-- RELATIO
ANTE DISCEPTATIONEM DEL RELATORE GENERALE,
S.EM.R. IL SIG. CARD. ANGELO SCOLA,
PATRIARCA DI VENEZIA (ITALIA)
INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo
I. Stupore eucaristico
II. L’Eucaristia implica evangelizzazione
III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione
CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano
I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)
II. Il valore del rito eucaristico
III. La celebrazione eucaristica fa la Chiesa
1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza
2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano
3. Una terza conferma: “Intercomunione”?
CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica
I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica
1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica
a. Il dono eucaristico: né diritto né possesso
a1. Assemblee domenicali in attesa di sacerdote
a2. Viri probati?
2. Adorazione
3. Atteggiamento di confessione e penitenza
a. I divorziati risposati e la comunione eucaristica
4. Ite missa est
II. Ars celebrandi e actuosa participatio
CAPITOLO TERZO
Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia
I. Due premesse
1. Eucaristia ed evangelizzazione
2. Eucaristia, interculturalità e inculturazione
II. Dimensione antropologica dell’Eucaristia
III. Dimensione cosmologica dell’Eucaristia
IV. Dimensione sociale dell’Eucaristia CONCLUSIONE
L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo
I. Ripresa sintetica
II. Un auspicio finale
INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo
I. Stupore eucaristico
Quando celebrano l’Eucaristia, “i fedeli possono rivivere in qualche modo
l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: “si aprirono loro gli occhi e lo
riconobbero” (Lc 24, 31) 1. Per questo Giovanni Paolo II afferma che
l’azione eucaristica suscita stupore 2. Lo stupore è la risposta
immediata dell’uomo alla realtà che lo interpella. Esprime il riconoscimento
che la realtà gli è amica, è un positivo che incontra le sue attese
costitutive. San Paolo, scrivendo ai Romani, ne spiega la ragione: la realtà
custodisce il disegno buono del Creatore. A tal punto che l’Apostolo ha potuto
dire degli uomini “che soffocano la verità nell’ingiustizia” che sono
“inescusabili” perché “pur conoscendo Dio” - dal momento che “dalla creazione
del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con
l’intelletto nelle opere da Lui compiute” - “non gli hanno reso gloria né gli
hanno reso grazie come a Dio” (cfr. Rm 1, 19-21).
Incertezza e timore, invece, possono subentrare in un secondo tempo nell’esperienza
dell’uomo, quando, a causa della finitudine e del male, in lui si fa strada la
paura che la positività della realtà non permanga.
Così, da una parte, l’azione eucaristica, come del resto l’intero cristianesimo
in quanto sorgente di stupore 3, si inscrive nell’esperienza umana come
tale. Tuttavia, dall’altra, Essa si manifesta come un avvenimento inatteso e
del tutto gratuito. Nell’Eucaristia si rivela che quello di Dio è un disegno di
amore. In Essa il Deus Trinitas, che in Se stesso è amore (cfr. 1Gv 4, 7-8), si
abbassa nel Corpo donato e nel Sangue versato da Cristo Gesù, fino a farsi cibo
e bevanda che alimentano la vita dell’uomo (cfr. Lc 22, 14-20; 1Cor 11, 23-26).
Come i due di Emmaus, rigenerati dallo stupore eucaristico, ripresero il
proprio cammino (cfr. Lc 24, 32-33) così, il popolo di Dio, abbandonandosi alla
forza del sacramento, è sospinto a condividere la storia di tutti gli uomini.
Giovanni Paolo II con grande lungimiranza, subito fatta propria da Benedetto
XVI, volle prolungare i benefici frutti del Grande Giubileo nello speciale Anno
Eucaristico 4, stabilendo che questa XI Assemblea Generale Ordinaria
del Sinodo dei Vescovi fosse dedicata a L’Eucaristia, fonte e culmine della
vita e della missione della Chiesa. La solenne celebrazione eucaristica con cui
ieri l’abbiamo iniziata nella Basilica di San Pietro, ci ha oggettivamente
aperti a quell’atteggiamento di stupore che, se opportunamente assecondato
durante i nostri lavori, contribuirà a far riscoprire la centralità e la
bellezza dell’Eucaristia alla Chiesa sparsa in tutto il mondo.
Perché l’Eucaristia è l’affascinante cuore della vita del popolo di Dio
destinato alla salvezza dell’umanità intera? Perché essa svela e rende presente
nell’oggi della storia Gesù Cristo come senso compiuto dell’umana esistenza in
tutte le sue dimensioni personali e comunitarie 5. E lo documenta a
livello antropologico, cosmologico e sociale.
“Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”
6: nell’Eucaristia questa centrale affermazione conciliare rivela tutto
il suo realismo. Nel pane e nel vino, frutti della terra e del lavoro, è
ricapitolata l’offerta totale che l’uomo, uno di anima e di corpo 7, fa
di sé, dei suoi affetti e del suo operare; è espresso il suo rapporto di
permanente interazione col cosmo e, nello stesso tempo, si documenta la sua
originaria solidarietà con tutti i fratelli uomini, a partire dalla famiglia e
dalle comunità più prossime per giungere fino agli estremi confini della terra.
Nel dono eucaristico è consentito al credente l’accesso alla Verità vivente e
personale che fa “liberi davvero” (cfr. Gv 8, 36). Nell’Eucaristia l’invito di
Gesù “se vuoi essere perfetto” (Mt 19, 21) assume tutta la sua pregnanza.
L’uomo è provocato ad uscire da se stesso verso gli altri e la realtà tutta,
perché sia soddisfatto il desiderio inestirpabile di felicità che porta nel
proprio cuore 8. Nell’Eucaristia Gesù diviene concretamente Via a
quella Verità che dà la Vita (cfr. Gv 14, 6) 9.
In Essa, la Chiesa, realtà nello stesso tempo personale e sociale, diviene
concretamente un popolo di popoli, quella mirabile entità etnica sui generis di
cui parlava Paolo VI 10.
Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa “è l’intero Triduum
Paschale, ma questo è come raccolto, anticipato e ‘concentrato’ per sempre nel
dono eucaristico” in quanto attua “una misteriosa ‘contemporaneità’ tra quel
Triduum e lo scorrere dei secoli” 11. Per questo, da duemila anni il popolo
santo di Dio, a qualunque generazione, ceto, razza o cultura appartenga,
conviene ogni domenica nell’ecclesia eucaristica, confessando pubblicamente la
propria fede. L’Eucaristia, infatti, in se stessa e nella sua connessione con
il settenario sacramentale, svela tutta la portata del mistero della fede
12. Ciò spiega concretamente la ragione per cui anche nei tempi e nei
luoghi di maggior travaglio la Chiesa, sostenuta dallo Spirito, non è mai
venuta meno. Ad impedirlo ha contribuito proprio la prassi bimillenaria
13 di porre al centro l’azione eucaristica domenicale.
Sono questi, in estrema sintesi, i motivi che possono suscitare lo stupore
eucaristico in uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo. La presente
Relatio ante disceptationem intende illustrarli un poco. Nel quadro
preparatorio tracciato dai Lineamenta prima e dall’Instrumentum laboris poi,
senza pretesa di completezza, ma senza evitare i principali problemi, essa ha
il solo scopo di aprire il dialogo tra i Padri Sinodali.
Per comodità ne anticipo le articolazioni. Dopo aver fatto riferimento allo
stupore eucaristico, l’Introduzione (Eucaristia: la libertà di Dio viene
incontro alla libertà dell’uomo) evidenzia il nesso dell’Eucaristia con
l’evangelizzazione e con la ratio sacramentalis propria della Rivelazione. Nel
Primo Capitolo (Il novum del culto cristiano) cercherò di mettere in luce la
novità del culto cristiano. Il Secondo Capitolo (L’azione eucaristica) tratterà
dell’azione eucaristica nei suoi elementi distintivi e nel necessario nesso tra
ars celebrandi e actuosa participatio. Un Terzo Capitolo (Dimensione
antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia) vuole mostrare come
l’Eucaristia possieda intrinsecamente una dimensione antropologica, una
dimensione cosmologica e una dimensione sociale. La Conclusione (L’esistenza
eucaristica nel travaglio contemporaneo) offrirà una ripresa sintetica della
materia svolta per terminare con un breve auspicio circa i nostri lavori.
II. L’Eucaristia implica evangelizzazione
I dati raccolti dall’Instrumentum laboris preparato in vista di quest’Assemblea
Sinodale mostrano che la pratica eucaristica è assai varia nelle grandi aree
del globo. Questo ha certamente a che fare con le loro significative differenze
culturali, che si esprimono in maniera evidente anche nella qualità della
partecipazione all’Eucaristia che, a sua volta, è connessa all’autenticità
dell’ars celebrandi.
Un rilievo generale, tuttavia, si impone. Lo spegnersi dello stupore
eucaristico dipende, in ultima analisi, dalla finitudine e dal peccato del
soggetto. Spesso però questo trova un terreno di coltura nel fatto che la
comunità cristiana che celebra l’Eucaristia è distante dalla realtà. Vive
astrattamente. Non parla più all’uomo concreto, ai suoi affetti, al suo lavoro,
al suo riposo, alle sue esigenze di unità, di verità, di bontà, di bellezza. E
così l’azione eucaristica, separata dall’esistenza quotidiana, non accompagna
più il credente nel processo di maturazione del proprio io e nel suo rapporto
con il cosmo e con la società.
L’Assemblea Sinodale dovrà indagare attentamente questo stato di cose e
suggerire i rimedi possibili. Non potrà limitarsi a ribadire la centralità
dell’Eucaristia e del dies Domini. Oggettivamente essa è fuori discussione, ma
la difficoltà sta nel come ridestare lo stupore, generato dall’Eucaristia, nei
tanti battezzati non praticanti (in taluni paesi europei possono superare
l’80%). “Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia - non dobbiamo
dimenticarlo -, è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione”
14. Sono quindi indispensabili l’annuncio e la testimonianza personale
e comunitaria di Gesù Cristo a tutti gli uomini ai fini di suscitare comunità
cristiane vitali ed aperte. Inoltre la vita di tali comunità domanda una
sistematica formazione al “pensiero di Cristo” (1Cor 2, 16) (catechesi - in
modo del tutto particolare quella riguardante l’iniziazione cristiana dei
bambini e degli adulti -, cultura). Passa attraverso l’educazione al gratuito
(carità, impegno di condivisione sociale). Chiede una comunicazione universale
della vita nuova in Cristo (missione). In una parola i fattori costitutivi
dell’evangelizzazione e della nuova evangelizzazione sono essenziali
implicazioni dell’azione eucaristica.
III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione
Il Concilio Vaticano II, soprattutto nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum,
ha messo in evidenza il carattere di avvenimento proprio della Rivelazione. Ha
così offerto una solida base dottrinale al realismo eucaristico che solo
garantisce la contemporaneità tra il Triduum salvifico della Pasqua e l’uomo di
ogni tempo. La Costituzione approfondisce l’insegnamento del Vaticano I in
chiave cristocentrica. La Rivelazione si compie e completa nella Persona e
nella storia di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, crocifisso, morto e risorto
per noi uomini e per la nostra salvezza 15. Nella Sua opera di
redenzione Egli rivela il volto misericordioso del Padre che, mediante la
potenza dello Spirito del Risorto, ci rende figli nel Figlio (cfr. Ef 1, 5).
“Nomen Trinitatis publicando” 16 Gesù Cristo, attraverso il dono totale
della Sua vita innocente, scioglie l’enigma dell’uomo e, in tal modo, valorizza
la sua libertà abilitandolo a decidere su di sé. Gesù Cristo, infatti, domanda
alla libertà di ogni uomo di accogliere, mediante l’obbedienza della fede,
questo Suo dono in ogni atto della propria esistenza (cfr. Ap 3, 20). Tale
accoglienza implica a sua volta, da parte dell’uomo, il dono totale di sé (cfr.
Mt 19, 21). Ne consegue l’esclusione di ogni concezione magica del sacramento
in generale e dell’Eucaristia in particolare.
L’evento unico e irrepetibile del Triduum Paschale è stato da Cristo stesso
anticipato nella Cena con i Suoi, che Egli ha fortemente voluto (cfr. Lc 22,
15). Sedendo a mensa con gli apostoli nel cenacolo, Gesù ha istituito
l’Eucaristia. Attraverso il dono dello Spirito Santo che rende possibile
attuare efficacemente il comando “fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19;
1Cor 11, 25), Egli apre al credente di ogni tempo la possibilità di aver parte
alla salvezza.
Nell’azione eucaristica, pertanto, la libertà di Dio incontra effettivamente la
libertà dell’uomo. A partire da questo incontro di libertà il cristiano,
segnato dal riconoscimento del dono di Dio e della comunione con Lui e con i
fratelli, è sospinto a dare a tutta la sua vita una forma eucaristica
17. E questo perché nell’Eucaristia si esprime in modo eminente quella
che Fides et ratio chiama la “ratio sacramentalis della rivelazione”
18. Essa consente al fedele di scoprire che, attraverso tutte le
circostanze e tutti i rapporti di cui è obiettivamente costituita l’esistenza
umana, l’evento di Gesù Cristo chiama la sua libertà ad un progressivo
coinvolgimento con la vita della Trinità. Ad accompagnarlo in questa esperienza
è Gesù stesso: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt
28, 20). Per questo Egli assicura alla comunità cristiana la Sua amorevole
presenza: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
(Mt 18, 20). Così ha vissuto dall’inizio la comunità primitiva: “Erano assidui
nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). E sulla vita di questo popolo
di Dio che attraversa la storia getta una luce sfolgorante la prospettiva
escatologica in cui Gesù ha collocato, fin dalla sua istituzione, l’azione
eucaristica: “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite
fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,
29; Mc 14, 25; Lc 22, 18).
La ratio sacramentalis implicata nel mistero della incarnazione, morte e
risurrezione di Gesù Cristo, mostra che la vita di ogni uomo è obiettivamente
vocazione. Ogni stato di vita 19 - matrimonio, sacerdozio ministeriale,
verginità consacrata - riceve dal mistero eucaristico la radice ultima della
propria forma. Pertanto, nella convocazione eucaristica, ogni credente trova
l’origine ed il senso della propria vocazione che imprime alla sua esistenza
una forma eucaristica.
CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano
Il dato imponente della prassi bimillennaria della celebrazione eucaristica
domenicale, decisivo per la genesi e la crescita delle comunità cristiane di
ogni tempo e luogo, non è casuale. Questo primato dell’Eucaristia come azione
si spiega esaurientemente a partire dalla ratio sacramentalis della rivelazione
da cui sgorga la forma eucaristica dell’esistenza cristiana. Per questo occorre
mettere con decisione al centro dei nostri lavori sull’Eucaristia, fonte e
culmine della vita e della missione della Chiesa, l’approfondimento dell’azione
eucaristica stessa. Questa scelta consente di superare ogni falsa opposizione
tra teologia e liturgia.
I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)
Pur riconoscendo con gli studiosi una certa differenziata continuità
antropologica con i riti propri delle svariate forme religiose, in modo
particolare con i riti sacrificali dell’Antico Vicino Oriente, con le cene
ellenistiche ed in specie con i pasti sacri del giudaismo di epoca ellenistica,
è oggi da tutti riconosciuto che l’Eucaristia di Gesù nell’Ultima Cena ha dato
vita ad un novum.
L’istituzione dell’Eucaristia si inserisce in una cena rituale, il cui contesto
pasquale è ormai accertato (cfr. Mt 26, 19-20; Mc 16-18; Lc 22, 13-14; Gv 13,
1-2) 20, come quella singolare azione mediante la quale Gesù associa i
Suoi alla Sua ora e missione anticipando il sacrificio della Sua Pasqua, strada
definitiva per l’instaurarsi del Regno. Mangiando il Suo Corpo e bevendo il Suo
Sangue, i discepoli sono incorporati a Cristo: in tal modo si attua quella
comunione che costituisce la Chiesa.
Nell’Ultima Cena Gesù Cristo, “parlando ai discepoli anche con parole che
contengono la somma della Legge e dei Profeti” 21, offre Se stesso come
unica vittima proporzionata al Padre (cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22,
19-20; 1Cor 11, 23ss). In questo atto Egli coinvolge però anche i Suoi, non per
un formale e triste ricordo della Sua persona e della Sua azione, ma per la
permanente ed attiva partecipazione alla Sua offerta dei discepoli fino alla
fine dei tempi: “fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19).
Emerge così il vincolo indissolubile che lega l’Eucaristia alla Chiesa e la Chiesa
all’Eucaristia. Non a caso ecclesia è il termine tecnico che, fin dall’inizio,
indica l’azione del riunirsi eucaristico dei cristiani (cfr. 1Cor 11, 18; 14,
4-5.19.28). “La Chiesa vive dell’Eucaristia fin dalle sue origini. In essa
trova la ragione della sua esistenza, la fonte inesauribile della sua santità,
la forza dell’unità e il vincolo della comunione, l’impulso della sua vitalità
evangelica, il principio della sua azione di evangelizzazione, la sorgente
della carità e lo slancio della promozione umana, l’anticipo della sua gloria
nel banchetto eterno delle Nozze dell’Agnello (cfr. Ap 19, 7-9)” 22.
Da quanto detto l’azione eucaristica emerge in tutta la sua forza di fonte e
culmine dell’esistenza ecclesiale del cristiano, perché esprime, nello stesso
tempo, sia la genesi che il compimento del nuovo e definitivo culto, la
logikē latreía: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio,
ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è
questo il vostro culto spirituale (tçn logiken latreían)” (Rm 12, 1). In questa
visione paolina del nuovo culto come offerta totale della propria persona -
“Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito” 23 -, è
definitivamente superata ogni separazione tra sacro e profano. Il culto
cristiano non è una parentesi all’interno di un’esistenza vissuta in un
orizzonte profano. Non è neppure un puro atto sacrificale e riparatorio delle
offese o delle prese di distanza dallo sguardo di Dio. Il nuovo culto cristiano
diventa espressione di tutta l’esistenza rinnovata: “sia dunque che mangiate
sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria
di Dio” (1Cor 10, 31). Ogni atto di libertà del cristiano è chiamato così ad
essere atto di culto. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica
della spiritualità cristiana.
In quanto assume l’umano in tutta la sua densità storica l’Eucaristia, vertice
del settenario sacramentale 24, rende possibile, giorno dopo giorno, la
progressiva trasfigurazione dell’uomo predestinato e chiamato per grazia ad
essere ad immagine del Figlio stesso (cfr. Ef 1, 4-5). Si pensi alla
straordinaria efficacia del Battesimo: scopriamo che i figli, incorporati a
Cristo nella Chiesa, sono nostri perché sono figli del Padre nostro che è nei
cieli. La Confermazione svela ai cresimandi, chiamati alla testimonianza, che
gli affetti ed il lavoro ricevono la loro verità dal dono dello Spirito di Gesù
Cristo morto e risorto. Attraverso il sacramento l’esperienza determinante
della vita affettiva, il Matrimonio, viene affidata dalla Chiesa al Signore.
Lui solo è in grado di realizzare il “per sempre” dell’amore che ogni sposa e
ogni sposo, quando ama veramente, ha nel cuore. E non è forse la più umana e
delicata attenzione alla libertà - spesso ferita dal peccato - quella che la
Chiesa ci offre invitandoci alla riconciliazione con Dio e con i fratelli nel
sacramento della Penitenza? Quando poi l’uomo viene ferito nella propria carne
dalla inevitabile prova della malattia, l’Unzione degli infermi esprime la
vicinanza speciale di Gesù che tanto ha patito ed è morto e risorto per noi.
Una vicinanza del tutto particolare se accompagnata dalla regolare possibilità
offerta agli ammalati di ricevere la Comunione e, quando è necessario, il Santo
Viatico. E questo perché noi possiamo prontamente guarire e, in ogni caso, non
perdiamo la speranza di risorgere con Lui e così di reincontrarLo e di
reincontrarci nel nostro vero corpo. Taluni, poi, non per i loro meriti ma per
iniziativa dello Spirito di Gesù, sono presi a servizio del popolo di Dio come
ministri ordinati (sacramento dell’Ordine).
In tal modo la vita liturgica delle nostre comunità non fa altro che
testimoniare come nel concreto snodarsi dell’umana esistenza - nascita, rapporti,
amore, dolore, morte, vita dopo la morte - Gesù si faccia presente a tutti gli
uomini ogni giorno, in ogni situazione 25. Nel quadro tracciato emerge
qui nuovamente la forza della ratio sacramentalis propria del genio cattolico.
II. Il valore del rito eucaristico
In questa visione inaugurata dall’Eucaristia cristiana non solo il culto ma
anche il rito viene ad assumere una fisionomia radicalmente nuova. Quella cioè
dell’azione di Cristo stesso che, col dono del Suo Spirito, ammette i Suoi alla
presenza del Padre per “compiere il servizio sacerdotale” 26.
Per la sua natura di sorgente della logikē latreía l’azione rituale
eucaristica viene ad essere oggettivamente anche la più essenziale e decisiva
di tutte le azioni umane. Nel rito eucaristico infatti fa irruzione, in un
preciso istante del tempo, il significato compiuto della storia, e quindi la
sua verità. In questo modo il rito eucaristico opera una discontinuità nel
succedersi delle vicende quotidiane dell’uomo, ma è proprio nello spazio aperto
da tale discontinuità che l’uomo impara a decidersi per la verità
obiettivamente a lui donata nel rito stesso. Questa scelta avviene nella fede:
si può rapportarsi alla verità donata solo nell’affidamento totale di sé.
Pertanto l’azione eucaristica è fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale
cristiana proprio in forza della celebrazione stessa del rito che, in tutta la
sua sostanziale pienezza, esprime adeguatamente la fede vissuta del popolo
cristiano.
Inserita temporalmente e spazialmente nella trama dell’esistenza quotidiana, ma
nello stesso tempo proveniente “dall’alto” in quanto sacramento, cioè segno e
strumento efficace della grazia divina, l’azione rituale eucaristica diventa
paradigma dell’intera esistenza dell’uomo 27. Il rito eucaristico non è
accidentale rispetto all’esistenza personale e sociale, né estrinseco
all’inevitabile essere dell’uomo per il mondo, ma è centro della vita reale
della nuova creatura (cfr. 2Cor 5, 17; Gal 6, 15). La sua esistenza è
compiutamente umana perciò storica, ma nello stesso tempo, in forza della
memoria eucaristica del Corpo donato e del Sangue versato del Crocifisso
Risorto, essa già vive nella prospettiva eterna della risurrezione (cfr. 1Cor
15, 19-22) 28. Nell’azione eucaristica la liturgia terrestre è
intimamente unita con quella celeste 29. Lo scambio di comunione tra i
vivi e i morti di cui le Messe di suffragio per i defunti sono importante
espressione, costituisce una testimonianza permanente della fede della Chiesa
nel nesso inscindibile tra vita terrena e vita eterna 30.
Questa visione unitaria dell’azione eucaristica come cuore di tutta l’esistenza
cristiana è sempre stata presente nella coscienza ecclesiale.
Dall’immedesimazione con l’azione compiuta da Gesù così come ci è conservata
dal canone biblico, alla traditio che nel suo incessante ritmo di trasmissione
e di recezione la assicura lungo il tempo e lo spazio; dalle variegate forme
liturgiche dei primi secoli, che ancora splendono nei riti liturgici delle antiche
Chiese di Oriente, fino alla predominante fissazione del rito romano; dalle
precise indicazioni del Concilio di Trento e del Messale di Pio V fino alla
riforma liturgica del Vaticano II: Ogni tappa della vita della Chiesa conferma
che l’azione eucaristica, fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale cristiana,
coincide con il rito sacramentale che genera e compie il culto nuovo e
definitivo (logikē latreía).
La considerazione del rito in tutta la sua pienezza consente di evitare ogni
frammentazione e giustapposizione tra l’azione eucaristica e le esigenze della
nuova evangelizzazione, che vanno dall’annuncio testimoniale in ogni ambiente
dell’umana esistenza fino alle necessarie implicazioni antropologiche,
cosmologiche e sociali che l’Eucaristia obiettivamente mette in campo. Permette
inoltre alla comunità cristiana di perseguire simultaneamente un’accurata
fedeltà alle rubriche liturgiche ed un’attenta duttilità alle istanze di
inculturazione. III. La celebrazione eucaristica fa la Chiesa
Lo stupore eucaristico dei due discepoli di Emmaus riverbera nella meraviglia
dell’azione liturgica della celebrazione eucaristica. Essa è l’atto di culto
chiamato ad esprimere in modo eminente l’unico evento pasquale.
Nell’Ultima Cena Gesù manifesta chiaramente coi Suoi gesti e con le Sue parole
il legame intrinseco tra l’avvento del regno del Padre e il Suo destino
personale (cfr. Mt 26, 29; Mc 14, 25, Lc 22, 15-16; Gv 12, 23-24).
Nell’identificazione trasformatrice del pane e del vino con il Corpo e il
Sangue di Cristo (presenza reale 31), l’Ultima Cena anticipa
sacramentalmente il sacrificio della nuova pasqua come la forma mediante la
quale il Padre compie, nel Figlio e con l’opera dello Spirito Santo, il Suo
disegno redentivo di salvezza: “Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo
diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo
in memoria di me". Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice
dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene
versato per voi"” (Lc 22, 19-20). A nessuno sfugge la difficoltà che il
linguaggio sacrificale, impiegato dalla Scrittura e dalla tradizione della
Chiesa 32, incontra nella cultura odierna 33. Tuttavia, se si
vuol rispettare tutta la pregnanza del dono incondizionato che Gesù Cristo fa
di Se stesso, appare oggi urgente riscoprire l’Eucaristia come sacrificio. Gesù
Cristo chiama i Suoi a quella forma integrale di culto (logikē latreía)
che è l’offerta di tutta la propria vita, in cui il cristiano viene plasmato
progressivamente proprio mediante la piena, consapevole ed attiva
partecipazione alla celebrazione eucaristica 34.
L’invito a mangiare il Suo Corpo e a bere il Suo Sangue (comunione) costituisce
la via sicura alla salvezza (cfr. Gv 6, 47-58) 35. Il memoriale
pertanto, in continuità con la pasqua ebraica (cfr. Dt 16, 1ss), possiede la
fisica concretezza dell’assunzione delle specie eucaristiche, al riparo da ogni
riduzione intellettualistica della fede. Il frutto di quest’azione è la
comunione sacramentale con Cristo (cfr. 1Cor 10, 16), resa possibile dall’amore
con cui lo Spirito glorifica la carne del Risorto. Lo stesso Spirito che mosse
Cristo al dono totale di Sé muove i Suoi ad accoglierLo nell’obbedienza della
fede, li muove a permanere in Lui ed a ricevere così la vita come Egli la
riceve dal Padre (cfr. Gv 14, 26; 16, 13).
Questo sacramento è dato per la comunione degli uomini in Cristo. Per Paolo la
koinonia è il frutto dell’Eucaristia mediante la quale i cristiani, incorporati
a Cristo, diventano un solo corpo e partecipano di un solo Spirito (cfr. 1Cor
10, 16-17) 36. Essi costituiscono il nuovo popolo di Dio che, guidato
dai successori degli apostoli cum et sub il successore di Pietro, attraversa la
storia con la speranza certa che Gesù Risorto costituisce la caparra della loro
personale risurrezione (cfr. 1Cor 15, 17-20).
Al di fuori di questa comunione eucaristica e sacramentale la Chiesa non è
pienamente costituita 37: l’Eucaristia fa la Chiesa. Il nuovo popolo di
Dio (corpo ecclesiale) si configura a partire dal Corpo eucaristico di Cristo
che rende sacramentalmente presente il Corpo di Gesù nato dalla Santissima
Vergine Maria 38. Il corpo ecclesiale viene così ad essere realmente
plasmato come corpo di Cristo presente nel tempo e nella storia, in forza del
vincolo che lo lega inscindibilmente con il Corpo eucaristico di Cristo
39. Proprio nella celebrazione rituale dell’eucaristia la Chiesa
realizza la forma stessa della sua identità di popolo radunato dall’amore di
Dio.
1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza
Ciò diventa ancora più chiaro se si guarda alla venerabile tradizione che ha
sempre riconosciuto nel Vescovo il liturgo per eccellenza e l’amministratore
dei sacramenti 40. Il Vescovo non presiede l'eucaristia, in forza di
una ragione meramente giuridica, perché è il “capo” della chiesa locale, ma per
fedeltà al comando stesso del Signore che ha affidato il memoriale della sua
Pasqua a Pietro e agli apostoli. Li ha costituiti fedeli dispensatori dei Suoi
misteri e, in forza di questo, primi responsabili dell’annuncio evangelico nel
mondo intero. Per questa ragione “il Vescovo diocesano è la guida, il promotore
e il custode di tutta la vita liturgica. Nelle celebrazioni che si compiono
sotto la sua presidenza, soprattutto in quella eucaristica, celebrata con la
partecipazione del presbiterio, dei diaconi e del popolo, si manifesta il
mistero della Chiesa” 41. Questo è particolarmente evidente
nell’ordinata concelebrazione eucaristica “che manifesta in modo appropriato
l'unità del sacerdozio” 42. La comunione con il Vescovo è la condizione
perché sia legittima la celebrazione eucaristica in favore del popolo di Dio.
Viene ancora una volta alla luce la fecondità della ratio sacramentalis della
rivelazione: il soggetto ecclesiale (personale e comunitario) non partecipa
compiutamente alla redenzione se non accoglie la modalità sacramentale che
costituisce la forma che Gesù ha scelto per permanere all’interno delle vicende
umane.
2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano
Una seconda conferma di come in concreto la celebrazione eucaristica fa la
Chiesa è la radicale diversità tra il tempio cristiano e quello pagano o lo
stesso tempio giudaico. Mentre il tempio pagano e quello giudaico erano
caratterizzati dalla presenza della divinità e per tale presenza erano
considerati sacri e sacralizzanti, il “luogo” di culto cristiano consiste in un
certo senso nella stessa azione della celebrazione del mistero. Il vocabolo
ecclesia indica l’azione del riunirsi dei cristiani. Solo come conseguenza è
passato ad indicare il luogo stesso in cui, in tale riunione, si realizza la
presenza divina.
Inoltre mentre nel tempio pagano e, in un certo senso, anche in quello
giudaico, l’incontro dei fedeli è in qualche modo casuale, nel luogo di culto
cristiano esso è costitutivo del tempio stesso. I singoli fedeli sono le pietre
vive del tempio (cfr. 1Pt 2, 5). Lo Spirito è il cemento che li unifica (cfr.
Ef 2, 22).
Questo spiega la cura con cui la Chiesa non cessa di offrire indicazioni in
merito all’architettura e all’arte sacra 43. I templi, infatti, vanno
modellati sull’assemblea liturgica in actu celebrationis, come “epifania” della
communio hierarchica che è la Chiesa.
3. Una terza conferma: “Intercomunione?”
Un problema pastorale assai delicato, legato all’ambito ecumenico, consente
un’ulteriore verifica del fatto che, all’interno dell’inscindibile nesso tra
Eucaristia e Chiesa, la causalità dell’Eucaristia sulla Chiesa (l’Eucaristia fa
la Chiesa) è essenziale e prioritaria rispetto a quella della Chiesa
sull’Eucaristia (la Chiesa fa l’Eucaristia) 44. Questo dato conduce a
sottolineare il peso decisivo dell’Eucaristia nella prassi ecumenica.
Sono noti gli ormai numerosi sviluppi in materia 45. Essi sono, ad un
tempo, conseguenza e causa dell’intenso lavoro ecumenico del XX secolo.
Anzitutto va rilevata la sostanziale comunione di fede tra la Chiesa cattolica
e le Chiese ortodosse in tema di Eucaristia e sacerdozio 46, comunione
che, attraverso un maggiore reciproco approfondimento della Celebrazione
Eucaristica e della Divina Liturgia, è destinata a crescere 47. Si deve
inoltre salutare positivamente il nuovo clima a proposito dell’Eucaristia nelle
comunità ecclesiali nate a partire dalla Riforma. Secondo gradi diversi e con
qualche eccezione anche tali comunità sottolineano sempre di più la decisività
dell’Eucaristia come elemento chiave nel dialogo e nella prassi ecumenica.
Sulla base di questi ed altri dati si può capire che, anche dopo i
pronunciamenti del Magistero in proposito 48, non cessi di porsi la
seguente questione: l’”intercomunione” di fedeli appartenenti a diverse Chiese
e comunità ecclesiali può costituire uno strumento adeguato per favorire il
cammino verso l’unità dei cristiani?
La risposta dipende da una attenta considerazione della natura dell’azione
eucaristica in tutta la sua pienezza di mysterium fidei 49. La
celebrazione eucaristica, infatti, è per sua natura professione di fede
integrale della Chiesa.
Incastonando il sacrificio del Golgota nell’Ultima Cena il Signore realizza la
comunione della Sua Persona con i Suoi discepoli e la rende possibile a tutti i
fedeli di tutti i tempi e luoghi. La partecipazione a tale comunione supera la
capacità dell’amore umano e delle sue pur nobili intenzioni. Mediante l’ascolto
della Parola che si realizza pienamente nell’accogliere l’offerta del Corpo e
del Sangue di Cristo, l’azione eucaristica esprime la pienezza della fede e
l’unità visibile dei fedeli al cui servizio Gesù invia gli apostoli come
sacerdoti e pastori.
Solo in quanto attua la piena professione di fede apostolica in questo mistero
l’Eucaristia fa la Chiesa. Se è l’Eucaristia ad assicurare la vera unità della
Chiesa, una celebrazione o una partecipazione all’Eucaristia che non implichi
il rispetto di tutti i fattori che concorrono alla sua pienezza finirebbe, al
di là di ogni buona intenzione, per dividere ulteriormente e all’origine la comunione
ecclesiale. L’intercomunione, pertanto, non appare come un mezzo adeguato per
raggiungere l’unità dei cristiani 50.
Questa affermazione circa l’intercomunione non esclude che, in circostanze del
tutto speciali e nel rispetto di condizioni oggettive 51, si possano
ammettere alla comunione eucaristica, in quanto panis viatorum, singole persone
appartenenti a Chiese o comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con
la Chiesa cattolica. In questo caso il necessario rigore esige che si parli di
ospitalità eucaristica. Siamo in presenza della sollecitudine pastorale
(storico-salvifica) della Chiesa che viene incontro ad una particolare
circostanza di bisogno di un fedele battezzato 52. In questi casi la
Chiesa cattolica ammette alla comunione eucaristica un fedele non cattolico se
egli lo richiede spontaneamente, manifesta adesione alla fede cattolica circa
il sacramento eucaristico ed è spiritualmente ben disposto.
Le problematiche sottostanti alla inadeguata categoria di “intercomunione” e la
prassi dell’ospitalità eucaristica urgono un’ulteriore riflessione, a partire
dall’intrinseco nesso tra Eucaristia e Chiesa, sul rapporto tra comunione
eucaristica e comunione ecclesiale. In questo senso potrà essere utile che
l’Assemblea Sinodale ritorni su questo argomento.
Nel rispondere all’improcrastinabile urgenza del cammino ecumenico non si deve
tuttavia trascurare la via maestra. Il non poter accedere alla concelebrazione
eucaristica e alla comunione eucaristica da parte di cristiani di diverse
Chiese e comunità ecclesiali e l’eccezionalità dell’ospitalità eucaristica, non
possono essere solo causa di dolore; piuttosto debbono rappresentare un pungolo
permanente per il continuo e comune approfondimento del mysterium fidei che
esige da tutti i cristiani l’unità nell’integrale professione di fede.
CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica
Dopo aver suggerito taluni elementi di carattere metodologico per spiegare il
novum del culto e del rito cristiano, è ora opportuno considerare da vicino
l’azione eucaristica in se stessa. Anzitutto verranno presi in esame i
principali elementi distintivi della celebrazione eucaristica. In una seconda
parte saranno proposte talune riflessioni sull’ars celebrandi e l’actuosa
participatio.
I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica
Uno sguardo sintetico agli elementi distintivi della celebrazione
dell’Eucaristia rivela la forza dell’armoniosa ed articolata unità del rito
eucaristico. In questa sede non si intende ripercorrere in modo completo la
scansione dei diversi momenti della celebrazione eucaristica, ma limitarsi ad
identificarne il nucleo essenziale: l’indisgiungibile unità di liturgia della
parola e liturgia eucaristica. A partire da quanto esposto fino ad ora la
considereremo nella sua natura essenziale di dono. Di conseguenza però si dovrà
porre in rilievo come, di fronte alla presenza eucaristicamente elargita di
Gesù, i fedeli siano chiamati all’adorazione, e come, davanti a un così grande
mistero, debbano confessare i propri peccati invocando il perdono. Né si
mancherà di far cenno al compito (ite missa est) che per sua natura un simile
dono genera.
1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica
Nell’evoluzione storica che va dall’Ultima Cena di Gesù Cristo all’Eucaristia
di cui ancora oggi la Chiesa vive, il nucleo costitutivo e permanente
dell’azione rituale è dato dalla stretta unità tra liturgia della parola e
liturgia eucaristica 53.
In quest’unità “eulogia” ed “eucaristia” propongono alla fede dei seguaci di
Cristo il mistero pasquale attraverso l’ascolto e la spiegazione delle
Scritture (omelia 54), indisgiungibile dalla ripresentazione del
sacrificio (preghiera eucaristica) che culmina nella comunione con il pane ed
il vino trasformati nel Corpo e nel Sangue di Cristo 55. Lo si vede
nella struttura comparata dei racconti di istituzione, lo si può cogliere
nell’azione di Emmaus, se ne riceve conferma nella descrizione della vita
comune dei primi cristiani che Atti 2, 42 ci offre. Così come, senza soluzione
di continuità, ne dà testimonianza tutta la storia della celebrazione
eucaristica fino a quella delineata nell’attuale Messale.
Da questa indisgiungibile unità emergono alcuni elementi costitutivi dell’unica
Eucaristia di Gesù Cristo che attua la fede dei cristiani.
Innanzitutto il
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