|
IX
Giorgio continuava:
— Quando eravate lontana e
la Lidia mi parlava così sovente di voi, desiderai fin d’allora amarvi come una
sorella. Un tale amore voi l’avevate già da me, perché amavo tutto ciò che
amava la Lidia; ma sperai che mi avreste contraccambiato d’altrettanto affetto
fraterno. Veniste. Nei primissimi giorni che seguirono il vostro ritorno, credetti
che le mie speranze si fossero avverate; ma mi trattaste quindi con freddezza.
Diceste a Lidia di non parlarvi mai del suo amore per me, o del mio per lei; in
una parola: m’accorsi che nel vostro cuore era un senso di repulsione a mio
riguardo. Volli sperare di essermi ingannato. Attesi ed osservai. Ahimè! Non
feci che convincermi maggiormente che uno de’ miei sogni più cari era stato,
anche per me, infranto nel disinganno. Ciò m’addolora, ciò turba il nitido
orizzonte dell’avvenire che mie ero formato. Quindi è che torno a chiedervi:
che v’ho mai fatto, o Irma?
La fanciulla, di mano in
mano che Giorgio parlava, parea immergersi nell’estasi di una voluttà
ineffabile. Ora non era più traccia in lei dell’agitazione di prima. Pochi
minuti erano bastati per distruggerla. Restava tutta la dolcezza che si prova
raggiungendo la felicità.
Certo la non era calma, la
poveretta. Febbre di gaudio la provava adesso; ma pur sempre febbre. Il delirio
la trasportava a volo attraverso regioni di godimenti nuovi, ecco tutto.
Restava lo svegliarsi.
Appena Giorgio ebbe
finito, un sorriso le balenò sulle labbra. Uno di quei sorrisi di giovinetta
che sono un eden nel deserto del cuore: uno di quei sorrisi d’angelo che non si
dimenticano più una volta veduti.
Giorgio ed Irma erano
restati in piedi.
— Sedete — disse l’Irma. —
Ho anch’io qualcosa da dirvi.
Eravi tanta pace, tanta
soavità in quella voce, che Giorgio guardò la fanciulla al massimo della
sorpresa. Egli sedé come l’Irma aveva fatto prima di lui.
— Che direste — ella chiese,
— se io v’apprendessi che quanto voi credeste riscontrare in me, io credetti
riscontrare in voi?
— Che!, possibile! —
esclamò Giorgio raggiante di un giubilo sincero.
— Ma sì, buon Dio!,
possibilissimo, perché ciò è avvenuto. Voi non sapete quanta gioia mi abbiano
colmata le vostre parole, distruggendo nell’anima mia un dubbio che
l’attristava da lunghissimo tempo. Le mie parole, almeno lo spero, faranno un
uguale effetto su voi. Grazie, o Giorgio, dell’aver provocata questa
spiegazione. Ne avevamo bisogno…
L’Irma mentiva a Giorgio i
suoi sentimenti; ella, che provava pena alla menoma bugia, che era stata
educata ad un culto immacolato per la verità.
Non è a tentar neppure di
renderci ragione di ciò che la fanciulla provava in quell’istante. Sono
sentimenti che sfuggono a qualunque analisi. Quando essi penetrano nell’animo
nostro, noi stessi non li sappiamo interrogare. La spiegazione che a noi sembra
migliore si è ripetere che l’Irma delirava.
Ma torniamo ai due
giovani. Le parole ch’essi scambieranno, ci daranno forse maggior luce nel
pelago in che ci siamo addentrati.
Giorgio aveva interrotta
l’Irma così:
— Grazie a te, sorella
mia! Ora sono davvero felice e nulla ho a chieder più a nessuno. Se tornasse
Lidia! Noi le diremmo tutto, non è vero?
— Sì — disse l’Irma, —
tutto ciò che volete.
— Ma non ti figuri
l’avvenire tu? Non presentisci adunque le sue dolcezze?
— Oh sì! — e ciò dicendo
l’Irma era come circondata da un’aureola di entusiasmo da non si poter
descrivere: — oh sì! Vivremo insieme, ci ameremo vicendevolmente e la vita sarà
per noi un paradiso sulla terra. L’estate noi ci ritireremo in campagna e
siederemo lunghe ore in un posto romito ove sia frescura, ombra e silenzio. Di
là udremo indistinti i rumori del mondo, e ci dimenticheremo affatto la gente
che s’agita sulla terra, inconsapevole della vera felicità. Leggeremo o
parleremo; ma i nostri discorsi, le nostre letture debbono esser alimento alla
pienezza d’affetti che sarà in noi… Nelle notti tranquille e pure, faremo
lunghe passeggiate ne’ luoghi ove all’intorno si possa dominare tutto quanto
occhio umano raggiunge. Fisseremo il nostro sguardo negli spazii senza confini,
nelle macchie biancastre che segnano città e villaggi, illuminati dal pallido
chiaror della luna che invita a pensare. E il nostro pensiero errerà e
proveremo voluttà ineffabili!… Nell’inverno torneremo fra il mondo, ci rideremo
di lui. I suoi tipi, i caratteri degli uomini e delle donne che vi si aggirano
saranno la distrazione del nostro spirito. Vi sarà un po’ di compassione, in
ciò, poiché ci sentiremo assai superiori a tutta questa gente; ma tanto meglio!
La coscienza della nostra superiorità ci darà mezzi maggiori a dominare nelle
sale. Dolce dominazione, che ha suoi cortigiani il sorriso, la bellezza, lo
splendore… Oh! Giorgio, Giorgio, quale felicità suprema!…
— Tu sarai il più caro
genio di questo paradiso che l’avvenire ci promette — disse Giorgio,
trasportato dall’entusiasmo di quell’anima ardente ed impetuosa. — Il tuo
spirito, la tua grazia, moltiplicheranno i gaudii della nostra vita. Lidia ed
io saremo per te il complemento di ogni felicità, come tu lo sarai per noi. Tu
brillerai ed ogni tuo trionfo sarà nostro perché noi concorreremo a farlo
gigante… E quando Lidia m’avrà dato un figlio, e tu avrai trovato l’uomo che
sia degno di ricevere la grazia del tuo amore, qualche volta verrai, non è
vero?, a vederci riversare sul nostro bambino la pienezza d’affetti di cui oggi
tu ci ricolmi. Ogni giorno che ciò avverrà, sarà una festa per noi; ogni… Irma!
Irma!, che avete voi dunque?
Le ultime parole
pronunciate da Giorgio erano impresse di una tal aria di spavento che è
necessario ricercarne la causa.
Irma era restata quasi
oppressa dalla pienezza della sua felicità. Le prime parole di Giorgio sembravano
aver accresciuto, se era possibile, la beatitudine sua; ma un brusco
cambiamento, il secondo di quel colloquio, non tardò a sopraggiungere in lei
quando Giorgio alluse alla Lidia; e fu quasi con disperazione che la fanciulla
udì le parole che riguardavano il futuro bambino che Giorgio attendevasi
dall’amata.
Ora è chiaro che delirasse
davvero. La s’era illusa che Giorgio conoscesse il suo amore e che la riamasse,
e ch’ella stessa avesse ad essere moglie. Era uno slancio dell’anima verso i
mondi dei sogni; era una goccia di rugiada nel fuoco che la consumava; era un
sorriso di consolazione dopo tanto soffrire. Ma quel momento fu ben fuggevole!
All’animazione di tutta la
sua persona era succeduto un pallore, un’immobilità che dava l’idea di una
statua che rappresentasse la disperazione; al sorriso era succeduto uno sguardo
vitreo, senza espressione, ed una contrazione così amara di ogni lineamento che
era un dolore il vederla…
A tanto strazio la
fanciulla non resse. Quando Giorgio s’interruppe lo fece nell’accorgersi che la
poverina stava per cadere riversa e senza sensi.
Egli si precipitò su di
lei e la sostenne. Quel tocco fece sulla fanciulla lo stesso effetto di un
ferro rovente che si soprappone ad una piaga. S’alzò di scatto retrocedendo
atterrita e gridando:
— Non mi toccate! Non mi
toccate!…
Volle fuggire; ma un
sùbito pensiero l’assalse. Rivolse a Giorgio uno sguardo in cui era dipinto
tutto il tormento della disperazione. Giunse le belle mani in atto
supplichevole, quasi si pose ginocchioni di fronte a colui ch’ella tanto amava
e, con sommessa ma vibratissima voce, supplicò:
— Oh! ve ne scongiuro! Non
una parola; neppure un sospiro di quanto avvenne fra noi! Ignorate di avermi
veduta, o siamo tutti perduti!…
Poi s’involò.
Giorgio aveva tutto compreso.
|