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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto III, Scena III Dalida. Secretario. Fanciullo.
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Atto III, Scena III

Dalida. Secretario. Fanciullo.

 

Dal: Ecco, ch'io scopro homai d'appresso gli alti

Edificij del mio natal terreno,

Contesimi da gli arbori, e da i monti.

Ecco le altere, e minacciose torri,

Lunga fatica di molti anni, e molti

Sudate da i Ciclopi, e da Uulcano.

Le sacre case de paterni Dei,

Le uie, i colossi, le piazze, e le loggie.

Il Battrio hor ueggio, il qual parte la Battri-

ana terra per mezo à la cittade,

Quasi contemplator di queste mura

Per taciturne uie, gir cheto cheto,

Chinando 'l capo, al grand'arco del ponte,

Che la seura città coniunge in uno:

Ecco 'l palagio sospirato tanto,

Doue già il Re mio padre al tempo lieto,

(Ò amara, ò lacrimosa rimembrenza)

E temere, e tremar si facea intorno.

Secr: Ah signora, che hauete? che ui affanna?

E da qual noua, & improuisa nube

In cosi certo, e limpido sereno

Si spreme à forza la pioggia del pianto,

Che tacita ui riga il uiso, e 'l seno?

Dal: Ahimè, che dal mirar le Regie mura

Rinouata mi sento la memoria

De' gran parenti mei, che chieggion forse

Da la lor poco ubbidiente figlia

Le giuste pene, e sopra lei uendetta

Far, che farla di lor potè, e non uolse.

Secr: Merauigliomi ben del uostro senno:

Hor che à l'aer natio, che al dolce aspetto

Del nido amato, à cui già sete in braccio,

Vi doureste mostrar tutta gioiosa;

E tanto più, che le speranze uostre

Riedono à uoi di ricco frutto carche;

Andate le mestitie ricordando:

Dal: Deh, che (s' io uo pur dire il mio secreto)

Portano i piè tuttauia innanzi il corpo,

Et à dietro i pensier tirano il core.

L'occhio ua innanzi, e l'accomagna il piede,

Ma la mia mente à dietro si riuolge.

E son qual naue, che à ualor di remi

Poggiar si sforzi incontro à l'acqua, e al uento.

Secr: Di che temete uoi signora? Dal: Temo,

Temo, e non so di che, ma temo male.

Secr: E qual cagione à tal timor u'induce?

Dal: Non la so dir, ma par, che m'indouini

Vn mal graue, propinquo, e occolto il core.

E questo indouinar conferma un sogno,

Che fra i confini del , e de la notte,

Da me partito il mio Signore à pena,

Sta mane m'apportò languido sonno.

Secr: E che sogno sinistro fu cotesto?

Dal: Pareami, che un'Astor, lasciato à uolo

Dal signor suo, uenia uer me battendo

L'ali, e tal mi facea plauso d' intorno,

Ch'io per suoi vezzi, e per diletto mio

Il capo humile, e mesto alzaua in alto.

E nel'alzarlo mi parea uedere,

E subito auuiarmi à un bel giardino

Di lieti fior, di cari frutti ricco.

E mentre in compagnia del grato augello

I' giua à cor le nobili ricchezze

Del fortunato, e gratioso sito;

Pareami d'incappare in una rete

Tra i fiori, e l'herbe, ch'io premea, nascosa

Ò di ferro, ò d'acciar, (ch'io non so bene)

La più artificiosa, e meglio ordita,

Che fabricasse mai Vulcano in Etna.

E che una alpestra, & arrabbiata Tigre

D'una macchia scagliatasi con furia,

Questi duo figli, ahimè, queste due luci

De gli occhi mei mi strappaua dal grembo

Stracciandoli con l'unghie à brano à brano,

E del suo sangue colorando l'herbe,

Anchor che di camparli io mi sforzassi.

Poi mi parea, che la medesma Tigre

Contra me s'auuentaua. ond'io leuai

Si alto grido, che à quel suon mi scossi.

Secr: Dunque uoi sete anchor di quelle sciocche,

Da cui si presta à tai schiocchezze fede?

Dal: I sogni ancho altre uolte hebbero effetto.

Secr: Si dileguan col sonno, e con la notte.

Dal: Ma, che uuol dire un batter cosi spesso

Di cor? che uuol significar, che 'l passo

Fermo à gran pena in terra, e sembro quello,

Che la uia tenta con piè incerto sopra

Lastricato sentier di ghiaccio liscio?

Dalida, torna indietro, indietro torna,

Dalida. senti il tremor freddo, e uago,

Che per l'ossa discorre, e più le chiome

Ti fa arricciar, quanto più innanzi uai.

Torna à l'antico tuo seluaggio albergo,

À la tua prima uita. e con ispeme

Di più acquistar, non perder quel, ch'hor'hai.

Secr: Credo ben, che diciate hor da douero.

Ma non hauete mille uolte chiesto

À li Dei un tal giorno, in cui Candaule

Fuor ui trahesse de l'aspro diserto,

Ne la uostra città u'introducesse,

Quì ui sposasse con nozze solenni,

E nel seggio real ui collocasse,

Facendoui adorar da tutta Battra?

Ecco uenuto il desiato giorno.

Hor di che u'affligete? il Re Candaule,

E la sua madre già fatta contenta,

Anzi di ueder uoi del Re più uaga,

Mi mandano à chiamarui, e quì condurui

A gran fretta, apparecchiano le nozze,

E con festa u'aspettano. e stupisco,

Che à incontrarui non uengano per uia.

Dal: E ciò mi fa temer. che' n si bel fine

Di si lungo desio, piacer non sento.

Fan: Madre? Dal: Che uuoi figliuol? Fan: Perche mouete

Si fiacca il passo, e sospendete il piede?

Non gite uolentiere al padre nostro?

Mi par già de uederlo tutto lieto

Venirne incontra con le braccia aperte.

Non uolege menarne al nostro bene?

Dal: Uoglia Dio, che per uoi questo sia bene.

Non so ciò che mi uoglia. e son à essempio

Di chi temendo d'hauere smarrito

Il camino, si ferma, e sta pensando

S'ei segua auanti, ò se pur torni indietro.

Fan: Andiamo, cara madre, al padre nostro.

Hor non uedete tante belle cose,

Che più non sono state da noi viste?

Uogliam tornare à cosi brutti lochi?

Dal: Io non ui sarò scorta, ma compagna.

Fan: Madre? Dal: Figliuol? Fan: che arbori son quelli?

Dal: Son di questa città gli alti stendardi.

Fan: Perche parlate cosi sospirando,

Madre mia? Madre, ahimè, perche piangete?

Dal: Piango, perche non posso far dimeno.

Fan: Venite, madre, lieta al padre caro,

Che ne darà mille pregiati doni:

Conforta anchora tu, cara sorella,

Nostra madre, ò piangiamo ambo con lei.

Dal: Ò uere, ò uerdi, ò uiue mie radici,

Anzi, ò mei dolci insieme, e acerbi frutti,

Io ui uo compiacer. ma uoglio prima

Baciarui. ò dolci labra, sa Dio solo

Se più ui bacierò, figli mei cari.

Dio sa, se haurò più d'abbracciarui copia.

Pur che uiuiate uoi, mora pur'io.

Fan: Nostro Signor da ciò ui guardi, madre.

Dal: Deh rimoui la man, deh non far proua

D'asciugar le mie lagrime, figliuolo.

Che'n maggiore abondanza uscir le fai.

Secr: Io resto ben attonito, Signora,

Di si gran nouità. ma ecco à punto

Su la porta la madre di Candaule,

Che allegra, per raccoglierui u'aspetta:

Andianle incontro, serenate il uiso,

E dimostrate ogni humiltà con lei.

 




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