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Aristotele
Etica a Nicomaco

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11. [È possibile commettere ingiustizia verso se stessi?].

Se è possibile o no commettere ingiustizia verso se stessi risulta chiaro [5] da quanto si è detto. Una parte delle azioni giuste sono quelle stabilite dalla legge in relazione a ciascun tipo di virtù: per esempio, la legge non comanda di uccidersi, e ciò che non comanda proibisce. Inoltre: se uno, contro la legge, danneggia un altro volontariamente e non per ricambiare un danno ricevuto, commette ingiustizia, e agisce volontariamente chi sa chi danneggia e con che mezzo. Colui che, spinto dall’ira, [10] si taglia volontariamente la gola, lo fa contro la retta ragione, e questo la legge non lo permette: per conseguenza commette ingiustizia. Ma verso chi? Non bisogna riconoscere che è verso la città, e non verso se stesso? Infatti, subisce volontariamente, e nessuno subisce volontariamente ingiustizia. È per questo che la città punisce, e una specie di pubblica infamia colpisce chi si uccide, in quanto commette ingiustizia contro la città. Inoltre, chi commette ingiustizia nel senso in cui può dirsi soltanto ingiusto [15] e non del tutto perverso, non è possibile che commetta ingiustizia verso se stesso (questo è un caso diverso dal precedente: in un certo senso, infatti, l’ingiusto è cattivo come il vile, non perché abbia in sé la perversità totale; per conseguenza, non è neppure vero che commetta ingiustizia per totale perversità). Infatti, se fosse così, dovrebbe essere possibile nello stesso tempo sottrarre e aggiungere la stessa cosa alla medesima persona: e questo è impossibile, ma è [20] necessario che il giusto e l’ingiusto abbiano attuazione tra più persone. Inoltre, l’azione ingiusta è un atto volontario, frutto di una scelta e anteriore ad ogni provocazione: infatti, chi ha per primo subito e perciò rende il contraccambio, non si ritiene che commetta ingiustizia; ma chi commette ingiustizia verso se stesso, subisce e fa le stesse cose nello stesso tempo. Per di più, sarebbe possibile subire ingiustizia volontariamente. Oltre a ciò, nessuno commette ingiustizia senza compiere specifici atti di ingiustizia; [25] ma nessuno commette adulterio con la propria moglie, né fa irruzione furtiva nella propria casa, né ruba ciò che gli appartiene. In generale la questione se è possibile commettere ingiustizia verso se stessi si risolve ancora con la definizione data a proposito del subire ingiustizia volontariamente. È chiaro anche che entrambe le cose, sia il subire sia il commettere ingiustizia, sono cattive: l’una consiste nell’avere di meno, l’altra [30] nell’avere di più del giusto mezzo, il quale è come la salute in medicina e la buona forma in ginnastica. Tuttavia la cosa peggiore è il commettere ingiustizia: il commettere ingiustizia, infatti, si accompagna al vizio ed è biasimevole, e ad un vizio integrale in senso assoluto o quasi (giacché non ogni atto volontario di ingiustizia è accompagnato da vizio), mentre il subire ingiustizia non implicavizio[35] ingiustizia. Per se stesso, dunque, subire ingiustizia è un male minore, [1138b] ma niente impedisce che sia un male maggiore per accidente. Ma l’accidentalità non ha importanza per l’arte: essa, per esempio, dice che la pleurite è un male maggiore di una storta; eppure, per accidente, potrebbe in certi casi essere quest’ultima un male maggiore, se accadesse che uno, procuratosi una storta nel cadere, [5] fosse per questo catturato dai nemici e ucciso. Per metafora poi, e per analogia, c’è giustizia, non tra sé e sé, ma tra certe parti della stessa persona, e non ogni forma di giustizia, bensì quella che c’è tra padrone e schiavo, o tra marito e moglie. Infatti, in queste discussioni si è fatta distinzione tra la parte razionale dell’anima e quella irrazionale: [10] se, dunque, si guarda a queste due parti dell’anima si può anche ritenere possibile l’ingiustizia verso se stessi, perché in esse è possibile subire qualcosa che sia contrario ai propri desideri: in esse, dunque, si realizza un tipo di giustizia paragonabile a quella che si realizza tra chi governa e chi è governato. Si ritenga così terminato il discorso circa la giustizia e le altre virtù etiche.




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