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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Cons: Ò nouo caso, puot'esser che 'l mondo Possa più ipeggiorar? che à questa corte Un'altra più crudel succeder possa? Can: Ah consiglier non sai, non sai lo stato, In ch'è posto il tuo Re. che se 'l sapessi, Non terresti, cred'io, le luci asciutte: Cons: Io sò il tutto, signor. Can: Non hò io dunque Di piangere, e d'uccidermi cagione? Cons: Nè de l'un, nè de l'altro à mio parere. Poi, che 'l piangere ufficio è sol di donna. L'uccidersi opra d'huom, ma disperato. Can: La morte ne uerrà senz'altra forza. Nè forza alcuna puo frenare il pianto. Contra cui non è scampo, Pregoti Consiglier, la cui gran fede Che star meco ti piaccia Questo poco di tempo, Ch'io starò in questa uita. E poi, ch'i' ne sia fuore, Piacciati farmi sepellir con queste Cons: Mai de la pietà mia, de la mia fede, Signor, non uerrò meno, e sol mi pesa Douerne far tal proua. ò spirto d'empia Donna, qual crudeltà lasciasti à dietro? Can: Dolor, benche 'l cor mio morda, e tormenti, Qual Cerbero le inique alme in Inferno, (E ben sei tal, che tu anchor' hai tre capi, Questi, che'n man sostegno) dammi almeno Tanto di spatio, che sfogar ti possa. Voi teste, infausto don, beuete il pianto Di colui, c'ha beuto il uostro sangue. Noi colmeremo il uaso, in cui giacete, De le lacrime nostre. & è ben degno, Lacrime sparse per si illustri morti. Ma chi piangerò prima, La consorte, che amor, che elettione Che natura mi diede, ò pur me stesso, Che uiuea in altri, e in quelli hora son morto? Felice esser non può quel, che non nasce, Ma ben felice quel, che more in fasce. Can: Se di me ti lamenti, ò cara sposa, Hai ragion. che ne l'ultimo conuito Di te, che tanto amai, e amerò sempre, Che non fei di tuo padre mio nemico. Temea tuo padre, che nel tuo palagio Secreto, e sol non ti mancasse il cibo. E pur potea temer con più ragione, Che tu de' membri tui Cibo non dessi altrui. Ò con che dolci preghi, e caldi uoti Uscir di quel palagio, e non sapeui, Che senza indugio, da quei boschi uscita Pensasti uscir da le marmoree mura, E tra più duri marmi à l'hora entrasti, Entrando ne le man di Berenice, Tanto sozza, e crudel, quant'io infelice. Perche à la mia città uenir uolesti Senza licenza mia? E se pur di uenirui animo hauesti, Perche à quest'altra man non ti uolgesti? Douea pure insegnarti il cor, dou'era E de la gioia tua, del tuo riposo. Ma dou'er'io, quando 'l tuo corpo al foco Perche non mi trouai à l'hor presente? Che ò col pianto le fiamme hauerei estinto, Ò sopra anchor ui haurei me stesso spinto. Con: Nè il Re per esser Re sta senza duolo. Il diadema è più rigido, e carco À fiamme eterne, che gli abbrucian l'alma. E chiusi maggior colpi anchor mi date, Che aperti ui mirai la prima uolta. S'hoggi uno specchio intero ui mandai, Perche specchio si guasto hor mi rendete? Hora so la cagion, perche la luce Pur mo s'ascose, e ascosa resta anchora. Per non macchiar sua bella puritade In opre si crudeli, e abominose Per non mirar si scelerate cose: Dimoraste nel uentre de la madre, Deh perche la uirtù del Pelicano Col sangue mio risorger ui farei, Anzi col sangue uostro, ch'io beuei. Ma poi, che ciò non lece, Ma lasciatemi pria baciarui, figli, Se già non ischifate di baciare La bocca molle anchor del sangue uostro. Rappresentate me ne le fattezze, Et io ui rappresento nel colore. Con: Non accade, ch'io porga al Re consigli. Che à torre, già dal fondamento scossa, E già d'alto inuiata à la ruina, Non pò più sottoporsi alcun sostegno: Can: Ah carnefice ria, che dar non sai, Quando nel uaso, ou'io beuea sfrondasti Quella ghirlanda tua, sfrondasti anchora Ma con giudicio poi me desti à bere Dentro al uino il uelen, non ne le carni Ch' iui perduto haurebbe ogni suo amaro, E forse hora uel perde. benche à trarmi Di questa uita senza tosco, solo Fia assai, fia troppo il duolo. Ma di chi mi lamento, Che quando al traditor diedi le chiaui, À Berenice à l'hor diedi il coltello, À la madre, à i figliuoli, e à me la morte? Di chi mi doglio, fuor che de' mei sensi Contra me congiurati? Perche si ciechi foste, ò occhi mei, Che non uedeste quai uiuande poste V'erano innanzi, e lor non conosceste? Perche foste si sorde, orecchie mie, Che non udiste (anchor che di lontano) Le uoci de la mia dolente Donna, Che nel morir douea chiedermi aiuto, E forse mi ha chiamato Tu cor mio, che quand'ella Con: Consolateui, Sir, che tosto andrete Fuor di questo proteruo immondo mondo, Il uiuere è fatica, il morir forza, Doue mai non si proua hora tranquilla, Anzi il nostro habitar sopra la terra Can: Ò Saturno, se i figli diuoraui, Ma io m'ho diuorato I frutti parimente, e la radice. Erisitton, che diuorasti parte Di te stesso una uolta, hor ti consola, Se stesso ha diuorato Ne la moglie, e ne' figli, e uiue anchora. Già molti anni seguij la cerua, & hora Ho mangiato la caccia. e di tal uino Io m'ho tratto la sete, che ben posso Dir, che tutto 'l mio sangue in me si serba, E che la prole mia Sepolcro de la madre, e de' figliuoli. De la uita douria sol questo horrore. Cho. Re (se 'l uer si dee dire) Giusta di tormentarui, e di morire. Can: Deh, Consiglier, sostien tu questo uaso. Che le mie mani, à cui à poco à poco Con: Lasciatelo, signore, e riposate. E da noi aspettate Noi restiamo nel mar, uoi gite al porto, Noi in tenebre stiamo, Noi in essiglio, e in carcer posti siamo, Voi uen gite à la patria in libertate. L'estremità del corpo, già la uoce È si debile, ch'io la traggo à pena. Anzi il uelen già s'auuicina al core Potrò più far con uoi. Appoggiateui, Sire, à la mie spalle, Che di quel, che sostenne un tanto regno, Signor, sedete. ahi, ch'egli è tramortito. Sostenetelo, serui, che non cada. Signor, non ci lasciate cosi tosto, E proferite anchor qualche parola. Chi di uoi scuote l'aura? e qual di uoi De' pargoletti figli, e de la sposa De l'alme innamorate Su per gli ombrosi mirti hor m'aspettate. Tu, Consiglier, cui raccomando il Regno, Finche sia il nouo successor creato, Con cui più lieta, e lungamente uiua; Tu ciel, tu terra, tu bel Regno mio, Con: Il Signor nostro ha fatto, Come suol far lucerna, balenando A l'hor, che uuole spengersi del tutto. Hora la uita à dramma à dramma perde, Come candelo acceso, e giunto al uerde. Ahi in quanto trauaglio, in quante pene Con che moto à se trahe lo spirto spesso, Come tutto si scuote, Quasi contra 'l morir tenti schermirsi, De le cose terribili è l'estremo: Con: Ben priuo d'intelletto si può dire Cho. Mira il Re, Consiglier, come si sforza Forse per ribaciar le amate faccie. Con: Io debbo compiacerlo: Sopra le fredde labbra, che ha baciato: Signor, già non pensai, che questo uecchio Vi hauesse à chiuder gli occhi, E tra la braccia sue tenerui estinto. Il tronco uerde cade, il secco resta Già non mi priuerai de la memoria, Che ogn'hor terrò di lui, nè de l'amore, Ch'io li porterò sempre, e in uita, e fuore: Cho: Quest'è quella, che i monti eccelsi uguaglia E tutte adegua alfin le cose humane. Con: Ecco quel, che pur mo' reggea gran parte Tronco infelice, inerte, e inutil peso. Quel, ch'hoggi dominò tanto terreno Hor ne fia chiuso in poco spatio. quello, Che à gli altri sourastaua, hor fia premuto. Si pretiosi, hor fia di serpi cibo. Questi, hora cinto d'or, d'ostro, e di gemme, Cosi nostra superbia si risolue. Cosi ne uan queste grandezze humane, Questi honor falsi, e queste pompe uane. Soauemente, ò serui, Finche saran l'essequie apparecchiate. Cho. Che nouo pianto è quel, di cui risuona Tutto quest'altro tetto? Ecco la Damigella afflitta, e mesta. Da lei saprem, che nouità sia questa:
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