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Luigi Settembrini
Ricordanze della mia vita

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  • PARTE SECONDA (1849-1859)
    • Diario 1854-55
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Diario 1854-55

Santo Stefano, 6 febbraio 1854.

Oggi compie il terzo anno che sono giunto nell'ergastolo: fui condannato a morte il febbraio 1851: mi fu annunziata la grazia della sola vita la notte fra il tre e il quattro. Era giorno di giovedì quando giunsi qui, faceva molto freddo, era giorno da un'ora, entrai mentre s'apriva l'ergastolo: entrai io prima degli altri.

Tre anni sono per me un giorno solo, e brevissimo e lunghissimo. Mi rivolgo a contemplare con la mente questo tempo non distinto da avvenimenti e mi par breve: un giorno non è dissimile dall'altro; si vede sempre lo stesso, si soffre sempre lo stesso. Qui il tempo è come un mare senza sponde, senza sole, senza luna, senza stelle, immenso ed uno. Molti ergastolani che sono qui da trent'anni parlando di cose che videro o fecero trent'anni fa, dicono spesso: “Ultimamente vidi questo, feci quest'altro”. Anch'io dico: “Ultimamente fui condannato a morte”. Ma quando io contemplo me stesso, e l'anima mia, e questo povero cuore straziato; quando conto i miei dolori, e scopro le piaghe profonde che mi vanno sino alla sostanza dell'anima, oh allora questi tre anni mi paiono un tempo infinito; mi pare ch'io non son vissuto altro tempo: non ricordo i pochi piaceri e i molti dolori che ebbi prima: i dolori di questi tre anni immensi son tutta la vita mia. Tre anni: e se dovrò dir dieci, e venti, e trenta? Io nol dirò, perché non ci vivrò tanto.

Ho il corpo e le vesti sozze: non mi giova uso di nettezza: il fumo e la sozzura mi rende schifo a me stesso. Ho l'anima anche sozza, sento tutta la bruttura, l'orrore, il terrore del delitto, e se avessi rimorso mi crederei anch'io un malvagio. L'anima mi si va guastando, mi pare che anch'io ho le mani lorde di sangue e di furto: ho dimenticata la virtù e la bellezza.

O mio Dio, o Dio padre degli sfortunati, o consolatore di chi soffre, deh salvami l'anima da queste sozzure: e se hai scritto che io qui debba finire la mia vita dolorosa, deh, fa che venga presto questa fine. Tu il sai, il dolore non mi spaventa né mi vince: io sopporto la mia croce, io la trascino anche camminando con le ginocchia per terra: ma io temo di divenire un malvagio, io temo che l'anima mia diventi scellerata, io già non la riconosco più. Come io ti verrò innanzi con quest'anima? Richiamami presto: che fo io più su la terra, anzi su questo scoglio di dolori e di miserie, grave a me stesso, inutile agli altri? Fammi la grazia della morte, giacché gli uomini per tormentarmi mi han fatto la grazia della vita.

Omnia perdidimus, tantummodo vita relicta est,

praebeat ut sensum, materiamque malis.

Io sfido tutta la barbara e la civile crudeltà a tormentarmi, pestarmi, lacerarmi, dilaniarmi queste fragili membra, questo corpo debole: eccovi le mani, legatele con le funi e le manette: eccovi i piedi, stringeteli co' ceppi: saziatevi delle carni e del sangue mio: ma non mi guastate l'anima mia, l'anima mia son io: sull'anima mia non han potere gli uomini: una cosa teme l'anima mia, il delitto. Il mondo non lo sa né lo concepisce, pochissimi lo sanno e lo sentono, che il primo di tutti i dolori possibili ed immaginabili è vedersi guastare l'anima. E questo dolore sento io ora: quando nol sentirò più o sarò divenuto malvagio, o sarò morto.

E che ho fatto io per meritare tanti strazi, per esser mescolato e confuso co' ladri, con gli assassini, co' parricidi? Cristo agonizzò tre ore fra due ladri, io agonizzo da tre anni fra settecento scellerati pessimi.

Santo Stefano, 3 marzo (1854).

È un mese da che ho scritto le parole precedenti, ed a me pare un giorno. Quante cose sono avvenute nel mondo durante questo mese, quanti uomini sono morti, quanti son nati, quanti piaceri si son goduti, quante persone conteranno nella loro vita questo mese come felicissimo o infelicissimo, come un'età, come uno spazio della loro vita. Per me questo mese, e tutti gli altri passati e gli altri che qui mi troveranno, sono per me un nome. Che ho fatto io in questo mese? Ho sofferto come negli altri mesi che furono e che saranno. Ve stato un solo avvenimento, è venuto il marinaio Colonna a recarmi lettere di mia moglie e della povera mia figliuola Giulietta. Questo marinaio è per me il misuratore del tempo. E quando egli ritornerà? Oh, quando potrò riavere l'unica consolazione che mi è rimasta, di vivere col pensiero un quarto d'ora fuori l'ergastolo leggendo lettere della mia famiglia? Viene così tardi, ogni venti, venticinque, trenta giorni: io l'aspetto con un'agonia, con uno struggimento di cuore, guardando il cielo, osservando i venti, dimandando del mare, facendo tra me il conto, può esser partito da Napoli, può essere in Ischia, potrebbe far vela, potrebbe venire. Ma ei non viene, se non di rado: e quando viene bisogna aspettare che il mare non si turbi, che sia cheto il canale fra Santo Stefano e Ventotene, che egli salga, che dia le lettere, che queste sieno lette, che ci sieno portate. Quand'egli parte il cielo mi si oscura per alquanti giorni, poi ricomincio a sperare ad aspettare, ad agonizzare. Vita di strazi, di stupidità, di dolori senza tempo, senza regola, senza qualità, senza diversità. Se ci fosse l'inferno ei saria come l'ergastolo: compagnia diabolica, tormento senza termine, senza speranza, senza tregua. E questi vizi, queste brutture fisiche e morali, queste oscene e nefande malvagità, questi delitti atroci e bestiali non bruciano l'anima più che il fuoco? E che altro potrebbe essere il fuoco dell'anima se non il delitto? Misero a me! dove vado con la mente? Non vi saria dunque un castigo alle iniquità di questa vita? E perché io soffero? e perché tanti uomini hanno sofferto prima di me e per tutta la loro vita? Gloria, sapere, potere, tutto è niente, tutto è ombra fuggevole: nel gran vuoto dell'universo esiste una sola cosa, la coscienza dell'uomo, nella quale esiste la virtù. Io ora sono come uno di quegli aeroliti che vanno vagando negli spazi immensi dell'universo, finché avvicinati ed attirati da un pianeta o dalla nostra terra, vi cadono. Tutto è vuoto e niente intorno a me, io non ho meco che i miei pensieri stanchi: le memorie della vita passata sono come le stelle lontane da noi milioni di milioni di miglia, e le quali spesso si celano interamente al nostro sguardo quando l'atmosfera è carica di vapori: intorno a me non v'è luce: io vo notando negl'immensi ed opachi silenzi del niente; non sento che l'io, che la mia coscienza. Quando incontrerò un dove cadere ed aver pace? Questa solitudine mi spaventa assai; onde talvolta io parlo con questi che mi circondano, e cerco veramente di fuggire da' miei pensieri.

 

Il volgo a me nemico ed odioso

(chi il crederia ?) per mio rifugio io chero:

tal paura ho di ritrovarmi solo!

PETRARCA

 

E che volgo è quello che io chero! Spesso mi passo la mano forte forte su la fronte, e nei capelli per smuovere, scuotere il cervello, e quasi fisicamente scacciarmi dalla mente certi pensieri obbliqui che mi lacerano come acuti coltelli la vita, che in me pensa e sente. Spesso con un ciabattino che è allogato vicino a me, col letto suo vicino al mio, e che siede a tirar lo spago innanzi al suo bischetto mentre io scrivo e penso e fantastico seduto presso le tavole del mio letto, spesso io parlo con lui di scarpe, di ciabatte, di suola, di pelli, e riguardo stupidamente i molti e sudici strumenti della sua arte.

Santo Stefano, 5 marzo (1854).

Dopo tre mesi che giunsi nell'ergastolo ne feci una descrizione, che non so se sia andata perduta, come son perdute tante altre carte che ho scritte. Io scrivo perché scrivendo il duol si disacerba, perché ho bisogno di scrivere; e s'io non scrivo, non vivo. Che orrore e che tremore io sentivo allora vedendomi in questo luogo e tra questi uomini: come raccapricciavo ad udire raccontare da fiere bocche fierissime uccisioni, descrivere i colpi di coltello, l'assalire, il ferire, il morire; come inorridivo al veder le continue risse, e le spesse uccisioni! Ho veduto versar tanto sangue, far tante scellerataggini, ho udito da tre anni parlar di tanti delitti, che ora vedo ed odo ogni cosa freddamente: l'anima mi si è incallita, non sento più orrore pel delitto, misero a me, che mi manca per essere anch'io uno scellerato? O madre mia, o padre mio, deh venite a salvare il figliuol vostro: vedete, o anime benedette e carissime, vedete tra quali orrori io son caduto: pregate Iddio innanzi al quale ora siete, che abbia pietà dell'anima mia, che la sciolga da questo corpo, che non la faccia più insozzare in questa putrida cloaca di sangue e di misfatti. E voi, o carissime immagini della pudica e dolente moglie mia, di quella angioletta della mia Giulia, e del mio Raffaele, venite innanzi a me, fate che io vi rimiri, e mi santifichi questi occhi, co' quali non vedo altro che orrori nefandi. Dove sono gli occhi tuoi, o Gigia mia, il tuo sorriso, le tue parole che mi scendevanosoavi al cuore? Povera compagna della vita mia e delle sventure mie, dove sono i nostri figliuoli che un ci stavano intorno? Io mi poneva Raffaele sopra un ginocchio, e Giulia sopra un altro, e li abbracciava e diceva loro tante parole care e tante altre ne udivo da essi: tu ci guardavi tutti e tre, udivi, e tacitamente godevi rimirando tuo marito e i tuoi figliuoli. Dov'è la pace, la serenità, la innocenza della nostra famigliuola? Tutto è svanito e non tornerà più. I nostri figliuoli son cresciuti fra i dolori, non ricordano altro che sventure. Raffaele ancora fanciullo ha dovuto esulare dal suo paese, dove il padre fu dannato a morte;ed ora va vagando sull'oceano ai lidi delle Americhe, e da quelle lontane regioni, ed in mezzo al flutti ed alle burrasche egli manda un sospiro ed un pensiero al padre suo sepolto nell'ergastolo, alla madre sua ed alla sorella, due donne sole, derelitte, dimenticate dal mondo. Mandiamo la nostra Benedizione al figliuol nostro. Iddio lo protegga, Iddio lo difenda, Iddio lo benedica come lo benediciamo noi.

Ora qui è cominciato il passaggio degli uccelli: e quasi ogni io vedo in quello spazio di cielo che ricopre l'ergastolo passare stuolo di grandi e di piccoli uccelli. Oh quanto io invidio le ali ad una rondine, ad una lodoletta, ad una tortorella! Se io avessi le ali, io volerei senza stancarmi mai, e saprei trovare la nave che porta il figliuolo mio diletto: mi poserei sovra un'antenna e lo riguarderei. Vorrei vedere quanto è cresciuto, come ha abbronzata la faccia al sole ed al mare, vorrei udirlo parlare, guardarlo negli occhi per sapere che fa e che sente.

Spesso quando il tramonto è sereno ed io con gli altri sette, che son meco nello stesso covile, sono chiuso, mi siedo e volgo gli occhi alla piccola e bassa finestra ferrata. A quest'ora io taccio, e malinconicamente guardo il cielo a traverso i ferri, e nel cielo vedo una stella bellissima e lucente, nella quale io fisso lo sguardo, e il pensiero, e l'anima. Parmi talora che io voli a lei, e talora che ella venga a me, che io le parli, che ella mi sorrida col sorriso del mio Raffaele, e Raffaele mio che mi parla; così vivi, così lucenti splendevano gli occhi suoi. Quante cose io dico a quella stella, al mio Raffaele, il quale parmi che mi si avvicini, prenda i ferri con la mano, e mi dica: “Beneditemi, o padre mio”: ed io lo benedico. La stella tramonta, e s'accende il lume, si chiude la finestra, ed io scrivo quello che vado fantasticando dolorosamente.

Santo Stefano, 7 marzo (1854).

Cinquantadue anni prima di me fu in Santo Stefano anche mio padre nel 1799. In quale di queste novantanove celle stette il povero mio padre? Oh, se lo sapessi, vorrei baciare quel luogo, vorrei occupare io quel luogo dove mio padre penò quattordici mesi, ed ivi pregare più affettuosamente da Dio la pace de' giusti a quella cara anima. Pensava egli allora che cinquantadue anni dopo verrebbe qui un figliuolo, che gli nascerebbe nel 1813?

Santo Stefano, 9 marzo (1854).

In una cella di sedici palmi ogni lato, siamo otto prigionieri, tre politici, e cinque comuni. I tre politici siamo Silvio, io, e un povero giovane siciliano il quale combattendo in Calabria ebbe portato via da una palla un occhio, la parte superiore del naso, e più che la metà del senno, di cui prima aveva anche poco. Dei comuni il primo (io li dipingo secondo i posti che hanno nella stanza) è un contadino abruzzese di un paesello del Chietino, un ometto grigio, con certi occhiuzzi neri, lucenti e maliziosi, con un naso come tromba pel quale è chiamato Nasone, con una voce stridula e fendente tartaglia strane parole del suo dialetto: avaro, sudicio, schifo oltre ogni dire, ha un letto che sarebbe onorato se fosse chiamato canile: presta danari ad usura, come i più fanno, e ne raschia anche l'untume: serba il tabacco in una pina selvaggia scavata, e di tanto in tanto ne versa un tantino sul dorso della mano, vi pone su il trombone e tira. È da venticinque anni nell'ergastolo per molti furti con ferite ed un omicidio, commessi con altri compagni, che sono anche qui ma in altre stanze. Avendo serbata buona condotta egli spera che compiuti trent'anni sarà libero, come già molti altri: e questo pensiero lo fa stare in una lieta stupidità, e beffare gli altri ergastolani, i quali perché dannati a morte ed aggraziati non hanno questa speranza.

Il secondo è un altro contadino abruzzese del contado di Chieti, di sessantaquattro anni, secco asciutto, senza barba, con l'aria, il contegno, il sussiego, la cravatta, e le labbra strette del giudice criminale Scudieri suo parente, il quale, mettendo da banda i costumi, era un gran legista perché sapeva leggere e scrivere con pochi errori, e citare gli articoli del codice senza sbagliarne i numeri. Io dunque gli ho messo nome il giudice, e però è poco, perché a vederlo e a udirlo parlare è un uomo di grande affare, un de' più nuovi matti ch'io m'abbia veduto. Non sogna e non parla d'altro che di grandezze, di signori, di feste, di belle donne, di piaceri: dice, e lo crede, che ha nascosti millecentotredici ducati, in monete d'oro e di argento, ed or li seppellisce sotto una ficaia, ora a pie d'un muro, ora li mura nella parete d'una casa, ora li mette in una pentola di rame venti palmi sotterra. Da un altro ergastolano si ha fatto dipingere o meglio imbrattare sopra una carta la pianta di un gran podere con in mezzo un casino: nel podere un colore segna l'oliveto, uno il vigneto, un altro il seminatorio, un altro l'orto: nel casino vorrebbe far vedere il disegno di poche stanze, di una gran cantina, gran pollaio, grandissima cucina. Mostra a tutti quella carta, e dice che dovrà fare quel ch'egli ha designato. Non sa leggerescrivere, e parla di politica, di re, di popoli, di tutto: udendo leggere i giornali ricorda ogni cosa: e quando udiva qualche caso strano accaduto nella Cina, in Africa, o in America, la notizia di una scoperta, l'annunzio di un disastro avvenuto per fame, freddo, o incursione di belva, un fatto insomma che lo colpiva, tosto spendeva pochi quattrini per farsi copiare l'articolo: così ha fatto due buoni volumi, che gli costano buoni danari, e che egli, il mio giudice, voleva far stampare e mettervi in fronte il suo nome, Rosario Peca. Dove s'è andata a ficcare la smania di parere scrittore! Il suo letto è alto da terra sette palmi, e poggia sovra due bastoni di legno conficcati nel muro, e sostenuti all'altro capo da due altri bastoni a guisa di colonne. Sotto questa specie di tettoia egli stassene poche volte. Più spesso sta appollaiato su, e di in un atteggiamento che pare serio, guarda con una sorte di disprezzo le cose e le persone che stanno in basso, di lassù parla, ma perché ha una parlantina entrante, acuta, continua e noiosissima spesso gli è rotta la parola in bocca dagli altri, ed egli parla tra sé come femminella che borbotta, o come prete che si rode l'uffizio. Se talora, o io, o Silvio, o altri gli andiamo un po' a verso, e gli diam ragione per quello che ei dice, il che suole accadere la sera in sul tardi quando egli è coricato, si leva nudo a mezzo il letto e parla e mena le mani, e si riscalda, e in fine si pone a sedere con le gambe spenzolate e nude; come Socrate che giaceva, e parlando dell'immortalità dell'anima si pose a sedere su la sponda del letto. È poverissimo, ma non sudicio, pieno di debiti, spesso senza neppure il pane tra perché spende in cose che non sono necessarie se non alla sua vanità, e perché ha dato malleveria e protezione a certi ergastolani che sono nati in condizione gentile, i quali furbi e tristi, veduto il nuovo pesce, lo carezzano, lo ravviluppano, lo spogliano, ed egli un poco se ne sdegna, un poco li compatisce e sempre si compiace di aiutare e proteggere galantuomini. Fu condannato a morte per omicidio e furto, per grazia venne nell'ergastolo, dove è da ventinove anni, donde non spera di uscirne come il Nasone per grazia, ma per un rivolgimento del mondo, che accaderà nel modo che egli immagina; e poi quando sarà libero si prenderà quei suoi denari sepolti, torrà moglie giovane, si fabbricherà una casa, e non si occuperà di altro che di nutrire in una grande aia un'immensa quantità di galline, di tacchini, di papere, di anitre, di pavoni e di ogni maniera di polli. Chi non fa i suoi sogni? chi non ha le sue speranze? Anch'io fo i sogni miei, ed ho le mie speranze in questo sepolcro dov'è morta ogni speranza!

Santo Stefano, 22 marzo (1854).

Che ho fatto io in questi dodici giorni? Niente se non sofferire e nell'anima stanca, e nel corpo stanchissimo. Ogni cosa mi è grave, mi fa dolore, mi spossa: vorrei non pensare, e credo che la morte non debba essere quella mala cosa che tutti la tengono, perché in essa non v'è il pensiero, non v'è la coscienza di essere, non v'è il sentimento del dolore. La morte fa paura; e a me fa paura la vita, e troverei un po' di quiete nel nulla donde sono uscito, e dove ritornerò dopo di aver valicato un mare di dolori e di miserie senza numero e senza modo. Io fo come Giobbe, mi siedo sul mio letamaio, scopro le mie piaghe e le riguardo, vedo i vermi e la pudredine che mi rodono, e nell'amarezza del dolore involvo sententiam meam sermonibus imperitis. Io non so che mi dico, e spesso il dolore mi fa la lingua bugiarda. Ma seguitiamo a dipingere i compagni della mia cella.

Il terzo è un omiciattolino di civile condizione, nato in un paesetto presso Napoli, e carcerato fin da quando era giovinetto di sedici anni. Bruno, acceso, butterato, facile ad infiammarsi come un solfanello, giuocatore, bevitore, pronto e veloce come una vespa, con certo buon senno, con alquanto garbo di maniere, ed ora per l'età e i patimenti meno stizzoso. Uccise un prepotente che, essendo congiunto del ministro Delcarretto, perseguitava lui e suo padre: e fu condannato a venticinque anni di ferri: in carcere fece il camorrista, uccise un altro, ed ebbe altra pena di ventidue anni di ferri nel presidio. Due pene cumulate che oltrepassano i trent'anni si espiano nell'ergastolo: egli è qui da ventidue anni: e non desidera, non sogna, non chiede altro che andare ad espiare nel presidio la seconda pena. Ventidue di ferri nel presidio gli sembrano un paradiso a petto dell'ergastolo perpetuo! Costui del mondo conosce quello che un uomo onesto conosce della galera: dice che gli pare d'essere nato in carcere: non parla che di carcere e di carcerati, o del suo vecchio padre, unica persona del mondo a cui egli è legato di affetto. Vende, compera, va, viene, non trova posa, ha sempre faccende per mano, fa servigi a tutti, fa conti, legge, e se talora trova dipinto in un romanzo qualche scellerato, egli lo abborrisce, si sdegna, e con terribili parole dice che saria stato bene a punirlo con una brava coltellata. Nel cuore anche dei tristi è il sentimento d'una giustizia, la quale essi vogliono per gli altri, e non per sé e a modo loro.

Il quarto è un bestione, rosso di peli, con tre denti in bocca, che per omicidio e furto è qui da ventitré anni: è di un paese di Terra di Lavoro. Costui fa qualche servigio a Silvio ed a me: a me pochissimi, perché io amo farmi ogni cosa da me, e sento un certo orrore a riguardare le mani di costoro. Io vo superbo che in certo modo basto a me stesso, e non ho bisogno d'altri che in poche e piccole cose. Per qualche mese il giudice ci faceva i servigi, ma voleva parlar molto, moltissimo, voleva fare quello che voleva e a modo suo, e con le parole si sforzava dimostrare che faceva benissimo: spesso doveva fare io servigi a lui. Ora il poveretto ci fa anche egli qualche servigetto, e contiene la lingua quanto può: ma spesso la scatta, e corre velocissima come la molla che rompesi in un orologio.

Il quinto è il calzolaio. Nato in un villaggetto appiè del Matese, ha il sangue, la fierezza, la durezza d'un antico Sannita. Il lavoro che santifica tutto, e la presenza di uomini che parlano di virtù han fatto aprire gli occhi a questo sciagurato, che certo non nacque per essere un ribaldo, perché ora conosce i suoi errori, e li piange maledicendo chi non lo educò, uno zio che lo menò alla via della perdizione, e i cattivi compagni. Quest'uomo che a quarantaquattro anni ha i capelli grigi, serba tutta la forza e la gagliardia di un giovanotto: e racconta i vari e poetici casi della sua vita con una ruvida espressione poetica che è impossibile ritrarre, con gesti e tuono di voce terribili ma non dispiacevoli. Garzoncello, ei custodiva, come suo padre, le torme di cavalli del duca di Laurenzana: un suo zio materno, tristo bravaccio ed astuto ladro, veduta l'indole svegliata del giovanetto, lo prese ad allettare, a menar seco, a fargli parte de' suoi ladronecci e in fine gli pose una carabina in mano. Pasquale non sapeva come usarla, moriva di voglia di vederne gli effetti; e una sera, per uno scherzo, per una curiosità, dice egli, per una pazzia, la volse alla finestra della casa della sua innamorata, e sparò: la palla entrata per la finestra percosse nel muro dirimpetto due palmi sovra il letto dove dormiva la povera giovane con due sorelle. Egli viste le genti levate a rumore, corre a nascondere la carabina, tornò al luogo dove aveva fatta quella pazzia, e si pentì d'aver dato per nulla tanto spavento alla donna amata ed alla sua famiglia, che facevano mille congetture, e non seppero mai il vero. Per un caso strano egli amò questa fanciulla che si chiamava Lucia. Una notte lo zio lo condusse a fare una serenata con altri giovinastri del villaggio tutti armati come si suole. Messe le poste alle cantonate, si cominciò a sonare e a cantare: ma ecco da una banda un fischio, segno che veniva qualcuno: lo zio che faceva da caporione va a quella banda, accenna con la mano a tutti di starsi, tacere, non temere; tutti obbedirono e videro passare in camicia bianca e tutta nuda e scalza una donzella con un barile in capo. Lo zio con un cenno imperioso fece andar via tutti, ed egli col nipote tenne dietro alla fanciulla ch'era sonnambula, e figliuola di onesti genitori. Ella leggiera e bellissima, come dice Pasquale, andò alla fontana che è fuori il paesello, riempì il barile, se lo ripose in capo, e s'avviò per tornare, ma per caso inciampò in una pietra e cadde. Svegliatasi in quel luogo e a quell'ora mise un grido di spavento: Pasquale le si avvicinò e la ricoprì col suo mantello: lo zio le fece animo, le disse che ella era sonnambula: “Non dubitare di noi, ritorna a casa, noi ti accompagneremo e ti guarderemo”. La poveretta non fiatò più, si chiuse nel mantello, e per la via più breve si ridusse a casa; dove entrata per la porta che ella stessa aveva rimasa socchiusa con un altissimo grido disse: “Mamma mia”. La madre, il padre, la famiglia si levarono uscirono nella via, seppero il caso, raccomandarono al zio di non parlare, e di far tacere il nipote, che per carità non dicessero quella vergogna d'una fanciulla onesta. Lo zio promise tutto, e accennando a Pasquale disse: “Se questi parla gli taglio la testa”. Quella notte Pasquale non poté più dormire, e pensò sempre a Lucia: la quale dipoi quando lo vedeva si faceva rossa in viso come una vampa di fuoco. Felice Pasquale se avesse sposata quella buona fanciulla, che poi lo amò teneramente, perché non poté mai dimenticare quel mantello che la ricoprì quella notte; felice lui, se si fosse inebbriato solamente d'amore! Che pietà mi desta costui quando parla di Lucia, e me la dipinge bella ed amorosa, e quasi gli spuntano le lagrime ricordandosi come ella lo ha visitato nel carcere e nella galera, e per molto tempo non ha voluto maritarsi per serbargli la fede che gli aveva data, e dalla quale egli l'ha disciolta. Più dell'amore fu forte in lui la malvagia usanza dello zio e del compagni: i quali lo trascinarono al furto, e poi ad un omicidio, e poi al carcere, alla condanna di morte che gli fu commutata in trent'anni di ferri. In galera Pasquale fu camorrista, diede ed ebbe di brave coltellate, imparò l'arte del calzolaio, mediante la quale usciva dal bagno e andava per la città di Capua incatenato con un compagno accompagnato da un custode. Un egli ed il compagno legarono ed imbavagliarono il custode, si sciolsero la catena e fuggirono nella provincia di Avellino, dove menarono vita di briganti, armati rubarono, scorsero la campagna, stettero ai servigi di un signore prepotente. Dopo otto mesi Pasquale tornò al suo paesello per vedere la sua Lucia, le sorelle, ed il fratello che si era impadronito di tutta la roba sua, e più non gliene aveva voluto dare: ma quella notte che vi entrò, il fratello chiamò i gendarmi, e fece riprendere il forzato fuggito. E così ebbe pena gli altri otto anni, ed è nell'ergastolo. Da che io son venuto in questa stanza mi ho fatto fare le scarpe da lui, gli ho dato qualche consiglio per farle bene, l'ho predicato come buon calzolaio, ho mandato a comperargli cuoia e pelli, l'ho persuaso che il lavoro onora l'uomo e lava il delitto, che egli deve perdonare al fratello: ed egli ora di ciabattino, è divenuto calzolaio, fa scarpe a tutti i politici, a tutti gl'impiegati dell'ergastolo, ha un po' di capitale, grande amore alla fatica, e ne vede lieto i frutti, ha perdonato al fratello. Mentre io scrivo queste parole egli mi sta vicino, seduto innanzi al suo bischetto, e tira lo spago: né potrebbe mai immaginare che io scrivo di lui, e della sua bella Lucia.

Santo Stefano, 24 marzo (1854).

Da otto mesi ho preso a voltare dal greco in italiano le opere di Luciano. Io ero pochissimo intendente di greco, ed ora non ne so più di prima; ché la memoria mi si va spegnendo, e tutte le forze dell'anima me le sento e me le vedo intisichire ogni giorno. Nella mente non entra niente più, e se v'entra non vi fa colpo, non vi rimane. Un lavoro di composizione mi sarebbe impossibile, e da tanto tempo io non sento più la dolce febbre della composizione, che si chiama estro ed è rapimento soave dell'anima. Un'altra febbre mi consuma e mi lima la vita. Per non perdere affatto l'uso di scrivere italiano, per impratichirmi del greco, e per una certa simpatia che ho avuto sempre col leggiadrissimo Luciano, mi determinai a farlo italiano e di prendere una fatica immensa, una fatica da vero galeotto. Ho il testo nudo, senza neppure una virgola di note o di dichiarazioni: quattro volumetti, edizione di Lipsia: ho un vocabolarietto manuale greco-latino, anche edizione di Lipsia: ed una grammatica greca ad uso del seminario di Padova, nella quale già studiò il mio Raffaele, che scrisse il suo nome su la coperta. Con questi tre libretti ho avuto il disperato ardire di mettermi non dico a tradurre ma a lottare con uno scrittor greco mirabile per eleganza, e per una tale facilità che è difficoltà spinosissima a chi intende. La fortuna mi è stata sempre nemica spietata ed implacabile, che m'ha tenuto stretto nelle sue tanaglie: spesso avrei molto da dire, e mi manca la parola facile: avrei voluto vedere il mondo, e non ho potuto mai partirmi del nido: avrei desiderato libri per pascere almeno la mente avidissima. A questa mia nemica io oppongo il mio coraggio, ma non basto: posso resistere come tetragono ai suoi colpi, ma vincerla no. Dovrò cadere certamente: cadessi almeno come gli eroi della poesia greca che soccombevano al fato, e cadevano gloriosamente! La gloria non mi fu destinata: io nacqui solamente per patire. Chi sa se potrò compiere questa mia pesantissima fatica e se compiutala, avrà la sorte di riuscire buona e di darmi un po' di fama? E che fama sarà quella di buon traduttore? E chi saprà quanto mi costa, come l'ho fatta, con quali mezzi, in qual luogo, tra quali spasimi? Che importa di tutto questo al leggitori, i quali riguardano solo all'opera, e non vogliono saper come è fatta? Ma e che importa a me de' leggitori, della fama, e del mondo? Se ho perduto ogni cosa, se mi hanno tolto la pace, la famiglia, l'aria, il moto, il cielo, e m'han gettato in un sepolcro, debbo io serbare ancora illusioni, e cercar la gloria che è l'ultima camicia di cui si spoglia il savio, come fu detto? Fo questa fatica per occupare la mente e non farla inselvatichire stupidamente: l'occupazione mi giova, perché mi fa sentir meno l'ergastolo: dunque la fo per me: se la gioverà anche agli altri, mi piacerà di aver giovato agli altri anche dal luogo dove io sono: se no, tanto meglio, avrò giovato a me solo.

Ma pognamo che io faccia una buona traduzione, avrò io fatto bene a vestire all'italiana un greco che non credeva a nulla e si rideva di ogni cosa, e, come alcuni lo chiamano, un empio beffatore? Una traduzione di Luciano (ponendo da banda le cose che offendono il pudore e i costumi presenti) sarebbe ella un'opera utile, non dico per la leggiadria dello stile, ma per l'importanza della materia? Di questo voglio discorrere più ad agio.

Santo Stefano, 12 aprile (1854).

Chi mi porta su la collina di Posillipo, in quel mio vago giardino tutto fiorito di rose, e profumato dal soave odore della magnolia? Chi mi ridona di potere di salutare il sole che il mattino si leva dal Vesuvio, come giovane innamorato, e riguarda la città che come bellissima donzella sovra un letto di verdura, posa il capo alla collina e stende i piedi sino al mare? Perché più non lo saluto quando si nasconde dietro Miseno, e pare addolorato che non seguita a rimirare tanta bellezza? Non vedo più i campi sparsi di case che fumano in su la sera; non odo la canzone villereccia che dal fondo della valle saliva liquida e soave sino all'altura; non mi viene all'anima il canto dell'usignolo nella pace della sera. Dove sono i miei figliuoletti che mi ruzzavano intorno, e la donna mia che meco passeggiava al chiaror della luna? Come odorava la terra, l'erba, gli alberi, i fiori! che soave brezza veniva dal mare, nel quale come in uno specchio d'argento, si mirava dubbiosa la luna! Dopo le lunghe fatiche della giornata che dolcezza era per me montar la collina, entrar nel podere, udire il latrato di Turco il cane del colono, fare un fischio, udirmi risponderepapà” da due care vocine, e correndo tra gli alberi venirmi incontro i due figliuoli miei, baciarmi, dimandarmi se avessi portato loro qualche cosa e prendendomi uno da una mano una dall'altra, giungere presso alla casina, dove la mia Gigia dal balcone m'aspettava e mi salutava con un sorriso d'amore. Il sole seguita ad illuminare quella collina, ma non vi trova più la mia famigliuola, il mio cuore che lo salutava con tanto affetto, gli occhi miei che lo miravano con tanta gioia, l'anima mia che volando si riposava in lui, e poi saliva sino a Dio. Quella terra e quei campi sono ancora belli di erbe, di fiori; quell'aere ancora olezza; ma chi vi vide, come vi vedeva io, passeggiare ninfe e sirene e lievissimi spiriti? chi sente risonare in quell'aere una poetica melodia, un inno d'ineffabile dolcezza? chi va ad adorare la tomba di Virgilio, e sfogliando le rose e spargendovele sopra, vi ripete quei cari versi? Spargite humum foliis? chi vi aspetta zefiro che tornando da lontane contrade rabbellisce la terra di erbe, di fiori e di mille soavità d'odori, e poi che l'ha abbigliata come giovane sposa la vezzeggia e la bacia con l'alito delle aurette e coi lievi sussurri, mentre gli uccelli venuti con lui da lontani lidi gli cantano con tante voci la canzone delle nozze? O uccelli che passate per questo spazio di cielo che ricopre l'ergastolo, e non vi curate de' dolori che qui sono, o fortunati uccelli, andate su quel colle, che non trovereste altrove più bei verde, più sereno aere, più dolce riposo: fatevi il nido, ed allevate i figliuoli vostri, come io v'allevava i miei. O mesto usignuolo, va su la tomba del tuo poeta, dove è l'ombra di un alloro, appiccavi il nido, che nessuno aratore ti strapperà gl'implumi figliuoletti, e tu non piangerai, ma canterai d'amore, ed il tuo canto parrà forse a qualche anima il canto del poeta. Ma tu lo conosci quel luogo, o mesto usignuolo, tu più volte hai fatto il nido sopra gli alberi vicino alla tomba, e forse tu fosti quello che con la melodia del tuo canto rapisti tutte le potenze dell'anima mia, e mi facesti credere di vedere la romana ombra del poeta andar lieve vagolando sul pendio della collina, ed io andargli incontro reverente, e salutarlo nel latino idioma, e nell'italiano con le parole di Dante:

 

“Oh se' tu quel Virgilio; quella fonte

che spande di saper si largo fiume?”

risposi lui con vergognosa fronte.

“O degli altri poeti onore e lume

valgami il lungo studio e il grande amore

che m'han fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro, e 'l mio autore”.

 

Io l'ho veduto ne' deliri della mia fervida giovinezza, io l'ho veduta l'ombra del gran poeta, e le ho parlato, e ne ho avuto un sorriso: io non mentisco, io l'ho veduta, e le ho parlato davvero. Ancora me ne ricorda, ancora ho innanzi agli occhi quelle onorate sembianze, ancor mi suonano dentro il cuore le sue parole di gravità soave. Oh, chi mi ritorna ai delirii della mia giovinezza, chi mi ridona un sol giorno della primavera della mia vita? O fortunato inglese che riposi presso la tomba di quel poeta 3; come è bello il dormire a canto a Virgilio! Oh potessi anch'io passare in quel luogo questa carne travagliata e queste ossa, vorrei pure morir presto e non indugiarmi d'un giorno. Chi è sepolto colà deve certamente avere anche sotterra qualche sentimento, qualche amore, qualche idea, qualche fantasia: perché quella terra non è terra bruta, ma è viva e palpitante, e quasi parla e canta. Ahi misero me! Dove io vedo spalancata la fossa per me? qui: in una fossa cogli assassini e i parricidi. Ahi strazio crudele! oh disperazione! Deh voi, che siete nemici della vita e della mente mia, che m'odiate vivo, non siate crudeli anche con un morto, rendete le mie ossa ad una mano amica, che le poserà in un angolo remoto di quella terra.

Non vedo il mare, non vedo la terra, vedo solamente tanto spazio di cielo quanto ne ricopre l'ergastolo, e pur nell'aria che va facendosi tiepida e nel cielo purissimo io sento e ricordo il ritorno della quarta primavera che qui mi ritrova.

 

Ah perché non distendon le nubi

su l'ergastolo un funebre velo?

Perché tanto sorriso di cielo

su lo scoglio del vile dolor?

 

Santo Stefano, 17 aprile (1854).

Ho baciato il tuo ritratto, o mia diletta, ma l'ho baciato segretamente. Gli uomini tra cui sono, se m'avessero veduto m'avrebbero deriso, perché non conoscono la virtù e l'amore. Che nuovo tormento è questo di dover tenere celato come delitto il più sacro, il più casto degli affetti? Ho baciato il tuo ritratto, ho riveduto gli occhi tuoi, ma non son dessi, non hanno quella luce e quell'amore. Gli occhi tuoi li ho qui nell'anima mia, e qui scintillano come due stelle, e mi spandono una luce soave per tutta l'anima. Quanto mi sarebbe necessario rivedere ogni giorno la tua immagine, per chetarmi un po' l'anima conturbata dal continuo e permanente spettacolo d'ogni bruttezza fisica e morale! Quanto vorrei esser solo anche in una segreta per poter abbandonarmi alla fantasia, venire vicino a te, e chiamarti per nome! Oh il tuo nome qui nol profferisco mai, perché mi parrebbe di contaminarlo.

Sai che mi ritorna sempre a mente? Il primo sguardo tuo quand'io ti vidi la prima volta e t'amai, la prima parola che tu mi dicesti. Era l'aprile del 1834: io aveva ventun'anno, tu sedici. Che amore! che ebbrezza! quant'era bello il mondo! quanto sereno il cielo! come suonava la voce tua, come splendevano gli occhi tuoi! che divina bellezza ti dipingeva tutta la persona! Io ne ricordo, e ancor tremo e palpito d'amore. Sì, tu sei ancor quella, gli occhi tuoi hanno la stessa luce, le tue parole la stessa melodia: io t'amo con la stessa caldezza, benché passati tant'anni e tante sventure. Ricordi tu quel bacio, il primo bacio che io ti diedi quella sera! Oh, perché mi dicesti che m'amavi? Povera fanciulla, angelo di bellezza e d'innocenza, tu non sai quante lagrime e quanti dolori tu avrai per questo giovane sfortunato, cui dài l'amor tuo: non amarlo... No, no, amami o angelo consolatore, perché Iddio t'ha creata per amare e consolare una sventura.

Se alcuno leggesse queste parole che io scrivo certo riderebbe di me e del mio amore. Ma tu, non ne riderai tu, o diletta mia. Chi non ha sofferto come noi, non può intenderci, non capisce che la sventura accresce ed affina l'amore. Oh, se questo amor nostro è una dolcezza inesplicabile, è un balsamo soave sull'anima lacerata, è una luce, è una armonia che ci fa pure sopportabile questa sventura, ringraziamo il sommo Iddio che ci ha dato la sventura e l'amore.

17 settembre 1854.

Tra le ventidue persone che per causa politica sono state dalla fortuna gettate meco all'ergastolo, è un giovane albanese di Calabria, nato a Civita, paesello della provincia di Cosenza. Voglio parlare di lui per consolarmi e per riposarmi; perché l'anima mia è stanca di contemplare tanta oscena bruttezza di uomini e di cose.

Nel collegio italo-greco di San Demetrio stette egli sino a venti anni sotto quella stolida disciplina che si chiama e si crede educazione. Volevano farlo prete, ma vedendone l'indole troppo ardita, e certe scapataggini d'amorazzi, gli lasciarono scegliere una professione, ed egli scelse quella del notaio. Per apprenderla andò in Castrovillari paese distante un otto miglia dal suo villaggio; e quivi si diede a studiar legge e a far versi e l'amore. Aveva ventidue anni, ingegno vivido e poetico, cuore caldissimo e saldo, e non era ancora uscito dal nido quando venne il 1848, anno di tanta vita e di tante speranze: ed egli che da giovane amava la libertà per istinto d'animo generoso, e per averla veduta dipinta così bella nei libri dei greci e dei romani, sentì che una ignota potenza gli sollevava il cuore e la mente. La Calabria nel giugno di quell'anno si levò in armi: ed egli preso il moschetto chiamò a seguirlo diciassette albanesi del suo paesello; andò ad accamparsi a Campotenese, e quando si dové combattere, combatté da prode, da leone, come si combatté a Maratona, col coraggio di Cinegiro. Animoso spensierato, sicuro che tutti gli altri avevano il cuore suo, si avanza solo, non ode chi gli grida di ritirarsi, combatte fra le palle che gli fischiano intorno e sollevano un nugolo di polvere. Ora disteso boccone a terra, ora dietro un albero, ei solo tien fronte a cinquanta nemici irritati e meravigliati di tanto ardire. Due soldati non visti lo assaltano di fianco, gli scaricano due fucilate, una palla gli porta via il moschetto e il dito indice della mano destra, gli vanno sopra per trapassarlo con le baionette; ma egli, benché disarmato e ferito, slanciasi, afferra con le mani le due baionette, le separa, le svia, e abbranca uno dei soldati per farsene scudo, e non morir solo. Sovraggiungono gli altri, che gli danno vari colpi in testa, sulla fronte, in una natica; e l'avrebbero disonestamente ucciso, se un caporale da lui ferito in una gamba, non l'avesse generosamente salvato e frenata l'ira soldatesca.

Mutilato e sanguinoso, è trascinato in Castrovillari: e risanato dalle ferite, dopo due mesi, è gettato nel carcere di Cosenza; dove sempre lieto, sempre confidente, cantava, poetava, occhieggiava quante donne si volgevano al suo canto. Interrogato dal giudice, disse schiettamente il fatto com'era andato; e ripreso dall'avvocato che quella schiettezza lo perderebbe, rispose: “Oh era meglio mentire e disonorarmi?” La prima causa politica trattata innanzi la corte