|
PRIMAVERA
(AD ALBERTO
BARBAVARA)
Alziamo
al novo Sol carmi novelli;
Usciam
pe' vasti campi allegramente;
Ai fiori
ripetiam: «Voi siete belli!»
Benediciamo
quest'aura tepente.
Apriam
le labbra all'onda dei profumi
Che le
pallide fronti ne accarezza;
E,
insiem seduti sugli alpestri dumi,
Aspiriamo
del Vespero la brezza.
Raccogliamo
le memorie; alziamo i veli
Che il
Tempo cinse al cor malato e stanco;
E
rinnoviamo, sotto azzurri cieli,
Le
visïoni dell'inverno bianco.
Cadean
le foglie ed eravam felici!
L'illusïon
ne baciava sugli occhi
E ci
dava - salendo le pendici
D'amorosi
ideal - l'ali ai ginocchi.
Cadean
le foglie e gemeva il Creato
L'elegia
delle piove autunnali,
E a noi
ridean nel cuore entusiasmato
Lieti
canti a Cupido e madrigali.
E,
sollevando al cielo ambo le mani,
Noi
gridavam: «Non esiste il dolore!
«O è
retaggio d'infermi e d'inumani
«Cui non
fu dato palpitar d'amore!»
Così,
giocondi per soavi ebbrezze,
Le prime
nevi ci colser per via;
E Borea
mutò le contentezze
In
singulti, e la festa in agonia.
E venner
giorni torbidi e squallenti
In cui,
soli e non visti, abbiamo pianto,
Mentre,
dai trivî, un orda di gaudenti
Della
gazzarra ne mandava il canto.
Oh!.. I
tristi Saturnali!.. Era il sarcasmo
Che
coll'ugne infocate ne graffiava;
E il
sangue della mente, l'entusiasmo,
Fuor
dalle piaghe aperte gocciolava.
Languia
la Musa, vestita a gramaglia,
E, se
una nota dalla cetra uscia,
Non era
l'inno, no, della battaglia
Ma un
inane sfuriata o un elegia!..
Breve il
sonno pendea sulle palpèbre
O
funestato da foschi pensieri;
E
uscimmo spesso, in mezzo alla tenèbre,
Sulle
soglie a vegliar dei cimiteri...
Ah!.. Si
rida o si pianga, il Fato umano
Per
consiglio di sofi non si muta!
Dunque
chiniam la testa al Nume arcano
Che ne
porge or l'ambrosia, or la cicuta...
Cadean
le foglie ed eravam felici,
Cadea la
neve ed eravam dolenti;
E, col
verde che torna alle pendici,
Oggi le
spemi a noi tornan ridenti.
Deh, tu,
o Natura, sempiterna Dea,
Che
chiudi nel tuo sen l'enigma eterno,
E sai
perchè l'aria d'april ricrea
E sai
perchè deve struggere il verno;
Deh, tu
raccogli le nostre speranze
E il
dolor nostro, e il gel del verno oblia;
E, col
canto novel delle esultanze,
Odi la
prece che il labbro t'invia:
«Tu, che
dài tante gemme alle foreste,
«E muti
un filo d'erba in spica bionda,
«E
permetti al ruscello il lusso agreste
«D'aver
di tanti fior lieta la sponda;
«Tu che
dài vita agli uomini e alle cose
«E
profondi tesori a valli e a monti,
«E,
varia, crei le ortiche e le mimose,
«E in
mille guise dipingi i tramonti;
«A noi,
che ti moviam nenia loquace,
«E che
non siam quaggiù che piante umane,
«Concedi,
alma Natura, un po' di pace
«Che ne
condisca il cotidiano pane!
«E, se
in questa, che abbiam, forma presente,
«Pace
indarno invochiam, Madre pietosa,
«Deh
allor ci chiama al tuo seno clemente,
«Al
dolce oblio d'ogni umana cosa!
|