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Aristotele
Etica a Nicomaco

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3. [La magnanimità].

Che la magnanimità abbia per oggetto grandi cose [35] sembra che si ricavi dal suo stesso nome, ma cerchiamo innanzi tutto di determinare di che natura sono queste grandi cose. [1123b] Non c’è alcuna differenza, se si esamina la disposizione in sé oppure l’uomo che vive conformemente ad essa. Si ritiene, dunque, che magnanimo sia colui che si stima degno di grandi cose e lo è veramente: infatti, chi si stima diversamente dal suo reale valore è sciocco, e nessuno di coloro che vivono secondo virtù è sciocco o scervellato. Il magnanimo, dunque, è quello che abbiamo detto. [5] Infatti, chi è degno di piccole cose e di piccole cose si stima degno è modesto, e non magnanimo: la magnanimità, infatti, implica grandezza, come anche la bellezza implica un corpo di grandi proporzioni, mentre gli uomini piccoli possono essere aggraziati e proporzionati, ma non belli. Colui che si stima degno di grandi cose, ma in realtà non lo è, è vanitoso (ma colui che si stima degno di cose più grandi di quanto non sia realmente degno non è sempre un vanitoso). Chi, invece, si ritiene inferiore [10] a quanto merita è pusillanime, se, per quanto egli sia degno di cose grandi o medie o anche piccole, egli si stima degno di cose ancor più piccole. E si riconoscerà che pusillanime nel più alto grado è colui che è degno di grandi cose: che farebbe, se non fosse degno di tanto? Il magnanimo, dunque, da una parte è un estremo per la grandezza di ciò di cui è degno, dall’altra è un medio, perché si stima come si deve: si stima, infatti, in conformità col suo autentico merito. [15] Gli altri, invece, eccedono o difettano. Se, dunque, il magnanimo è colui che si stima degno di cose grandi, e lo è veramente, e se l’uomo più magnanimo è quello che si stima degno delle cose più grandi, e lo è, il suo oggetto per eccellenza sarà una cosa sola. D’altra parte, "essere degno di" si dice in relazione ai beni esterni: il più grande di essi ammetteremo che è quello che offriamo in omaggio agli dèi, ed a cui soprattutto aspirano gli uomini di elevata dignità, e che è la ricompensa per le azioni più belle. [20] Ora, cosa di tale natura è l’onore, giacché questo è certamente il più grande dei beni esteriori. Dunque, è riguardo all’onore e al disonore che il magnanimo si comporta come si deve. Ma anche senza bisogno di ragionarci su è manifesto che i magnanimi hanno come oggetto l’onore, perché è dell’onore soprattutto che i grandi uomini si ritengono degni, ma secondo il loro merito reale. Il pusillanime, invece, difetta nello stimarsi, sia in rapporto a se stesso [25] sia in confronto con ciò di cui si ritiene degno il magnanimo. D’altra parte, il vanitoso eccede in rapporto a se stesso, ma certo non in confronto con il magnanimo. Il magnanimo, se è vero che è degno delle cose più grandi, dovrà essere l’uomo più perfetto: infatti, degno di cosa più grande è chi è più perfetto, e degno delle cose più grandi di tutte è il più perfetto di tutti. In conclusione, chi è veramente magnanimo deve essere buono. E [30] si dovrà pensare che appartiene al magnanimo ciò che è grande in ciascuna virtù. In ogni caso non si armonizza affatto col carattere del magnanimo fuggire a gambe levate, né commettere ingiustizia: a quale scopo commetterà cattive azioni uno che non fa gran conto di nulla? Se lo si esamina nei particolari, si potrà vedere che è affatto ridicolo il magnanimo che non sia buono. E non sarebbe neppure degno di onore [35] se fosse cattivo: l’onore, infatti, è ricompensa della virtù ed è tributato ai virtuosi. [1124a] Sembra, dunque, che la magnanimità sia come un ornamento delle virtù, giacché le rende più grandi, e non può nascere senza di quelle. Per questa ragione è difficile essere veramente un uomo magnanimo: infatti, non è possibile esserlo senza una virtù perfetta. La magnanimità, [5] dunque, ha come oggetto per eccellenza onore e disonore: e degli onori grandi e tributati dagli uomini di valore egli gioirà con misura, nella convinzione di ricevere ciò che gli spetta in proprio, o anche meno (giacché non può esserci un onore degno di una virtù perfetta), ma tuttavia lo accetterà, se non altro perché gli uomini non hanno niente di meglio da offrirgli. [10] Ma dell’onore tributato da gente qualsiasi e per piccole cose non si curerà assolutamente, perché non è di questi onori che è degno. E parimenti anche nel caso del disonore, perché nessun disonore può giustamente riguardarlo. Dunque, come s’è detto, il magnanimo ha come oggetto per eccellenza gli onori; ma, tuttavia, anche riguardo alla ricchezza, al potere, alla buona e cattiva fortuna [15] si comporterà con misura, comunque avvenga, e non sarà troppo lieto se avrà buona fortuna né troppo afflitto se l’avrà cattiva. E non proverà questi sentimenti neppure riguardo all’onore, che pure è il valore più grande. Il potere e la ricchezza, infatti, sono desiderabili a causa dell’onore; per lo meno, coloro che posseggono quelle cose vogliono essere, in virtù di esse, onorati: per colui per il quale anche l’onore è piccola cosa, saranno piccole cose anche tutte le altre. [20] Ed è per questo che si ritiene che i magnanimi siano uomini che guardano tutto dall’alto. D’altra parte, si ritiene che anche le occasioni favorevoli contribuiscano alla magnanimità. I nobili, infatti, e coloro che detengono il potere o la ricchezza, vengono stimati degni di onore perché occupano una posizione superiore, e tutto ciò che è superiore nel bene viene onorato di più. Perciò simili occasioni favorevoli rendono gli uomini più magnanimi, perché c’è gente che li onora. [25] Ma per la verità solo l’uomo buono è tale da essere onorato; se poi uno possiede entrambe le cose, fortuna e virtù, la gente lo stima ancor più degno di onore. D’altra parte, coloro che possiedono i beni dovuti alla fortuna senza la virtù non hanno il diritto di stimarsi degni di grandi cose, né è corretto chiamarli magnanimi: questo non è possibile senza una virtù perfetta. Coloro, poi, [30] che possiedono tali beni diventano sprezzanti e arroganti. Senza la virtù, infatti, non è facile reggere adeguatamente i doni della fortuna: ma non potendo reggerli e credendo di essere superiori agli altri, li disprezzano, mentre essi stessi, [1124b] poi, fanno tutto quello che passa loro per la testa. Infatti essi imitano il magnanimo pur non essendogli simili, e lo fanno in quello che possono: da una parte, dunque, non agiscono secondo virtù e dall’altra disprezzano [5] gli altri. Ma mentre il magnanimo, in effetti, disprezza a buon diritto poiché egli giudica secondo verità, la massa lo fa a caso. L’uomo magnanimo non ama i piccoli rischi né i rischi in genere, perché li stima poco, ma ama i grandi rischi, e, quando è in pericolo, non risparmia neppure la propria vita, perché pensa che non sempre la vita merita di essere vissuta. Ed è capace di beneficare, [10] ma si vergogna di essere beneficato, giacché la prima cosa è propria di chi è superiore, la seconda di chi è inferiore. Inoltre, è portato a rendere più di quanto riceve: in questo modo, infatti, chi ha preso l’iniziativa di beneficarlo contrarrà un debito con lui e si troverà ad essere beneficato. Si ritiene poi anche che i magnanimi si ricordino di chi hanno beneficato, ma non di coloro da cui hanno ricevuto benefici (infatti, chi riceve un beneficio è inferiore a chi lo fa, e invece l’uomo magnanimo vuole essere superiore), e [15] dei benefici fatti sente parlare con piacere, di quelli ricevuti, invece, con dispiacere. Questa è la ragione per cui Teti non ricorda a Zeus i benefici che gli ha reso 80, come gli Spartani non li ricordano agli Ateniesi 81, bensì ricordano i benefici che hanno ricevuto. Caratteristico, poi, del magnanimo è anche il non chiedere nulla a nessuno, o di farlo con ripugnanza, ma di rendersi utile con prontezza, e di fare il grande con gli uomini altolocati e fortunati, [20] e il modesto, invece, con quelli di medio livello. Essere superiore ai primi è difficile e glorioso, essere superiore ai secondi, invece, è facile, e menare vanto sui primi non è cosa priva di nobiltà, ma farlo a spese degli umili è volgare, come usare la forza contro i deboli. Inoltre, è proprio del magnanimo non mettersi al posto d’onore, né dove primeggiano altri, anzi essere schivo e temporeggiare, a meno che non sia in gioco [25] un grande onore o una grande opera, e compiere poche imprese, ma importanti e gloriose. Ed è necessario anche che egli mostri apertamente i suoi odi e le sue amicizie (infatti, è tipico di chi ha paura il nascondere i propri sentimenti, cioè preoccuparsi più di ciò che pensa la gente che della verità), e che parli ed agisca apertamente: deve essere uno che parla liberamente perché non fa conto dell’opinione altrui, [30] e perché dice la verità, a meno che non usi l’ironia con la massa. Inoltre, non può prendere la propria norma di vita da un altro, [1125a] a meno che non si tratti di un amico, ché sarebbe un comportamento servile. Questa è la ragione per cui tutti gli adulatori sono servili e i tapini sono adulatori. Non è facile all’ammirazione, perché per lui niente è grande. Né è incline al rancore: non è del magnanimo tenere a mente, specialmente i torti subiti, bensì [5] piuttosto sorvolare. E non è pettegolo: non parlerà né di se stesso né di altri, giacché non gli importa di essere lodato né che gli altri siano biasimati (né d’altra parte è proclive a lodare); perciò non parla mai male di nessuno, neppure dei nemici, se non per insolenza deliberata. Per quanto riguarda le cose necessarie o di poco conto, è quello che si lamenta [10] e che chiede di meno, giacché comportarsi così sarebbe da uomo che si preoccupa troppo di queste cose. Ed è disposto a possedere cose belle ed infruttuose, piuttosto che cose fruttuose ed utili: infatti, ciò è più consono ad un uomo autosufficiente. Infine, si ritiene comunemente che l’incedere tipico del magnanimo sia lento, la sua voce grave, e l’eloquio pacato; non è frettoloso, infatti, [15] chi si preoccupa solo di poche cose, né concitato chi non stima importante nessuna cosa: al contrario, alzare la voce e affrettare l’andatura derivano dalla concitazione e dalla fretta.

Tale è, dunque, il magnanimo, mentre chi difetta è pusillanime e chi eccede è vanitoso. Orbene, comunemente si ritiene che neppure costoro siano malvagi (infatti, non fanno del male), ma solo uomini che errano. Infatti, il pusillanime, [20] pur essendone degno, priva se stesso appunto dei beni di cui è degno, e sembra avere in sé qualcosa di malvagio per il fatto di non ritenersi degno dei beni e di non conoscere se stesso: se si conoscesse aspirerebbe alle cose di cui è degno, perché, se non altro, sono dei beni. Tuttavia, uomini di questo tipo non sono ritenuti sciocchi, ma, piuttosto, timidi. Tale opinione di sé, poi, sembra che li renda anche peggiori: [25] ciascuna categoria di uomini, infatti, tende ai beni corrispondenti al proprio valore, mentre i pusillanimi si astengono anche dalle azioni e dalle occupazioni belle, nella convinzione di non esserne degni, ed allo stesso modo si comportano di fronte ai beni esterni. I vanitosi, invece, sono sciocchi e non conoscono se stessi, e ciò è evidente. Infatti, pur non essendone degni, si impegnano in imprese onorevoli, ma poi vengono smentiti dai fatti. [30] Essi si adornano nell’abito, nell’aspetto esteriore e così via, e vogliono che le loro fortune siano anche note a tutti, e ne parlano come se avessero l’intenzione di farsi tributare onori in considerazione di esse. Alla magnanimità si contrappone di più la pusillanimità che non la vanità: quella, infatti, è più comune e peggiore. La magnanimità, dunque, [35] riguarda l’onore, un onore grande, come s’è detto 82.

 




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