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IN CERCA DI MORTE
Pochi anni or sono, in un vecchio
palazzo della via Recourse a Londra, conosciuto sotto
il nome di Game of chance house (casa dei giuochi di rischio),
convenivano ogni sera tutti i giovani eleganti del quartiere così detto di Reckless-men,
per azzardarvi qualche migliaio di sterline al whist o al tarocco, ma più
specialmente al diamonds-game (giuoco dei quadri).
I fashionables, i zerbini di quel quartiere, dopo aver cavalcato lungo i
viali di Regent's park, o tirato di sciabola nelle sale di Mr. Wooden, il celebre
schermitore, o gareggiato nelle corse dei boats sul Tamigi, provavano
spesso degli assalti di spleen tormentosi, degli orribili istanti di
noja; di quella noia fredda, piena, profonda, mortale, che non può essere
provata che dagli inglesi, e che ha tanta analogia col loro cielo, colle loro
pioggie, e colle loro nebbie perenni. Era naturale che essi sentissero quindi
il bisogno di scosse più vive, di emozioni più
eccitanti, e che non potendo procurarsele altrimenti, venissero a chiederle al
giuoco. Il carattere degli inglesi è freddo e pacato,
ma nel fondo del loro cuore vi è sempre qualche cosa di palpitante e di vivo;
essi lo sentono e subiscono spesso, loro malgrado, il predominio della loro
natura lenta e inflessibile: le maggiori eccentricità inglesi non segnano
sovente che il limite estremo dei maggiori sforzi che essi hanno fatto per
dominarla e per vincerla. E se è vero che l'affetto del danaro
costituisce una delle loro passioni più tenaci, il giuoco che uno dei mezzi più
solleciti per moltiplicarlo o per perderlo, deve offrir loro naturalmente una
fonte di emozioni energiche e grandissime.
Ecco perché i giovani del quartiere
di Reckless-men si raccoglievano volentieri nelle sale di Game of
chance house, nelle lunghe sere d'inverno - per scuotere la loro anima
paralizzata dall'atonia, per ritemprare in qualche modo la loro sensitività
coll'attrito dei dadi del whist, o col giuoco
pericoloso dei quadri.
Abbiamo detto i giovani, chè nei vecchi inglesi la mania delle emozioni è trascorsa,
il periodo delle eccentricità è superato: un inglese a quarant'anni è la
personificazione del positivismo, è l'incarnazione vivente del calcolo: i
giovani soltanto possono azzardare sull'asse o sul fante d'una carta una
eredità vistosa, una fortuna accumulata in lunghi anni di speculazioni e di
lavoro.
E quante fortune non furono perdute
o menomate in tal guisa! quanti di quei giovani
eleganti che alla sera entrarono nella sala del palazzo in Recourse-street,
ricchi d'una bagattella di centomila sterline, ne uscirono più poveri
dell'ultimo operaio di Londra, e s'imbarcarono all'indomani sul postale delle
Indie con un posto pagato di terza classe per tentare di ricostruirvi la loro
fortuna perduta! Si osserva appunto ciò di singolare nei giuocatori inglesi,
che non arrischiano come noi una piccola somma, una porzione meschina della
loro proprietà, ma mettono anche nel giuoco
dell'ardimento e del senno. - Ecco una carta sulla quale si sono posti
centomila franchi - una, due, tre; una, due, tre; il
sette di fiori e la dama di cuori, l'asse di quadri, e il re delle picche -
perduto; si raddoppia la posta - perduto; la si triplica ancora - perduto: sta
bene! All'indomani si va a Hang-king o a Calcutta; vi si va
fiduciosi, imperturbati, tranquilli; vi si negozia nella gomma, nei datteri, o
nei chiodi di garofano; s'impianta una manifattura di conterie, si perfeziona
un tessuto, s'inventa una macchina, si acquista a metà prezzo un carico di
coloniali, e la fortuna è rifatta. Allora si rimpatria e si dice: io
sono quell'inglese che, otto anni or sono, ha sciupata
la sua proprietà al giuoco dei quadri; oggi ritorno col mio capitale
raddoppiato, e con un forte credito all'estero; i miei rapporti commerciali mi
assicurano in pochi anni l'accumulazione di un capitale importante.
A questo punto della sua vita,
l'inglese non giuoca più, non va in cerca di nuove
emozioni; rientra nella famiglia e nell'ordine, frequenta la borsa, si fa
eleggere membro di qualche associazione democratica, e trasmette a' suoi eredi
legittimi un patrimonio di un mezzo milione di ghinee.
Paese singolare, dove tutto è
grande e straordinario; dove anche nel vizio si rinvengono
le traccie di virtù non comuni, dove è riverito il genio e santificato il
lavoro; dove in ogni uomo vi ha parità di diritti, parità di doveri e
consonanza di aspirazioni. Più volte considerando i caratteri de' miei connazionali, studiando le loro qualità e le loro
tendenze, al confronto del tedesco grave e malinconico, dell'inglese dotto e
laborioso, del francese facile e colto, ho dovuto arrossire della generale
frivolezza degli italiani.... Oh perché non sono nato sotto quel cielo severo e
melanconico dell'Inghilterra, dove gli uomini crescono liberi, nobili e
dignitosi!
*
* *
Non sono molti anni che in Game
of chance house fu perduta al giuoco una delle più
ricche fortune d'Inghilterra. - Era una sera triste e piovosa, le strade di
Londra erano deserte, i teatri chiusi, i clubs poco frequentati; e il giovine barone di Rosen, non sapendo come schermirsi dal
tempo e dalla noia, era rientrato, suo malgrado, in quella casa dove aveva già
dissipate somme considerevoli, e dove aveva risolto pochi giorni innanzi di non
porre più piede. Ma i proponimenti dei giuocatori sono labili come quelli degli
amanti: tra il giuoco e l'amore corrono dei rapporti
ben definiti; l'amore non è che un giuoco, il giuoco non è che amore di danaro
- amore e danaro costituiscono le due passioni più ardenti dell'anima umana, e
partecipano entrambi nella stessa misura, di tutte quelle debolezze che sono proprie
della nostra natura.
Il barone di Rosen era dunque
ritornato in una di quelle sale e s'era seduto ad un tavolo già occupato da
buon numero di avventori. In quella stanza regnava un
silenzio assoluto, non interrotto che dal rotolarsi alternato dei dadi o dallo
sfogliarsi delle carte, o dal crepitio della fiamma del caminetto; i sigari e
le pipe esalavano nubi di fumo, tra le quali apparivano confusamente le
fisionomie calme e impassibili dei giuocatori.
L'arrivo di Rosen non fu avvertito
che dal lieve scricchiolio d'un'altra sedia che venne
a posarsi da un lato del tavolo; i vicini alzarono gli occhi, salutarono
accennando del capo, e continuarono il loro giuoco. Si sarebbe detto tuttavia
che essi attendessero qualche grosso guadagno da quel nuovo arrivato, poiché lo
sbirciavano di traverso colla coda dell'occhio, e parevano aspettare che egli
chiedesse le sue carte per l'intera somma che era
collocata sul tappeto d'innanzi al direttore del banco. La doveva essere infatti una triste sera per Rosen. La posta
era d'un migliaio di sterline: egli trasse di tasca un portafogli, ne tolse
alcuni biglietti, e deponendoli sul tavolo, e indicandoli col dito, chiese: -
carte!
Il banchiere ne diede tre a lui, e
tre a sè stesso.
Rosen le esaminò
spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva costantemente nella
saccoccia, e poiché l'avversario ebbe rovesciate le sue, disse: - perduto; e
collocando nuovi biglietti sul vassoio, aggiunse: - raddoppio.
Gli furono date nuove carte, ma la
fortuna tornò ad essergli sfavorevole. Il barone vuotò le sue saccoccie sul
tavolo, e ripetè collo stesso suono di voce: - raddoppio.
Gli spettatori si radunarono in
circolo; il giuoco incominciava ad assumere qualche
interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro natura impassibile. La
fisionomia del banchiere appariva, benché s'adoprasse a nasconderlo,
visibilmente alterata: il barone di Rosen aveva rimessa una mano nella
saccoccia, e coll'altra spremeva la punta del suo sigaro, cui non era ancora
riuscito a dar aria.
Talora l'impassibilità nel giuoco può condurre a grandi risultati, ma talora anche non
giova - la fortuna ha le sue predilezioni, e non le smentisce sì spesso, - in
quella sera Rosen era predestinato - perdette ancora.
Successe un momento d'indugio; fu
verificata la somma, erano trecento mila franchi. Il
vincitore guardò il barone con uno sguardo che voleva dire: si continua? Questi
accennando col dito al portafogli che vedevasi vuoto sul tappeto, guardò dal
canto suo il banchiere, in atto di chiedere: si fa credito?
Allora quegli avendo accennato del
capo in segno di acconsentimento, il barone di Rosen
levò la mano dalla saccoccia, sfogliò il sigaro colle dita, e gettandolo a
terra, e appressando la propria sedia al tavolo, disse: vada tutta la posta.
Furono gettate ancora le carte:
erano pari, nulla di fatto. Rosen si drizzò di tutta la persona, e come animato
da una inspirazione infallibile, disse: vada due volte
la posta.
Furono ridate le tre carte; il
banchiere aveva un sette e due fanti, l'altro una dama
e due assi - Rosen aveva perduto.
Egli ricadde sulla sedia, stette un
istante pensieroso, poi riaccendendo un sigaro, disse: vediamo se la fortuna
avrà migliore costanza di me; giuoco la mia proprietà
di Littleford contro la somma che è depositata sul banco.
A questo punto il
suo avversario parve esitare, alcuni amici gli si appressarono e dissero:
Rosen, moderatevi; ma la buona stella di Rosen era tramontata: anche questo
colpo doveva essergli sfavorevole - la sua proprietà di Littleford fu perduta.
Successe una viva emozione negli
astanti, IL banchiere assumendo quell'aspetto mortificato e increscevole che è
proprio dei vincitori di giuoco, disse con parole
interrotte e esitanti: vedo che la fortuna delle carte vi è contraria, nè io
vorrei approfittarne di troppo... se voi desiderate desistere, o mutar
giuoco.... tentare i dadi, o il tarocco, o.... - La mosca, interruppe Rosen.
- La mosca, disse l'altro in suono di adesione. E raccogliendo le
somme deposte sul tavolo, e rialzandosi, entrarono in un'altra camera.
Il barone e il suo avversario si
sedettero, e chiesero due tazze di birra doppia, che furono loro portate
assieme con un vaso ripieno di tavolette di avorio.
Quanto per ciascuna? chiese il rivale di Rosen.
Mille sterline l'una! rispose l'altro. E poichè se l'ebbero
divise in parti uguali, versarono d'innanzi a sè una goccia di birra di pari
grandezza, appoggiarono i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, e dissero al
cameriere: siamo a tempo.
Il cameriere avendo allora fatto
osservare che le goccie erano d'uguale dimensione, e
la luce favorevole in un modo ad entrambi; e avvertiti i giuocatori di non
alterare il respiro, e gli astanti di astenersi da qualunque movimento, pena il
pagamento della posta, mosse un cordone che pendeva lungo la parete, e fece
agitare una ventola, al cui movimento le mosche che coprivano a nubi il
soffitto se ne distaccarono, e vennero a posarsi in parte sul tavolo - le altre
continuarono a volare per la stanza ronzando.
Allora un'ansietà profonda si dipinse sopra ogni volto, gli occhi di tutti seguivano con
impazienza le varie direzioni delle mosche. Tre di esse avevano già
incominciato ad aleggiare intorno alla goccia di Rosen, e parevano volervisi
arrestare, quando, mutando divisamento, passarono dal
lato opposto, e si posarono su quella del suo avversario.
Era una fatalità disperante: il
barone diede al vincitore tre tavolette di avorio. Il
cameriere, dopo aver agitata una frasca di felce sulla tavola, disse: si
ricomincia; e scosse di nuovo la ventola.
Una mosca discese allora direttamente
dal soffitto e venne a posarsi sulla goccia sciagurata di Rosen, ma sette altre
si posarono ad un tempo su quella del suo rivale.
Rosen gli passò nuovamente sei
marche.
Decisamente egli era destinato a non vincere. Giuocò quanto era lunga la notte, ma sempre colla stessa fortuna.
Verso il mattino tutte le tavolette erano passate al
suo avversario; egli aveva perduto la sua bella proprietà di Littleford, e due
milioni e mezzo di lire...
La sua fortuna era rovinata.
*
* *
Partito da Game of chance house
per avviarsi a casa, Rosen passò sul ponte del Tamigi, e si fermò e si appoggiò
un istante al parapetto. Egli guardò il sole che sorgeva circonfuso di nebbia,
le barche che scivolavano lungo le rive, i tetti delle case coperte di schiste
color di piombo, la natura che pareva mesta e malata;
e pensò che la vita era triste, e che le onde del fiume erano profonde.
Una voce segreta gli diceva
all'orecchio: «Rosen, tu sei perduto; esamina bene la tua
posizione; aggiungi le gravi perdite d'oggi a quelle dei giorni antecedenti, e
vedrai che non ti rimane più un quinto della tua fortuna; quelle mosche ti
hanno rovinato: che farai tu qui, in un paese dove la povertà è disprezzata?
tu, inabile ad ogni lavoro di braccio o di mente; tu
barone, onorato, invidiato finora, guardato con invidia da tutte le belle
fanciulle di Redstreet? Vedi, il mondo è così fatto; viene una cattiva ora per
tutti, e anche la tua è venuta. Bisogna rimediarvi alla meglio: un giovine che non appartenesse alla illustre famiglia dei
Rosen, si darebbe alla mercatura e al lavoro, ma tu non lo puoi fare, tu: non
vi ha rimedio per te... Guarda come scorre bene il Tamigi, che profondità hanno
queste onde, che silenzio vi è lì sotto, che pace! E
che credi? Da questo parapetto all'acqua non corrono più di trenta piedi
inglesi... è una cosa da nulla, tanto come vuotare un
bicchiere di grog: risolviti, Rosen, coraggio, Rosen, buttati giù dal
ponte.»
E Rosen stava per buttarsi, quando
gli sovvenne che aveva una moglie, la quale non aveva che ventidue anni, e di
cui aveva avvizzita la fede e la gioventù colla sua
cattiva condotta, e dissipata in parte la grossa fortuna che gli aveva recato
per dote.
Sua moglie apparteneva ad una
famiglia patrizia di Dublino, e aveva sposato Rosen per amore. Si erano
conosciuti tre anni prima in un viaggio che il barone aveva fatto in Irlanda;
la mente immaginosa della fanciulla, esaltata dalla
lettura dei romanzi di Scott, aveva creduto di realizzare in lui quell'ideale
d'uomo che aveva portato fino allora nel cuore. Essa lo aveva creduto per quel
solo motivo che fa credere alla donna tutto ciò che le piace credere dell'uomo
che ama - perché Rosen era bello. La bellezza a venti anni ha grandi
attrattive.
Egli era infatti
uno dei giovani più avvenenti di Londra. Aveva statura alta e spigliata, lineamenti esatti, capelli lunghi e biondissimi,
occhi grandi ed azzurri, e vestiva colla negligenza ricercata dai fashionables
inglesi - i soli che per coltura d'ingegno e per robustezza di mente, emergano
in qualche modo su quella classe corrotta e viziosa della società che chiamasi
il mondo elegante. Oltre a ciò Rosen cavalcava come un paladino provetto;
tirava di spada e di sciabola, e non aveva chi gli togliesse l'onore di un
assalto; colpiva le rondini al volo, traversava a nuoto il Tamigi; e possedeva
per giunta una virtù che non è comune agli inglesi - cantava con dolcezza e
toccava l'arpa con gusto e con sentimento di artista.
Tutte queste doti avevano fatto
credere a Emilia Strafford che suo marito avrebbe
avuto anche un cuore; nè ella si era ingannata, che Rosen ne aveva uno, e non
lo aveva cattivo; ma quelle tristi abitudini della sua vita, quello
spensierirsi continuo, quel disgusto di tutto, quel bisogno che egli sentiva di
emozioni sempre rinnovate, lo avevano reso se non ignorante, almeno trascurante
de' suoi doveri più sacri, lo avevano fatto estraneo alle gioie caste e
tranquille della famiglia.
Vi sono molti uomini, dei quali si
dice: hanno cuore; e nondimeno li vediamo vivere sempre lontani dagli esseri
che loro appartengono, compiangerli, ma non sorreggerli di consiglio o di
sacrificio, spesso dissiparne la fortuna, e far pompa di un egoismo crudele.
Sono capaci di uno slancio di virtù, non di una virtù continuata.
Questi uomini costituiscono una
delle classi più numerose della società, e sono coloro di cui le donne esaltate
rimangono spesso le vittime. Meglio i giovani freddi e calcolatori, dei quali
si dice con disprezzo: - non hanno cuore!
Emilia Strafford, benchè avesse
indole dolce ed ingenua, non tardò ad avvedersi del cattivo temperamento di
Rosen, e del suo carattere turbolento e inquieto. Ella
non lo amava meno per ciò, chè per una strana contraddizione del cuore umano e
pel bisogno che esso ha di contrasti, di lotte, e assai spesso anche di dolore,
tali uomini piacciono di preferenza alle donne; ma lo amava senza gioie, senza
speranze, subiva la sua stessa affettività come una forza che era fuori di lei,
e alla quale non avrebbe mai potuto sottrarsi.
Non era così che essa avrebbe voluto essere amata da suo marito,
Rosen passava spesso giorni e notti
intere senza vederla; imprendeva piccoli viaggi, talora concertati in una
riunione di amici, e partiva con essi sul fatto senza
avvertirne sua moglie. Due volte le era stato riportato carico di ferite
ricevute in duello, un'altra volta era caduto rovesciato col cavallo nel salto
di una barriera, e ne aveva avuto un braccio spezzato.
Nelle ore della sua assenza Emilia viveva in un'inquietudine mortale, e non di
meno quelle sventure erano state l'unico pretesto che l'avessero
avvicinata a lui in un modo affettuoso e durevole. Perché
nello stato di malattia Rosen era buono, egli comprendeva le tacite sofferenze
di sua moglie, quell'interessamento caldo e pietoso, quell'affezione salda e
delicata: e spesso in momenti di sincera effusione, le aveva detto: -
perdonami, Emilia, d'ora innanzi sarò migliore.
Ma col rifiorire della salute tutti
i suoi proponimenti erano svaniti; a poco a poco egli aveva sentito disgusto di
tutto, il bisogno di nuove emozioni lo aveva tratto al giuoco;
aveva perduto, aveva sminuito sensibilmente il suo censo e introdotte delle
dure economie nella sua casa: quelle modificazioni avevano allontanata sua
moglie da quell'elegante società di cui era stata una delle bellezze più splendide,
l'avevano costretta ad un isolamento penoso, a un sistema di vita più modesto e
più oscuro. - Rosen aveva veduto tutte quelle privazioni, aveva sentite le proprie, e n'era diventato melanconico e triste;
aveva tentato di dimenticarle, aveva trascurata la casa; i suoi domestici
portavano le loro livree sdruscite, i suoi cavalli languivano da qualche tempo
nelle scuderie, i suoi cani impigrivano presso il focolare, egli stesso fuggiva
i suoi amici, i clubs, i teatri, ogni mezzo di divagazione - non viveva più che
della passione fatale del giuoco.
Ed ora che aveva fatto? Aveva perduta quella grande proprietà di Littleford che
apparteneva a sua moglie, e che ne costituiva unicamente la dote; aveva perduto
quasi tutto il resto della sua fortuna. Come vi avrebbe rimediato!
Ecco ciò che passava
per la mente di Rosen, mentre si appoggiava contro il parapetto del ponte, e
pensava se avrebbe potuto ancora accettare la vita al prezzo di quelle
sventure. La memoria di Emilia gli si affacciava con
un'insistenza tormentosa, con una esattezza e con una verità di dettagli
straziante. Egli la vedeva afflitta, scoraggiata, piangente; giovine
ancora e già tanto avvizzita dal dolore; ancor bella e costretta a sfuggire la
società, a celarsi nell'isolamento, e a lamentare nella povertà e
nell'abbandono le pene di una vedovanza precoce.
- No, diss'egli scuotendosi,
avvenga ciò che può avvenire, non mi ucciderò; fossi
io solo, e fossero queste onde più alte di quelle di Foreland, andrei a
cercarne il fondo col capo, ma così, con mia moglie, ah! no,
non diventerò l'assassino di mia moglie... andiamo a casa andiamo a letto,
dormiamoci sopra, vedremo ciò che si potrà fare domani.
E quella voce che lo aveva ammonito
poc'anzi riprese: «Hai ragione, Rosen, da bravo, metti giudizio, va a casa,
cacciati sotto le coltri; il sonno è fertile di buoni pensieri, rimedierai a
tutto; e, se non fosse possibile, il Tamigi non vorrà andarsene via per questo;
sarai sempre a tempo a buttarviti dentro.»
Rosen si rivolse e s'incamminò
verso casa. Strada facendo, uno di quei fanciulli che
vanno per le vie di Londra distribuendo gli avvisi che noi usiamo affiggere,
gli pose tra le mani un fascicoletto color di rosa. Il barone
lo prese ne lesse il frontespizio senza intenderne una parola, e lo pose
macchinalmente in saccoccia.
Giunto nella sua stanza ne chiuse
le imposte, si spogliò in fretta, buttò gli abiti qua e là sullo spazzo, entrò
con mal garbo nel letto, si disse da sè buona notte; e tirandosi le coltri fin
oltre alle orecchie, decise di non pensare a nulla fino al domani, e tentò di
addormentarsi.
*
* *
Ma non poteva prender sonno. Era
inutile: si volgeva su un fianco e sull'altro, e le lenzuola gli parevano piene
di spine; chiudeva gli occhi, e si vedeva dinanzi la tavola da giuoco e quel fascio di biglietti perduti, e quella faccia
fosca e impassibile del suo vincitore che lo guardava di sbieco; e sentiva
ancora nelle orecchie il ronzio di quelle mosche che per qualche inesplicabile
attrazione avevano preferito andarsi a posare sulla goccia del suo rivale.
Stette così sognando ad occhi aperti due ore, poi si alzò e prese a rivestirsi
senza saper bene ciò che si facesse o ciò che doveva
disporsi a fare; passò le mani nelle saccoccie, e avendovi trovato quel
fascicoletto di carta che aveva ricevuto da quel fanciullo sul ponte lo aperse
e lesse: Regolamento della Società d'assicurazioni sulla vita. - Norme per
assicurarsi, ecc.
Alzò le spalle
indispettito, sfogliò alcune pagine, e continuò a leggere:
«Art. 24. Si può assicurare allo
stesso modo la vita di qualunque persona, e costituirle una rendita vitalizia
adeguata alla maggiore o minor somma della rata annuale che si
intende versare per la persona assicurata, a tenore dell'annesso
prospetto.
«Art. 25. Anche il pagamento di
una sola rata da diritto all'intera rendita convenuta, ove la morte
dell'individuo che ha operata l'assicurazione avvenga
in via naturale, e non per volontà della persona stessa.
Parve a Rosen di fraintendere, non
gli pareva vero - rilesse: Si può assicurare la vita di qualunque persona e
costituirle una rendita vitalizia ecc., e poi: anche
il pagamento di una sola rata dà diritto all'intera rendita, ma ben inteso,
ove la morte dell'individuo, ecc., avvenga in via naturale.
Rosen comprese, previde, indovinò tutto, decise, un nuovo orizzonte si aperse a' suoi
occhi. Non v'era dubbio, egli poteva ancora rimediare al suo fallo, salvare sua
moglie da una rovina imminente, sdebitarsi con lei di tutti i dolori e di tutte
le privazioni a cui l'aveva condannata la sua
condotta. Finì di vestirsi con una specie di frenesia, frugò nei suoi scrigni,
e vi raggranellò un migliajo di sterline; prese con sè quell'avviso, uscì e
corse difilato all'ufficio della Società d'assicurazioni.
- Vengo, diss'egli presentandosi al
direttore della Società, ad assicurare la vita della baronessa Emilia
Rosen-Strafford, mia moglie, nativa di Dublino, senza figli e dell'età di
ventidue anni.
- Sta bene, rispose il direttore,
ma è d'uopo prima di addivenire a qualunque trattativa
che il signor barone si assoggetti ad una visita medica. E
indicandogli una porta a destra sulla quale era scritto: Certificati
sanitarii, gli accennò d'entrarvi.
Rosen ne uscì pochi istanti dopo
tenendo tra le mani un documento che presentò al direttore, il quale lesse ad
alta voce: «Dichiariamo che il barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra, e dell'età
di anni ventinove, presenta tutti i requisiti di una
costituzione sanissima; ha temperamento sanguigno un notevole sviluppo
muscolare, membra esatte e ben conformate; ha subíta vaccinazione, e promette
di giungere ad età molto avanzata. Interrogato da noi, ha dichiarato tenere
sistema di vita regolarissima, ciò che apparisce dal suo stato di salute
attuale, e viene a confermare, per quanto lo permettono i limiti ristretti
della scienza, la sopra fatta asserzione.»
Il direttore si mostrò soddisfatto
di questa lettura, e disse rivolgendosi al barone:
- La maggior rendita vitalizia che
la nostra Società si assume di assicurare è di trenta mila sterline all'anno, per la quale, tenuto conto della di lei età e
costituzione, non che di quella della signora sua moglie, occorre che ella si
obblighi al pagamento di rate annuali anticipate di cinquecento e settantadue
sterline e due scellini e mezzo, come può scorgere dal disposto degli articoli
32, 42 e 44 del nostro Regolamento.
Rosen non avrebbe mai osato sperare
condizioni sì miti e sì favorevoli; convenne su tutto,
stipulò definitivamente il contratto, versò la prima rata, ne ricevette la
quietanza, e si accomiatò dal direttore che gli diceva:
- Crediamo superfluo raccomandare
al signor barone di Rosen la scrupolosa osservanza
dell'articolo 54, il quale prescrive la maggior cura possibile della salute
delle persone assicurate, e proibisce di esporre una vita così preziosa alla
Società, se non per qualche dovere di umanità universalmente riconosciuto, o
per qualche legge di onore.
Giunto a casa, Rosen si presentò a
sua moglie con un sorriso che era inusitato, e abbracciandola con tenerezza le
disse:
- Mia cara Emilia, sono succedute
nella nostra economia domestica le complicazioni più strane e più impensate. Ho
perduto stanotte al giuoco della mosca e dei quadri il
tuo parco e il tuo castello di Littleford, non che gran parte delle mie terre
di Kingston, ma per altro lato, ho trovato modo di assicurarti una rendita
annuale vitalizia di trenta mila sterline, decorribili da quest'anno medesimo;
ed io mi sono impegnato a fare un viaggio in Italia dal quale ritrarrò
difinitivamente la mia prosperità e la mia pace. Ti prego di osservare il
silenzio più assoluto su questa confidenza e su questo progetto, e concedermi che
io ometta di dartene i dettagli. Riceverai fra pochi giorni il contratto
formale che ti assicura la rendita di cui ti ho parlato, e la mia prima lettera
da Dover dove prenderò imbarco per Calais. Abbracciami, mia cara moglie; io ho
molti torti verso di te, ma spero di ripararli; abbracciami con tenerezza; io
partirò in questa sera medesima, e benchè un viaggio come questo che sto per intraprendere, non offra nulla di pericoloso e di
strano, l'Italia è una terra di furfanti, piena di donne infedeli e di uomini
di cattiva fede, e non si sa quel che possa accaderci, visitandola.
Così dicendo, Rosen, commosso suo
malgrado, si strappò dalle braccia di sua moglie, e rinchiusosi nella sua
camera, scrisse al suo amico Edoardo Barth la lettera seguente;
«Mio caro amico,
«Ti do con questa lettera il mio
ultimo addio. Mi sono rovinato al giuoco, e non mi
resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del Regolamento sulla Assicurazione
della vita non m'imponesse di morire di morte naturale. Io parto stassera per
l'Italia. Ti raccomando mia moglie, la buona Emilia
Strafford, di cui ho consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col
sacrificio della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline. Il regolamento che ti acchiudo ti spiegherà tutto; io vado a farmi
uccidere, non so ancora da chi, nè in che modo; ma immagino che non mi riuscirà
difficile poter morire in guisa da eludere le importune disposizioni di
quell'articolo.
Credo che mia moglie abbia qualche
simpatia per te; quando io sarò morto obbligherai la mia anima sposandola, e
facendole conoscere come io mi sono ucciso per
rimediare allo stato in cui l'avevano posta le mie dissipazioni, e
disobbligarmi della perdita della sua proprietà di Littleford che ho giocato
stanotte alle mosche.
Il
tuo amico.
«Alfredo di Rosen.»
*
* *
In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di
prima classe per Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tirò il
bavero del soprabito fin sulle guance, si calò il cappello sugli occhi,
rintascò ben bene le mani, si lasciò cadere il capo sul petto come una testa di
fantoccio snodata, e incominciò a pensare in che modo gli sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse più l'indugiare fino al suo
arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che gli si
sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pensò di attenersi a
quest'ultimo partito.
Ma era presto detto - approfittare
delle prime occasioni. - Queste occasioni non sarebbero venute da sè, bisognava cercarle, prevederle, procurarsele; e, ciò che era
più, fare tutte queste cose in modo che non vi apparisse ombra di
premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non era tanto facile. Bisognava
tentare di essere provocati, e in ciò le vie erano molte; bastava assumere un contegno
aspro e insultante, e si sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa
al naso; ma egli non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, nè
compromettere la sua fama di schermitore; e oltre ciò
l'art. 54 sembrava non giudicar validi quei duelli che non fossero stati
provocati da una questione di onore. Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo,
dare in un'imboscata di ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in
un incendio o in fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante,
l'essere travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione
contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ciò dipendeva in gran
parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo la morte -
gran chè se ci aveva pensato due volte in quel giorno!
- ma egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire,
sì, lo voleva fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza
soffrire.
La morte non è cosa sì arrendevole
come la si crede, e la vita è più tenace e più salda
di quanto non sia universalmente giudicata.
Mostratemi una cosa che sembri
avvicinarsi alla morte più del dolore, e tuttavia mostratemi un dolore del
quale si possa morire. Si dice spesso: «io morrò di
questo affetto, io morrò di questa sventura, io morrò di questa o di
quell'altra cosa», e non si muore mai di quelle cause che credevamo
doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia animata da una
forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di contraddizione immutabile.
Gettate gli sguardi sul vostro passato, e vedrete che la vostra vita, le vostre
opere, i vostri affetti non sono stati che una serie di contraddizioni
continue. Volete vivere? morrete. Desiderate la morte? avrete
una vita lunga e affannosa. Che cosa è questa infelicità
di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa eterna
elegia di dolore che l'umanità innalza da secoli al cielo, se non a questa
formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La contraddizione è
l'urto, è il moto, è la lotta, è il risultato di due forze misteriose nella cui
azione è forse riposto il segreto della vita
universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo attingere
alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre creature, e
avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che
l'universo non è che un'enorme contraddizione.
Mentre Rosen volgeva nell'animo questi
pensieri, allungò macchinalmente una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su
quello d'un viaggiatore che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide,
ma, pensando che ciò avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a'
suoi progetti, non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di
rancore che voleva dire: E osereste lamentarvi?
Il vicino tirò indietro il suo
piede, e guardando il barone di Rosen con espressione di dolcezza e di
deferenza:
- Perdonate, gli disse, se aveva
posto inavvertentemente il mio piede sotto il vostro.
- Non siete voi, rispose Rosen
risentito, che abbiate posto il vostro piede sotto il
mio; sono io che ho posto il mio sopra il vostro. E comprendendo quanto questo appiglio fosse puerile e ridicolo, chinò il capo sul
petto per nascondere il rossore che si sentiva salire alle guancie.
- Gran Dio, riprese l'altro, e
potrà egli accadere che due uomini assennati abbiano a
bisticciarsi per questo? Del resto, perdonate se insisto, ma se voi avete
asserito d'aver posto il vostro piede sul mio, è segno che il mio si trovava
evidentemente di sotto, e questo punto è appianato. In quanto
all'altro, il mio piede era lì da un pezzo, il vostro ve lo avete posto ora
allungandovi, ed è chiaro come la luna che fu primo il mio a cagionare questo
scontro e a porsi sotto del vostro. Ma io vedo che voi siete preoccupato
da qualche pensiero affliggente. È un pezzo che vi sto osservando, e che mi
sento nel cuore il più vivo interessamento per voi. Che
cosa avete? Posso io farvi questa domanda? E sarei mai
tanto fortunato da potervi giovare?
Cosi dicendo quell'ottimo signore
prese una mano del suo vicino, la strinse tra le sue e, togliendosi gli
occhiali dal naso, lo guardò con tale aria di affetto
che Rosen si sentì subito rappattumato e disposto, per quel sollievo che ci
procura la confidenza d'un grande dolore, a dividere il suo segreto con lui.
E poi quello sconosciuto aveva un aspetto
sì dolce, sì leale e sì aperto che avrebbe inspirato anche ad un uomo
diffidentissimo la fiducia più illimitata.
Egli pareva
essere sui cinquant'anni, aveva favoriti lunghi e canuti, gli zigomi
sporgenti, e i pomelli d'un rosso vivo, gli occhi grigi e scrutatori. Due
solchi laterali incavati dagli occhiali sul naso indicavano in lui una persona
d'affari. Vestiva lindo, ma severo; portava un'ampia cravatta
bianca che gli fasciava due volte la gola, e le cui due punte giungevano a
stento a riunirsi in un piccolo nodo davanti; aveva un panciotto verde a
rigoni, un ampio soprabito col bavaro di pelo - e faceva passare continuamente
da una mano all'altra una lunga canna di zucchero sormontata da un grosso pomo
dorato.
- Sì, voi potreste certamente
giovarmi, gli disse Rosen, rispondendo alla sua offerta.
- E in che
modo?
Rosen si chinò presso di lui, e gli
disse all'orecchio una sola parola che lo fece trasalire.
- Cielo! esclamò
l'altro, e lo dite voi seriamente? E per quali motivi?...
- Ascoltate, riprese il barone, e
tornò a parlargli all'orecchio.
Il colloquio fu lungo e animato;
quello sconosciuto si mostrava afflitto e sorpreso di ciò che intendeva da lui,
e spesso gli avea detto alcune parole che sembravano
accennare a una disapprovazione o ad un consiglio. Ma
alla fine incominciò a dimostrarsi quasi convinto e soprafatto dalla logica
stringente di Rosen che continuava a parlargli all'orecchio con calore; e
discostandosene un poco, come fosse stata esaurita quella parte della sua
confidenza che importava segretezza e silenzio, gli chiese ad alta voce:
- Ed ella
lo ignora?
- Lo ignora.
- Ma
converrà che lo sappia.
- Ne ho incaricato un amico,
- Bene, mi sarei assunto io stesso
questo mandato, ma se a voi non è discaro, vi seguirò, e potrò parlarle del
modo con cui avrete compiuto il vostro progetto.
- È ciò che io desidero. Vi incaricherò d'una lettera per lei e dell'esatto racconto
del mio fine.
- Ve ne ringrazio. Ove andate?
- Non ho
direzione fissa... pensava di andare in Italia, ma quasi... E voi?
- Io pure non ho
un piano premeditato, viaggeremo di concerto.
- Come vi chiamate?
- Benvenuto Lamperth.
- Siete un uomo che mi va a genio.
- Ve ne sono obbligato, e mi duole
che vi abbia a perdere sì presto. Ma dove contate di
sostare stassera?
- A Dover.
- Ecco appunto la stazione di
Dover, disse Lamperth ascoltando il fischio della locomotiva; e
avvicinandosigli, aggiunse a bassa voce: È un paese di litigiosi questo Dover,
vi troverete a far qualche cosa di buono.
Così dicendo il convoglio si era
arrestato. Rosen ne discese col suo compagno, si buttò con lui in una vettura,
e si fece condurre al Chicken's hotel
(Albergo del Galletto).
Giunti in camera, egli disse a
Lamperth:
- Tant'è, il morire è lo stesso che
farsi estrarre un dente; dal momento che ci duole e che deve essere estratto è
meglio che ciò avvenga presto che tardi; e giacché voi mi dite che questo è un
paese di accattabrighe, io conto di tentare in questa
sera medesima qualche cosa di decisivo.
Rosen tirò il campanello, ordinò
carta, penna e calamaio, e scrisse la lettera seguente:
Mia cara Emilia,
Il signor Benvenuto Lamperth ti
consegnerà questa lettera che ti scrivo da Dover. Il mio amico Edoardo ti avrà
fatto conoscere le condizioni di quel progetto, mediante il quale ho potuto
sottrarti alle terribili esigenze del nostro dissesto economico. Lamperth ti
completerà queste notizie ragguagliandoti distesamente sulla mia morte. Spero che questo mio sacrificio ti farà perdonare tutte le crudeli
ingiustizie di tuo marito.
Alfredo
di Rosen.
E piegata la lettera in quattro la
porse al suo compagno dicendogli: - Mi sento appetito, scendiamo; odo laggiù
delle voci di bevitori, e ho in animo di cimentarne qualcuno e di mettermi
tosto alla prova.
E discesero nella sala da pranzo.
*
* *
Era una sala elegante e spaziosa,
illuminata da alcuni vecchi lampadarii guarniti di ciondoli di rame e di prismi
di cristallo, e decorata di alcune marine di Viardot
mezzo scolorite dal tempo. Intorno alle pareti erano disposte delle lunghe
tavole di quercia coperte di tappeti a dadi oblunghi, di un colore alternato
tra il rosso di mattone e l'azzurro - quei vecchi tappeti di Germania così in
uso fino a questi ultimi anni, che si può dire non esservi stata famiglia che
non ne abbia avuto uno - e a ciascuna di quelle tavole
sedeva buon numero di persone, tra le quali alcuni crocchi di viaggiatori e di
negozianti, e alcuni ufficiali di marina addetti alle navi di trasporto pel
tragitto dello stretto.
Quando Rosen e Lamperth entrarono
nella sala, tutti i posti erano occupati, Rosen girò attorno
lo sguardo, e mormorò tra sé stesso:
- Incominciamo bene, è un appiglio,
li costringerò a restringersi per cedermi un lato del loro tavolo: vo' vedere
se avranno l'arditezza di rifiutarsi.
E si approssimò ad uno di essi.
Alcuni marinai francesi che vi
stavano seduti discutendo calorosamente di certi loro viaggi, troncarono
all'istante la loro conversazione, portarono la mano ai loro berretti, si
alzarono; e restringendosi alla meglio, fecero cenno a Rosen e a Lamperth di
sedersi.
- Maledetta questa compitezza
parigina, disse Rosen fra sé stesso, che mi toglie ogni pretesto per
bisticciarmi onestamente con questi paltonieri; ma....
e' sono francesi, li toccheremo nel loro orgoglio nazionale.... già, in fatto
di brighe c'è da ripromettersi molto da questa sorta di gente.
Il barone e Lamperth sì sedettero, ed ordinarono la loro cena: i loro vicini
ripresero la loro conversazione interrotta.
- Vogliono del Bordeaux Laffitte, del Saint Julienne, dello Champagne, o del vino legittimo di
Boullon o di Abbeville?
- Vogliamo del vino inglese, disse
Rosen vivacemente, nient'altro che del vino inglese; già... in
quanto a me abborro tutti i vini di Francia, e aggiunse ad alta voce,
tutte le cose che ci vengono dalla Francia.
Così dicendo, guardò involto a'
suoi vicini, ma essi o non aveano udito, o avevano fatto
le mostre di non udire.
- Miserabili! bisbigliò
Rosen all'orecchio di Lamperth, non sono pur suscettibili d'un risentimento sì
doveroso.
Poco dopo il cameriere avendo
collocato dinanzi a loro alcuni piatti dipinti, su cui erano rappresentati i
principali episodii della vita di Napoleone, Rosen ne prese uno e presentandolo
al suo compagno, gli disse in modo da essere udito:
- Che ve
ne pare? Eccovi qui un uomo che in Inghilterra sarebbe
divenuto tutt'al più un tamburino, e che in Francia è stato creduto un gran
generale. Ma non importa, tutti sanno che a
Waterloo le ha buscate dagli inglesi.
Anche queste parole non ebbero
l'effetto che egli si aspettava; uno solo de' suoi
vicini si volse e vedendo Rosen che lo guardava, e immaginando forse che
volesse prender parte alla loro conversazione gli chiese:
- Il signore ha viaggiato?
- Sì, rispose
Rosen sono stato un'altra volta da Dover a Calais, passando per
l'arcipelago greco.
- Avete detto?
- Da Dover.
- A Calais?
- A Calais, precisamente, e
attraversando l'arcipelago greco.
Tutti gli astanti diedero in uno
scoppio di risa, e lo stesso Lamperth fece |