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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Moleonte solo
Mo: Ah figlia, non già mia, ma d'Acheronte, Ingrata, dishonesta, ou'è l'Amore, Che à tuo padre monstraui? u' la pietade Ch'eri tenuta à i genitori tuoi? Quello sdegno dou'è doue quell'odio, Che fingeui d'hauer concetto in tale, E tanta copia contra il rio Candaule, Quand'uccidea le genti nostre, quando Tanto mal minacciaua al nostro capo? Cotesta è la magnifica uendetta, Che de' nemici nostri, empia, tu fai? Inuece del martiro, e de la morte Crudel, che à l'uno, e à l'altro tuo parente Diedero dando lor gioia, e diletto? Dando figliuoli à chi ti tolse il padre? Padre facendo chi ti fe pupilla? Così le tue promesse, e le mie leggi Osserui? Questo il primo fu ricordo Pur, che beuesti si può dir col latte, Di sempre odiar, sempre abhorrir costui? Ah maledetta notte, ah tristo letto, Quando, e doue tu fosti ingenerata. Perche non partorì tua madre il parto, Ò di Pasifae, ò di Medusa prima, Che te figliuola? Ah secchisi la lingua Mia, che à mia forza pur uuol dirti figlia. Perche non ti gettai, crudel nemica, (Che cosi debbo dir) per pasto à i cani, À i lupi, à gli orsi, com'Eolo il nipote Subito, che del uentre uscita fosti? Di te, Nutrice, uo dolermi, quando Riscaldasti costei nata nel bagno, Che non ue la lasciasti affogar dentro, O 'l bagno non facesti del suo sangue. Anzi di me, che à un drago, à un basilisco Non la feci allattar, poi, che 'l ueleno Meritaua di bere anzi, che 'l latte. E non le fabbricai prima il sepolcro, Che 'l rio palagio d'ogni mal ricetto. Ti mancauano forse, ou'io ti misi, E generose serue, e adorne stanze, E cibi delicati, e ricche uesti, Ogni agio, ogni delitia, ogni diporto, Che desiar, che imaginar potessi? Ma nè cosi il godrai, come ti credi: Ò moglie mia più de le luci amata, Perche tu anchor dal dispietato abisso Lieta non esci à lo spettacol grato Del martìr, che riscoter m'apparecchio Da la nostra ingratissima nemica? La qual senza mirar lo stretto nodo Del parentado tra Candaule, e lei, (Ch'esser più non porrian se non fratelli) La qual senza pensar con quai supplitij Ha il fier nipote à studio, à torto offeso Lo tuo innocente e delicato corpo; La qual senza mirar, che me suo padre, Me, che la sua preposi à la mia uita, Ha colui spinto anchor da questa luce Col più crudo, il più insolito martire, Che nel pensero human capesse mai; Anchor consente, anchor segue, anchor gode Di lasciarsi abbracciar da quelle braccia, Che mosser l'armi contra i suoi più cari. Di lasciarsi toccar da quelle mani, Che del sangue paterno anchor son calde. Di far prodiga copia al suo nemico Di sua persona, e di quel gran thesoro, Che si tardi acquistai, che a lei concessi: Ò casta, e faretrata cacciatrice, Che fai? perche 'n costei, che al tuo gran nome, Quando in mezo a' tuoi boschi la rinchiusi, Sacrai solennemente; non ispendi Quante al fianco ti pendono saette? Questa uendetta à te si conueniua. Ma poi, che tu non degni à si impudico Sangue bruttar le tue pudiche mani, Conuerrà, ch'io la faccia. e non potendo Io stesso farla, per esser sol'ombra Senza corpo, e albergar solo in inferno; (Che quando io fossi uiuo, io stesso, io solo Le secherei con le mie man la gola, Ò il collo, che la mia crudel nemica Porge à le braccia del nouo marito Auuolgerei del meritato laccio. E quella bocca perfida, ch'ell'offre À i dolci baci del nouello amante Empirei di mia man d'acre ueleno) Io non potendo, conuerrà, che troui Vna perfetta, e prouida ministra, Che uendichi te, Diua, e me, e la madre, E se medesma. E (s'io non erro) credo, Credo, che tal l'haurò trouata a punto. Dalida, credi pur, sappi pur certo, Che giunta con la colpa andrà la pena. Se con l'amante tuo cenasti hersera Lieta con tanto scherno del tuo padre, E de la moglie sua, care uiuande In dilettosa festa; io spero, c'hoggi In doglie ad ogni gioia forse eguali, Sospiri cenerai, lacrime amare. De le tue facultà desti heri cena Al tuo marito. E (se'l pensier succede, Che 'l tartareo furor così mi spira) Hoggi gli la darai de le tue membra. Vo ben farti per l'ultima una gratia, Che sopra ogn'altra ti fia forse grata. Dapoi, che tu questa passata notte Con supremo desio chiedeui al cielo Non ti disgiunger dal tuo sposo mai; Io cura haurò, che questo don riceua, E le membra con lui congiunga in modo, Che nel suo corpo stia, nè mai te n'esca. Bacia i figli, Candaule, mentre hai tempo, Che non li bacierai più forse uiui. Tu le figliuole sai priuar di padre, Edaltri il padre sa priuar di figli. La donna, che acquistar ti fece il Regno, Ti farà (e sarà il uer) perder la uita. Horsù, Reina, al tuo consiglio tocca Far la nostra commune aspra uendetta. E so, che la farai, quando tu intenda Con quai tempre d'oltraggio il tuo marito Noi parimente, e te scherne, e offende. Si feroce Leon non ha la Libia, Si seluaggia non ha Tigre l'Hircania, Che col furor del furor giunga al paro D'una attizzata, una gelosa donna. Spargi, togliendo à Dalida quel sangue, Ch'io d'hauerle prestato ogni hor mi pento. Spengi quel mostruoso, horribil seme, Che giustamente à te douea il marito: Ma caggian le parole, e appaian l'opre. Ecco insieme le due preste, ed armate, Di cui tanto ho bisogno, e tanta uoglia.
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