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Come La Bottega del Cappellajo,
così anche La medicina d’una ragazza malata, scrissi
in dialetto modenese: e fu sul finire del carnevale 1859.
La scrissi per l’Accademia filodrammatica
di Modena; ed ecco per quale occasione.
I filodrammatici avevano preparata una delle consuete rappresentazioni carnevalesche;
mancavano quattro giorni alla recita, quando la signora dilettante prima
attrice, garbatissima gentildonna, ma come dilettante un pochino bisbeticuccia, entrata in timore di derogare col
sostenere una parte anche nella farsa, con pretesti più o meno palesi, dichiarò
di non poter recitare tranne che nella commedia. Essa aveva fors’anche
un secondo fine: quello di rendere impossibile la recita, perché non era di suo
gusto; almeno così noi sospettammo: epperò io mi misi
in puntiglio che la recita dovesse aver luogo: “Se non abbiamo una farsa (dissi
con certa baldanza ai colleghi) ne scriverò io una; in due giorni la scrivo,
negli altri due si prova e si va in scena.”
Detto fatto: alla
sera del secondo giorno portai “La medicina d’una ragazza malata:” - E
la mattina dipoi, senz’altro, si fece la prima prova; la sera altre due prove;
il quarto giorno si provò tre volte la mattina, e la sera si recitò.
Io feci la parte del Vetturino;
anche qui ci entrava un puntiglio: come Tommaso Grossi
scrisse le sue novelle patetiche in dialetto milanese, per mostrare che si può
far piangere anche colla parola dialettuale, avevo
anch’io scommesso di commuovere con una parte in dialetto; e ci riescii: io, in generale, recitando in italiano, ero un
cane; recitando in dialetto mi scopersi un grande artista; fu un vero trionfo
d’attore; fu l’unico in tutta la mia gloriosa carriera di dilettante, ma fu
grande. Del resto il fatto è comunissimo. Toselli, Morolin,
due grandi artisti nei loro dialetti, quando recitavano in italiano erano.... quello che ero io.
Sul finire del 1859, in parte per
esercizio e tentativo di stile dialogico popolesco,
in parte per sollievo dalle brighe e dalle ansie di quei memorandi giorni,
traslatai dal modenese in un italiano toscaneggiante la mia commedia.
Nello stesso tempo la Redazione del giornale L’uomo di Pietra mi chiese alcuna mia
scrittura per la Strenna di capo d’anno, ed io mandai la fatta
traduzione, alla quale la critica fece benevola accoglienza.
Sulla prima metà del 1862 il capo comico
signor Trivelli, accingendosi a dare al Teatro Re alcune rappresentazioni per
il monumento da erigersi a GUSTAVO MODENA, desiderò rappresentare
qualche mio lavoro scenico; nulla avendo io di nuovo, gli proposi Le Scene
popolari stampate nella Strenna predetta; le leggesse, e se le
avesse giudicate tali da sopportare l’esperimento della recitazione, io sarei
lieto di fargliene dono, affine di concorrere in alcuna maniera al nobile scopo
ch’egli si proponeva.
Ecco come, perché e in quali tempi e
circostanze composi, tradussi, pubblicai, feci
rappresentare questa commediola, che ora presento a’ miei benevoli lettori, dopo averle fatte quelle
correzioni che l’esperienza della rappresentazione e i consigli della critica
mi persuasero.
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