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VIII
Il timore di trovarsi un
giorno o l’altro sola con Giorgio, moltiplicava le inquietudini dell’Irma.
Giorgio ormai era in casa a qualunque ora del giorno. Per quanti sforzi la
fanciulla facesse, non era possibile evitar lungamente un’intervista, della
quale le circostanze tutte rendevano perenne la minaccia ed il pericolo.
E infatti Giorgio ed Irma
si trovarono soli.
Il fidanzato della Lidia
parea trattar l’Irma con molta freddezza. Certamente usava secolei di un
riserbo che era lungi dall’usare con altri.
L’Irma aveva di ciò
ringraziato Iddio, in sul principio della passione, parendole che la condotta
di Giorgio le fosse una salvaguardia per l’avvenire. Ma cresciuto nel silenzio
il sentimento che le straziava il cuore, ella s’ebbe un rincrudir d’amarezza in
una tale condotta.
La povera fanciulla
interpretava a suo modo il riserbo di Giorgio. Le parea di esser la sola della
famiglia antipatica, e di molto, al fidanzato della Lidia. E così formandosi
degli strani quadri, nel suo cervello malato, offrì al Signore quella nuova
coppa di dolore in riscatto del suo peccato.
S’ella avesse saputo da
che proveniva una tale condotta! Se avesse potuto sospettare come Giorgio
soffriva a restar secolei nei termini di un cosiffatto trattamento.
Giorgio si sentì attratto
verso l’Irma da una specie di affezione fraterna e vivissima. Egli, dal
principio, aveva deciso entrare colla fanciulla in intima dimestichezza; e
forse stava per muovere i primi passi che adducessero a tal meta, quando fu
arrestato dalla condotta stessa dell’Irma.
Nulla che assomigliasse a
spontanea confidenza, al caro abbandono dell’amicizia aveva Irma per Giorgio.
Un aspetto freddo, contegnoso; un trattare dall’alto in basso strano, una
politezza compassata e pesata oncia ad oncia, come dovesse celare un
irresistibile senso di avversione; brevi gl’istanti, ed evitati colla massima cura,
in cui l’Irma si trovasse ne’ luoghi ove Giorgio pur era. Ecco quanto il
fidanzato della Lidia lesse o credé leggere nel contegno della fanciulla, e fu
tolto dal suo pensiero qualunque dubbio su di un possibile inganno, quando
seppe di strani discorsi tenuti dall’Irma alla Lidia, e da questa,
naturalmente, confidati al futuro sposo.
Tutto ciò riuscì a Giorgio
assai doloroso: ma volle beversi in segreto quel dispiacere, temendo che il
provocare troppo presto una qualche spiegazione, avrebbe forse aggravato il
male. D’altronde, tosto o tardi, il momento opportuno non sarebbe mancato, ed
il meglio era lasciarlo venire da per sé.
Ora, questo momento era
venuto perché appunto Giorgio si trovò solo coll’Irma. Egli decise profittare
della circostanza e di stabilire nettamente la sua posizione di fronte a quella
strana fanciulla.
Sul di dietro della casa
stendevasi un giardino, ove le due sorelle erano use andare a passeggiare ogni
mattino. Giorgio sapendo di trovar la fidanzata in quel luogo, e ciò essendogli
d’altra parte più comodo, girava il più delle volte dietro la casa dell’amante
ed entrava da lei per la porta che metteva appunto nel giardino.
Un giorno la Lidia uscì di
casa colla madre. L’Irma andò sola in giardino.
Passeggiò qualche tempo,
cogliendo e sfogliando alcuni fiori. Poi parve stanca di ciò e sedette
pensierosa in una panchina di pietra.
Stette così forse dieci
minuti. Il suo spirito vagava nell’indefinibile. L’anima sua, forse, chiedeva
pace o riposavasi stanca della lotta che sosteneva.
Ad un tratto l’Irma si
scosse ed impallidì. La fu quasi per gettare un grido di spavento. Un passo ben
noto si avvicinava.
Giorgio era entrato, e le
stava da presso.
— Buon giorno, Irma —
disse il giovane, non accorgendosi, o mostrando non accorgersi, dell’emozione
della fanciulla. — Sapevo bene che voi o la Lidia sareste state qui. Speravo
trovarvi ambedue. Lidia dov’è?
— È uscita — disse appena
Irma, pronunciando a fior di labbra le parole.
Uno strano fuoco le
circolava per tutte le vene. Le parole di Giorgio avevano acceso questo fuoco,
e le avevano recato una pena infinita, che pur la fanciulla avrebbe con
entusiasmo preferita ad un godimento ineffabile.
La si alzò; e senza mai
guardar Giorgio soggiunse:
— Volete che entriamo ad
attenderla, assieme alla zia?
— È uscita colla mamma? —
chiese il giovane, quasi volesse eludere una risposta.
— Sì, colla mamma.
Andiamo?
Irma si mosse. Giorgio la
fermò più collo sguardo che colla voce.
— Permettete — diss’egli.
— Ringrazio il caso d’averci fatti trovar qui soli. Ho a dirvi soltanto poche
parole.
— A me? — disse l’Irma. E
il suo volto diventò di brace. Ora ella non aveva più la esatta percezione di
quanto avveniva intorno a lei. Sembrava di esser fatta giuoco di un sogno.
— A voi, sì — rispose Giorgio.
— Ve ne prego. Ascoltatemi. Sarò breve.
— V’ascolto — mormorò
l’Irma, e il suono della propria voce le sembrò straniero affatto.
— Ve ne ringrazio. Irma,
debbo farvi una domanda alla quale, ne son sicuro, risponderete francamente e
sinceramente. Irma, che ho io fatto per dispiacervi?
L’Irma fissò il suo
sguardo sopra di Giorgio con una così strana espressione che al giovine balenò,
per un istante, l’idea che la fanciulla fosse impazzata. La non rispose punto.
Crollò la testa e mosse le labbra; ma la parola non le venne distinta.
Giorgio attese qualche
secondo. Accorgendosi che la risposta non veniva, ripeté la domanda.
Irma, finalmente, fece uno
sforzo eroico su sé stessa. Quasi disperando di farsi capire, riuscì per un
istante a domare l’indicibile emozione di quel momento, e disse:
— Ma signore… io non vi
capisco.
— Avrei bramato una
diversa risposta. Ma non ho alcun diritto a lamentarmene. Dite di non capirmi?
Ebbene, mi spiegherò chiaramente.
“Ma perché, o buon Dio,
non mi togli da questo inferno? Oh! di certo faccio un sogno terribile! Nulla
può esser di vero in quel che m’avviene, nulla nulla! Deh! Che io sia destata,
che sia finalmente strappata ad un tormento superiore a me stessa!”
L’Irma fece in cuor suo
una tale preghiera. La povera fanciulla era convinta che se una siffatta
situazione durasse ancora pochi istanti, la sarebbe caduta morta a’ piedi di
Giorgio.
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