutte le eleganze della sua invettiva e finì per dirgli in tono e con gesto di comando:
- Tu provvedi perchè quella donna vada via subito dal paese e non ci metta più piede. Sangue d'una canna!
Io mi contenni dal rispondere, già che ancora non avevo fatto sentire la voce a mio padre; ma non potei frenarmi dal fare un passo verso quell'ammasso di iniquità. Allora cominciò a urlare:
- Oh Dio! mi assalta. Ai ladri! ai ladri!
E spinse tra lei e me il figliolo, che forse, più per l'effetto dell'urto che col proposito di toccarmi, mi posò le mani adosso. Per non autorizzare altri atti simili di obbedienza filiale e per darmi un irresistibile sfogo piantai i miei occhi in quelli del finanziere Calogero, gli tesi l'indice tra il naso e la pipa, e dissi:
- Senti, bel cafone! io non sono una ladra, io. E sono libera perchè ho regolato i conti con la giustizia. Starò dove voglio e fin che mi piace, anche qui, dov'è il mio posto. Nessuno può toccarmi senza consumare un delitto, intendi? In quanto alla casa e al podere, tutta questa è roba di mio padre, e, lui morto, è mia, capisci? È mia. Io non sono ladra, sono derubata e molto e da voi. Fin che voi state qui, invece che alla caserma o alla garetta, rubate sul mio. Ma il furto più empio e scellerato è quello che avete fatto di mio padre; voi me lo avete strappato di rapina, avete scassato il suo cuore e fatto violenza alla natura, mi avete rubato il suo amore, le sue cure, i suoi doveri, la sua benedizione. Io sì, posso gridare a voi, non voi a me: ai ladri! ai ladri!
Il finanziere non dovette ritenere queste parole un contrabbando del mio cervello, perchè le ascoltò con perfetta rassegnazione. La stessa marescialla non trovò una voce del manuale per rintuzzarle. Se le bevve a bocca aperta con tre denti in vista, e non sventolò come dianzi la bandiera della sua sottana tricolore, nè rullò la pancia come un tamburo, ma girò la posizione. Afferrato violentemente mio padre, ancora mutolo e inebetito, lo trascinò seco gridando:
E io dovetti convincermi che avevo discorso, camminato, patito invano. Mio padre non era mio.