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VII
Sarebbe stata strana cosa il poter vedere quel giovane
elegantissimo darsi, così, l’aria di un ladro e affondare, fino alla noce, gli
stivaletti sulla terra mossa dei solchi.
— Anche tu — disse — dovevi venirmi tra’ piedi! Va’!
giuro che non porterò mai più fiori in vita mia.
I guaiti del cane erano da qualche tempo cessati; ma
nella oscurità notturna parve a Giorgio che un corpo nero e grosso si
avvicinasse con precauzione. Il giovane tremò credendo di trovarsi di fronte
agli assalitori di prima, e si dette di nuovo a fuggire. Se non che, fatti
pochi passi, un grosso cane nero gli era sopra abbajando furiosamente e
strappandogli a brani l’abito.
Giorgio cadde. Non si
poteva difendere. Egli era alla mercé di quel feroce animale. Per sua fortuna
sopravvenne uno sconosciuto che seguiva da presso il cane e che levò questo di
dosso al povero giovane.
— Chi siete e come siete qui?— Chiese lo sconosciuto.
— Ahimè!, io non so nulla,
più nulla! — Mormorò Giorgio provando dolori acuti pei morsi del cane e pel
colpo della caduta.— Soccorretemi e vi basti.
— Voi rispondete ben male
ad una autorità costituita! — esclamò l’altro ingrossando la voce.
— Ma voi chi siete?
— Io sono la legge!…
Giorgio rise di cuore a
questa scappata. Lo sconosciuto saltò in bizza…
— Io sono la Legge —
continuò — cioè la Guardia Campestre, ed in nome della legge vi arresto come
ladro notturno.
Era troppo! Giorgio s’alzò
come spinto da una molla; ma poi restò affranto e scoraggiato, senz’aprir
bocca, senza dire una parola di ciò che gli stava nell’anima.
D’altronde, egli non
avrebbe potuto reagire. La Guardia Campestre, uomo robusto e ajutato dal suo
cagnaccio nero, l’aveva avvinto, e con una prestezza e una maestria degna di
miglior causa, lo legò.
Erano distanti forse
quattro miglia dalla città, entro i confini di un comune rurale. Quella notte
Giorgio dormì o piuttosto vegliò, guardato a vista, nella sala d’udienza del
comune, facente funzione provvisoria di carcere.
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