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PER
NOI
A UNA DONNA
Questi
miei versi nacquer fortunati
Poichè
alcun, fuor di noi, li leggerà;
Fiori a
mensa volgar non destinati
Tu sei
l'altar che i lor profumi avrà.
Essi son
nati nel nostro giardino,
Un
recesso sublime di mister;
A noi
soli l'aperse un dì il Destino,
Ed il
Destino ne cacciava ier.
Pari al
Vecchio crudel della Montagna
Ei dona e
toglie l'oasi celestial...
Ed or
noi siam nella brulla campagna,
Moviam
nell'ombra fra i rovi del Mal.
Ahi!..
Dacchè fummo reietti, e smarrita
Abbiam
la strada per tornarvi ancor,
Come
grave su noi pesa la vita!
Come
s'invidia l'amico che muor!
Anima
mia, io mi sento spossato
E cerco
in mezzo al buio la tua man...
Anima
mia, che duol l'averti amato,
L'amarti
ancora e l'esserti lontan!..
Anima
mia, la tetraggine piomba
Sul capo
mio, qual corvo a cimiter;
Ne sento
il rostro adunco che rimbomba
Sulla
mia fronte e ne svelle i pensier.
Dolorando
rammento. - Uomini e cose
Passan
come fantasmi intorno a me;
Io più
al Sol non sorrido nè alle rose;
La
giovinezza mia restò con te.
Chiudendo
le palpebre io ti rivedo,
Vedo i
grandi occhi tuoi color del mar,
E allor
ti parlo, e d'esser tuo io credo,
E allor
mi sembra di udirti cantar.
Ma tutti
i canti tuoi che suon funèbre
Han
quest'oggi a volerli rammentar!
Che
mestizia, s'io chiudo le palpebre,
Scorgo
negli occhi tuoi color del mar!
Senti -
Un rimorso ho qui nel cor confitto,
Un
rimorso che m'empie di terror:
Noi
commettemmo un orrido delitto!..
Noi
seppellimmo vivo il nostro amor!
Noi
l'inchiodammo, colla mano rea,
Dentro
una bara che chiaman dover;
E,
poichè sottoterra egli gemea,
Noi ci
gridammo che non era ver!
E siam
fuggiti. - Ma, ove sta la cassa,
I sogni
miei mi soglion trascinar...
E sento
ch'ei si muove, ch'egli squassa
Il
coperchio che sopra gli inchiodàr.
Guai
s'ei risorge dalla fossa!.. Guai!
Non più
sereno Iddio cinto di fior,
Non più
poeta dai teneri lai,
Non più
di voluttà caldo amator,
Sarà
bufera dagli urli tonanti,
Sarà
vulcan dalla bava infernal,
Avrà la
possa di mille giganti
E
d'Ariman la nequizia immortal!
Ond'io
ti prego, anima mia, piangendo
Di venir
meco ov'ei sepolto sta,
Chè,
ginocchioni, del delitto orrendo
Chieder
voglio alla vittima pietà.
Evocherem
tutti i ricordi: - il Maggio
Che
cogli olezzi suoi ci inebbriò;
L'ore
solenni, che umano linguaggio
Indarno
sempre rivelar tentò.
Evocheremo
i canti all'ora bruna;
Le
notti, in cui vegliare era sognar;
In cui,
con morbida luce, la luna
Parea le
nostre fronti accarezzar.
E quando
gli direm la doglia estrema
E
l'amarezza che ci sta nel cuor,
Egli, il
Signor della bontà suprema,
Del suo
perdono ci aprirà i tesor.
Allor le
zolle io smuoverò; tu udrai
Il legno
della bara scricchiolar;
E l'amor
nostro, che morrà giammai,
Uscirà
fuori, e ci verrà a baciar.
Poi,
diafano spettro, andar lontano
Noi lo
vedremo, al par di pellegrin
Che non
teme stanchezza od uragano,
Ma va
dove lo spinge il suo Destin.
E
sparirà. - Noi cadrem singhiozzanti
Col
volto a terra, ma un canto si udrà;
Esso
avrà note blande e tremolanti
E i
meati del cor ne cercherà:
«Poveri
pazzi! - È dolcezza infinita
«Ogni
amarezza che vien dall'amor!
«Che
volgar fogna sarebbe la vita
«Senza
l'olezzo di questi dolor!
«Sono le
angosce d'Amor le Vestali;
«Il
gaudio è fiamma che brilla e che muor;
«Cadran
nel fango gli umani ideali...
«Io solo
ho luce d'eterno splendor.
Finito
il canto, a noi stessi gli sguardi
Noi
volgerem con un lungo sospir...
E...
Orror!.. Ci accorgerem d'esser vegliardi.
E non
avrem che un compito: morir!
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