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Aristotele
Etica a Nicomaco

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11. [Il piacere: teorie correnti].

[1152b] Studiare piacere e dolore è di competenza del filosofo politico: è lui, infatti, l’architetto che determina il fine, guardando al quale noi chiamiamo ciascuna cosa buona o cattiva in senso assoluto 217. Inoltre, l’indagine su questi oggetti è necessaria, [5] giacché abbiamo posto 218 che la virtù ed il vizio morale hanno per oggetto dolore e piacere, e la stragrande maggioranza degli uomini afferma che la felicità implica il piacere: per questo hanno dato all’uomo "beato" una denominazione che deriva da "bearsi" 219. (1) Alcuni 220, dunque, ritengono che nessun piacere sia un bene, né per sé né per accidente, giacché, dicono, bene [10] e piacere non sono la stessa cosa. (2) Altri 221 ritengono, sì, che alcuni piaceri sono buoni, ma che per la maggior parte sono cattivi. (3) Infine, una terza categoria di persone 222 ritiene che, anche ammesso che tutti i piaceri siano un bene, non è possibile che il sommo bene sia un piacere. (1) Dunque, il piacere, nel complesso, non è un bene, a) perché ogni piacere è un divenire, percepito dal soggetto, che conduce ad uno stato naturale, e, d’altra parte, nessun divenire appartiene allo stesso genere del suo fine: per esempio, il processo di costruzione di una casa non appartiene allo stesso genere [15] della casa. b) Inoltre, l’uomo temperante fugge i piaceri. c) Inoltre, il saggio persegue ciò che non provoca dolore, non ciò che è piacevole. d) Inoltre, i piaceri sono un ostacolo alla riflessione morale, e tanto più quanto più intenso è il godimento, come nel piacere sessuale: nessuno infatti potrebbe pensare alcunché mentre lo prova. e) Inoltre, non c’è alcuna arte del piacere: eppure ogni bene è opera di un’arte. f) Inoltre, bambini [20] e bestie perseguono i piaceri. (2) Dall’affermazione che non tutti i piaceri sono buoni il motivo addotto è a) che ce ne sono di vergognosi e biasimevoli, e b) che ce ne sono di dannosi, giacché alcune delle cose piacevoli producono malattie. (3) Infine, il motivo per cui il piacere non è il sommo bene è che non è un fine ma un divenire. Questo è, pressappoco, quello che si dice.

 




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