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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto primo. Scena prima   Ombra di Moleonte. Morte.
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Atto primo. Scena prima

 

Ombra di Moleonte. Morte.

 

Mol. Bench'io uolga, e riuolga il uiso à dietro,

Non però ueggio alcun di quei soccorsi,

Ghe Pluton m'ha promesso, ò ch'ei m'inganna,

Ò che questi occhi mei già tanto tempo

Non auuezzi à ueder lo splendor grato

Di questo ciel, ma à starsi in atra sera

Entro à le folche riue di Cocito,

Il beneficio anchor di questa lume

Non ponno usar, riguardar da lungi.

Ma, che figura è questa, che mi segue?

A l'orditura sol di nerbi, e d'ossa,

Di carne ignude, e di midolla asciutte

(Se non erra il ueder) mi sembra Morte.

È dessa. Ecco le serpi, che d'intorno

Se le uan rauuolgendo horride, ed irte.

Quella è la curua, inessorabil falce,

(Di cui sostiene armate ambe le mani)

Che la biada egualmente tutta miete

De le uite, che son sopra la terra.

Io, che son morto, a la sua uista oscura

Pauento si, che rimorirne temo.

Mor: Re Moleonte, ò più tosto sua ombra,

L'eterno Imperador de' Regni nostri

(À pena giunta da un'horrenda strage,

Ch'io feci hiersera d'huomini, e di Donne)

Mandami à te prestissima, e m'impone,

(Sendo le furie essercitate altroue)

Ch'io uenga a tuoi comandi ubbidiente.

Comanda hor ciò, che uuoi. Uuoi tu, ch'io meni

À cerco questa falce, e faccia in breue

Scarca restar la Battriana, terra

D'huomini, e d'animai? Moleon. Cosi non uoglio.

Ma ben' aprirti la cagione in breue,

Che à lo sdegno mi spinge, e à la uendetta:

Tu sai, che 'l mio fratel giunto al suo fine,

Conoscendo Candaule suo figliuolo

Debile al peso di quest'ampio Regno,

Ch'ei possedea per esser prima uscito

A la luce di me (cosi ciascuno

Prende la sorte sua dal , che nasce)

À me lasciollo, e me ne fe signore,

Fin che mi fosse di tenerlo à grado,

Ò che 'l fanciullo, in guardia a me rimaso,

Del maneggio real uedessi degno.

Ma il garzone insolente, e ambitioso

Non potendo aspettar gli anni douuti,

Onde si maturasse il suo possesso;

Fuggì al Re d'India, che e moglie, e consiglio,

E soccorso li diede, ond'ei ne uenne

À spogliarmi del Regno, e de la uita.

E 'l suo disegno à punto li successe:

Io in tanto padre d'una figlia sola

(Se figlia m'è però, ch'io ne sto in forse)

Per conseruarle e la uita, e l'honore

(O come spesso il cieco human discorso

Per lo migliore il peggio eleger' usa)

Le prouidi, e tra selue in un palagio

La chiusi in compagnia d'altre Donzelle,

À cui fuor, che l'uscir non mancasse altro.

Ma s'inganna quel padre, il quale stima

L'honestà de la figlia intatta, e salua

Per hauerla rinchiusa in grembo à i marmi,

E di ferro, e d'acciar cinta d'intorno,

Quando ella in caste uoglie il cor non chiuda.

Candaule entrato in Regno, poco dopo

Entrò celatamente in questo albergo,

Ch'io dico, oue recò la mia figliola

Troppo cortese a' desiderij suoi.

E ben, che à lei sotto mentito nome,

Fintosi un'altro, si mostrasse prima,

Ella però tener douea diffesa

La rocca del suo honor contra ciascuno.

E quando ei di sforzarla minacciaua,

Rendersi ella douea più tosto cruda

Contra se stessa, che uerso altri molle.

Ò farlo almen dapoi, ch'ei le scoperse

La sua uera persona, il nome uero,

Il suo maluagio acquisto, e la mia morte.

Pur' egli lietamente anchor la gode.

E ben, c'habbia la moglie in India tolta,

Che questo Regno, e queste case stanza,

Ha sposato quest'altra, e riceuto

N'ha doppia prole. quel che con la sposa

Propria fin qui non ha potuto mai.

Hor contra questa ingrata, infame, infida,

Che insieme esser mi uoul Nipote e figlia,

Anzi l'un, l'altro à quel ch'io ueggio,

Contra quel rio homicida, ch'esser detto

Uoul di chi uccise e genero, e nipote,

Anzì quel, ne questo nome ei merta.

E contra quei mal nati, che potranno

Chiamar la madre loro e madre, e zia,

Vendetta crudelissima apparecchio.

Mor. Com'esser può, che 'l tuo paterno Amore

In si fier'odio tramutar si possa?

Mol. Sopra ogni padre human la figlia amai.

Ma quanto il succo fu più dolce, tanto

Più acre deuenir suol poi souente.

Mor. E che ripar uoleui tu, che hauesse

Fatto la incauta, inerme giouanetta

A la froda, e à la forza di Candaule?

Mol. Io uolea ch'ella, poi che 'l tutto seppe,

Facendosi aspe à la pietà materna,

Progne imitasse, che 'l figliuolo spense

Per lo già spento honor de la sorella.

Io uolea ch'ella, poi che 'l fatto intese,

Serrando fuori il maritale affetto,

Con le figlie di Danao andasse in schiera.

Che non per uendicar, ma per piacere

Al padre sol, la notte ultima, e prima

Fecero eterno il sonno de' mariti.

Io uolea ch'ella, poi che 'l uero udio,

Aprisse il seno innanzi al crudo ferro,

Che aprir le braccia al mio crudel nemico.

Mor. Dimmi, se di due mogli, che ha Candaule,

Fertil'è tua figliuola, e steril l'altra;

Se restasser la madre, e i figli uiui

Non porria la tua figlia esser Reina

Ageuolmente, e i tuoi nipoti heredi,

E così hauresti il tuo desir? Mole. L'haurei.

Ma Dalida figlia, Candaule

Gener, i figli lor nati d'incesto,

Vo, che nipoti mei si chiamin mai.

che persona del mio sangue nata

Sia meretrice. che à Candaule sposa

Esser non può, che ha la sua prima moglie

E uiua, e tal, che speme ampia le resta

Di non sempre restar così infeconda,

Ma d'hauer figli, e i figli hauere il Regno,

E i figliuoli di Dalida per serui.

Non uo, che poi de la seconda amica

Satio Candaule, e fastidito, astringa

Dalida infame; e trista à gire errando.

Non uoglio alfin, che 'l giuramento mai

Si spezzi, che non fora sposa mai

Dalida, à mio poter, de l'empio, ingrato

Candaule, il qual senza pur farmi motto

Venne armato à cacciarmi di quel Regno,

Che 'l saggio padre suo m'hauea conmesso,

E, ch'io serbaua a suoi diceuoli anni.

Non haurà per Dio Dalida il suo intento.

Mor. E perche tanto indugio à la uendetta?

Mol. Perche Pluton più tosto no 'l consente.

Mor. Hor, che uuoi? MOLeon. Qui uorrei, che teco insieme

Fosse la dispettosa Gelosia.

Mor. Io qui la condurrò (s'aspetti) hor' hora.

Mol. Et io ui dirò à l'hor quel, che disegno:

 




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