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Ferdinando Fontana
Parigi Nuove poesie e Ellenia moderna

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  • PARIGI
    • ROVINE DEL CASTELLO E PARCO DI SAINT CLOUD
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ROVINE DEL CASTELLO E PARCO DI SAINT CLOUD20

 

A mezzanotte, - nel vecchio parco,

Quando il Silenzio - corre i viali

E, sotto i rami, - curvati in arco,

Domanda all'Ombra - baci e sponsali,

Fuor dalle macchie, - per incantesimo,

Sbuca una garrula - turba di scheletri.

 

Per buie fratte, - fra pioppi e abeti,

Movono a gruppi - quei redivivi;

S'ode un susurro - di motti lieti;

Sommesse risa - trillan pei clivi;

Le punte ossee - dei piedi spiccano

Salti di giubilo - sull'erbe roride.

 

Le ricche vesti - della Reggenza

Copron le salme - spolpate e rôse;

Schiave all'impulso - d'ogni movenza

Traccian le pieghe - bizzarre pose;

E tibie e costole - van dibattendosi

Nelle larghissime - taglie degli abiti.

 

 

II.

 

Portan le dame seriche gonnelle

E guardinfanti di color smarrito,

Su cui si adagia qualche verme. - Fuori

Da sgualciti merletti, aguzze e bianche,

Guizzan le spalle e, dalle spalle, appena

Poche fibre di nervi putrefatti

Pencolan giù, miche rimaste ancora

Dell'orrendo banchetto dei lombrici.

Come code di crotali i monili

Mandan tinniti sugli scarni polsi

E le collane, con funereo suono,

Crocchian sui petti cavernosi e ignudi.

 

I cavalieri han calze variopinte

Ricamate da strappi e in floscie rughe

Cadenti intorno agli affilati stinchi

Sulle caviglie. Com'ali d'alcione,

Dall'affannoso vol, batton le falde

Delle vaste casacche effeminate

Sugli stecchiti femori; le spade

Cortigianesche a ischeletrite mani

Porgono l'elsa e, colle punte d'oro

Lorde di fango e di detriti umani,

Alzan cenci, che un giorno eran velluti,

E stoffe e drappi nell'avel consunti.

 

Svolazzanti sul teschio levigato

Tutti han lambelli di piume, o di feltri

A tricorno foggiati. - Dalle nuche

Piovono ciocche di crini rappresi

Dalla poltiglia e dal marciume, tolti

Da lor, viventi, ad altri morti; piovono,

E saltellan sui dorsi, insudiciando

Di purulenti gocciole il terreno.

 

Passa la turba; e dalle vesti, chiuse

Nel del funeral dentro le bare

Pregne d'aromi, emana intorno ancora

Qualche zaffata di profumi, mista

A un miasma letal di sepolcreto.

 

 

III.

 

Ma son lungi le tombe, e i redivivi

L'hanno obliate già. - Da dugent'anni

Essi sceser sotterra, e v'eran scesi

Dalle lascivie e dal piacer stremati,

Benchè la fossa a tratti li avesse

Ebri ma sitibondi.

Una incompresa

 

Volontà dai sepolcri oggi li evòca,

Per una notte, sulla terra; ed essi

Riedon festanti a questo parco antico,

Regal teatro dei lor saturnali

E dell'orgie d'un giorno e, colla breve

Esistenza, nell'ossa, arcanamente,

Senton fremere ancor gli stessi istinti.

 

La benigna Natura ama i mortali

E tempera i dolor colle illusioni;

E ai vegliardi le speranze; e vuole

Che al capezzal degli etici si assida

La rosea idea di migliori giorni;

E cela ai padri ed alle madri il tardo

Intelletto e il profil goffo dei figli;

E pone un vel sugli occhi degli amanti;

E a questi scheltri l'illusion consente

D'esser quelli d'un tempo.

Invan la luna,

Quasi a beffarli, piove i raggi suoi

Sui teschi orrendi e sugli stinchi! Invano

Impesta l'aria un lezzo di sepolcri!

I cavalieri muovon, come un tempo,

Al braccio delle dame, susurrando

E lazzi e madrigali; come un tempo

Esse, talora, ai funebri amatori

Volgon guardi procaci; e, come un tempo,

Suggon le coppie dalle vuote occhiaie

Il delirio dei sensi.

 

 

IV.

 

Arde una fiamma

Di lubrici desìr, nelle spolpate

Ossa di tutti.

Assise in mezzo all'erba,

Nell'ombra folta, contesse e marchese

S'abbandonano ai baci e alle carezze

Dei galanti; e, nell'urto delle bocche,

Si sfasciano gli alvèoli e si scheggiano

Le tarlate mandibole; i carcami,

Sotto la stretta di tenaci amplessi,

Scricchiolan cupemente; escono mozze

Da sospir le parole; e un gemer lungo,

Come uggiolar di cani, echeggia intorno.

 

Riarsi allor da insazïabil sete

Di voluttà sempre più intense, balzano

Fuor dalle macchie e alle marmoree vasche,

Or fatte stagni, ed ai piccioli laghi,

Or puzzolenti, a scialbe bolle, e ingombri

Di sozza melma e d'alighe natanti,

Corron smaniando.

Ivi solean nell'orgie

Di due secoli or son, dame e signori

Ricopïar, ghignando, osceni quadri

Tolti all'Olimpo.

Avean le notti estive

Azzurri firmamenti, ove la polve

Degli astri scintillava; imbalsamata

Dall'acre olezzo delle fronde, l'aura

Accarezzava le dormienti ajuole

E, coi tepidi soffi, iva compiendo

Dei fior le nozze.

Una duchessa, ignuda

Come un giglio, scendea, sul margin verde

A specchiarsi nell'onda, Ebe imitando.

Satiri e ninfe le facean corona,

Nudi anch'essi, e di fior piene le mani,

E cinto il crin di grappoli e di spiche.

 

Fremean allor nelle sfacciate carni

Sconfinate libidini; le mani

Premean polpe d'avorio inebbrïanti

D'afrodisiaci effluvî; i seni turgidi

Delle ninfe splendean nella penombra

Con candidi bagliori; i fianchi opimi

Nel buio disegnavansi, scolpendo

Tutti i trionfi della linea curva;

Il picciol ventre d'ogni dama avea

Un nitor d'alabastro; entro le vene

Dei satiri correan, con vece alterna,

Brividi e vampe; come serpi in frega

Le maschie reni si fean grosse, quasi

Dalla cute schizzanti; urli bestiali

Squassavano le gole, e parean gli occhi

Carboni accesi...

Un infernal tumulto

Rompea la scena, ed avvinghiati insieme

Rotolavan sull'erba, sospirando,

Satiri e Ninfe.

 

 

V.

 

Come allor, la notte

Tepida e azzurra ora sorride; l'aura,

Voluttüosa, d'ogni olezzo è pregna;

E, come allora, al margine fiorito

Riede stanotte la Duchessa.

Intorno

Lascivamente le fan ressa ancora

Ninfe e Satiri. - Al suolo, ad una, ad una,

Cadon le vesti; sugli ossami ignudi

Delle dame impudiche e dei galanti

Batte i raggi la luna, e nelle vuote

Costole filtra, e sull'erba disegna

Gli orribili profili, e all'infinito

Allunga l'ombre dei sottili femori,

E fa sembrar l'ischeletrita turba

Una foresta di gracili abeti

Cui l'onor delle fronde il verno tolse

Ed alza al ciel, quasi a implorar l'aprile,

Gli intirizziti rami.

Un solo istante

La turpe folla si contempla; poi

Brillano a un tratto nelle negre occhiaje

Lividi lampi; s'agitan fremendo

Le scarnissime braccia; a un rauco rantolo

Si spalancan le fauci; sussultanti

Sulle glebe abbracciati, alla rinfusa,

S'arrabbattan gli scheltri; e i rospi, in cima

All'alighe verdastre dello stagno,

Coi viscid'occhi esterefatti e enormi,

Fisan, non visti, la grottesca scena.

 

 

VI.

 

Il disco pallido - la luna asconde:

Nel vecchio parco - l'ombra nereggia

E, sovra il tremulo - mar delle fronde

Splende la reggia.

La reggia è un cumulo - di sassi; appena

I quattro muri - rizzarsi vedi

E par che l'edera, - che li incatena,

Li tenga in piedi.

Le ortiche crescono - sui cornicioni;

Nuda è la testa - d'ogni architrave;

Ed han l'aspetto - porte e balconi

D'orbite cave.

Sulle cariatidi - nottole e gufi

Battono l'ali - terrorizzati;

Umidi grumi - colan dai tufi

Sugli impalcati.

 

Stan gli scheltri a banchetto.

Le vivande

Posan sulle macerie, inghirlandate

Da fiori secchi, e la bizzarra mensa

Le grasse risa dei convivi addoppia.

Splendon, sparse fra i ruderi, a migliaja

Le fiaccole, e su, su, per le pareti

Come rossi serpenti, a spire, a gruppi,

Van le fiamme, lambendo ornati e fregi

E insudiciando di funerea bava

Gli ultimi avanzi del regal castello.

 

Dalle cantine, inacidito e guasto,

Gli spolpati coppier recano il vino,

E a larghi fiotti dame e cavalieri

Lo ingollano trincando.

Upupe, e gufi,

E nottole, e civette, e barbagianni

Spiccano il vol dai loro angoli bui

E batton l'aër rumorosamente,

Finchè, acciecati dalla luce, pazzi

Per l'acre fumo, alle muraglie urtando

Le goffe teste e non trovando uscita,

Cadon morenti sulle mense; e, spesso,

Una dama gentil se li divora

Nel sudiciume dei guazzetti avvolti.

 

 

VII.

 

La fuliggine monta verso il tetto

Del castel sconquassato, e ai vacui cranî

Monta l'ebbrezza; - una tremenda ebbrezza

Da allucinati, una vertigin cupa

E fracassosa, un irromper d'infermi

Da epilettica febbre tormentati!

 

Giù dai ruderi, a terra, tintinnando

Cadono in pezzi e coppe e vasellami;

Piovon peci, scintille e scorie accese

Dalle fiaccole scosse; in vorticosa

Ridda, siccome arsiccie foglie al vento,

Turbinan dame e cavalieri; un sordo

Rumore han l'ossa, e crocchiano, imitando

Delle nacchere il suono, alla macàbra

Danza scandendo la misura; cola

Dalle costole aperte il vin bevuto;

Le dame, indemoniate, alzan le gonne

Col piede in aria, e n'esce fuori un tanfo

Che ammorberebbe il mondo; i cavalieri,

Oscenamente sgambettando, ad ogni

Lubrica posa, eruttan grida e canti

D'entusiastica gioja; lo sberleffe,

Che sovra i teschi scolpisce la Morte,

Si fa ghigno infernal, finchè i carcami

Della turba frenetica, spossati

Dalla ridda febbril, tra le macerie,

Piombano ad uno, ad uno; e sui caduti

Negra s'aggréva la cappa del fumo.

 

 

VIII.

 

Negli sconnessi - muri, una scialba

Luce si infiltra: - fra i dormïenti

Sorge uno scheltro, - che ai quattro venti

Va urlando: «È l'alba!

«È l'alba!.. È l'alba!..» - Tutti, d'un salto,

Esterrefatti - balzan dai ruderi,

Squassando l'ossa - pel sonno rigide,

Guardando in alto.

 

Allor gli scalchi - mandano in giro

L'ultima tazza - colma di vino;

Chi una bestemmia - volge al destino

E chi un sospiro.

Allor lo scheltro, - col nappo in mano,

Sal sovra un sasso - e, drappeggiandosi

Nei cenci, intôna - con voce bacchica

Un canto strano:

 

 

IX.

 

«Il vecchio mondo crolla!.. Ogni maceria

«Piomba sul capo agli ultimi abitanti!

«Il tremendo martel della Miseria

 

«E le spade di popoli giganti

«Smantellàr queste mura, ove i felici

«Solean, nell'orgie, fabbricare i santi;

 

«Una folla di menti indagatrici

«Democraticamente insulta Iddio

«E cancella dei preti i beneficî;

 

«Ai sovrani si dice: - Compar mio,

«Se tu non vuoi... ti additerem la porta;

«E, se fai chiasso, ti darem l'oblio

 

«Che gode appieno una persona morta. -

«Si pretende che al villico non piaccia

«Patir la fame e aver la guancia smorta;

 

«E si insegna alle plebi la minaccia;

«E si ricordan, senza tema alcuna,

«I tristi eroi dalla proterva faccia

 

«Che, or son cent'anni, dal pargolo in cuna

«Al vegliardo patrizio davan morte,

«Del par salendo al ceppo e alla tribuna.

 

«Che più!.. All'ingegno schiudonsi le porte

«Osannando, e si nega il divin dritto

«Che lega il serto al figlio del più forte!

 

«E i demagoghi urlano in coro e han scritto

«Che un re può generar qualche cretino

«O qualche autore di volgar delitto!

 

«Per dire il ver quando a ingojar del vino,

«Vestito di mie polpe, io qui venia

«Un titolo buscando o uno zecchino,

 

«Sempra pensai, fratelli, in fede mia,

«Che la plebe ha ragione, in fondo, in fondo;

«Ma esclamavo: - Io sto bene?.. E così sia!.

 

«Quando il profetizzato finimondo

«Dovrà venire, io dormirò sotterra!

«Ci penseranno quei che sono al mondo! -

 

«Or ben, guardate! - Un'incessante guerra

«Dei nostri figli passò sulla testa,

«Come bufera che le quercie atterra.

 

«Corser fiumi di sangue; una foresta

«D'armi, seguendo d'un'aquila il volo,

«Commosse il mondo con orride gesta;

 

«Il primo impero rovinò; dal suolo,

«Cruento, risbocciò, ma intisichito,

«Il borbonico giglio; indi lo stuolo

 

«Dei borghesi si mosse e, infastidito

«Dal grullo olire dell'ibrido fiore,

«In eterno coi piedi l'ha sgualcito;

 

«La Repubblica surse, ed ebbe onore

«Da sciocchi; un aquilotto, di ritorno,

«L'accarezzò col furbo artiglio, e al cuore

 

«Col rostro adunco la feriva un giorno,

«Le smancerìe mutando in tirannia

«E i giuramenti nel beffardo scorno!

 

«Allor dovevi tu, ventraglia mia,

«Tornarmi in vita!.. Chè t'avrei donata

«Una cuccagna senza economia!

 

«La buona occasïone ora è passata!..

«I robusti figliuoli di Lamagna

«Dell'aquile fugaron la nidiata,

 

«E crollò trucemente la cuccagna

«Spezzando in due la Francia e, sotto i morti,

«Dell'imper seppellendo ogni magagna!

 

«Fu allor, che in mezzo all'ire e agli sconforti,

«Una voce tonò: - Quando i sovrani

«Sono stremati, i popoli son forti! -

 

«Ma la voce si spense all'indomani;

«E già un nuovo padron montava in sedia,

«E il popol si mettea nelle sue mani...

 

«Oh!.. La Storia!... Fratelli, che commedia!

«La grulleria degli uomini la è tale

«Che chiama al labbro lo sbadiglio, e tedia!

 

«Per un decimo appena è carnevale,

«Tutto l'anno - Ed il resto?.. Ha fame, e suda

«E sopporta, grugnendo, il meno male!

 

«Se poi osa parlar, s'apre una muda,

«Vi si soffóca la voce migliore,

«E torna al giogo la canaglia ignuda!

 

«Ma, aimè!.. I tempi maturano!.. Nel cuore

«D'ogni generazion l'odio è retaggio;

«Ed il soffio gagliardo del dolore

 

«Del grande incendio tiene acceso il raggio;

«Non cogli anni, coi giorni, oggi si incede,

«E il vicino uragan non è miraggio!

 

«Il vecchio mondo crolla!.. A chi non vede

«Guai!.. Mille volte guai!.. - Fratelli, andiamo,

«Verso le tombe ritorciamo il piede

 

«Ed al nostro destin benediciamo!

«Chè, il peggio, che avvenire ancor ne possa

«È di sentire il nostro corpo gramo

 

Rabbiosamente espulso dalla fossa,

«E vedere una turba di pezzenti

«Sui tamburi rullar colle nostre ossa

 

«O coi poveri teschi puzzolenti

«Far alla palla, e, nel funereo gioco,

«Nell'aura sparpagliar gli ultimi denti...

 

«Del che, fratelli, ce ne importa poco!

 

Parigi, Settembre 1877.


 




20 Fu in questo parco e in questo castello, smantellato prima dai Prussiani nel 1870, poi dalla Comune, che ebbero luogo, nel secolo passato, orgie d'ogni genere.






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