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DI
GIORGIO ZALACOSTA
CENNO BIOGRAFICO
Giorgio
Zalacosta, figlio di un valoroso soldato Epirota, combattè fanciullo accanto al
padre nella guerra della Indipendenza Ellenica e si trovò presente alla caduta
di Missolungi.
Appena
la Grecia fu redenta, prese servizio nell'esercito regolare e consacrò le ore
di libertà ad occupazioni letterarie, scrivendo parecchi poemi epici, gli
argomenti dei quali si ispirarono ai fatti più salienti della guerra patria.
Tre di questi poemi, sono: Missolungi, Armigeri e Clefti, La
bocca di Prevesa.
Giorgio
Zalacosta era versato anche in parecchie lingue e letterature. Conosceva a
fondo la letteratura italiana e, per mezzo di traduzioni, come quella del
Tasso, e di studi critici, rese popolari nella sua patria alcuni dei nostri migliori
scrittori.
Modesto
e povero fu perseguitato nei suoi domestici affetti dalla morte, che gli rapiva
i figli ad uno ad uno.
Morì in
Atene nel 1859.
PARTENZA
Io mi
sveglio, e: «Non sai?» mi van dicendo:
«La
fanciulla, che tu tanto adoravi,
«È
partita!...» - Alla spiaggia allor discendo,
A
interrogare il mar, dall'onde perfide.
Dice un
flutto: «Pel primo il corpo bianco
«Io ne
cullai... Con quai vezzi soavi
«S'abbandonava
a me, siccome stanco!...
«Or
bacio il lido con bramoso murmure!»
«Piangeva
almeno?» io chiesi. - E, a me, un'altr'onda:
«La
fanciulla, che tu tanto adoravi,
«Io la
vidi partir; partì gioconda,
«Come
uccellin per desïati pelaghi!»
Al terzo
flutto io dissi: «Ah!... Perchè mai
«Colle
memorie d'incanti soavi
«Mi
lasciò solo a struggermi?... Lo sai?» -
Passò il
flutto crudel senza rispondermi!
ATTANASIO
RIGA36
Era un
villaggio tessalo. - I fedeli,
Nella
chiesetta rinnovando il rito
Degli
avi, celebrata avean la festa
Del
Natale. - Festanti uscian dal Tempio
Modestissimo
i villici e, nell'aura,
Tremolavano
ancor gli ultimi accordi
Della
pia cerimonia.
A un
tratto, un urlo
Surse
dai petti dei vegliardi, e i bimbi,
Tremanti
di terror, teser le mani
Alle
pallide madri... - Eran piombati
Sul
villaggio i Giannizzeri.
O
nefanda
Êra di
schiavitù!
*
Nobil
d'aspetto
E in
ricche vesti, da lontani lidi,
In
quell'istesso dì, facea ritorno
Ai
parenti ansïosi un giovinetto.
Ma,
ahimè! nessuno, a fargli festa, mosse
Alla sua
volta; ed egli avea soltanto
Tocca la
soglia del natio villaggio,
Che
orrenda vista gli si svolse innanzi.
Era un
tetro corteo. - Nel fango immersi
Fino a
mezzo le gambe e, come bestie
Da soma,
càrchi, sotto i colpi e il ghigno
Dei
Giannizzeri, ei vide i suoi fratelli
Ansimanti
sfilar.
Un
manigoldo
Gli
venne appresso, ò e: «Curvati!» gridògli
Furibondo:
«Sul dorso, come un bruto,
«Prendi
il tuo peso, e seguimi!»
Una
borsa
Tolse
dal seno il giovinetto e ai piedi
Dell'aguzzino
la gittò. - In un lampo
Lo
agguantaron gli sgherri e, poi che l'armi
Gli
ebber strappate, gli cinsero i polsi
Di
ceppi, e lo staffil sovra le reni
Sibilare
gli fecero.
*
Fu allora
Che, coi
piè delicati entro la mota
E curvo
sotto ad un sacco di grano,
Tutto lo
sdegno ingigantir nel petto
Egli
sentissi; ed il bollor, represso,
Scoppiò
tremendo in un tremendo giuro:
«Quanti
granelli stan nel triste peso
«Che mi
umilia e mi curva - e tante serpi
«Scatenerò
del mostro nelle viscere,
«Che i
nostri fianchi, coll'ugne grifagne,
«Da tre
secoli strazia!»
*
E il dì
seguente
L'albór
lo vide, col mantel del ràpsoda,
Pellegrinar
per l'Ellade, toccando
Una
cetra, che avea tre corde vive:
Fè,
Gloria e Patria. - E del Tirteo novello
I forti
carmi ingagliardiron l'ira;
L'ira,
l'arme dei deboli; la sola
A lor
concessa contro i prepotenti;
L'ira,
che agghiaccia di terrore i reprobi
E fa
giganti gli eletti di Dio.
*
Del
seme, ch'ei gittò, pellegrinando,
Quest'oggi,
o Ellèni, noi godiamo i fiori,
Mentre
il corpo del ràpsoda, - sbranato
Da belve
umane, che han scettri per zanne, -
Giace in
fondo dell'Istro, e il vïandante,
Che
attraversa Belgrado, il nudo capo
China a
baciar l'arena insanguinata,
E sente
il flutto mormorar, gemendo:
«Qui
giace Riga, il tessalo Tirteo!»
BACIO.
Uccellin
senza canto e senza piume,
Garzoncel
di dieci anni,
Una
fanciulla amai. - Non han costume
Di
rispettar l'età, nè amor, nè affanni!
Un dì,
in un prato, in mezzo alle vïole.
Io le
dissi: «Maria
«Senti,
e comprendi ben le mie parole:
«Io
t'amo coll'ardor della pazzia!»
Ella ai
lombi mi strinse; indi, tremante,
Baciommi
in bocca, e disse:
«Ahi!..
Troppo presto, mio bel spasimante,
«Colle
sue fiamme l'amor ti trafisse!»
Ora ho
vent'anni; e la seguo; e la spio;
Ed ella
m'ha oblïato;
Ed ama
un altro. - Ahimè! ch'io non oblio
L'antico
bacio suo, che m'ha bruciato!
BOREA.
Lenta,
una notte, - la neve candida
Cadeva;
Borea - muggiva; Borea
Che gli
agnellini uccide.
E, in
una casa, - da mille angoscie
Trafitta,
esausta - per lunga insonnia,
Una
madre vegliava
Presso
il suo bimbo - che agonizzava.
Ed era
l'unico!... - Chè già tre pargoli,
In poco
volgere - di giorni, vide
Morir la
martire... - Muggiva Borea
Che gli
agnellini uccide.
Chiedeva
il bimbo, - con voce fievole,
Aita;..
e, in lagrime - quella struggendosi,
Supplicava
i destini;
E il sen
coll'unghie - dilanïavasi!
A me,
del pargolo - la voce fievole
E il
materno dolore,
Simili a
vipere, - mordeano il cuore;
Chè
madre tenera - dei miei bambini
Era la
martire!... - Muggiva Borea
Che
uccide gli agnellini.
Muggìa
sul tetto - della mia povera
Casa; e
pareami, - nei fischi rabidi,
Nunziator
d'âtri guai.
L'uom
della scienza - sovra la soglia
Comparve....
Un rauco - grido: «Salvatelo!
«Prendete
il sangue mio!»
Suonò....
«La vita - sta in man di Dio!»
L'uom
disse; e il pargolo - guardò, una lagrima
Celando....
Tacquero - del bimbo i lai...
Madri,
del medico - l'ascosa lagrima
Deh non
vediate mai!
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