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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto V, Sce. II   Consigliere. Candaule. Choro.
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Atto V, Sce. II

 

Consigliere. Candaule. Choro.

 

Cons: Ò nouo caso, puot'esser che 'l mondo

Possa più ipeggiorar? che à questa corte

Un'altra più crudel succeder possa?

Can: Ah consiglier non sai, non sai lo stato,

In ch'è posto il tuo Re. che se 'l sapessi,

Non terresti, cred'io, le luci asciutte:

Cons: Io il tutto, signor. Can: Non io dunque

Di piangere, e d'uccidermi cagione?

Cons: de l'un, de l'altro à mio parere.

Poi, che 'l piangere ufficio è sol di donna.

L'uccidersi opra d'huom, ma disperato.

Can: La morte ne uerrà senz'altra forza.

forza alcuna puo frenare il pianto.

Ma poi, che morir debbo

Per lo uelen beuto,

Contra cui non è scampo,

Pregoti Consiglier, la cui gran fede

Tardi conosco, e lodo,

Che star meco ti piaccia

Questo poco di tempo,

Ch'io starò in questa uita.

E poi, ch'i' ne sia fuore,

Piacciati farmi sepellir con queste

Nobili, e care teste.

Cons: Mai de la pietà mia, de la mia fede,

Signor, non uerrò meno, e sol mi pesa

Douerne far tal proua. ò spirto d'empia

Donna, qual crudeltà lasciasti à dietro?

Can: Dolor, benche 'l cor mio morda, e tormenti,

Qual Cerbero le inique alme in Inferno,

(E ben sei tal, che tu anchor' hai tre capi,

Questi, che'n man sostegno) dammi almeno

Tanto di spatio, che sfogar ti possa.

Voi teste, infausto don, beuete il pianto

Di colui, c'ha beuto il uostro sangue.

Noi colmeremo il uaso, in cui giacete,

De le lacrime nostre. & è ben degno,

Che sian raccolte in oro

Lacrime sparse per si illustri morti.

Ma chi piangerò prima,

La consorte, che amor, che elettione

M'aggiunse, ò pure i figli,

Che natura mi diede, ò pur me stesso,

Che uiuea in altri, e in quelli hora son morto?

Cho. Piangete l'esser nato,

Ò almen l'esser uissuto.

Felice esser non può quel, che non nasce,

Ma ben felice quel, che more in fasce.

Can: Se di me ti lamenti, ò cara sposa,

Hai ragion. che ne l'ultimo conuito

Più stratio di te fatto,

Di te, che tanto amai, e amerò sempre,

Che non fei di tuo padre mio nemico.

Temea tuo padre, che nel tuo palagio

Secreto, e sol non ti mancasse il cibo.

E pur potea temer con più ragione,

Che tu de' membri tui

Cibo non dessi altrui.

Ò con che dolci preghi, e caldi uoti

Chiedeui, e desiaui

Uscir di quel palagio, e non sapeui,

Che senza indugio, da quei boschi uscita

Doueui uscir di uita.

Quando di partisti,

Pensasti uscir da le marmoree mura,

E tra più duri marmi à l'hora entrasti,

Entrando ne le man di Berenice,

Tanto sozza, e crudel, quant'io infelice.

Perche à la mia città uenir uolesti

Senza licenza mia?

E se pur di uenirui animo hauesti,

Perche errasti la uia?

Perche à quest'altra man non ti uolgesti?

Douea pure insegnarti il cor, dou'era

La stanza del tuo sposo,

E de la gioia tua, del tuo riposo.

Ma dou'er'io, quando 'l tuo corpo al foco

posto, ò sposa mia?

Perche non mi trouai à l'hor presente?

Che ò col pianto le fiamme hauerei estinto,

Ò sopra anchor ui haurei me stesso spinto.

Con: il Re per esser Re sta senza duolo.

Il diadema è più rigido, e carco

Di noie, che di gemme.

E la porpora ardente

Mostra, che 'l Re stà in mezo

À fiamme eterne, che gli abbrucian l'alma.

Can: Occhi uoi sete chiusi,

E chiusi maggior colpi anchor mi date,

Che non me deste à l'hora,

Che aperti ui mirai la prima uolta.

S'hoggi uno specchio intero ui mandai,

Perche specchio si guasto hor mi rendete?

Hora so la cagion, perche la luce

Pur mo s'ascose, e ascosa resta anchora.

Perche son chiusi gli occhi,

Dond'ella usciua fora.

Con: Anzi la luce fugge

Da quest'empie contrade

Per non macchiar sua bella puritade

In opre si crudeli, e abominose

Per non mirar si scelerate cose:

Can: Ò figli, ò figli amati,

Da me premuti sete

E me, lasso, premete.

Qual sorte haueste al mondo,

Che pria, che foste nati,

Dimoraste nel uentre de la madre,

E foste dopo morte destinati

Star nel uentre del padre?

Deh perche la uirtù del Pelicano

Hoggi non il mio sangue,

Che à uoi spargendo 'l sopra

Col sangue mio risorger ui farei,

Anzi col sangue uostro, ch'io beuei.

Ma poi, che ciò non lece,

Ite allegri à l'Inferno,

Che l'inferie u' fatto

Di colei, che u'ha ucciso.

Ma lasciatemi pria baciarui, figli,

Se già non ischifate di baciare

La bocca molle anchor del sangue uostro.

Ò faccie amate, uoi

Rappresentate me ne le fattezze,

Et io ui rappresento nel colore.

Con: Non accade, ch'io porga al Re consigli.

Che à torre, già dal fondamento scossa,

E già d'alto inuiata à la ruina,

Non più sottoporsi alcun sostegno:

Can: Ah carnefice ria, che dar non sai,

Ma sai torre i figluoli.

Ò fera Berenice,

Qual sinistra cornice,

Quando nel uaso, ou'io beuea sfrondasti

Quella ghirlanda tua, sfrondasti anchora

Ogni mia speme, e 'n pezzi

La mia real corona lacerasti.

Ma con giudicio poi me desti à bere

Dentro al uino il uelen, non ne le carni

De la sposa, e de' figli,

Ch' iui perduto haurebbe ogni suo amaro,

E forse hora uel perde. benche à trarmi

Di questa uita senza tosco, solo

Fia assai, fia troppo il duolo.

Ma di chi mi lamento,

Fuor che di me medesmo,

Che quando al traditor diedi le chiaui,

À Berenice à l'hor diedi il coltello,

À la madre, à i figliuoli, e à me la morte?

Di chi mi doglio, fuor che de' mei sensi

Contra me congiurati?

Perche si ciechi foste, ò occhi mei,

Che non uedeste quai uiuande poste

V'erano innanzi, e lor non conosceste?

Perche foste si sorde, orecchie mie,

Che non udiste (anchor che di lontano)

Le uoci de la mia dolente Donna,

Che nel morir douea chiedermi aiuto,

E forse mi ha chiamato

Spesso crudele, e ingrato?

Tu cor mio, che quand'ella

Morio, moristi in lei,

Perche del tuo morire

Non mi desti poi segno?

Con: Consolateui, Sir, che tosto andrete

Fuor di questo proteruo immondo mondo,

Doue 'l nascere è pena,

Il uiuere è fatica, il morir forza,

Doue mai non si proua hora tranquilla,

Anzi il nostro habitar sopra la terra

È una continua guerra.

Can: Ò Saturno, se i figli diuoraui,

La madre almen serbaui.

Ma io m'ho diuorato

Ne la cena infelice

I frutti parimente, e la radice.

Erisitton, che diuorasti parte

Di te stesso una uolta, hor ti consola,

E mira un, che più uolte

Se stesso ha diuorato

Ne la moglie, e ne' figli, e uiue anchora.

Già molti anni seguij la cerua, & hora

Ho mangiato la caccia. e di tal uino

Io m'ho tratto la sete, che ben posso

Dir, che tutto 'l mio sangue in me si serba,

E che la prole mia

Ritorna donde è uscita,

E dir, ch'io sono insieme

Cadauero, e sepolcro.

Cadauer di Candaule,

Sepolcro de la madre, e de' figliuoli.

E me, lasso, trar fuore

De la uita douria sol questo horrore.

Cho. Re (se 'l uer si dee dire)

Hauete ben cagione

Giusta di tormentarui, e di morire.

Can: Deh, Consiglier, sostien tu questo uaso.

Che le mie mani, à cui à poco à poco

Vien mancando il potere,

Non pon più sostenere.

Con: Lasciatelo, signore, e riposate.

E da noi aspettate

Più inuidia, che pietate.

Noi restiamo nel mar, uoi gite al porto,

Noi in tenebre stiamo,

Uoi à la luce andate.

Noi in essiglio, e in carcer posti siamo,

Voi uen gite à la patria in libertate.

Can: Già irrigidir mi sento

L'estremità del corpo, già la uoce

È si debile, ch'io la traggo à pena.

Anzi il uelen già s'auuicina al core

Si, che breue dimora

Potrò più far con uoi.

Con: Serui, del Re pietosi

Una sedia portate,

Dou'ei sieda, e riposi.

Appoggiateui, Sire, à la mie spalle,

Che di quel, che sostenne un tanto regno,

Saranno hora sostegno:

Signor, sedete. ahi, ch'egli è tramortito.

Sostenetelo, serui, che non cada.

Signor, non ci lasciate cosi tosto,

Aprite anchora gli occhi,

E proferite anchor qualche parola.

Chi di uoi scuote l'aura? e qual di uoi

Di fresca acqua lo sparge?

Ecco la forte ambascia,

Che pure un poco il lascia.

Can: Molto diletti spirti

De' pargoletti figli, e de la sposa

Tra la giouanil turba

De l'alme innamorate

Su per gli ombrosi mirti hor m'aspettate.

Tu, Consiglier, cui raccomando il Regno,

Finche sia il nouo successor creato,

Con cui più lieta, e lungamente uiua;

Tu ciel, tu terra, tu bel Regno mio,

Tu mondo aspro e fallace,

tutti restate in pace.

Con: Il Signor nostro ha fatto,

Come suol far lucerna, balenando

A l'hor, che uuole spengersi del tutto.

Hora la uita à dramma à dramma perde,

Come candelo acceso, e giunto al uerde.

Ahi in quanto trauaglio, in quante pene

Hor si troua il Re nostro,

Come grauati ha gli occhi,

Come stringe le mani,

Con che moto à se trahe lo spirto spesso,

Come tutto si scuote,

Quasi contra 'l morir tenti schermirsi,

più trar la uoce.

Ò doglia, ò doglia atroce.

Cho. Ueramente la morte

D'horror piena, e di tema,

De le cose terribili è l'estremo:

Con: Ben priuo d'intelletto si può dire

Chi non pensa al morire.

Cho. Mira il Re, Consiglier, come si sforza

Trarre à se le tue braccie,

Forse per ribaciar le amate faccie.

Con: Io debbo compiacerlo:

Ite in pace, signore:

Hor del tutto ha spirato

Sopra le fredde labbra, che ha baciato:

Signor, già non pensai, che questo uecchio

Vi hauesse à chiuder gli occhi,

E tra la braccia sue tenerui estinto.

Il tronco uerde cade, il secco resta

Cose uolge la sorte.

Ò inessorabil morte,

Se del mio Re mi priui,

Già non mi priuerai de la memoria,

Che ogn'hor terrò di lui, de l'amore,

Ch'io li porterò sempre, e in uita, e fuore:

Cho: Quest'è quella, che i monti eccelsi uguaglia

À l'ime ualli, e piane,

E tutte adegua alfin le cose humane.

Con: Ecco quel, che pur mo' reggea gran parte

De l'Oriente, ed hora

Non può regger sestesso,

Tronco infelice, inerte, e inutil peso.

Quel, ch'hoggi dominò tanto terreno

Hor ne fia chiuso in poco spatio. quello,

Che à gli altri sourastaua, hor fia premuto.

Quel, che cibi gustaua

Si pretiosi, hor fia di serpi cibo.

Questi, hora cinto d'or, d'ostro, e di gemme,

Sarà cinto di polue.

Cosi nostra superbia si risolue.

Cosi ne uan queste grandezze humane,

Questi honor falsi, e queste pompe uane.

Su la sedia, ou'è morto,

Soauemente, ò serui,

Il Re si porti dentro,

Doue sarà coperto,

Finche saran l'essequie apparecchiate.

Io ben ui seguo, andate.

Cho. Che nouo pianto è quel, di cui risuona

Tutto quest'altro tetto?

Ecco la Damigella afflitta, e mesta.

Da lei saprem, che nouità sia questa:

 




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