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Ferdinando Fontana
Parigi Nuove poesie e Ellenia moderna

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PRIMAVERA

(AD ALBERTO BARBAVARA)

 

Alziamo al novo Sol carmi novelli;

Usciam pe' vasti campi allegramente;

Ai fiori ripetiam: «Voi siete belli!»

Benediciamo quest'aura tepente.

 

Apriam le labbra all'onda dei profumi

Che le pallide fronti ne accarezza;

E, insiem seduti sugli alpestri dumi,

Aspiriamo del Vespero la brezza.

 

Raccogliamo le memorie; alziamo i veli

Che il Tempo cinse al cor malato e stanco;

E rinnoviamo, sotto azzurri cieli,

Le visïoni dell'inverno bianco.

 

Cadean le foglie ed eravam felici!

L'illusïon ne baciava sugli occhi

E ci dava - salendo le pendici

D'amorosi ideal - l'ali ai ginocchi.

 

Cadean le foglie e gemeva il Creato

L'elegia delle piove autunnali,

E a noi ridean nel cuore entusiasmato

Lieti canti a Cupido e madrigali.

 

E, sollevando al cielo ambo le mani,

Noi gridavam: «Non esiste il dolore!

«O è retaggio d'infermi e d'inumani

«Cui non fu dato palpitar d'amore

 

Così, giocondi per soavi ebbrezze,

Le prime nevi ci colser per via;

E Borea mutò le contentezze

In singulti, e la festa in agonia.

 

E venner giorni torbidi e squallenti

In cui, soli e non visti, abbiamo pianto,

Mentre, dai trivî, un orda di gaudenti

Della gazzarra ne mandava il canto.

 

Oh!.. I tristi Saturnali!.. Era il sarcasmo

Che coll'ugne infocate ne graffiava;

E il sangue della mente, l'entusiasmo,

Fuor dalle piaghe aperte gocciolava.

 

Languia la Musa, vestita a gramaglia,

E, se una nota dalla cetra uscia,

Non era l'inno, no, della battaglia

Ma un inane sfuriata o un elegia!..

 

Breve il sonno pendea sulle palpèbre

O funestato da foschi pensieri;

E uscimmo spesso, in mezzo alla tenèbre,

Sulle soglie a vegliar dei cimiteri...

 

Ah!.. Si rida o si pianga, il Fato umano

Per consiglio di sofi non si muta!

Dunque chiniam la testa al Nume arcano

Che ne porge or l'ambrosia, or la cicuta...

 

Cadean le foglie ed eravam felici,

Cadea la neve ed eravam dolenti;

E, col verde che torna alle pendici,

Oggi le spemi a noi tornan ridenti.

 

Deh, tu, o Natura, sempiterna Dea,

Che chiudi nel tuo sen l'enigma eterno,

E sai perchè l'aria d'april ricrea

E sai perchè deve struggere il verno;

 

Deh, tu raccogli le nostre speranze

E il dolor nostro, e il gel del verno oblia;

E, col canto novel delle esultanze,

Odi la prece che il labbro t'invia:

 

«Tu, che dài tante gemme alle foreste,

«E muti un filo d'erba in spica bionda,

«E permetti al ruscello il lusso agreste

«D'aver di tanti fior lieta la sponda;

 

«Tu che dài vita agli uomini e alle cose

«E profondi tesori a valli e a monti,

«E, varia, crei le ortiche e le mimose,

«E in mille guise dipingi i tramonti;

 

«A noi, che ti moviam nenia loquace,

«E che non siam quaggiù che piante umane,

«Concedi, alma Natura, un po' di pace

«Che ne condisca il cotidiano pane!

 

«E, se in questa, che abbiam, forma presente,

«Pace indarno invochiam, Madre pietosa,

«Deh allor ci chiama al tuo seno clemente,

«Al dolce oblio d'ogni umana cosa!

 

 

 




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