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Aristotele
Etica a Nicomaco

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8. [Ingiustizia e responsabilità].

Essendo le cose giuste e ingiuste quelle che noi abbiamo descritto, si commette ingiustizia e si agisce giustamente quando si compiono quelle azioni volontariamente; ma quando si agisce involontariamente, non si compie né un atto di ingiustizia né un atto di giustizia, se non per accidente, nel senso che si compiono azioni cui accade di essere giuste o ingiuste. Ma che un atto sia definito ingiusto e [20] giusto dipende dal fatto che sia volontario o involontario: quando, infatti, è volontario, viene biasimato, e nello stesso tempo, ma allora solamente, è anche un atto di ingiustizia. Cosicché sarà qualcosa di ingiusto ma non ancora un atto di ingiustizia, se non si aggiunge la volontarietà. E intendo per volontario, come s’è detto anche prima 130, quell’atto, tra gli atti che dipendono da lui, che uno compie consapevolmente, [25] cioè non ignorando chi ne è l’oggetto, né il mezzo, né il fine (per esempio, chi è che sta picchiando, con che cosa e per quale scopo), e ciascuno di questi aspetti dell’azione non è né accidentaleforzato (per esempio, se qualcuno prende la mano di un altro e picchia un terzo, il secondo non agisce volontariamente, perché l’atto non dipende da lui). Può capitare che l’uomo picchiato sia suo padre, e che egli sappia, sì, che è un uomo ed uno di quelli che gli stanno intorno, [30] ma ignori che è suo padre. Una distinzione simile si può fare anche nel caso del fine e nel caso dell’intero svolgimento dell’azione. In conclusione, ciò che si ignora, o ciò che non si ignora ma non dipende da noi, o ciò che si compie per forza è involontario. Infatti, noi compiamo e subiamo consapevolmente molte azioni anche naturali, [1135b] nessuna delle quali è né volontariainvolontaria, come, per esempio, invecchiare o morire. E, parimente, nel caso delle cose ingiuste e di quelle giuste è possibile anche che si trovi il giusto e l’ingiusto per accidente. Infatti, uno potrebbe restituire un deposito contro voglia [5] e per paura, ma di lui non si deve dire che ha fatto cose giuste né che ha agito giustamente, se non per accidente. Lo stesso vale per chi, costretto e contro voglia, non restituisce il deposito: bisogna dire che commette ingiustizia e fa cose ingiuste per accidente. Degli atti volontari, poi, alcuni li compiamo in conseguenza di una scelta, altri, invece, senza una scelta: [10] in base ad una scelta quegli atti che abbiamo deliberato in precedenza, e senza scelta quelli che non abbiamo deliberato in precedenza. Sono dunque tre i tipi di danno che possono verificarsi nelle comunità. Quelli che sono accompagnati da ignoranza sono degli errori, come quando si agisce senza che la persona che subisce l’azione o ciò che si fa o il mezzo o il fine siano quelli che si supponeva: infatti, o non si credeva di colpire o non con questo strumento o non questa persona o non con questo scopo, [15] ma le cose sono andate in modo diverso dallo scopo che si pensava di raggiungere (per esempio, si è colpito non per ferire ma solo per pungere, e non quest’uomo o con questo strumento). Quando, dunque, il danno si produce contro ogni ragionevole aspettazione, si tratta di una disgrazia; quando, invece, non si produce contro ogni ragionevole aspettazione, ma senza cattiveria, si tratta di un errore (si erra infatti quando l’origine della colpa è in colui stesso che agisce; si tratta di una disgrazia quando l’origine della colpa è fuori di lui). Quando, poi, [20] uno agisce consapevolmente ma senza precedente deliberazione, si ha l’atto ingiusto, come, per esempio, tutto quanto si fa per impulsività e per altre passioni, almeno per quelle che accade agli uomini di provare per necessità o per natura. Coloro che procurano questi danni e commettono questi errori, commettono, sì, ingiustizia, e i loro sono atti ingiusti, ma tuttavia non sono ancora, per questo, ingiustimalvagi: il danno, infatti non è stato causato da malvagità. [25] Quando, invece, esso deriva da una scelta è ingiusto e malvagio. Perciò è a buon diritto che si giudicano fatti senza premeditazione gli atti derivanti dall’impulsività: il principio del danno non è chi agisce per impulsività, ma colui che ne ha suscitato l’ira. Inoltre, non si discute se il fatto è accaduto oppure no, ma della sua giustizia: l’ira infatti nasce di fronte a ciò che appare come ingiustizia. Infatti, qui non è in discussione la realtà del fatto come nel caso dei contratti, [30] dove uno dei due contraenti è necessariamente in mala fede, a meno che non si faccia quello che si fa per dimenticanza: ma, pur essendo d’accordo sulla questione di fatto, si discute per sapere da che parte sta la giustizia (mentre chi ha premeditato non può ignorarlo), sicché l’uno pensa che gli venga fatta ingiustizia, mentre l’altro pensa di no. [1136a] Quando si infligge un danno in base ad una scelta deliberata, si commette ingiustizia, e colui che commette ingiustizia compiendo questo tipo di atti ingiusti è propriamente ingiusto, quando questi atti violano la proporzione o l’uguaglianza. Parimenti un uomo è giusto, quando compie un atto di giustizia sulla base di una scelta deliberata: ma compie un atto di giustizia soltanto se agisce volontariamente. [5] Le azioni involontarie, poi, in parte sono perdonabili, in parte no. Sono perdonabili gli errori compiuti non solo in stato di ignoranza, ma proprio a causa di questa ignoranza; non sono perdonabili, invece, gli errori commessi non a causa dell’ignoranza, ma in uno stato di ignoranza causato da una passionenaturaleumana.

 




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