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Ferdinando Fontana
Parigi Nuove poesie e Ellenia moderna

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  • IMITAZIONI DAL GRECO MODERNO
    • DI SPIRIDIONE VASSILIADI
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DI SPIRIDIONE VASSILIADI

 

CENNO BIOGRAFICO

 

Spiridione Vassiliadi nacque a Patrasso nel 1845 da famiglia agiata, e compì in quella città i suoi primi studi letterari. Nel 1862 la perdita del padre e della fortuna lo costrinsero a re­carsi ad Atene, per conseguirvi la laurea d'av­vocato, ed essere così di sostegno alla madre ed alle sorelle. Ma la morte gli rapì tutti i suoi cari, ed egli recossi a Parigi in cerca di distra­zione e di oblio. - Vi trovò, invece, anch'egli, la morte, a soli 29 anni.

Di lui restano alcuni drammi e molte poesie piene di originalità. Fra i suoi poemi primeg­giano «Le Onde» e «Le Immagini» delle quali il lettore troverà un frammento in queste Imitazioni.

 

 

 

A UNA FANCIULLA POVERA

 

Del tuo manto divino - ti sei forse spogliata,

Fanciulla, ed or, raminga, - movi in povere vesti?

Forse gli Dei, partendo - per gli olimpi celesti,

T'hanno oblïata?

Come un velo sul volto - la mestizia ti scende.

Pensi forse alle stelle? - Ad un Eden rimpianto?

Ahi!.. Te pur, benchè bella, - l'uman destino attende:

La morte e il pianto!

 

Tu sei come un infermo - che, per insonnia, geme,

Mentre il suo corpo stendesi - sovra un letto di rose;

Dio ti diede la terra - immensa, e non ti pose

Nel cor la speme.

Ei ti creòbella - in uno scoppio d'ira;

E te, angiol, sacrava - alle torbide brame...

Chè, forse, il giovinetto, - che al tuo nome sospira,

Diverrà infame.

 

Ospitar ti dovrebbe - un tempio d'or, non questa

Squallida casa e muta; - ma i cenci, in cui dimora

Il tuo splendido corpo, - non dispregiarli ancora,

Fanciulla mesta!

La pianta del corallo, - del mar sorriso, anch'essa,

Sta fra l'alghe fetenti - e in sabbïose grotte;

E agli astri scintillanti - fu, per peplo, concessa

La buja notte.

 

Danae non ebbe sguardo - più del tuo fascinante,

Quando la pioggia d'oro - a innondarla cadea;

il tuo color, negli attici - occàsi, Febo avea

Sul sembïante;

Ond'io, se fossi Nume, - direi: «Discendi, Aurora,

«Dal tuo carro; e tu sopra, - o fanciulla, vi sali

E andrei gridando: «È questa, - questa la vera Aurora,

«Dei e mortali

 

Ahi!.. Dov'ella le membra - riposa, ivi è tortura!

Deh, cinico Destino, - che governi gli eventi,

Ti scosta!.. - Ahi!.. dove fisansi - i bruni occhi lucenti,

L'aura s'oscura!

Le cinge il capo un nimbo - di sogni infranti; rossa

Di lagrime ha la pàlpebra; - pieno il core di brame...

Fa ch'io divenga cieco, - Signor, prima ch'io possa

Vederla infame!

 

 

 

AD UNO SPECCHIO ANTICO DI CORINTO

 

Quasi dall'abile - man dell'artefice!

Uscito or ora,

O antico specchio, - qual d'arte e d'auro

Connubio armonico - riveli ancora!

 

Il disco a cingerti - corre d'antemii

Una ghirlanda,

Come a proteggere - lo splendor magico,

Mito all'origine - tua veneranda;

 

E Leda chinasi - sul cigno candido,

In mezzo ai fiori

Suggendo un bacio, - nell'atto languida.

Quante memorie - nei tuoi splendori!

 

Oh quante linee - piene di fascini,

Piene d'incanti,

Innumerevoli, - vedesti, o specchio,

Nei corsi secoli, - passarti innanti!

 

Quante sorrisero - d'ellenie vergini,

Liete e amorose.

A te nerissime - pupille, e tumide

Labbra, purpuree - come le rose!

 

Quante, le fauci - dischiuse a un cantico,

E genuflesse,

E il cor di gaudio - piene, di Venere

Per te posarono - sacerdotesse!

 

Veggo l'immobile - schiava, che, trepida,

T'offre al sorriso

Della bellissima - padrona; scendono

Ed incorniciano - di questa il viso

 

Le chiome lucide; - d'esse le tenebre

Non son più nere;

E, ad ogni menomo - moto, recondite

Bellezze morbide - tu puoi vedere.

 

Chi t'ebbe, o specchio? - Fosti di timida

Bella fanciulla,

O di corinzia - matrona?... Ahi... Furono

Matrone e vergini!... - Sceser nel nulla!

 

Come passarono - gruppi di Grazie,

E bei sembianti,

E molli linee, - (non una memore

Traccia lasciandoti) - a te davanti;

 

Così, a foltissime - schiere, passarono

Quaggiù le genti.

Oh!... Quanti nacquero! - Quanti morirono!

Ne restò il dubbio - se fûr viventi!

 

Corinto, apprendimi - dove ne andarono

Tutti i tuoi Numi?

Dove le varie - tue moltitudini

Saggie ai negozi? - Dove i costumi,

 

Le agore e i templi? - Dove? - Sei cenere!

Con furor atro

Il Tempo e Mummio - su te piombarono!

Or sui tuoi ruderi - solca l'aratro!

 

L'incendio, all'acque - del mar, fe' correre

L'oro colato;

Tu, forse, o specchio, - dello stranissimo

Fiumea memoria, - sol sei serbato.

 

Almeno avessero - di qualche pafica

Devota il viso,

Sovra il tuo lucido - metallo, l'ignee

Vampe e le lingue - del fuoco inciso!

 

Chè, or, qual cantico, - quasi in delirio,

Non avrei sciolto,

Glicera, all'occhio - tuo nero; al niveo

Tuo corpo, o Taide; - Clea, al tuo volto!

 

A me, qual turbine, - le Ninfe danzano

Dinanzi a schiere:

Ecco le Driadi; - Delle Amarillidi

I pepli a strascico - mi par vedere;

 

A Bacco inneggiano - donzelli e satiri;

Oh!... I flessuosi

Cigni!.. Son candidi - stormi!.. Già fuggono

Donzelli e satiri. - Nei timorosi

 

Giovani! gaudio - splende... Li invidia

Questo cor mio I

A lor di grazie - gli Dei fur prodighi!

Han la letizia!... - Hanno l'obblio!...

 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh!... sogni! Oh!... estasi! - Dolce mia vergine,

Fanciulla amata,

Di Cristo docile - serva, perdonami!

T'ho, per un attimo, - dimenticata...

 

Deh!... vieni; e l'aurea - tua melanconica

Testa declina

Sulla reliquia. - Rispondi, o specchio:

«Vedesti immagine - mai, più divina

 

 

 

IMMAGINI

(FRAMMENTO)

 

Pari a lampa di carcere, la luna

Dietro le vette lentamente ascende

E miti raggi di conforto piove.

Fra le rovine maestose io sento

Di perdermi la brama ed, ombra anch'io,

Fra l'ombre loro solitario movo.

 

Fu che un , come in teatro, io vidi

L'imagine del mondo. - Era un miraggio!

L'universo apparia sotto la forma

D'oasi gentile; ed ogni creatura,

Simboleggiata da un bel raggio d'oro,

Diceva l'inno del fraterno amore.

 

Ma il dolce segno rapido disparve!

E il Destin mi gridò: «Stolto!» - Mia dea

Io proclamai la Verità. - Ma, allora,

Persino il fratel mio prese ad odiarmi;

Ed è gran sorte, se mozzo pur anco,

Per tirannica man, non ebbi il capo!

 

Or io mi chieggo: «Perchè mai l'umana

«Schiatta s'agita e piange? - E perchè nasce,

«Se la tomba l'aspetta? - E dove corre?

«E perchè il giusto geme, e l'empio gode?

«E perchè Cristo fu confitto in croce,

«Abbeverato di fiele e di scherno

 

Qual morto, uscito dall'avel, qual vivo

L'enigma scioglierà? - Ramingo, intanto,

Io men vo, senza speme e senza meta.

Talor m'innalzo al par d'un astro; e guardo

Il Tutto; e veggo il Nulla; e, stella cadente,

Giù m'inabisso in mezzo alla tenèbra.

 

O patria mia, madre di numi, e madre

Di Socrate, di Pericle e d'Omero,

Ove sei tu?... - Di figli e d'intelletto

Orba ti senti; e giaci, come spada

Irrugginita; e la Vittoria dorme

Nel camposanto delle tue rovine!

 

Pur, talor, nella notte, rediviva,

Io ti veggo balzar sull'orizzonte

Dei glauchi cieli tuoi; il firmamento

Canta la gloria dei tuoi savî, allora;

E, dietro gli astri scintillanti ascosi,

Stanno gli spirti dei tuoi spenti eroi.

 

Ahimè!... Gesù, colle sue meste brame,

Ti strusse!.. E nel profumo dell'olibano

Ti sei sepolta!... E cenere è il tuo cuore!

Ponesti nelle lagrime la fede,

E l'Amazzone bella e fiammeggiante

In umil monachella or s'è mutata!

 

Un brandivi, Pallade, la lancia;

Ora ti prostri innanzi alla Madonna!

Simbol dei Numi eran l'armi e la gioja;

Or son la croce nera e i ceri bianchi!

Così, il tiranno, che di te fe' strazio,

Ti trovò armata... di fumi d'incenso!

 

Numi d'Aspasia, ove fuggiste? - Dove,

A olimpici banchetti, ora t'assidi

Florida schiera di Giovi? - Dispersa

E raminga n'andò l'aurata plejade;

E il tempio suo, d'Ellade il ciel, ne serba,

Eco fedel, le gaje rimembranze.

 

Ma, ahimè, le Muse fûr sepolte vive!

Esse han visto un Ebreo fugar gli Dei;

Come a soffio invernal foglia di rosa,

Sulle lor bocche illanguidì il sorriso;

E a noi non giunge più, dal tetro avello

Dove stan chiuse, che un fioco lamento!

 

Ellade mia, la gioventù del mondo

Con te fu spenta!.. Tu apportasti al Cristo, -

In Siria nato, trafitto in Giudea

E in te risorto, - gli entusiasmi tuoi;

E ti fruttò la tirannide, in premio,

La quattro volte secolar tua lotta!

 

Colonna e patria al Redentore; immenso

Libro, nel qual leggean tutte le genti

La buona nuova; a popoli neonati

Madre cristiana; della terra fosforo;

Il Destino di te fe' il suo zimbello,

E, col tuo peso, te schiacciar si piacque!

 

Tu simboleggi i giganteschi ruderi

D'un tempio mondïal, sacri due volte

Per le antiche memorie e per le nuove:

Per l'agonia d'un franco37 e per il sangue

D'un poeta,38 che onor sommo dicea

Quel di morir sulla tua terra morta!

 

Com'onde a scoglio, tal sovra le tombe

I secoli si frangono; degli anni

Il nembo passa; e le vicende umane

Spezza e muta la morte: ed Ella sola

S'erge immortale in questa immensa valle

Di Giosafat, che noi chiamiam: La Terra.

 

Sofocle, Pindaro, Alceo giacciono in polve;

Crollaron Tebe, Corinto e Micene;

E noi, debil progenie, abbiam passioni

Che parodiano Eschilo; e, ombre pigmee

D'un popolo gigante, in ogni evento

Noi ci affanniamo a scimmiottar gli eroi!

 

Come figliuol, cui susciti nel petto

Terror soltanto il fantasma materno,

Così chi pone il piè sulle tue sponde,

O mia povera Grecia, in te l'augusta

Madre non riconosce, e s'allontana

Alla tua larva lanciando un insulto!

 

Pur, se le tue colonne il Tempo ha scosse,

S'egli potè del Partenone i marmi

Oscurar col suo soffio, ancor resiste

Del Pentelico il sasso; il Greco ha in oggi

Nuova sembianza, ma dei padri suoi

Nelle sue vene ancor trascorre il sangue.

 

Inclita patria mia, levati adunque!

Destati e parla! Apri la bocca omerica

Ed evoca un eroe! - Degni tuoi figli

Ci troverai nel delle battaglie;

E chiuderai, sul magnanimo petto,

Tutto l'immenso Oriente in un amplesso!

 

Povera, è ver, ma grande, un vincesti

Con un peana solo i tuoi tiranni!

Ora i tuoi figli in falangi rinserra,

Ergi sul mondo di luce un trofeo,

Oppur nei flutti inabissati,... e scegli

Il vasto mare per tua degna tomba!

 

 

 




37 Il generale francese Fevrier, che cadde a Navarrino.



38 Lord Byron.






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