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Gaetano Carlo Chelli
Racconti dell'Apuano

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  • PER UN FIORE!
    • VII
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VII

 

 

Sarebbe stata strana cosa il poter vedere quel giovane elegantissimo darsi, così, l’aria di un ladro e affondare, fino alla noce, gli stivaletti sulla terra mossa dei solchi.

Egli non aveva direzione. Correva, senza sapere ove s’andasse. Le case passavangli d’accosto, nel bujo della notte, come apparizioni fantastiche. Così alberi e piante.

L’affannoso sollevarsi del suo petto, la circolazione troppo accelerata del sangue, lo spossamento che segue sempre uno sforzo, l’obbligarono alla fine a fermarsi. Si fermò e guardossi attorno. Era solo, e il silenzio della notte era solo interrotto dai lontani guaiti di un cane che pareva avvicinarsi.

L’atto improvviso di Giorgio aveva sorpreso i cavalieri notturni che avevano assalito il giovane. Quando quello di essi che era restato in piedi pensò ad inseguirlo, il nostro eroe era già lungi di molto. Fu dunque deciso lasciarlo perdere, e que’ signori avean buone ragioni a ciò fare.

Giorgio restò qualche tempo immobile per orizzontarsi. Non gli venne fatto. S’arrabbiò contro sé e contro il destino. Imprecò ai capricci dell’Ida. S’ella non ne avesse avuti non sarebbe avvenuto nulla di male. Era necessario assolutamente finirla con quella fanciulla troppo suscettibile e che facea troppo disperare la gente.

Così pensava il povero Giorgio ed in quella situazione imbarazzante l’eccitazione di tutto il suo essere lo traeva a maggiormente fissarsi nella determinazione di lasciar l’Ida.

Domani! Egli concluse, domani sarà tutto finito.

In quella s’accorse che gli stava ancora sul petto il fiore che aveva provocata la sfida. Povero fiore tutto pesto ed ammaccato che attendeva esser gettato lungi come cosa inutile.

Infatti Giorgio si staccò violentemente il fiore dall’occhiello e lo gettò.

— Anche tu — dissedovevi venirmi tra’ piedi! Va’! giuro che non porterò mai più fiori in vita mia.

I guaiti del cane erano da qualche tempo cessati; ma nella oscurità notturna parve a Giorgio che un corpo nero e grosso si avvicinasse con precauzione. Il giovane tremò credendo di trovarsi di fronte agli assalitori di prima, e si dette di nuovo a fuggire. Se non che, fatti pochi passi, un grosso cane nero gli era sopra abbajando furiosamente e strappandogli a brani l’abito.

Giorgio cadde. Non si poteva difendere. Egli era alla mercé di quel feroce animale. Per sua fortuna sopravvenne uno sconosciuto che seguiva da presso il cane e che levò questo di dosso al povero giovane.

— Chi siete e come siete qui?— Chiese lo sconosciuto.

Ahimè!, io non so nulla, più nulla! — Mormorò Giorgio provando dolori acuti pei morsi del cane e pel colpo della caduta.— Soccorretemi e vi basti.

— Voi rispondete ben male ad una autorità costituita! — esclamò l’altro ingrossando la voce.

— Ma voi chi siete?

— Io sono la legge!…

Giorgio rise di cuore a questa scappata. Lo sconosciuto saltò in bizza

— Io sono la Leggecontinuò — cioè la Guardia Campestre, ed in nome della legge vi arresto come ladro notturno.

Era troppo! Giorgio s’alzò come spinto da una molla; ma poi restò affranto e scoraggiato, senz’aprir bocca, senza dire una parola di ciò che gli stava nell’anima.

D’altronde, egli non avrebbe potuto reagire. La Guardia Campestre, uomo robusto e ajutato dal suo cagnaccio nero, l’aveva avvinto, e con una prestezza e una maestria degna di miglior causa, lo legò.

Erano distanti forse quattro miglia dalla città, entro i confini di un comune rurale. Quella notte Giorgio dormì o piuttosto vegliò, guardato a vista, nella sala d’udienza del comune, facente funzione provvisoria di carcere.

 

 




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