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Aristotele
Etica a Nicomaco

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LIBRO VI

 

 

1. [La retta ragione. Le due parti dell’anima razionale].

Dal momento che abbiamo già precedentemente asserito 136 che è il giusto mezzo che occorre scegliere, e non l’eccesso né il difetto, e [20] giacché il giusto mezzo è come la retta ragione 137 dice, è di questo che dobbiamo trattare. Infatti, in tutte le disposizioni di carattere di cui abbiamo parlato, come pure negli altri casi, c’è una specie di bersaglio, mirando al quale chi possiede la ragione tende e rilascia la corda del suo arco 138, e c’è una determinata misura che definisce le medietà, che noi diciamo intermedie tra l’eccesso e il difetto, [25] perché sono conformi alla retta ragione. Questa affermazione è, sì, vera, ma non chiarificatrice, perché anche in tutti gli altri oggetti delle preoccupazioni umane, di cui v’è scienza, è vero dire questo, che, cioè, non dobbiamo darci penaessere trascurati né più né meno del dovuto, ma attenerci al giusto mezzo, cioè a come prescrive la retta ragione. Ma se uno possedesse solo questa verità [30] non saprebbe per niente di più; per esempio, quali rimedi deve applicare al corpo, se gli si dicesse che deve usare quelli che comanda l’arte medica, e nel modo in cui li usa chi quest’arte possiede. Perciò, anche delle disposizioni dell’anima bisogna non solo che ciò che si è detto sia veramente così, ma anche che sia definito che cos’è la retta ragione e quale è la misura che la definisce [35].

Orbene, quando abbiamo distinto le virtù dell’anima, abbiamo detto 139 che alcune sono virtù del carattere, [1139a] e altre sono virtù del pensiero. Delle virtù etiche abbiamo già trattato 140; delle altre, dopo un discorso preliminare sull’anima, diciamo quanto segue. Precedentemente abbiamo detto 141 che ci sono due parti dell’anima, quella razionale e quella irrazionale: [5] ora dobbiamo suddividere alla stessa maniera quella razionale. E diamo per ammesso che le parti razionali siano due: una è quella con cui contempliamo gli enti i cui principi non possono essere diversamente, e una con cui consideriamo le realtà contingenti 142. Infatti, nei confronti delle cose che sono diverse per genere è diversa anche quella delle parti dell’anima [10] che per natura è rivolta all’una o all’altra di esse, se è vero che è per una certa somiglianza e parentela con esse che la conoscenza le appartiene 143. Chiamiamole, rispettivamente, la parte "scientifica" e la parte "calcolatrice": infatti deliberare e calcolare sono la stessa cosa, ma nessuno delibera sulle cose che non possono essere diversamente 144. Per conseguenza, la parte calcolatrice [15] non è che una parte dell’elemento razionale dell’anima. Bisogna, dunque, capire qual è la migliore disposizione di ciascuna di queste parti: essa, infatti, è la virtù di ciascuna, e la virtù di una cosa è ciò che è proprio di questa cosa in rapporto alla sua funzione.

 




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