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ROVINE
DEL CASTELLO E PARCO DI SAINT CLOUD20
A
mezzanotte, - nel vecchio parco,
Quando
il Silenzio - corre i viali
E, sotto
i rami, - curvati in arco,
Domanda
all'Ombra - baci e sponsali,
Fuor
dalle macchie, - per incantesimo,
Sbuca
una garrula - turba di scheletri.
Per buie
fratte, - fra pioppi e abeti,
Movono a
gruppi - quei redivivi;
S'ode un
susurro - di motti lieti;
Sommesse
risa - trillan pei clivi;
Le punte
ossee - dei piedi spiccano
Salti di
giubilo - sull'erbe roride.
Le
ricche vesti - della Reggenza
Copron
le salme - spolpate e rôse;
Schiave
all'impulso - d'ogni movenza
Traccian
le pieghe - bizzarre pose;
E tibie
e costole - van dibattendosi
Nelle
larghissime - taglie degli abiti.
II.
Portan
le dame seriche gonnelle
E
guardinfanti di color smarrito,
Su cui
si adagia qualche verme. - Fuori
Da
sgualciti merletti, aguzze e bianche,
Guizzan
le spalle e, dalle spalle, appena
Poche
fibre di nervi putrefatti
Pencolan
giù, miche rimaste ancora
Dell'orrendo
banchetto dei lombrici.
Come
code di crotali i monili
Mandan
tinniti sugli scarni polsi
E le
collane, con funereo suono,
Crocchian
sui petti cavernosi e ignudi.
I
cavalieri han calze variopinte
Ricamate
da strappi e in floscie rughe
Cadenti
intorno agli affilati stinchi
Sulle
caviglie. Com'ali d'alcione,
Dall'affannoso
vol, batton le falde
Delle
vaste casacche effeminate
Sugli
stecchiti femori; le spade
Cortigianesche
a ischeletrite mani
Porgono
l'elsa e, colle punte d'oro
Lorde di
fango e di detriti umani,
Alzan
cenci, che un giorno eran velluti,
E stoffe
e drappi nell'avel consunti.
Svolazzanti
sul teschio levigato
Tutti
han lambelli di piume, o di feltri
A
tricorno foggiati. - Dalle nuche
Piovono
ciocche di crini rappresi
Dalla
poltiglia e dal marciume, tolti
Da lor,
viventi, ad altri morti; piovono,
E
saltellan sui dorsi, insudiciando
Di
purulenti gocciole il terreno.
Passa la
turba; e dalle vesti, chiuse
Nel dì
del funeral dentro le bare
Pregne
d'aromi, emana intorno ancora
Qualche
zaffata di profumi, mista
A un
miasma letal di sepolcreto.
III.
Ma son
lungi le tombe, e i redivivi
L'hanno
obliate già. - Da dugent'anni
Essi
sceser sotterra, e v'eran scesi
Dalle
lascivie e dal piacer stremati,
Benchè
la fossa a sè tratti li avesse
Ebri ma
sitibondi.
Una
incompresa
Volontà
dai sepolcri oggi li evòca,
Per una
notte, sulla terra; ed essi
Riedon
festanti a questo parco antico,
Regal
teatro dei lor saturnali
E
dell'orgie d'un giorno e, colla breve
Esistenza,
nell'ossa, arcanamente,
Senton
fremere ancor gli stessi istinti.
La
benigna Natura ama i mortali
E
tempera i dolor colle illusioni;
E dà ai
vegliardi le speranze; e vuole
Che al
capezzal degli etici si assida
La rosea
idea di migliori giorni;
E cela
ai padri ed alle madri il tardo
Intelletto
e il profil goffo dei figli;
E pone
un vel sugli occhi degli amanti;
E a
questi scheltri l'illusion consente
D'esser
quelli d'un tempo.
Invan la
luna,
Quasi a
beffarli, piove i raggi suoi
Sui
teschi orrendi e sugli stinchi! Invano
Impesta
l'aria un lezzo di sepolcri!
I
cavalieri muovon, come un tempo,
Al
braccio delle dame, susurrando
E lazzi
e madrigali; come un tempo
Esse,
talora, ai funebri amatori
Volgon
guardi procaci; e, come un tempo,
Suggon
le coppie dalle vuote occhiaie
Il
delirio dei sensi.
IV.
Arde una
fiamma
Di
lubrici desìr, nelle spolpate
Ossa di
tutti.
Assise
in mezzo all'erba,
Nell'ombra
folta, contesse e marchese
S'abbandonano
ai baci e alle carezze
Dei
galanti; e, nell'urto delle bocche,
Si
sfasciano gli alvèoli e si scheggiano
Le
tarlate mandibole; i carcami,
Sotto la
stretta di tenaci amplessi,
Scricchiolan
cupemente; escono mozze
Da
sospir le parole; e un gemer lungo,
Come
uggiolar di cani, echeggia intorno.
Riarsi
allor da insazïabil sete
Di
voluttà sempre più intense, balzano
Fuor
dalle macchie e alle marmoree vasche,
Or fatte
stagni, ed ai piccioli laghi,
Or
puzzolenti, a scialbe bolle, e ingombri
Di sozza
melma e d'alighe natanti,
Corron
smaniando.
Ivi
solean nell'orgie
Di due
secoli or son, dame e signori
Ricopïar,
ghignando, osceni quadri
Tolti
all'Olimpo.
Avean le
notti estive
Azzurri
firmamenti, ove la polve
Degli
astri scintillava; imbalsamata
Dall'acre
olezzo delle fronde, l'aura
Accarezzava
le dormienti ajuole
E, coi
tepidi soffi, iva compiendo
Dei fior
le nozze.
Una
duchessa, ignuda
Come un
giglio, scendea, sul margin verde
A
specchiarsi nell'onda, Ebe imitando.
Satiri e
ninfe le facean corona,
Nudi
anch'essi, e di fior piene le mani,
E cinto
il crin di grappoli e di spiche.
Fremean
allor nelle sfacciate carni
Sconfinate
libidini; le mani
Premean
polpe d'avorio inebbrïanti
D'afrodisiaci
effluvî; i seni turgidi
Delle
ninfe splendean nella penombra
Con
candidi bagliori; i fianchi opimi
Nel buio
disegnavansi, scolpendo
Tutti i
trionfi della linea curva;
Il
picciol ventre d'ogni dama avea
Un nitor
d'alabastro; entro le vene
Dei satiri
correan, con vece alterna,
Brividi
e vampe; come serpi in frega
Le
maschie reni si fean grosse, quasi
Dalla
cute schizzanti; urli bestiali
Squassavano
le gole, e parean gli occhi
Carboni
accesi...
Un
infernal tumulto
Rompea
la scena, ed avvinghiati insieme
Rotolavan
sull'erba, sospirando,
Satiri e
Ninfe.
V.
Come
allor, la notte
Tepida e
azzurra ora sorride; l'aura,
Voluttüosa,
d'ogni olezzo è pregna;
E, come
allora, al margine fiorito
Riede
stanotte la Duchessa.
Intorno
Lascivamente
le fan ressa ancora
Ninfe e
Satiri. - Al suolo, ad una, ad una,
Cadon le
vesti; sugli ossami ignudi
Delle
dame impudiche e dei galanti
Batte i
raggi la luna, e nelle vuote
Costole
filtra, e sull'erba disegna
Gli
orribili profili, e all'infinito
Allunga
l'ombre dei sottili femori,
E fa
sembrar l'ischeletrita turba
Una
foresta di gracili abeti
Cui
l'onor delle fronde il verno tolse
Ed alza
al ciel, quasi a implorar l'aprile,
Gli
intirizziti rami.
Un solo
istante
La turpe
folla si contempla; poi
Brillano
a un tratto nelle negre occhiaje
Lividi
lampi; s'agitan fremendo
Le
scarnissime braccia; a un rauco rantolo
Si
spalancan le fauci; sussultanti
Sulle
glebe abbracciati, alla rinfusa,
S'arrabbattan
gli scheltri; e i rospi, in cima
All'alighe
verdastre dello stagno,
Coi
viscid'occhi esterefatti e enormi,
Fisan,
non visti, la grottesca scena.
VI.
Il disco
pallido - la luna asconde:
Nel
vecchio parco - l'ombra nereggia
E, sovra
il tremulo - mar delle fronde
Splende
la reggia.
La
reggia è un cumulo - di sassi; appena
I
quattro muri - rizzarsi vedi
E par
che l'edera, - che li incatena,
Li tenga
in piedi.
Le
ortiche crescono - sui cornicioni;
Nuda è
la testa - d'ogni architrave;
Ed han
l'aspetto - porte e balconi
D'orbite
cave.
Sulle
cariatidi - nottole e gufi
Battono
l'ali - terrorizzati;
Umidi
grumi - colan dai tufi
Sugli
impalcati.
Stan gli
scheltri a banchetto.
Le
vivande
Posan
sulle macerie, inghirlandate
Da fiori
secchi, e la bizzarra mensa
Le
grasse risa dei convivi addoppia.
Splendon,
sparse fra i ruderi, a migliaja
Le
fiaccole, e su, su, per le pareti
Come
rossi serpenti, a spire, a gruppi,
Van le
fiamme, lambendo ornati e fregi
E
insudiciando di funerea bava
Gli
ultimi avanzi del regal castello.
Dalle
cantine, inacidito e guasto,
Gli
spolpati coppier recano il vino,
E a
larghi fiotti dame e cavalieri
Lo
ingollano trincando.
Upupe, e
gufi,
E
nottole, e civette, e barbagianni
Spiccano
il vol dai loro angoli bui
E batton
l'aër rumorosamente,
Finchè,
acciecati dalla luce, pazzi
Per
l'acre fumo, alle muraglie urtando
Le goffe
teste e non trovando uscita,
Cadon
morenti sulle mense; e, spesso,
Una dama
gentil se li divora
Nel
sudiciume dei guazzetti avvolti.
VII.
La
fuliggine monta verso il tetto
Del
castel sconquassato, e ai vacui cranî
Monta
l'ebbrezza; - una tremenda ebbrezza
Da
allucinati, una vertigin cupa
E
fracassosa, un irromper d'infermi
Da
epilettica febbre tormentati!
Giù dai
ruderi, a terra, tintinnando
Cadono
in pezzi e coppe e vasellami;
Piovon
peci, scintille e scorie accese
Dalle
fiaccole scosse; in vorticosa
Ridda,
siccome arsiccie foglie al vento,
Turbinan
dame e cavalieri; un sordo
Rumore
han l'ossa, e crocchiano, imitando
Delle
nacchere il suono, alla macàbra
Danza
scandendo la misura; cola
Dalle
costole aperte il vin bevuto;
Le dame,
indemoniate, alzan le gonne
Col
piede in aria, e n'esce fuori un tanfo
Che
ammorberebbe il mondo; i cavalieri,
Oscenamente
sgambettando, ad ogni
Lubrica
posa, eruttan grida e canti
D'entusiastica
gioja; lo sberleffe,
Che
sovra i teschi scolpisce la Morte,
Si fa
ghigno infernal, finchè i carcami
Della
turba frenetica, spossati
Dalla
ridda febbril, tra le macerie,
Piombano
ad uno, ad uno; e sui caduti
Negra
s'aggréva la cappa del fumo.
VIII.
Negli
sconnessi - muri, una scialba
Luce si
infiltra: - fra i dormïenti
Sorge
uno scheltro, - che ai quattro venti
Va
urlando: «È l'alba!
«È
l'alba!.. È l'alba!..» - Tutti, d'un salto,
Esterrefatti
- balzan dai ruderi,
Squassando
l'ossa - pel sonno rigide,
Guardando
in alto.
Allor
gli scalchi - mandano in giro
L'ultima
tazza - colma di vino;
Chi una
bestemmia - volge al destino
E chi un
sospiro.
Allor lo
scheltro, - col nappo in mano,
Sal
sovra un sasso - e, drappeggiandosi
Nei
cenci, intôna - con voce bacchica
Un canto
strano:
IX.
«Il
vecchio mondo crolla!.. Ogni maceria
«Piomba
sul capo agli ultimi abitanti!
«Il
tremendo martel della Miseria
«E le
spade di popoli giganti
«Smantellàr
queste mura, ove i felici
«Solean,
nell'orgie, fabbricare i santi;
«Una
folla di menti indagatrici
«Democraticamente
insulta Iddio
«E
cancella dei preti i beneficî;
«Ai
sovrani si dice: - Compar mio,
«Se
tu non vuoi... ti additerem la porta;
«E,
se fai chiasso, ti darem l'oblio
«Che
gode appieno una persona morta. -
«Si
pretende che al villico non piaccia
«Patir
la fame e aver la guancia smorta;
«E si
insegna alle plebi la minaccia;
«E si
ricordan, senza tema alcuna,
«I
tristi eroi dalla proterva faccia
«Che, or
son cent'anni, dal pargolo in cuna
«Al
vegliardo patrizio davan morte,
«Del par
salendo al ceppo e alla tribuna.
«Che
più!.. All'ingegno schiudonsi le porte
«Osannando,
e si nega il divin dritto
«Che
lega il serto al figlio del più forte!
«E i demagoghi
urlano in coro e han scritto
«Che un
re può generar qualche cretino
«O
qualche autore di volgar delitto!
«Per
dire il ver quando a ingojar del vino,
«Vestito
di mie polpe, io qui venia
«Un
titolo buscando o uno zecchino,
«Sempra
pensai, fratelli, in fede mia,
«Che la
plebe ha ragione, in fondo, in fondo;
«Ma
esclamavo: - Io sto bene?.. E così sia!.
«Quando
il profetizzato finimondo
«Dovrà
venire, io dormirò sotterra!
«Ci
penseranno quei che sono al mondo! -
«Or ben,
guardate! - Un'incessante guerra
«Dei
nostri figli passò sulla testa,
«Come
bufera che le quercie atterra.
«Corser
fiumi di sangue; una foresta
«D'armi,
seguendo d'un'aquila il volo,
«Commosse
il mondo con orride gesta;
«Il
primo impero rovinò; dal suolo,
«Cruento,
risbocciò, ma intisichito,
«Il
borbonico giglio; indi lo stuolo
«Dei
borghesi si mosse e, infastidito
«Dal
grullo olire dell'ibrido fiore,
«In
eterno coi piedi l'ha sgualcito;
«La
Repubblica surse, ed ebbe onore
«Da
sciocchi; un aquilotto, di ritorno,
«L'accarezzò
col furbo artiglio, e al cuore
«Col
rostro adunco la feriva un giorno,
«Le
smancerìe mutando in tirannia
«E i
giuramenti nel beffardo scorno!
«Allor
dovevi tu, ventraglia mia,
«Tornarmi
in vita!.. Chè t'avrei donata
«Una
cuccagna senza economia!
«La
buona occasïone ora è passata!..
«I
robusti figliuoli di Lamagna
«Dell'aquile
fugaron la nidiata,
«E
crollò trucemente la cuccagna
«Spezzando
in due la Francia e, sotto i morti,
«Dell'imper
seppellendo ogni magagna!
«Fu
allor, che in mezzo all'ire e agli sconforti,
«Una
voce tonò: - Quando i sovrani
«Sono
stremati, i popoli son forti! -
«Ma la
voce si spense all'indomani;
«E già
un nuovo padron montava in sedia,
«E il
popol si mettea nelle sue mani...
«Oh!..
La Storia!... Fratelli, che commedia!
«La
grulleria degli uomini la è tale
«Che
chiama al labbro lo sbadiglio, e tedia!
«Per un
decimo appena è carnevale,
«Tutto
l'anno - Ed il resto?.. Ha fame, e suda
«E
sopporta, grugnendo, il meno male!
«Se poi
osa parlar, s'apre una muda,
«Vi si
soffóca la voce migliore,
«E torna
al giogo la canaglia ignuda!
«Ma,
aimè!.. I tempi maturano!.. Nel cuore
«D'ogni
generazion l'odio è retaggio;
«Ed il
soffio gagliardo del dolore
«Del
grande incendio tiene acceso il raggio;
«Non
cogli anni, coi giorni, oggi si incede,
«E il
vicino uragan non è miraggio!
«Il
vecchio mondo crolla!.. A chi non vede
«Guai!..
Mille volte guai!.. - Fratelli, andiamo,
«Verso
le tombe ritorciamo il piede
«Ed al
nostro destin benediciamo!
«Chè, il
peggio, che avvenire ancor ne possa
«È di
sentire il nostro corpo gramo
Rabbiosamente
espulso dalla fossa,
«E
vedere una turba di pezzenti
«Sui
tamburi rullar colle nostre ossa
«O coi
poveri teschi puzzolenti
«Far
alla palla, e, nel funereo gioco,
«Nell'aura
sparpagliar gli ultimi denti...
«Del
che, fratelli, ce ne importa poco!
Parigi,
Settembre 1877.
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