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DI
SPIRIDIONE VASSILIADI
CENNO BIOGRAFICO
Spiridione
Vassiliadi nacque a Patrasso nel 1845 da famiglia agiata, e compì in quella
città i suoi primi studi letterari. Nel 1862 la perdita del padre e della
fortuna lo costrinsero a recarsi ad Atene, per conseguirvi la laurea d'avvocato,
ed essere così di sostegno alla madre ed alle sorelle. Ma la morte gli rapì
tutti i suoi cari, ed egli recossi a Parigi in cerca di distrazione e di
oblio. - Vi trovò, invece, anch'egli, la morte, a soli 29 anni.
Di lui
restano alcuni drammi e molte poesie piene di originalità. Fra i suoi poemi
primeggiano «Le Onde» e «Le Immagini» delle quali il lettore
troverà un frammento in queste Imitazioni.
A
UNA FANCIULLA POVERA
Del tuo
manto divino - ti sei forse spogliata,
Fanciulla,
ed or, raminga, - movi in povere vesti?
Forse
gli Dei, partendo - per gli olimpi celesti,
T'hanno
oblïata?
Come un
velo sul volto - la mestizia ti scende.
Pensi
forse alle stelle? - Ad un Eden rimpianto?
Ahi!..
Te pur, benchè bella, - l'uman destino attende:
La morte
e il pianto!
Tu sei
come un infermo - che, per insonnia, geme,
Mentre
il suo corpo stendesi - sovra un letto di rose;
Dio ti
diede la terra - immensa, e non ti pose
Nel cor
la speme.
Ei ti
creò sì bella - in uno scoppio d'ira;
E te,
angiol, sacrava - alle torbide brame...
Chè,
forse, il giovinetto, - che al tuo nome sospira,
Diverrà
infame.
Ospitar
ti dovrebbe - un tempio d'or, non questa
Squallida
casa e muta; - ma i cenci, in cui dimora
Il tuo
splendido corpo, - non dispregiarli ancora,
Fanciulla
mesta!
La
pianta del corallo, - del mar sorriso, anch'essa,
Sta fra
l'alghe fetenti - e in sabbïose grotte;
E agli
astri scintillanti - fu, per peplo, concessa
La buja
notte.
Danae
non ebbe sguardo - più del tuo fascinante,
Quando
la pioggia d'oro - a innondarla cadea;
Nè il
tuo color, negli attici - occàsi, Febo avea
Sul
sembïante;
Ond'io,
se fossi Nume, - direi: «Discendi, Aurora,
«Dal tuo
carro; e tu sopra, - o fanciulla, vi sali!»
E andrei
gridando: «È questa, - questa la vera Aurora,
«Dei e
mortali!»
Ahi!..
Dov'ella le membra - riposa, ivi è tortura!
Deh,
cinico Destino, - che governi gli eventi,
Ti
scosta!.. - Ahi!.. dove fisansi - i bruni occhi lucenti,
L'aura
s'oscura!
Le cinge
il capo un nimbo - di sogni infranti; rossa
Di
lagrime ha la pàlpebra; - pieno il core di brame...
Fa ch'io
divenga cieco, - Signor, prima ch'io possa
Vederla
infame!
AD
UNO SPECCHIO ANTICO DI CORINTO
Quasi
dall'abile - man dell'artefice!
Uscito
or ora,
O antico
specchio, - qual d'arte e d'auro
Connubio
armonico - riveli ancora!
Il disco
a cingerti - corre d'antemii
Una
ghirlanda,
Come a
proteggere - lo splendor magico,
Mito
all'origine - tua veneranda;
E Leda
chinasi - sul cigno candido,
In mezzo
ai fiori
Suggendo
un bacio, - nell'atto languida.
Quante
memorie - nei tuoi splendori!
Oh
quante linee - piene di fascini,
Piene
d'incanti,
Innumerevoli,
- vedesti, o specchio,
Nei
corsi secoli, - passarti innanti!
Quante
sorrisero - d'ellenie vergini,
Liete e
amorose.
A te
nerissime - pupille, e tumide
Labbra,
purpuree - come le rose!
Quante,
le fauci - dischiuse a un cantico,
E
genuflesse,
E il cor
di gaudio - piene, di Venere
Per te
posarono - sacerdotesse!
Veggo
l'immobile - schiava, che, trepida,
T'offre
al sorriso
Della
bellissima - padrona; scendono
Ed
incorniciano - di questa il viso
Le
chiome lucide; - d'esse le tenebre
Non son
più nere;
E, ad
ogni menomo - moto, recondite
Bellezze
morbide - tu puoi vedere.
Chi
t'ebbe, o specchio? - Fosti di timida
Bella
fanciulla,
O di
corinzia - matrona?... Ahi... Furono
Matrone
e vergini!... - Sceser nel nulla!
Come
passarono - gruppi di Grazie,
E bei
sembianti,
E molli
linee, - (non una memore
Traccia
lasciandoti) - a te davanti;
Così, a
foltissime - schiere, passarono
Quaggiù
le genti.
Oh!...
Quanti nacquero! - Quanti morirono!
Ne restò
il dubbio - se fûr viventi!
Corinto,
apprendimi - dove ne andarono
Tutti i
tuoi Numi?
Dove le
varie - tue moltitudini
Saggie
ai negozi? - Dove i costumi,
Le agore
e i templi? - Dove? - Sei cenere!
Con
furor atro
Il Tempo
e Mummio - su te piombarono!
Or sui
tuoi ruderi - solca l'aratro!
L'incendio,
all'acque - del mar, fe' correre
L'oro
colato;
Tu,
forse, o specchio, - dello stranissimo
Fiumea
memoria, - sol sei serbato.
Almeno
avessero - di qualche pafica
Devota
il viso,
Sovra il
tuo lucido - metallo, l'ignee
Vampe e
le lingue - del fuoco inciso!
Chè, or,
qual cantico, - quasi in delirio,
Non
avrei sciolto,
Glicera,
all'occhio - tuo nero; al niveo
Tuo
corpo, o Taide; - Clea, al tuo volto!
A me,
qual turbine, - le Ninfe danzano
Dinanzi
a schiere:
Ecco le
Driadi; - Delle Amarillidi
I pepli
a strascico - mi par vedere;
A Bacco
inneggiano - donzelli e satiri;
Oh!... I
flessuosi
Cigni!..
Son candidi - stormi!.. Già fuggono
Donzelli
e satiri. - Nei timorosi
Giovani!
gaudio - splende... Li invidia
Questo
cor mio I
A lor di
grazie - gli Dei fur prodighi!
Han la
letizia!... - Hanno l'obblio!...
. . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh!...
sogni! Oh!... estasi! - Dolce mia vergine,
Fanciulla
amata,
Di
Cristo docile - serva, perdonami!
T'ho,
per un attimo, - dimenticata...
Deh!...
vieni; e l'aurea - tua melanconica
Testa
declina
Sulla
reliquia. - Rispondi, o specchio:
«Vedesti
immagine - mai, più divina?»
IMMAGINI
(FRAMMENTO)
Pari a
lampa di carcere, la luna
Dietro
le vette lentamente ascende
E miti
raggi di conforto piove.
Fra le
rovine maestose io sento
Di
perdermi la brama ed, ombra anch'io,
Fra
l'ombre loro solitario movo.
Fu là
che un dì, come in teatro, io vidi
L'imagine
del mondo. - Era un miraggio!
L'universo
apparia sotto la forma
D'oasi
gentile; ed ogni creatura,
Simboleggiata
da un bel raggio d'oro,
Diceva
l'inno del fraterno amore.
Ma il
dolce segno rapido disparve!
E il
Destin mi gridò: «Stolto!» - Mia dea
Io
proclamai la Verità. - Ma, allora,
Persino
il fratel mio prese ad odiarmi;
Ed è
gran sorte, se mozzo pur anco,
Per
tirannica man, non ebbi il capo!
Or io mi
chieggo: «Perchè mai l'umana
«Schiatta
s'agita e piange? - E perchè nasce,
«Se la
tomba l'aspetta? - E dove corre?
«E
perchè il giusto geme, e l'empio gode?
«E
perchè Cristo fu confitto in croce,
«Abbeverato
di fiele e di scherno?»
Qual
morto, uscito dall'avel, qual vivo
L'enigma
scioglierà? - Ramingo, intanto,
Io men
vo, senza speme e senza meta.
Talor
m'innalzo al par d'un astro; e guardo
Il
Tutto; e veggo il Nulla; e, stella cadente,
Giù
m'inabisso in mezzo alla tenèbra.
O patria
mia, madre di numi, e madre
Di
Socrate, di Pericle e d'Omero,
Ove sei
tu?... - Di figli e d'intelletto
Orba ti
senti; e giaci, come spada
Irrugginita;
e la Vittoria dorme
Nel
camposanto delle tue rovine!
Pur,
talor, nella notte, rediviva,
Io ti
veggo balzar sull'orizzonte
Dei
glauchi cieli tuoi; il firmamento
Canta la
gloria dei tuoi savî, allora;
E,
dietro gli astri scintillanti ascosi,
Stanno
gli spirti dei tuoi spenti eroi.
Ahimè!...
Gesù, colle sue meste brame,
Ti
strusse!.. E nel profumo dell'olibano
Ti sei
sepolta!... E cenere è il tuo cuore!
Ponesti
nelle lagrime la fede,
E
l'Amazzone bella e fiammeggiante
In umil
monachella or s'è mutata!
Un dì brandivi,
Pallade, la lancia;
Ora ti
prostri innanzi alla Madonna!
Simbol
dei Numi eran l'armi e la gioja;
Or son
la croce nera e i ceri bianchi!
Così, il
tiranno, che di te fe' strazio,
Ti trovò
armata... di fumi d'incenso!
Numi
d'Aspasia, ove fuggiste? - Dove,
A
olimpici banchetti, ora t'assidi
Florida
schiera di Giovi? - Dispersa
E
raminga n'andò l'aurata plejade;
E il
tempio suo, d'Ellade il ciel, ne serba,
Eco
fedel, le gaje rimembranze.
Ma,
ahimè, le Muse fûr sepolte vive!
Esse han
visto un Ebreo fugar gli Dei;
Come a
soffio invernal foglia di rosa,
Sulle
lor bocche illanguidì il sorriso;
E a noi
non giunge più, dal tetro avello
Dove
stan chiuse, che un fioco lamento!
Ellade
mia, la gioventù del mondo
Con te
fu spenta!.. Tu apportasti al Cristo, -
In Siria
nato, trafitto in Giudea
E in te
risorto, - gli entusiasmi tuoi;
E ti
fruttò la tirannide, in premio,
La
quattro volte secolar tua lotta!
Colonna
e patria al Redentore; immenso
Libro,
nel qual leggean tutte le genti
La buona
nuova; a popoli neonati
Madre
cristiana; della terra fosforo;
Il
Destino di te fe' il suo zimbello,
E, col
tuo peso, te schiacciar si piacque!
Tu
simboleggi i giganteschi ruderi
D'un
tempio mondïal, sacri due volte
Per le
antiche memorie e per le nuove:
Per
l'agonia d'un franco37 e per il sangue
D'un
poeta,38 che onor sommo dicea
Quel di
morir sulla tua terra morta!
Com'onde
a scoglio, tal sovra le tombe
I secoli
si frangono; degli anni
Il nembo
passa; e le vicende umane
Spezza e
muta la morte: ed Ella sola
S'erge
immortale in questa immensa valle
Di
Giosafat, che noi chiamiam: La Terra.
Sofocle,
Pindaro, Alceo giacciono in polve;
Crollaron
Tebe, Corinto e Micene;
E noi,
debil progenie, abbiam passioni
Che
parodiano Eschilo; e, ombre pigmee
D'un
popolo gigante, in ogni evento
Noi ci
affanniamo a scimmiottar gli eroi!
Come
figliuol, cui susciti nel petto
Terror
soltanto il fantasma materno,
Così chi
pone il piè sulle tue sponde,
O mia
povera Grecia, in te l'augusta
Madre
non riconosce, e s'allontana
Alla tua
larva lanciando un insulto!
Pur, se
le tue colonne il Tempo ha scosse,
S'egli
potè del Partenone i marmi
Oscurar
col suo soffio, ancor resiste
Del
Pentelico il sasso; il Greco ha in oggi
Nuova
sembianza, ma dei padri suoi
Nelle
sue vene ancor trascorre il sangue.
Inclita
patria mia, levati adunque!
Destati
e parla! Apri la bocca omerica
Ed evoca
un eroe! - Degni tuoi figli
Ci
troverai nel dì delle battaglie;
E
chiuderai, sul magnanimo petto,
Tutto
l'immenso Oriente in un amplesso!
Povera,
è ver, ma grande, un dì vincesti
Con un
peana solo i tuoi tiranni!
Ora i
tuoi figli in falangi rinserra,
Ergi sul
mondo di luce un trofeo,
Oppur
nei flutti inabissati,... e scegli
Il vasto
mare per tua degna tomba!
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