Atto
III, Scena III
Dalida. Secretario. Fanciullo.
Dal: Ecco, ch'io scopro homai d'appresso gli alti
Edificij del mio natal terreno,
Contesimi da gli arbori, e da i monti.
Ecco le altere, e minacciose torri,
Lunga fatica di molti anni, e molti
Sudate da i Ciclopi, e da Uulcano.
Le sacre case de paterni Dei,
Le uie, i colossi, le piazze, e le
loggie.
Il Battrio hor ueggio, il qual parte la
Battri-
ana terra per mezo à la cittade,
Quasi contemplator di queste mura
Per taciturne uie, gir cheto cheto,
Chinando 'l capo, al grand'arco del
ponte,
Che la seura città coniunge in uno:
Ecco 'l palagio sospirato tanto,
Doue già il Re mio padre al tempo lieto,
(Ò amara, ò lacrimosa rimembrenza)
E temere, e tremar si facea intorno.
Secr: Ah signora, che hauete? che ui affanna?
E da qual noua, & improuisa nube
In cosi certo, e limpido sereno
Si spreme à forza la pioggia del pianto,
Che tacita ui riga il uiso, e 'l seno?
Dal: Ahimè, che dal mirar le Regie mura
Rinouata mi sento la memoria
De' gran parenti mei, che chieggion forse
Da la lor poco ubbidiente figlia
Le giuste pene, e sopra lei uendetta
Far, che farla di lor potè, e non uolse.
Secr: Merauigliomi ben del uostro senno:
Hor che à l'aer natio, che al dolce
aspetto
Del nido amato, à cui già sete in
braccio,
Vi doureste mostrar tutta gioiosa;
E tanto più, che le speranze uostre
Riedono à uoi di ricco frutto carche;
Andate le mestitie ricordando:
Dal: Deh, che (s' io uo pur dire il mio secreto)
Portano i piè tuttauia innanzi il corpo,
Et à dietro i pensier tirano il core.
L'occhio ua innanzi, e l'accomagna il
piede,
Ma la mia mente à dietro si riuolge.
E son qual naue, che à ualor di remi
Poggiar si sforzi incontro à l'acqua, e
al uento.
Secr: Di che temete uoi signora? Dal: Temo,
Temo, e non so di che, ma temo male.
Secr: E qual cagione à tal timor u'induce?
Dal: Non la so dir, ma par, che m'indouini
Vn mal graue, propinquo, e occolto il
core.
E questo indouinar conferma un sogno,
Che fra i confini del dì, e de la notte,
Da me partito il mio Signore à pena,
Sta mane m'apportò languido sonno.
Secr: E che sogno sinistro fu cotesto?
Dal: Pareami, che un'Astor, lasciato à uolo
Dal signor suo, uenia uer me battendo
L'ali, e tal mi facea plauso d' intorno,
Ch'io per suoi vezzi, e per diletto mio
Il capo humile, e mesto alzaua in alto.
E nel'alzarlo mi parea uedere,
E subito auuiarmi à un bel giardino
Di lieti fior, di cari frutti ricco.
E mentre in compagnia del grato augello
I' giua à cor le nobili ricchezze
Del fortunato, e gratioso sito;
Pareami d'incappare in una rete
Tra i fiori, e l'herbe, ch'io premea,
nascosa
Ò di ferro, ò d'acciar, (ch'io non so
bene)
La più artificiosa, e meglio ordita,
Che fabricasse mai Vulcano in Etna.
E che una alpestra, & arrabbiata
Tigre
D'una macchia scagliatasi con furia,
Questi duo figli, ahimè, queste due luci
De gli occhi mei mi strappaua dal grembo
Stracciandoli con l'unghie à brano à
brano,
E del suo sangue colorando l'herbe,
Anchor che di camparli io mi sforzassi.
Poi mi parea, che la medesma Tigre
Contra me s'auuentaua. ond'io leuai
Si alto grido, che à quel suon mi scossi.
Secr: Dunque uoi sete anchor di quelle sciocche,
Da cui si presta à tai schiocchezze fede?
Dal: I sogni ancho altre uolte hebbero effetto.
Secr: Si dileguan col sonno, e con la notte.
Dal: Ma, che uuol dire un batter cosi spesso
Di cor? che uuol significar, che 'l passo
Fermo à gran pena in terra, e sembro
quello,
Che la uia tenta con piè incerto sopra
Lastricato sentier di ghiaccio liscio?
Dalida, torna indietro, indietro torna,
Dalida. senti il tremor freddo, e uago,
Che per l'ossa discorre, e più le chiome
Ti fa arricciar, quanto più innanzi uai.
Torna à l'antico tuo seluaggio albergo,
À la tua prima uita. e con ispeme
Di più acquistar, non perder quel,
ch'hor'hai.
Secr: Credo ben, che diciate hor da douero.
Ma non hauete mille uolte chiesto
À li Dei un tal giorno, in cui Candaule
Fuor ui trahesse de l'aspro diserto,
Ne la uostra città u'introducesse,
Quì ui sposasse con nozze solenni,
E nel seggio real ui collocasse,
Facendoui adorar da tutta Battra?
Ecco uenuto il desiato giorno.
Hor di che u'affligete? il Re Candaule,
E la sua madre già fatta contenta,
Anzi di ueder uoi del Re più uaga,
Mi mandano à chiamarui, e quì condurui
A gran fretta, apparecchiano le nozze,
E con festa u'aspettano. e stupisco,
Che à incontrarui non uengano per uia.
Dal: E ciò mi fa temer. che' n si bel fine
Di si lungo desio,
piacer non sento.
Fan: Madre? Dal: Che uuoi figliuol? Fan: Perche
mouete
Si fiacca il passo, e sospendete il
piede?
Non gite uolentiere al padre nostro?
Mi par già de uederlo tutto lieto
Venirne incontra con le braccia aperte.
Non uolege menarne al nostro bene?
Dal: Uoglia Dio, che per uoi questo sia bene.
Non so ciò che mi uoglia. e son à
essempio
Di chi temendo d'hauere smarrito
Il camino, si ferma, e sta pensando
S'ei segua auanti, ò se pur torni
indietro.
Fan: Andiamo, cara madre, al padre nostro.
Hor non uedete tante belle cose,
Che più non sono state da noi viste?
Uogliam tornare à cosi
brutti lochi?
Dal: Io non ui sarò scorta, ma compagna.
Fan: Madre? Dal: Figliuol? Fan: che arbori son
quelli?
Dal: Son di questa città gli alti stendardi.
Fan: Perche parlate cosi sospirando,
Madre mia? Madre, ahimè, perche piangete?
Dal: Piango, perche non posso far dimeno.
Fan: Venite, madre, lieta al padre caro,
Che ne darà mille pregiati doni:
Conforta anchora tu, cara sorella,
Nostra madre, ò piangiamo ambo con lei.
Dal: Ò uere, ò uerdi, ò uiue mie radici,
Anzi, ò mei dolci insieme, e acerbi
frutti,
Io ui uo compiacer. ma uoglio prima
Baciarui. ò dolci labra, sa Dio solo
Se più ui bacierò, figli mei cari.
Dio sa, se haurò più d'abbracciarui
copia.
Pur che uiuiate uoi, mora pur'io.
Fan: Nostro Signor da ciò ui guardi, madre.
Dal: Deh rimoui la man, deh non far proua
D'asciugar le mie lagrime, figliuolo.
Che'n maggiore abondanza uscir le fai.
Secr: Io resto ben attonito, Signora,
Di si gran nouità. ma ecco à punto
Su la porta la madre di Candaule,
Che allegra, per raccoglierui u'aspetta:
Andianle incontro, serenate il uiso,
E dimostrate ogni humiltà con lei.
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