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PARTE SECONDA
Et Vènerem sensere lupae, sensere
leanee:
Ovidius
CAPITOLO I.
FORESTINA BIMBA
Una notte serena. Qual frèmito di voluttà, quale
onda d'amore, bàstano, queste sole parole, a svegliare in quelle ànime
musicali, che, perfin dalla scienza, non hanno se non nuovi conforti alla
poesìa, frèmiti e onde, i quali, in chi naque inaccessìbile al sentimento, non
sveglierànnosi mai, nè per virtù di parola, nè di pennello e neppure di
realtà!... Molte ne avèa Gualdo vedute; era la prima ch'egli sentisse.
Perocchè, ora, lo specchio dell'ànimo suo, snebbiato da ogni malvagio pattume,
poteva limpidamente riflèttere le maraviglie della Natura benèvola. Il sogno di
Gualdo èrasi fatto corpo. In quella sera, ei centellava il riposo dopo l'onesta
fatica, aspirando le pingui àure de' suòi ovili ed il fienoso effluvio delle
campagne, seduto alla porta di una capanna sua, in sui ginocchi una bimba che,
a lui dormiente, gli si potèa sicura addormentar fra le braccia; una bimba
cinquenne, cui il sole avèa dato il colore alle chiome, i gigli e le rose alle
guancie, e alla pupilla il cielo.
E Forestina, tendendo lo sguardo all'altìssimo
mare, che si fondèa nel firmamento spolverizzato di stelle:
- Babbo - dicèa in tuono accarezzante qual àlito
di primavera - di là di quel mare che c'è?
- Altro mare - quèi rispondeva, insoavendo la
voce, quasi temente di offèndere il delicato orecchio di lei.
- E poi? - e Forestina gli molceva la barba.
- Mare ancora.
- Sempre mare?
- No - disse Gualdo con un lieve sussulto - havvi
una terra... grande...
- Al pari di questa?
- Assài più... molto più...
- E sono, anche là, tanti babbi? e tante mammine?
e tanti bambini, come quì?
- Oh ben più! - egli fece - E assài migliori di
noi - aggiunse con oppressura.
- E li hai tu visti, tu?
- Sì - sospirò egli di un sì, ch'era piuttosto a
vedere che a udire.
- E perchè allora, se tanto buoni, tanto più buoni
di noi, non sei rimasto con loro? -
Gualdo sentissi a scottare la faccia. Egli, che i
cavillosi raggiri e i trabocchetti mille di un giùdice non avrèbbero pure
sorraso, trovàvasi, ora, da parte a parte passato dalla sublime ingenuità della
bimba. Che è, infatti, la riflessione barbuta a fronte la imberbe spontaneità?
e le mirìadi di menzogne dinanzi la verità una? Al guardo solo dell'innocenza,
fànnosi l'armi della malvagità, vetro e ghiaccio. E Gualdo non potè che tacere.
Senonchè, Forestina medèsima, per quella
volubilità di pensiero tutta propria ai fanciulli, venne in suo ajuto. Il
visuccio di lei s'era volto all'infinito seno dei cieli, dove l'illuminazione
parèa, quella notte, completa. E Forestina chiedèa:
- Babbo, e lassù, di là dalle stelle, che c'è?
- Altre stelle.
- Sempre stelle? non altro? -
Gualdo, per la seconda volta, ammutì. Cessando
l'idèa, cessàvagli la parola. E però a lui dovèa soccòrrere ed ei proferire
quel nome, che esprime quanto non si giunge a capire, dissimulando le
immensuràbili profondità dell'ignoto; quel sì còmodo nome, ch'è Dio.
- Dio? - ripetè Forestina - quel che tu invochi
nell'ira?
- No, no - Gualdo interruppe con ansiosa premura.
- Il Dio delle Terre e dei Soli è un altro Dio. Esso è il padre comune degli
uòmini, esso è colùi che riempie la pannocchia di grano e la mammella di latte;
che fà dalla selce spicciare l'aqua e scintillare il fuoco, che fà dalla gleba
spuntare la rosa e dalla rosa il miele... È il Dio, o mia bimba, che ti sorride
negli occhi e sul labbro.
- Oh il buon Dio! - sclamò Forestina, battendo
palma con palma - E come si fà a ringraziarlo?
- Pregando.
- E come si prega, babbo? -
Ei la baciò sulla risarella boccuccia, e disse: -
amando. -
E, allora, la bimba gli chiuse il mento selvoso
fra le gentili manine, e lo affollò di baci e carezze; poi, sazia, gli si
addormentò nelle braccia.
Gualdo rimase sveglio co' suòi pensieri. Eclissata
la luce degli occhi di Forestina, l'ànimo gli riabbujò di mestizia. Alle
speranze, che fanno una metà della vita, or succedeva l'altra metà, le memorie;
e Gualdo, ahimè! temeva le proprie. Vedendo quell'angioletto dal latteo àlito e
dalle succose carnine, che, benchè ignaro del male, gustava il bene, egli fu
astretto a rammentare la pace, tolta da lui a tante famiglie - meritatìssima
pace - e a impallidir per la sua, che non meritava. Il pensiero di lui scese
nei labirinti della coscienza, luoghi irti d'insidie. Gualdo, il quale ora
poteva concèdersi il lusso dei rimorsi, incominciava con la debolezza di un
convalescente a sentire la gravità del morbo scampato. Oh avess'egli, se non i
fatti, almeno potuto annientarne il ricordo! E l'ànimo affaticato sudò dagli
occhi dolore.
In questa, una mano gli toccava la spalla; la nota
mano di Tecla. Si volse. Specchiàronsi le loro pupille l'una nell'altra in uno
stesso pensiero.
- O Tecla! - egli gemette in accento di disperato
sconforto - oh fosse dato ricominciare la vita! -
Ma colèi, d'una voce ch'era soave rampogna:
- Non ricomincia, o mio Gualdo? -
E, sì chiedendo, additava la bimba.
CAPITOLO II.
Forestina ragazza
Di Forestina l'ottava messe. Come le treccie di
lei biondeggiàvano i campi; come gli occhi lampeggiàvano le falci dei
mietitori. E i mietitori cantàvano. Era un inno alla Terra, alla madre comune,
che, negli arcani connubii col padre Sole, avèa ridato agli uòmini
generosamente il confidàtole seme:
«O Madre, o Madre, dalle tue profonde vìscere,
alziamo lamentoso il canto. Tu, spento sole, con feconda morte, ànima e forma a
noi sùsciti e cibi. E noi, tuòi vermi, la cui storia è tutta risveglio all'ire,
e alle vendette sprone, non fatte oneste dagli onesti nomi; noi, solo uniti ad
impedir, che il sangue socïal si effonda, come vuol Natura, imparzialmente per
sue giuste membra; dell'ossa tue, schermo agli aerei oltraggi, delle tue aque,
vie all'industre unione, facciam, (ne è guida cupidigia pazza) fallaci mete a
più fallaci campi, seme o pretesto di perpetua lite: onde, votato a morte
alterna il ferro, che tu donavi alle pacìfich'opre, e supplicate a un muto Dio
le mani, mani grondanti di fraterna strage, di tè bramosi procombiamo in tè.
Pur, tu, benigna d'inesàusto amore, tu, patria a tutti e eguagliatrice fine,
nel tuo ci solvi non mai stanco grembo, cessi i dolori, le vergogne oblìi, e
noi ritorni eternamente a vita, e a nuova forza - per i danni tuòi.»
Ma, ahimè! che vale nulla parte perita se il tutto
non è più quello? che importa la memoria in altrùi agli obliati di sè? E, a
pensier tale, in amarìssima goccia si spegneva lo sguardo, che, molti, di sè
medèsimi ingannatori, giràvano in cerca d'irrivedìbili aspetti, e, insieme allo
sguardo, il canto. Perocchè, a messe ben altra era stata campagna il trascorso
verno. Pòvera Nera! su lei biancheggiava un rosajo.
Ma, mentre il sole e il lavoro fervèa, mentre
Gualdo, mietendo, sospirava ai mietuti, Forestina la Bionda, si dilungava da'
suòi compagni di anni e, oh felici! di giuoco, e s'internava nella solinga
boscaglia, un fior dopo l'altro, come la speme. Lampo, il fidìssimo cane,
seguìvala. Andava, nè se ne accorgeva. La riflessiva ragione non era per anco
venuta a tagliarle l'ombelicale cordone, che allaccia il neonato alla natura
universa. Forestina ancor non avèa aquistato la propria individualità: l'ànima
sua intrecciàvasi a quella degli augellini che aliàvano a nembi, la gola zeppa
di gioja, per il denso fogliame, e dei rivoletti, che gorgogliando lucicàvano
in giù. Sana, ella sentìa la sanità circostante: tutto era gaudio per lei,
perchè godeva al didentro.
E così, pie' innanzi piede, arrendèndosi sempre ai
nuovìssimi inviti, che d'ogni parte le èrano fatti, ammazzolando ciclàmini a
margherite, e fioralisi a giunchiglie, si avvolse e riavvolse nei verdi meandri
della foresta, finchè venne a trovarsi in una insenatura di monte, sulla quale,
una roccia pendente, parèa, perchè vestita di fiori, offrisse un albergo più
che non minacciasse un perìcolo. E, là ristando la via, là riste' la ragazza,
che sull'erboso siedette a inghirlandare il filosòfico muso di Lampo, e che,
cinguettando confidenziuccie a degli invisìbili èsseri, e cinguettando sogni,
finì a reclinare, accarezzata dal sonno, la flava testina sul dorso paziente
del cane, ella ed esso, tutto sparsi di fiori.
Quando svegliossi, la terra, giràndosi a oriente,
già tralasciàvasi il sole. Ogni cosa cessava di posseder la sua ombra. E, di
colpo, la fanciullina si sentì sola, e strìnsela il gelo dello svampato
entusiasmo. Le vie, che, prima, le si schiudèvano fàcili, ora parèa le si
serràssero incontro: d'ogni parte, voràgini di oscurità: tutto intorno un
silenzio, che si facea più e più sospettoso. Forestina temette il timore.
Gridò; sol le rispose la imàgine del clamor suo. E, trafelata, si lasciò cadere
sul cane, abbracciàndolo stretto, e piangendo dirottamente.
Ma Lampo tese le orecchie, e sordamente ululò. Si
udiva un frascheggio e un pedìo.
- Lampo! - chiamò una voce imperiosa.
La coda fronzuta del cane si mosse amichevolmente;
pur Lampo, non abbandonò la padrona. La quale, lagrimando e fiottando: babbino
mio! - facèa.
- Quà la mano! - disse la voce.
Alzò Forestina gli occhi ebbri di pianto e, nel
freddo chiarore che piovèvan le stelle, un giòvane raffigurò, dall'àgil
persona, dalla pàllida faccia, accigliata qual di sparviero, e dalla chioma
ebanina prolissa; quel giòvane stesso, che, a volte, appariva tra loro a mutar
selvaggina con pane, e cui niuno facèa buon viso e ne facèa a nessuno ed era
detto il Nebbioso.
- Quà la mano! - il giòvane replicò, di una voce
che il lungo disuso avèa, per così dire arrugginita.
Forestina la porse timidamente. Senonchè,
pòrgergliela e sentirsi tornata la sicurezza, fu un punto solo. Il piede le si
riaffermò; le si asciugàrono, senza bisogno di mànica, i luciconi; parve
perfino le si stenebrasse la via. E giù, attraverso la selva, gli ostàcoli
oltrepassando, che le spesse ombre lor fantasiàvano innanzi; giù, saltando e
borri e riali, or per le frane e ora pel sdrucciolìo de' prati o l'intrico
degli sterpeti; egli o recàndosi in collo la ragazzina o tenèndola a mano;
ella, contàndogli intanto tutto sè stessa e tempestandolo di domande….…
Di cui, fra le molte:
- E tu sei quello, che si chiama il Nebbioso?
Egli rispose di sì.
- E tu sei quello, che stà sempre solo? -
Egli taque, assentendo.
- Ma, e non temi star solo? -
Il Nebbioso violentò quasi la lingua, e:
- Temo di stare con gli uòmini! - disse.
Forestina il fisò con un guardo di maraviglia, che
sprofondando nella di lui consapèvole ànima diventò di rimpròvero, e: oh vieni
con noi! - esclamò - ti vorrem tutti bene. Io te ne voglio già, io. -
E camminàvano sempre. La notte, che aprìvasi a stenti
dinanzi a loro, si accumulava sulle lor spalle. - Forestina! - echeggiò a un
tratto per gli ampi silenzi. Ella die' un grido acuto di gioja. E, al grido,
rispòsero altri e poi altri, mentre, lontano, già errava un bagliore rossastro
e si mostràvano faci, che illuminàvano i visi di Aronne, di Erminio, di
Gualdo...
La ragazzina lasciò la mano di Mario, e corse dal
babbo. Chi avrebbe potuto mascherar di corruccio il contento? Il babbo sciolse
i rimpròveri in baci; in baci, la figliuola, le scuse.
Ma, dietro a lei, veniva il Nebbioso.
Gualdo lo vide; trasalì. E sollevò la sua face sino al volto di lui,
miràndolo ansioso; di lui, che arrossì del sospetto, e si pose la destra sul
cuore.
- Ei m'ha trovato! - ridèa intanto e piangeva la
ragazzina,
indicando il Nebbioso, e aguzzando ver' questi le
labbra.
Senonchè Mario, che già si chinava a libarle, si
fermò d'improvviso, con un: no - ch'era vôlto piuttosto a sè stesso che a lei.
- Vieni da noi! - dicèa Gualdo.
- Vieni! - pregava la fanciullina traèndolo per il
vestito.
- Vieni! - ripetèvano tutti.
E venti mani si offrìvano all'una, che Mario
inconsciamente avèa steso. Il melancònico occhio di lui sfavillò. Irresoluto un
istante; pur, facendo uno sforzo:
- A rivederci! - disse, e...
Lo schioccare dei baci di Forestina il seguì.
Partiva - ma, a rivederci avèa detto. Era
la prima volta ch'ei promettesse tanto; era la prima, ch'egli si allontanasse a
malincuore dagli uòmini.
CAPITOLO III.
Forestina fanciulla
E, la pròssima aurora, il Nebbioso ripigliava il
cammino che movèa al villaggio. Fu detto già, ei vi scendeva di quando in
quando, dalla fame espugnato; pur, questa volta, non era bisogno di pane; era
un altro bisogno, non meno forse imperioso, quello di un viso non suo. Chè lui
serrava una voglia, una smania rasentante lo spàsimo, di rigustare la
riconoscenza, ch'èrasi pinta nella faccia di Gualdo, e i baci, che sulle labbra
di Forestina èrano inutilmente sbocciati. Oh inesplicàbile piega dell'ànimo
umano! ama, più spesso, il benefattore il beneficato, che non questi, quello;
gratitùdine anzi, a nostra stessa insaputa, non va lìbera d'odio.
Ma, come il Nebbioso vide le prime case, allora
soltanto si accorse di ciò che stava per fare, e, perplesso, sostò. Le sue
superbie, i giuramenti, i puntigli, gli ritornàvano in folla. Tanto più, che
gli occhi di lui aveano in quella incontrato una fonte, e nella fonte, essi,
che non vi cercàvano mai se non aqua, avèan trovato uno specchio. Mario vi si
mirò, e inorridì. Istintivamente, portò la mano alle chiome e al vestito: poi,
si trattenne, al pensiero di un interno peggiore. E non fu che al pensiero! Se
le fattezze dell'alma si potèssero, anch'elle, specchiare, non ci sarèbber più
specchi.
Ed ecco, da lungi, apparir Forestina. Reggèa due grossi
pani sul capo, e cantava, giojosa, di gioja. E camminava nel sole, ma il sole
parèa che più prendesse da lei, che non le desse, splendore.
Mario si sentì abbagliato. Vergognò di sè stesso,
come, della nudità sua, il colpèvole Adamo, e chiese rifugio ad una siepe
vicina.
Di dove, battèndogli forte il cuore, vide passare
lei e allontanarsi e sparire. E gli sembrò, insieme, farsi pàllido il sole.
Ma, innanzi che tramontasse quel sole, Mario, fra
lo stupore di tutti e l'applàuso, giurava obedienza alla legge, e rompèa un dei
pani che avèan posato sul capo di quella biondìssima.
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Così spuntava un nuovo giorno per lui, il giorno
di guadagnarsi la esistenza dal suolo, e da Forestina la vita. Mario non andava
a cercare quale sorta di affetto unisse alla ragazza lui, non l'osava. Amore,
sì certo; ma in che non scòrgesi amore?... Eppòi, troppo divisi dagli anni!
troppo dalla coscienza!... Pur tuttavìa, quand'egli sedèa presso di lei, ch'era
un solo sorriso, tacendo, chè nulla avèa ad insegnare a quella gentile, cui il
Cielo era stato il maestro, e suggendo dall'aerino suo sguardo, e dalla lìmpida
voce e dalla nivea semplicità della frase, il bene, dimenticato un istante di
sè, sentìa ripullularsi in cuore, reminiscenze confuse, i disusati veri - l'oro
si divideva dal piombo - e Mario ritornava fanciullo. Poi, sempre, si dipartiva
da lei in un subbuglio di sangue, in un entusiasmo di proclamare la verità, di
stènder la destra e di allargare le braccia, di perdonare, anzi, di chièder
perdono.
Ma, perchè, a volte, que' brìvidi? perchè, sulla
fronte, quella procella d'idèe? e quelle pàvide occhiate? e quelle partenze
improvvise, che imitàvan le fughe?
Or venne un dì, che il Nebbioso trovò la ragazza
con gli occhi infocati...
- O tu - gli diss'ella sospirosamente - mi han
raccontato una storia di orrore, la storia di Abele e Caino. È una bugia, vero?
- aggiunse, illuminàndosele il volto di una lieta certezza.
Ma la certezza non fu che un lampeggio. Chè
esterrefatto, il Nebbioso si nascondeva la faccia con ambo le mani, e fuggìa.
Fuggìa, come cacciato dal fiammeggiante brando dell'àngelo di Abele.
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Dalle quali sue assenze, alcuna volta lunghìssime,
ritornava egli sempre con qualche selvaggio dono per lei... Èrano, o frutta
dagli ingenui gusti o gagliardi fiori olezzanti il perìcolo; èrano gemme
strappate alla inonora oscurità e ridonate al pregio del lume; èran pugnaci
aquilotti, ancor trapassati da quelle saette, cui essi medèsimi avèano dato, a
raggiùngerli, l'ali; o belve zannute, ch'egli gettava a' piedi di lei, tinte
del sangue loro e del suo, e, benchè morte, odio immortale spiranti.
Senonchè, un giorno, fu il dono un innocente
augellino; di quelle voci vestite di penne, figlie d'arcobaleni e di echi di
melodìe.
- E tu avesti cuore di uccìderlo? - dimandò
Forestina, avvicinàndosi il poveretto alla mòrbida guancia, quasi per
ridonargli il calore.
- Non te l'avrèi, altrimenti, potuto portare -
Mario rispose. Ma a mezza voce rispose, come se già sentisse la vanità della
scusa.
- E, questo, chiami portarlo? - ella disse,
stendendo la palma ver' lui, e sulla palma, freddo e stecchito, l'ucciso.
Il Nebbioso fe' un gesto di raccapriccio, e
additando violentemente sè: io l'infame! - sclamò - io il vile! - Ma, pochi dì
poi - mare e cielo infuriati - fu, quell'infame e quel vile, veduto a
scagliarsi nelle ingordìssime onde, strappando loro la preda di un bimbo.
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Cinque anni si sono aggiunti al cùmulo delle
memorie. La ragazza è diventata fanciulla. Amore die' l'ùltimo tocco al
Belliniano suo viso, non bello tutto, e perciò appunto bellìssimo. E i suòi
compagni d'infanzia, che già dividèvano seco l'allegra spensieratezza, per lei
sospìrano ora e sògnan di lei.
Nè la malinconìa, questa nutrice del bene, questa
inevitàbile amica di ogni gentile, disdegnò la fanciulla. Soavemente la tonda
gota affilò. Forestina, che, quando ridèa, ridèa tutta, o se piangèa, tutta
piangèa, ora, velata di pianto, sorride, o canta di gioja col singulto nel
cuore. Spesso la invade un senso di copioso bisogno, spesso rimansi estàtica in
una indefinita attesa. E allorchè mira, scolorando, alle nubi non scorge nubi
soltanto, e allorchè impòrpora al fuoco, non sente solo il calor della fiamma.
E la fanciulla non chiede più baci al Nebbioso, nè
questi osa farne, e si pèrita, a volte a darle del tu, e, perfino, a
toccarle la mano. E se imparadisa, immergendo lo sguardo nell'aurèola dei
capelli di lei e nelle cilestri profondità de' suòi occhi e fra le labbra
succhiose, inferna, scorgèndole in seno fiori ch'ei non ha colto, o sul ciglio
làgrime ch'egli non provocò.
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Era giunta la chiusa della mietitura. Si usava,
nella colonia, di festeggiarla con una generale allegrìa, e, quell'anno, si
scelse il teatro. Trè carri formàrono il palco; festoni di spighe e frondi di
abete l'addobbo; fu la platèa un prato; fu il cielo stellato, il velario.
Quanto al dramma, era pasticcio del Letterato.
Egli ne avèa, naturalmente, attinto il soggetto al pozzo inesaurìbile della
Bibbia, ed era, il soggetto, Giuseppe e i fratelli. Ma, non mai, aveva
egli sudato fatica più dura di quella di allora, nel dovere scartare man mano
le ribalde espressioni, che una nativa nequizia gli affollava alla penna, o nel
temperarle di artificiata bontà. Infatti, conversioni complete (conversioni,
intendiàmoci, al bene, chè, per le altre, succede appunto il contrario) non se
ne danno che nelle vite dei Santi, e, anche là, a tutto pasto di fede.
Virtualmente, Aronne, era un briccone nè più nè meno di prima; lo era, come i
compagni suòi, lo era, come il più di noi tutti. Oh quanti mai, scellerati nel
santuario del cuore, sol rattenuti dall'opinione e dai còdici, sàziano in
letterarie od artìstiche fantasìe le infamie che impunemente bramerèbbero
còmpiere; oh quanti, nel bujo imaginoso della notte, sciolti da ogni paura e
vergogna, sfògano col cervello i lor più malvagi appetiti, giacendo insieme
alla madre maritalmente, uccidendo i lentìssimi genitori e i coeredi fratelli,
nè li tornando alla vita, che per tornarli a morire in più atroci ingegnose
maniere! Guài se la legge arrivasse ai pensieri! Non sopravanzerèbbero giùdici.
Ma gli uòmini, per fortuna, se sono birbe al
minuto, pônno anche, all'ingrosso, passare per brava gente; tanto è ciò vero,
che la platèa applaudì alla Virtù sfortunata, e, al Vizio trionfante fischiò.
Giovinetti e fanciulle èran gli attori.
Bellìssimo, sovra ogni altro, il Giuseppe. Sul viso di lui, che ancor
serbava la mamma, Bontà e Salute con Letizia lor figlia stàvano in pieno fiore.
Vedèndolo, non si poteva non ricordar Forestina, come, vedendo costèi, non
ricordare quello. Imaginate i tormenti di Mario! Mario avrebbe voluto
attossicar con gli sguardi quel giovinetto; la gelosìa dei dòdici Giacobiti non
sommava alla sua.
Ma l'incolpèvol Giuseppe ha trapassato,
intatto, ogni insidia; non gli fu la prigione che scorciatoja alla reggia; ed
ora egli gusta la soave vendetta di sentirsi implorare la vita da quelli
stessi, che avèano alla sua tramato. Dinanzi a lui, stanno - umili e tremanti -
i fratelli, e stà Beniamino. Beniamino era lei. Com'ella apparve, radiante
di vereconda bellezza, un grido giulivo si alzò; com'ella aperse le labbra alla
melodiosa sua voce, un trèmito di simpatia di vena in vena si sparse. E tutti
la baciàron con gli occhi, e Giuseppe la baciò con la bocca.
Fremette Mario. Quel bacio gli era stato rubato.
CAPITOLO IV.
Il rifiuto
Quando, l'alba seguente, il Beccajo affacciossi
alla porta della sua casa, a sgombrarsi la mente, come il ciel si sgombrava,
dalla pàvida notte, trovò Mario il Nebbioso che lo attendeva a pie' fermo,
tinto del color di quell'ora. E Mario piantàvagli in faccia due occhi di brama,
e l'inchiesta:
- Mi odii tu? -
Gualdo, stupito, il fisò, mentre gli si componèa
nel capo il senso della domanda; poi:
- Odiarti... io? epperchè?... Io non odio nessuno.
- Mi ami dunque? - ridomandò Mario.
Ambo le palme gli stese con amico trasporto il
Beccajo, e disse:
- Non c'è ragione perchè non ti debba...
- Mi ami... come? - interruppe il Nebbioso nel
pigliargli le mani e ansioso gliele stringendo.
- Ti basta un amico?
- Solo un amico?... non più di un amico!
- Che vorresti di più? -
Mario taque un istante. Nùvole di pensieri in
battaglia fra loro, gli ottenebràvano il volto.
- E come un padre? - proruppe. E spessamente
serrava a Gualdo le mani, e aspettava ch'ei rispondesse ad una dimanda ancor
non osata; ma, veduto, che quello, nonchè non venirgli all'incontro, non lo
intendeva neppure, gli si gettò, di colpo, ai ginocchi, piangendo: Gualdo!
dammi in isposa tua figlia. Disperatamente ardo. -
Il Beccajo arretrò spaventato.
- A tè! - fece (e lo appuntava col dito) - A tè? -
ripetè, con un guardo che era tutta una storia.
Ma, fra i singulti, il Nebbioso levò a lui una
faccia sì traboccante d'innamorato dolore che il ribrezzo di Gualdo dovette cèdere
tosto ad un senso di compassione, di simpatìa, perfino di assentimento. E
Gualdo avrebbe anche assentito, se non avesse potuto ancor dire:
- È tardi, o Nebbioso. Mia figlia è già ad altri
promessa…
Il Nebbioso si alzò, improvvisamente torvo:
- Me la dai? - chiese in un tono, che minacciava
pregando.
- No - disse netto il Beccajo.
- Me la dai? - tornò a chièdere Mario; e dal
velluto della sua voce già lampeggiava l'acciajo.
- No! - ripicchiò Gualdo risolutìssimo.
Il Nebbioso lanciògli un insulto, e gli si tolse
dagli occhi.
Per qualche tempo, nessuna nuova di lui.
Ma una notte, in cui Forestina avventuràvasi sola
per la campagna deserta, pascolando col canto la sua amorosa mestizia, fu, a un
tratto, da nerborute braccia afferrata, imbavagliata la bocca, rapita.
CAPITOLO V.
L'amore di Mario
Pel gèmito delle foreste e la notturna paura, per
traccie che a lui solo èran vie, il rapitore cammina e cammina, ancor
nell'abbrivo della intrapresa, mezzo correndo per quanto l'erta salita e la
soma concede, senza guardare lei che più non lo guarda.
Ma, d'improvviso, s'accorse che la fanciulla era
gelo.
Giungèa egli, in quel punto, a uno spiano, cinto
di audacìssimi abeti. Il raggio lunare vi si versava senza risparmio, e nel
pallor di quel raggio, parve che il càndido volto di Forestina imperlasse ognor
più, abbandonata, com'era, sulla spalla di Mario, le molli braccia fluenti.
Mario ne sobbalzò. Egli temette che il sonno non
si dovesse più distaccare da lei. E corse, con la svenuta, alla soglia di una
vicina spelonca, un de' suòi luoghi di posa, ve l'adagiò sopra un tàlamo
d'erba, e a lato le si fe' ginocchioni, sentèndosi sciorre la rabbia in pietà e
la pietà mutarsi in disperazione.
Ma già la fanciulla avèa riacceso i grand'occhi, e
con un filo di voce, che parèa un sospiro: che ti ho fatto? - chiedèa.
Brillò la trèmula voce nelle ìntime fibre di lui,
e le tenne, finchè ci svanì, oppresse. Mario il capo abbassò, abbassò le
pupille, avrebbe voluto inabissarsi tutto. Ma, cessata la voce, ecco tornargli,
da ogni banda, la rabbia, come il mar rifluente che anela riassoggettarsi la
spiaggia.
- Che hai fatto? - ei gridò, scattando in pie'
minaccioso - hai fatto di un leone una lepre, di un uomo un pupazzo. Vedi, a
che mi avvilisti in cinque anni!... Io, fuori da quello sciame di servi che ha
nome umanità, senza desìo di amici, nè di nemici paura, senza il puerile
bisogno di fabbricarmi menzogne per crederle, vivevo in una eròica quiete, in
una divina apatìa; vivevo, legge a mè stesso, fruendo, indiviso e purìssimo, il
più prezioso dei doni, la libertà. E tu... tu me l'hai tolto. Tu mi adescasti,
o maliarda, a sospirar la catena, me l'apprendesti a portare, mi hai piegato a
baciarla. Per tè, conobbi il sapor del mio pianto, il suono del rìder mio. Da
tè, quell'amore che mi facèa vilmente desiderare un'offesa per perdonarla, e
quell'odio da avvelenar, coi voti, il creato. Da tè gli entusiasmi, gli
abbattimenti da tè. E, più che altro, tu sei giunta, tu sola, a quanto gli
uòmini con la loro artefatta giustizia non sarèbber mai giunti, a innestarmi il
rimorso, l'inuccidìbile tarlo, la pena di tutte le pene... Ma io mi
riconquisterò - aggiunse, e già l'estro omicida gli balenava nelle pupille - ma
io ti sacrificherò, o intrusa, all'amante che mi obbligasti a tradire. Morte a
quelli occhi che affascinàrono i mièi!... morte a quella gloria di chiome, che
mi allacciò, capello a capello!... morte a quelle labbra bugiarde, di cui era
affamato! Io sazierò l'arsura della vendetta nel tuo sangue... di rosa. Tutta,
tutta, io ti voglio annientata, tu che nascesti sì bella per viemeglio
ingannare; tutta, o sole che m'incendiasti! assassina della mia pace! -
Die' la fanciulla un lamento, e disse: continua e
mi hai morta.
- Una morte è poca - ei ritorse.
- Risparmia almeno l'attesa! - supplicò Forestina.
Ma, con lentezza, colùi:
- Teco, l'èsser pietoso, è delitto. Tu dovrài
prima penare un ben altro morire. Nostra verissima morte è quella dei nostri
amati: io spegnerò, prima, il tuo...
- Ah no! - sclamò la fanciulla.
- Lo spegnerò, sì - iterò inferocito il Nebbioso.
- E, quella morte, egli la patirà goccia a goccia, e tu insieme. Tu lo vedrài
perirti dinanzi, senza ch'egli ti vegga; tu lo udrài invocare il tuo nome,
senza che tu gli possa rispòndere. Nè un ferro solo rosseggerà di tè e di lui,
nè il sepolcro medèsimo vi accoglierà in un ùnico amplesso. E tu allora... oh
allora soltanto! sarài tutta mia, eternamente mia.
- Perdono! - labreggiò la smarrita, giungendo
palma con palma.
- Mai! - ruggì egli in pieno delirio. - Io lo
ucciderò, quel tuo amante, fosse il mio amico... fosse il fratello...
Ma, alla parola fratello, Mario ammutì,
indietreggiò, fisi gli occhi, stravolto l'aspetto, qual cui appare un fantasma.
Piangèvano freddo sudore le pareti dell'antro, come le tempia di lui, e il
vasto silenzio ingigantiva l'orrore... Ma, repente, ei si scosse. Gaudio
selvaggio lo illuminava. - Sia! - sclamò. Sangue per sangue. Ànima offesa,
bevi! - e, strappata di tasca una breve pistola, se la volse alla faccia.
La giovinetta alzò un grido straziante: - T'amo! -
fu il grido.
Sparò la pistola e cadde. Senonchè, la mano di
lui, alla voce, avèa dato uno scatto, e si perdèa la palla nei labirinti della
caverna, svegliando gli echi degli echi, da sècoli addormentati.
CAPITOLO VI.
L'amore di Forestina
Tu mi ami? - egli fece con uno scoppio di gioja,
balzando ver' la fanciulla, che già al suolo piegava, e rialzàndosela al petto.
E le due ànime innamorate si fùsero in un lunghìssimo bacio.
- È amore, questo? - dimandò Forestina in uno
sbàttito di voluttà, pinta la guancia di porpurea vergogna. - O Mario! sò che
le ore in cui ti attendevo mi èrano le più lunghe e le più brevi quelle in cui
ti avevo al mio fianco; sò che, quando apparivi, facèasi angusto al cuor
rapidìssimo il seno, e m'imbragiava la gota, e per tè solo il pudore era
pena... E sò, che a mè non parèa di avere occhi bastanti a mirarti, nè tu mai
mi sembravi abbastanza vicino... eppure! a darti la mano temevo, ma, se la mano
posava già nella tua, non più sapevo ritrarla; sò che, appoggiata al saldo tuo
braccio, mi sentivo sicura e inturgidivo d'orgoglio… Eppòi, quando ti
allontanavi, e già la distanza avèa superato la vista, l'ànimo mi si velava di
una dolcezza amarìssima, gli occhi mi diventàvan lucenti, màdido il viso, e
allora amavo i luoghi a tè cari, dove, meditando il tuo aspetto, allibivo,
smarrita in un soave languore, in una soavità tormentosa… e sempre la notte...
oh la notte! notte immensa... infinita! - E ora - ella aggiunse infiammando,
misto al timore l'audacia - per tè, lascerèi lo stesso mio babbo, ed anche la
mamma, se già in mè non siedesse per non partirsi mai più, e per tè mi sarebbe
ben lieve il sacrificio di vita... ah che dissi! perdona... Non sacrificio;
sarebbe un tripudio... Oh parla!... Mario! è così fatto l'amore? -
Mario, in un rapimento di cielo, meno intendendo
di quel che sentisse, bevèa la voce di lei, flessuosa, come l'àrido suolo la
pioggia. Ma il dolce timore di Forestina, piovendo nel feccioso suo ànimo,
accrebbe in terrore; ed egli si svincolò dall'abbraccio, aggricciando e
gemendo:
- Ah sapessi chi sono!
- Quello che io amo! - esclamò la fanciulla,
riaviticchiàndosi a lui.
- Non toccarmi! - egli oppose con ansia. - L'ira
di Dio è contagio.
- Dio non è che perdono - sorrise la giovinetta -
Vèdilo in croce con le braccia aperte!
- Ma inchiodate - ribattè Mario sconsolatamente. -
Vi ha colpe senza perdono. Dietro di mè cadde il ponte... Odiami!
- Neppur potrèi non amarti - ella fece.
Il Nebbioso esitò, commosso a tanta fiducia: poi:
- O Forestina! - seguì dicendo mestìssimo - I
morti vanno obliati. Chiusa è per sempre la tragicomedia della mia vita. Io non
sono più mio; son del rimorso, spàsimo muto, insaziàbile fame... Perchè tu devi
sapere (e oh meglio sarebbe che la tua vèrgine mente potesse ignorare pur i
peccati non suòi) devi sapere, che in ben altro paese, lontan lontano da quì,
in altri tempi lontan lontani da questi, anch'io avèa un padre, un padre al
quale non si sarebbe potuto rimproverare se non la troppa clemenza, e che per
mè avrebbe dato tutto il suo sangue, se la metà non fosse spettata a un secondo
suo figlio. Ed ei faticava per noi, e si struggèa, e pregava. Io intanto,
giuoco di una petulante salute e di un riottosìssimo ingegno, gozzovigliava,
impaludato nei vizi, per le taverne e pei chiassi, tra falsi liquori attizzanti
a più false passioni, tra pestìferi baci appigionati e contati, tra gente, la
quale, fuorchè onesta, era tutto... Or mi potresti tu amare?
- Il Signore ti perdonerà, chè non portasti la
taverna nel tempio - proferì la fanciulla in accento di fede.
- Ma nella taverna - ei riprese - si dileguava il
paterno risparmio e l'ingenuo rossore, ma il clandestino addentellato dei vizi
spargèvami innanzi, a mè sfiancato e ubbriaco, un mazzo tentatore di carte. Ed
io giocài... e perdetti: non ero ancor tanto furfante da vìncere ai bari. E,
tuttavìa, colùi che a mè dava una fàcile gioventù, e al quale io, in compenso,
apparecchiavo una vecchiaja di stenti, trovò scuse al mio fallo che io stesso
trovar non potèa, e il babbo pagò di nascosto del padre. Ma inutilmente pagò.
Diminuisce il pudore, aumentando il delitto: nè io più chiesi, esigetti; non
più esigetti... gli tolsi... Mi ameresti tu ancora? -
Trasalì la fanciulla; pur disse:
- Tuo babbo, in cuor suo, ti avrà ringraziato, chè
non togliesti ad altrùi...
- Ma intanto - interruppe il Nebbioso con sempre
crescente emozione - pur perdonando, sanguinava quel cuore, e già il bersaglio
era scarso a così spesse ferite. Venne una notte, in cui, a me nel bagordo, fu
susurrato di un padre e di una agonìa... Balzài... Come in un sogno, corsi alla
casa natia, implorài di vederlo. Era la prima volta, dopo tanti anni, che
comparissi da lui per chièder solo di lui. Ma, sulla porta, ecco il fratello, che
mi contende l'entrata, e mi dice - (e quì il Nebbioso chinò turbatìssimo il
capo) - fuggi! sei maledetto. -
Angelicamente subentrò Forestina:
- La maledizion |