SOPRA
LA CARCERE
DE' DEBITORI.
Non a Praetoris edicto, ut plerique nunc,
neque
a XII tabulis, ut superiores, sed penitus ex
intima philosophia hauriendam juris disciplinam
puto. Cicer. De Legib. Lib. I.
LA
ricchezza e la povertà sono vicende necessarie nel corpo politico, e chi
tentasse di opporvi delle resistenze non tenderebbe, che a sostituire al moto
la forza d'inerzia. Se il desiderio di acquistare non fosse sostentato dalla
forza pubblica col difendere, e proteggere l'acquisto in tutta la sua
estensione, si comprimerebbero i suoi sforzi; si diminuirebbero le sue
scoperte, i suoi utili errori, i suoi progressi, e le ragioni, per le quali le
arti, e lo scienze passano da un popolo all'altro. È un bene, e non un male,
che gli uomini civilizzati stimino ricchezza l'oro e l'argento, e questa
illusione è universalmente giovevole, perchè mantiene i popoli in una reciproca
dipendenza. Se tutti i popoli fossero semplicemente agricoltori, il superfluo
delle nazioni marcirebbe negli stati, e la classe sterile sarebbe circoscritta
nella piccola circonferenza de' bisogni necessarj, e si renderebbe affatto
inutile il commercio, che riguarda le nazioni non come tante famiglie separate,
ma come tante famiglie, che riunite insieme compongono la famiglia universale.
Necessaria è dunque per l'economìa pubblica la classe de' ricchi, e la classe
de' poveri; necessaria è la illusione, che fa agli uomini il denaro, ed è
d'interesse degli amministratori dell'autorità pubblica la moltiplicazione de'
mezzi tendenti all'acquisto di tali metalli, con accordare a tutti la libertà
di usarne a loro talento. I privilegj accordati ad alcuni colla esclusione
degli altri sono tanti atti d'ingiustizia per il resto della nazione. Agli
occhi del sovrano tutti i sudditi devono comparire uguali, ed il ricco, ed il
povero non devono avere, che il resultato de' rapporti fra loro; ma tanto
l'uno, che l'altro devono ubbidire agli atti della volontà generale; e chi ha
in mano la potestà esecutiva è in obbligo d'invigilare sulla loro condotta,
perchè, altrimenti facendo, il ricco opprime il povero. Che tale oppressione
succeda per quell'istinto che ha l'uomo di rapportare tutto a se stesso, è nella
natura delle cose: ma che succeda coll'ajuto delle leggi, mi tocca il cuore, e
fremo per la disgraziata umanità. Un povero fa un debito con un ricco, e
promette di pagarlo dentro ad un certo tempo, o ad ogni sua richiesta, perchè
vede, o spera di potere aver in quel tempo degli assegnamenti per soddisfarlo;
resta deluso dalla credenza, e dalla speranza, e si trova racchiuso dentro una
carcere per un debito contratto a buona fede con un suo simile. Io non ho
inteso, nè intenderò, mai, come quella procedura debba essere autorizzata dalla
legge, e che, chi per impotenza, e non per volontà manca alla sua parola, debba
esser confuso con chi ha tentato di togliere, o di fatti ha tolto dal pubblico
deposito quella porzione di libertà posta in esso per difesa della rimanente,
con abusarne a danno della società.
L'assioma
legale qui non habet in aere, luat in corpore ha per fondamento la
barbarie, e lede troppo la umanità. I Romani, da' quali abbiamo appresa la giurisprudenza,
non furono, che conquistatori, e se si vogliono riguardare come legislatori,
non si dovrebbero prendere da loro, che i principj generali del giusto, e
dell'ingiusto; poichè l'applicazione di questi a' casi particolari è stata da'
medesimi il più delle volte poco, o punto, o male eseguita1, e sono
stati guidati più dallo spirito di ferocia, che di umanità. Per avere un sicuro
riscontro della verità del mio detto serve gettare gli occhi sopra le leggi
riguardanti la patria potestà, ed i servi: il padre poteva fino
vendere i suoi figli, ed aveva sopra di essi il gius di vita, e di
morte: il padrone aveva un coeguale diritto sopra i servi, e questi venivano
nella classe delle cose, non delle persone. Come dunque si può
trovare una maniera, che leda più la umanità, ed il diritto di natura? Le
premure di quel governo erano tutte dirette al vantaggio de' creditori; ed in
danno de' debitori2, o de' loro eredi.
Moriva un
debitore, e se l'erede legittimo ricusava per ragione de' debiti lasciati dal
defunto di accettare l'eredità, era ignominia il morire senza erede. Se era
istituito erede un servo, egli era costretto all'adizione, perchè necessario:
ricuperava la sua libertà, ma le vessazioni de' creditori del suo padrone erano
il prezzo del suo riscatto. Lasciava il defunto dopo di se de' Figli? questi
dovevano essere indispensabilmente eredi, perchè suoi, e necessarj:
e se successivamente furono ammessi al benefizio dell'astensione, si doveva ciò
riconoscere dall'editto del Pretore, e non dalla disposizione della legge. Ma
che? il creditore poteva sequestrare il cadavere del suo debitore nella casa
mortuaria. Tal sistema benchè ad ogni uomo, che abbia qualche sentimento di
umanità, paia barbaro, e crudele, è arrivato fino a noi, e si sono trovati
degli uomini, che hanno scritto a favore di questo uso. Ah si rispettano troppo
i pregiudizj dell'antichità! ed è un gran male politico il credere, che certe
leggi fatte in certe determinate circostanze per un certo determinato paese,
possano adattarsi altrove, e debbano essere invariabili, e perpetue. Variano i
tempi, variano i costumi, sicchè devono variare anche le leggi. Tal verità fu
conosciuta dal celebre Locke, il quale nel fare le leggi per la Carolina
ordinò, che fossero in osservanza per un secolo solamente. A me piacerebbe, che
le leggi fossero fatte a tempo, e che dopo spirato il termine della loro durata
si riconfermassero per altro tempo, quando avessero portato utile allo Stato,
perchè allora non vi sarebbe bisogno di abrogarle, sarebbero minori le querele
del popolo, e le leggi conserverebbero quella venerazione, che perdono nella
riforma, o nella abrogazione.
Nella Toscana
vi è una legge crudele sopra i falliti; se il fallito volge le spalle a' suoi
creditori, la legge presume il fallimento doloso, e come doloso, oltre le pene,
che incorre il fallito, i figlioli, e descendenti maschi per linea masculina
nati al tempo del fallimento sono affetti, ed obbligati colle persone, e beni a
soddisfare i debiti del padre, e dell'avo paterno, senza che li giovi o una
preventiva emancipazione, o una successiva repudia, o astensione della eredità,
e detti figli, e descendenti maschi per linea masculina nati innanzi, e dopo il
fallimento sono notati insieme con tali falliti di perpetua infamia. Ma come
dal sottrarsi dagli occhi de' suoi creditori se ne può indurre il dolo, quando
la causa della latitazione può essere il timore della carcere, quale ognuno
naturalmente aborre per l'amore della libertà? e perchè la pena del padre, o
dell'avo deve passare anche ne' figli, quando questi non hanno avuto parte ne'
contratti del padre? può essere, che una legge simile fosse creduta opportuna
in uno Stato, la di cui floridezza dipendeva dalla mercatura, ed ove le
ricchezze da essa derivate a vantaggio della casa del Legislatore, che di
privata ascese al trono, erano tanti ostacoli all'ambizione di altri cittadini;
ma cessate quelle cause, e divenuto il governo di turbolento, e sedizioso,
quieto, e pacifico, e di vacillante, fermo, e consistente, doveva cessare
l'osservanza di questa legge, e per il lustro di una così chiara famiglia,
doveva togliersi dalla memoria de' posteri. Ma non ostante che sieno già
trascorsi quasi due secoli, si pretende da' creditori essere in osservanza, ed
i Giudici medesimi in alcuni casi non hanno avuto il coraggio di recedere dal
disposto di leggi così invecchiate.
Bisogna punire
il fallito, o il debitore doloso, ma prima di punirlo bisogna, che costi del
dolo, ed il dolo non si presume, ma conviene provarlo. Allora non si punisce il
debitore comme debitore, ma come delinquente; poichè essendo il dolo un
resultato di un detto, o di un fatto non rispondente al vero, perchè diretto ad
ingannare; colui, che se ne prevale è un uomo pericoloso alla società, ed è
simile a chi ruba. All'incontro poi chi fa un debito civile deve esser sicuro
nella persona, e non deve permettersi, che si faccia servo di pena a piacere di
un particolare.
Il fine del
patto sociale, che è l'istesso che dire della riunione degli uomini in corpo
politico, fu il bene commune; un mezzo per ottenerlo fu la divisione de' beni
comuni, e la proprietà delle quote. Ma il diritto di proprietà fin dove poteva
estendersi? La maggiore estensione, che gli si potesse dare era ristretta
dentro il necessario sostentamento di ciascuno individuo. Ognuno dalla natura
ha un diritto simile, e se gode di più in proprietà, quello di più si deve alla
società, che lo mantiene nel suo dominio. Ma per proteggerlo, e mantenerlo vi
vuole una forza, che sia la maggiore delle forze di ciaschedun socio, e questa
forza non è, che la somma della forze di tutti gl'individui. Ognuno
contribuisce co' suoi talenti, colla sua fatica, colla sua attività, colla sua
industria alla formazione di questa forza: come dunque l'autorità publica può
permettere, che sia sottratta dalla somma delle forze di tutti una porzione per
un creditore in pregiudizio dello Stato? Parrà ad alcuno che io proponga un
paradosso, perchè questa sottrazione sia metafisica, e non reale, ma io
sostengo essere vera, e reale. È verità ormai dimostrata, che l'economia
pubblica bene amministrata è il nerbo delli Stati, e che dipende da essa la
felicità de' sudditi. I moderni Filosofi, che hanno scritto in vantaggio degli
uomini sopra l'economia degli Stati hanno divisa la Nazione in tre classi, cioè
classe dei proprietari, classe produttiva, e classe sterile, e tutte quelle tre
classi unite insieme formano l'oggetto dell'economia pubblica. Se una di queste
tre classi si renda inattiva, l'inazione di essa si comunica alle rimanenti: se
il proprietario non supplisce, o supplisce meno alle spese occorrenti per la
cultura delle terre, l'opera del lavoratore essendo proporzionale alle spese,
la riproduzione annuale o sarà zero, o sarà minore di quello, che si sarebbe
potuto avere, e le arti, ed i mestieri daranno poco, o punto profitto allo
stato, e prenderanno il partito delle emigrazioni. Molte sono le arti, ed i
mestieri, ne' quali s'impiegano le materie riprodotte, e tutte le braccia
industriose si sostentano per mezzo della riproduzione. Se una estensione di
terre vuole la fatica di venti mani per avere la maggior possibile
riproduzione, l'impiegarne un minor numero fa l'effetto di privare il
proprietario di una maggior rendita; egli si lamenta, che il frutto delle terre
è piccolo in proporzione delle spese, si querela l'agricoltore, perchè le sue
fatiche servono appena per il suo consumo; languisce l'artista, ed il
manifattore, perchè vede rallentato il suo lavoro, e trae poco profitto dalla
sua industria; ed intanto lo stato resta defraudato di una maggior ricchezza, e
cresce in debolezza a misura che la ricchezza diminuisce. Si tolga da qualunque
di queste tre classi qualche individuo con porlo in carcere per debito, si sospende
l'opera di costui per quel tempo, che piace al creditore, ed intanto lo stato
perde quell'utile, che ne averebbe ricavato, se non fosse stato distornato da'
suoi affari, ed il creditore non fa che renderlo viepù impotente a soddisfare
al suo debito.
Nè
si dica, che la perdita dello stato è piccola, nella sospensione della opera di
qualche suddito, e che perciò non è valutabile; poichè rispondo, che sia
piccola quanto mai si possa immaginare la perdita, basta che sia qualche cosa
per doversi porre in linea di conto: l'economia è affare di calcolo, e dil
calcolo deve abbracciar tutto perchè non sia incompleto: anche le frazioni più
lontane dall'intero sommate insieme danno il prodotto dell'intero, o vi si
approssimano. È da valutarsi ancora, che posti in carcere, e non potendo usare
della loro industria per vivere, vivono a spese d'altri, o del pubblico, non
tanto essi, che la loro famiglia, che per sostentarsi è costretta a domandare
limosine, e la facilità di trovarle la pone nella inerzia; limosine che si
potrebbero meglio impiegare, se si diminuissero i motivi di pietà: e questi
motivi resterebbero diminuiti, se i poveri debitori fossero sicuri nella
persona. Io offendo la società col delinquere, perchè mi sottraggo dalla
volontà generale, e merito un gastigo, che mi richiami alla obbedienza, ma se
non manco a' doveri di suddito verso il mio Sovrano, ad alcuno non è lecito
farmi soffrire una pena senza ledere l'uguaglianza, che è il fondamento della
società. La carcere è una pena, ed una pena troppo sensibile, perchè toglie
quel resto di libertà riserbata nello sproprio, che fece ciaschedun uomo,
allorchè dallo stato di natura passò allo stato di società: quanto un mio
concittadino ha la facoltà di togliermi questo resto, il sistema politico viene
alterato, perchè il vantaggio è tutto per una parte, e tutto il danno è per
l'altra.
Che
male fa alla società chi contrae un debito civile per meritarne una pena? anzi
la società medesima ne ritrae un bene, perchè si rimette nel circolo quel
denaro, che il creditore ha sottratto. Ha il debitore forse attaccata la
proprietà protetta dall'autorità pubblica? nò certamente; perchè il creditore
ha volontariamente passato nelle mani del suo debitore quello che gli si
apparteneva.
Nè per elidere
la forza di questo ragionamento mi si dica, che la carcere de' debitori non è
una pena data da un privato, ma da un magistrato: poichè è vero, che vien data
da un magistrato, ma ad istanza di un privato; ed un magistrato può rilasciare
la cattura contro un delinquente, non già contro un innocente, se non nel caso,
che si renda disubbidiente a' di lui ordini, perchè in quel momento delinque.
Ma se un magistrato mi ordina, che dentro certo tempo io sodisfaccia al mio
creditore, e per impotenza non sodisfo, merito forse di esser punito come
disubbidiente? Nò certamente, perchè per dichiararmi tale, bisogna che vi
concorra la volontà, ed il potere: la volontà è in me, ma il potere dipende da
una combinazione di più, e diverse cause estrinseche, e la volontà è
ineseguibile senza il potere. Se poi vi è il potere, e manca la volontà, allora
son degno certamente di pena, e devo essere considerato, come debitore doloso.
È inoltre da
considerarsi, che ciascuno nella formazione de' popoli ha obbligata la sua
persona a tutta la nazione, e non a qualche individuo, e che questa
obbligazione, benchè sia di data antichissima, rinasce continuamente per natura
dell'atto nel momento dalla nascita di ognuno, essendo di necessità la perpetuazione
di essa per la conservazione della società, e dell'ordine. Non può perciò
obbligarsi la persona a qualchè individuo senza contravvenire al patto sociale,
per cui ne resulta fra tutti un legame scambievole.
Non è
l'obbligazione della persona la causa impulsiva del credito, ma la credibilità
nel creditore della sicurezza dell'impiego. Questa proposizione non ha bisogno
di prova, perchè i sentimenti di ciascheduno la giustificano abbastanza. Non
intendo di escludere le altre cause, che prendono vita ne' sentimenti di pietà,
poichè io non ho inteso, nè intendo di far altro, che dalle cose più
frequentemente contingibili fissarne una regola generale.
Nè il timore
della carcere può servire di sprone al debitore per sodisfare il suo creditore,
poichè gli stimoli esterni possono essere utili lì dove mancano gl'interni, ma
quando questi esistono, si rendono gli esterni inutili, perchè superflui:
l'azione degli uni è continua, l'azione degli altri è in distanza, o momentanea.
Un leggiero esame sulla natura dell'uomo, ed un ritorno sopra se stesso serve
per convincersi di tal verità. Chi contrae un debito, contrae una obbligazione
col creditore, per la quale obbligazione si rende in qualchè forma dipendente.
Questa dipendenza qualunque ella sia è contraria alla natura umana, perciò deve
essere di stimolo presentaneo per liberarsi da questo stato. Di qui è, che non
vede volentieri la faccia del suo creditore quando per sodisfarlo non gli
rimane, che un'interna agitazione, perchè vede di non potere ridurre all'atto
la di lui volontà. Se l'arresto del debitore fosse un mezzo, per cui rimanesse
sodisfatto il suo creditore, converrei, che fosse interesse pubblico il tenere
aperte le carceri a' debitori; ma perchè la carcere non serve ad altro, che
aggiungere una pena esterna ad una pena interna, che lo divora, io dirò sempre,
che è contro il sistema politico, contro la economia pubblica, e contro i
doveri dell'uomo verso degli altri. Nè alcuni esempj di creditori rimasti
pagati per mezzo dell'arresto del loro debitore pongono niente in essere;
perchè la mendicità di una famiglia è il prezzo della loro durezza. Una moglie,
che vede carcerato il suo marito si spropria della sua dote, si priva fino del
letto, dà fondo a tutto per liberarlo, ed intanto languisce insieme con lui, e
con i teneri figli in una miseria così deplorabile, che manca loro il
necessario sostentamento. Si conduca un creditore tanto inumano in una di
queste case, e veda con occhio indifferente, se può, chi manca del necessario
per accrescere il suo superfluo. Si potrebbe quì fare una patetica descrizione
della miseria, che opprime questi infelici, e formare un quadro di un
disgraziato, che non ha altro da sostentarsi, che un pezzo di pane con uno al
lato, il quale benchè gozzovigli nella ricchezza, gnene strappa di mano, perchè
tutti gridassero al crudele, al disumano, ma siccome gli originali fanno una
più forte impressione de' ritratti; e simili originali sono troppo ovvj, si può
far passata de' ritratti.
Tutti gli
uomini sono portati alla compassione, perchè sono sensibili per natura; la
sensibilità cresce, o diminuisce a misura della vicinanza, o lontananza dallo
stato del compassionato, perchè chi vi si avvicina pensa più facilmente a
sostituirsi in quel luogo, e diviene allora un sentimento proprio la miseria
altrui; laddove chi se ne allontana non può sentire in se gli effetti medesimi,
perchè vedendo la gran distanza, che passa fra quell'infelice, e se stesso, non
può immaginarsi la contingibilità del caso per sostituirvisi; di qui è, che i
ricchi sono meno sensibili de' poveri, ed in conseguenza meno compassionevoli.
Se qualche volta un di costoro si sente un poco muovere dalla vista di un
miserabile, cerca di togliersi questa molesta impressione con evitarlo, o col
richiamarsi alla mente tutti i di lui difetti, e rappresentarselo come un
dilapidatore delle sue sostanze, o uno che vuole sfuggire la fatica per vivere
a spese altrui, o uno finalmente, che in vece di meritare compassione è degno di
disprezzo, perchè la di lui miseria dipende dalla di lui volontà. Io non nego,
che qualcheduno di questi disgraziati non meriti tali rimproveri, ma il numero
di essi è il minore: si devono per questo lasciar perire? in ogni ben regolato
governo il prodigo si sottopone alla cura di qualche magistrato, ed il mendico
si pone in una casa di forza, ove sostentandolo si rende utile a se, ed allo
stato, senza indagare le cause della loro respettiva miseria, servendo a chi
governa, come padre comune l'attuale disgrazia di un infelice per ripararvi.
Sono tante, e
tali le molle, che agiscono sugli avvenimenti umani da non potersene prevedere
gli scatti per prevenirli, che qualunque disgraziato merita compassione; e la
umanità richiede, che si sovvenga a' nostri simili, perchè tutti hanno per
natura il diritto, alla loro sussistenza.
I creditori
che formano il minor numero nello stato, non affidano ad altri, che i loro
avanzi, ed il privilegiarli con permetter loro la carcerazione del debitore
repugna alla giustizia, ed insieme alla umanità, a cui deve richiamarli
l'autorità pubblica per bene dello stato. Poichè è facile il passaggio dalla
umanità alla disumanità. Le frequenti impressioni degli oggetti medesimi sopra
i nostri sensi rendono ottusa la sensibilità, e senza di essa non si può essere
umani; e se per fortuna non fa argine a questa perdita la potestà legislativa,
il maggior numero resta oppresso dal minore.
Prevedde tal
cosa il saggio Solone, nel formare le leggi per gli Ateniesi, mentre ordinò,
che nessun creditore potesse fare l'arresto della persona del suo debitore per
debiti civili; ma per disgrazia del genere umano non è stato immitato. Non
resta che confidare ne' lumi di questo secolo, perchè cessi questa barbarie
legale3.
Un'anima
grande, che per fortuna de' suoi popoli risiede sul trono, perchè li governa
co' lumi della più sana filosofia, voglio dire Caterina
Imperatrice delle Russie, ha pensato a riparare a questo sconcerto. Ella nelle
istruzioni da lei date alla deputazione sopra il nuovo codice da formarsi, pone
in veduta la deliberazione di Solone per seguitarsi in quei debiti civili, che
si contraggono indipendentemente dal commercio, esprimendosi, che repugna
troppo alla umanità l'arresto personale del debitore. Ella dunque ha
rivendicata la umanità, e merita le benedizioni degli uomini: piaccia al cielo,
che gli altri Sovrani facciano altrettanto per venerarli come benefattori del
genere umano. Tutti i Principi, che riseggono in questo secolo sopra i troni
Europei si possono considerare, come tanti padri, che riguardano i sudditi,
come figli, perchè a' talenti, che assicurano gli Stati, aggiungono le virtù,
che guadagnano i cuori. Hanno riformati alcuni, ed altri pensano a riformare
gli abusi, che nuocono all'ordine generale4; ed è stata tolta in parte
quell'antica barbarie, che era nelle nazioni, e se le regole di proporzione
sono adattabili agli atti umani, non dovrebbe passare molto tempo per vederla
affatto sbandita. Un residuo di barbarie è certamente la carcere de' debitori,
sicchè ancor questa dovrebbe esser compresa nella riforma, e tantopiù, perchè
tocca la umanità. Mi giova così sperare per non credere perduto questo mio
tenue lavoro, che qualunque egli sia, è un resultato della mia sensibilità
verso i miei simili.
Io prevedo,
che qualcheduno mi maledirà, e mi screditerà, come un fanatico distruttore
della fede pubblica nel difendere la causa de' debitori; ma io domanderò a
costui, se la sede pubblica sussista senza la giustizia, e senza la umanità? se
crede di sì, io gli dirò, che per lui non è buono lo stato della civile
società, e che vada perciò fra selvaggi delle Isole Mariane, ove regna una
totale scambievole diffidenza, perchè non hanno idea nè della giustizia, nè
della umanità: se poi crede di nò, questo che ho già detto mi giustifica
abbastanza. La fede pubblica ne toccherebbe se io dicessi, che i debitori non
possano essere astretti a sodisfare i loro creditori, ma guardimi il cielo, che
io pronunziassi una simil bestemmia. I debitori sieno pure esecutati ne' loro
beni, questi si vendano, o si assegnino in pagamento a' loro creditori se sono
mobili ad esclusione de' necessari: se poi sono immobili e beni di suolo, che o
per la estensione, o per la fertilità del terreno somministrino al possessore
più del necessario sostentamento, questo di più si dia al creditore.
Ne' beni
fidecommessi, &c. si osserva così: o perchè non devesi osservare l'istesso
negli altri beni, quando sono tutti egualmente sotto la pubblica vigilanza, e
custodia? Io convengo, che mediante l'approvazione della pubblica autorità,
questi sieno inalienabili, e non distraibili per le obbligazioni del
possessore, per prevenire il danno de' chiamati, e che quelli si possano
alienare, e distrarre: ma non convengo, che dagli uni si debbano detrarre gli
alimenti ad esclusione degli altri, quando tanto i primi, che i secondi non
sono, che porzioni del territorio pubblico occupate preventivamente da' particolari,
o assegnate loro nello stabilimento delle civili società per il necessario
sostentamento, a cui ognuno ha il diritto dalla natura. A questo diritto
nessuno può rinunziare, perchè una tal renunzia porterebbe la distruzione di se
stesso, quando la volontà di ciascuno è diretta alla propria conservazione. Ma
in questo caso il creditore non potrà rimaner sodisfatto, che interposte più
dilazioni. Così è certamente: Io dico per altro, che si rende migliore la
condizione del creditore nel tener vivo il suo debitore con dargli il puro
necessario sostentamento, che nel sacrificarlo alla di lui avarizia. Nel primo
caso può accadere l'aumento del patrimonio dell'oberato, o per mezzo di qualche
eredità, o per qualche sua industria personale, laddove nel secondo tutto è
perduto, e lo stato intanto ne risente il carico. Il capitolo Odoardo è giusto, perchè vuole, che
detratto il necessario per il debitore, l'avanzo sia del creditore, e si
potrebbe considerare, come un pezzo di giurisprudenza attinta dalla filosofia,
se non vi avesse parte la dignità, la quale non devesi riguardare ne' diritti
di natura, perchè questi appartengono a tutti ugualmente. Quei giureconsulti,
che dal clerico lo hanno esteso ad alcuni congiunti di sangue, e ad alcune
altre persone, non sono rimontati a' principj delle cose, ed hanno ancor essi
riguardata più la qualità delle persone, che i diritti annessi alle medesime.
Il privilegiare alcuni del necessario ad esclusione degli altri, che vi hanno
un gius coequale si oppone alla giustizia, ed alla umanità: alla giustizia,
perchè estendendosi la proprietà di ciascuno individuo dentro i confini del
necessario bisogno, viene a ledersi questo diritto: alla umanità, perchè si
sostituisce alla pietà, che stringe il nodo sociale la crudeltà che lo scioglie.
Venga adesso
qualche difensore della causa de' creditori, e mi opponga, che tolta la
carcere, o la esecuzione personale del debitore; e dato al debitore il
necessario sostentamento, non si troverà chi voglia far crediti, ed intanto il
bisognoso non potrà sovvenire a' suoi bisogni. Un apologista di tal fatta è
poco esperto della natura dell'uomo, ed è un negligente osservatore de' fatti:
poiche la natura dell'uomo è tale, che non ha limiti ne' suoi desiderj, e fra
questi il massimo è quello di aumentare il suo superfluo; ed i crediti sono un
mezzo per l'incremento, mezzo qualchè volta fallace, ma il più delle volte
reale, e tanto basta per allontanarne il sospetto del decremento. I fatti
convalidano quel che io dico: una nazione è composta di alcuni ceti di persone,
che godono il privilegio della deduzione del necessario, e sono esenti dalla
carcere: forse tali specie di gente non trovano da far debiti? si vedono più
degli altri oberati. Subitochè gli uomini si legarono fra loro, ne nacque una
quantità di rapporti, che non avevano; ma tali rapporti erano necessarj, perchè
derivanti dalla natura della società, che ha posto l'uomo in tali circostanze
da aver bisogno dell'altro uomo. Dunque gli uomini esseri ragionevoli sono
costretti o più, o meno a far uso delle virtù sociali per il proprio
particolare interesse. Il reintegrare pertanto l'uomo al diritto naturale del
suo necessario sostentamento, ed il restituirlo a quel resto di libertà
preservatasi nella unione sociale, non è un atto di dispotismo, ma un atto, che
con viene alla giustizia, ed alla umanità.
Si rifletta
ancora, che l'attual sistema contro i debitori non fa, che fomentare gli odj, e
le nemicizie fra le famiglie de' debitori, e de' creditori, perchè le reflettute
vessazioni non possono non produrre questo funesto effetto. Eppure le premure
de' savj sono dirette presentemente a rendere più perfetta la politica, e la
morale; ma non si potrà ottenere l'intento, se non si diminuiscano le cause
degli odj, e delle nemicizie fra gl'individui, perchè allora diverrà più
solida, e consistente l'unione, ed i costumi più dolci, e pacifici. Togliete a'
creditori la facoltà della esecuzione personale contro i debitori, rendete
salvo il puro necessario a' debitori, e ne verrà certamente un bene allo stato;
poichè diminuendosi le cause degli odj, e delle nemicizie, ne nascerà la pietà,
che a principio forzata si dilaterà libera nel progresso stante la revoluzione
delle cose umane, ed il continuo giro de' fausti, e degl'infausti avvenimenti.
Pochissime
sono state per disgrazia del genere umano quelle leggi positive, che abbiano
avuto in mira l'interesse pubblico, o il vantaggio del maggior numero, perchè o
apprese ne' secoli d'ignoranza, o fatte ne' tempi di anarchia, ove non potevasi
intendere il diritto politico. Tali erano i tempi, ne' quali ebbero vita gli
statuti locali, che si possono assomigliare agli editti del Pretore perchè
correggono, suppliscono, o confermano il gius civile de' Romani. Questi statuti
non sono, che un mosaico di legge barbariche, e romane. Gli stabilimenti de'
popoli del nord nelle nostre contrade dovettero variare la nostra maniera di
esistere, ed influirono sopra gli usi, ed i costumi in forma, che la più sicura
riprova del carattere di un popolo è l'esame della sua particolare
legislazione: questa è un quadro, ove sono dipinte a chiaroscuro le
inclinazioni de' popoli, ed il genio del legislatore. Si hanno al nostro
proposito due diverse disposizioni statutarie intorno alle adizioni delle
eredità. L'una vuole l'accettazione libera dell'eredità, o la repudia, o
l'astensione; l'altra ammette l'adizione dell'eredità beneficiata: la prima è a
vantaggio de' creditori, ed in danno dell'erede dell'oberato; la seconda rende
salvo l'interesse degli uni, e dell'altro, sicchè l'una ingiuria, ed iniqua,
l'altra giusta, ed equa. E se è lecito congetturare sopra la diversità di
questi due statuti, io ardirei dire, che dagli statuti esclusivi dell'eredità
benefiziata si potesse dedurre la finezza, l'astuzia, e la tendenza alla frode
del popolo per cui furono fatti; e se furono estesi ad altri popoli per ragione
di conquista, o dedizione, non può dirsi, che i popoli soggiogati, o arresi
sieno del medesimo carattere del popolo vincitore; ma bensì, che il vincitore
abbia giudicato i vinti secondo il cuor suo, e che perciò credesse necessario,
che si estendessero anco a loro tali statuti; mentre è costante l'osservazione,
che l'accento del paëse si conserva non tanto nel linguaggio, che nel cuore. È
bensì vero, che questi medesimi statuti accordando a' pupilli, a' minori, alle
vedove, &c. il benefizio dell'inventario non so comprendere, come non si
possa accordare indistintamente a tutti. Forse perchè tali persone sieno
incapaci di dolo? Ma se esse sono incapaci, sono per altro capaci i loro
tutori, curatori, ed amministratori, quali per lo più sono i loro beneaffetti,
o parenti. Eppure con certe cautele viene in effetto riparato, o si presume che
sia riparato à tali sospetti o perchè, colle medesime cautele non vi si può
riparare in tutti i casi? ah che certi statuti furono ordinati quando la
scienza del governo non era nata! Lo spirito occupato nel dettaglio era
incapace a vedere in grande gli oggetti, e per pervenire un male si voleva
distruggere l'individuo, simile a quel medico, che vedendo minacciato un
braccio, od una gamba da una infiammazione invece di apportarvi un salutevole
rimedio, proponesse di tagliare il braccio, o la gamba. Noi siamo fuori di
questo caso, ma per disgrazia certe disposizioni sussistono anche
presentemente. Eppure siamo in un secolo ove il numero de' progettisti è
eccessivo; si propongono de' piani per dare una nuova forma al sistema
politico, ed economico, si vogliono da pertutto riforme forse in peggio, che in
meglio, ma non si trova alcuno di questi progettisti, che pensi alla umanità;
poichè per l'ordinario il primo loro oggetto è di conformare l'interesse
generale al loro proprio particolare interesse. Possono i filosofi alzar la
voce in di lei difesa, ma è sorte se qualchè volta sono sentiti, perchè a chi
svela l'errore adombrato co' colori di verità non si permette un diretto
accesso al trono di chi ci governa. La nascita, e le ricchezze non dieno
diritto ad alcuno sopra degli altri, ma le virtù, ed i lumi distinguano gli uomini,
ed allora vedremo le leggi formate a vantaggio del più gran numero. Queste
leggi, che favoriscono il creditore sono a vantaggio di pochi, ed in danno di
molti, e fra queste si possono annoverare queste disposizioni statutarie, che
tolgono l'adizione della eredità beneficiata. In dieci eredità che si
deferiscano, possono rimanere rovinate quaranta persone, componendo ogni
famiglia di quattro teste, e supponendo mancati quattro capi di famiglia. In un
anno secondo le osservazioni fatte sulle tabelle negrologiche (prescindendo
dagli anni di epidemie) il numero de' morti è al numero de' vivi, come 1 a 33,
cioè, che fra trentatre vivi vi è un morto; in conseguenza di che si vede
quante eredità si deferiscano in un anno in una grossa popolazione, giacchè dalla
moltiplicazione del numero de' morti per 33 ne resulta quanta sia appreso a
poco la popolazione di un paese. Vuole la giustizia, che niuno faccia profitti
in altrui danno, ma è altresì ingiustizia, che chi non può godere de' vantaggi
di una eredità, debba risentirne tutti i pregiudizj. Tale è appunto lo stato di
colui, che per ragione di Statuto è costretto ad accettare liberamente la
eredità. È vero, che è in sua facoltà l'astenersi dalla medesima, o il
repudiarla, ma siccome l'astensione, o la repudia fa l'effetto della
liberazione degl'incomodi, è troppo dura cosa il privare de' comodi, se ve ne
sieno, l'astensore, o il repudiante. Ma se vi è un mezzo, che provvede
agl'interessi di tutti, quale è l'inventario, deve essere proscritta da ogni
governo ben regolato, ogni legge esclusiva di questo benefizio, perchè
contraria alla giustizia, ed alla umanità.
Ora mi resta
da implorare la giustizia, e la clemenza de' Principi, che ci governano, e me
fortunato, se i clamori della umanità arrivano al trono, poiche affidato nella
tenerezza de' nostri padri comuni, ne vedrei nascere una felice rivoluzione nel
sistema legislativo pel bene di noi, e della nostra posterità.
FINE.
|