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Aristotele
Etica a Nicomaco

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7. [Amicizia tra superiore e inferiore, e viceversa].

Esiste, poi, un’altra specie di amicizia, quella che implica una superiorità: per esempio, quella del padre verso il figlio ed in genere dell’uomo più anziano verso il più giovane, del marito verso la moglie e di chiunque eserciti un’autorità verso chi vi è soggetto. Ed anche queste amicizie differiscono l’una dall’altra: [15] infatti, non è la stessa l’amicizia dei genitori verso i figli e quella di coloro che esercitano il potere politico verso coloro che vi sono soggetti, né quella del padre verso il figlio e quella del figlio verso il padre, né quella del marito verso la moglie e della moglie verso il marito. Diversa, infatti, è la virtù di ciascuna di queste persone, diversa la funzione, diversi i motivi per cui amano: diversi, quindi, anche gli affetti e le amicizie. [20] Per conseguenza, non è la stessa cosa quella che uno riceve dall’altro, né quella che deve essere ricercata: ma quando i figli rendono ai genitori ciò che si deve a chi ha generato, e quando i genitori rendono ai figli ciò che si deve a chi è stato generato, l’amicizia tra persone di questo tipo sarà permanente e virtuosa. Ma in tutte le amicizie che implicano una superiorità ci deve essere anche un affetto proporzionale: per esempio, [25] il più virtuoso deve essere amato più di quanto ami, come pure chi è più utile, e parimenti in ciascuno degli altri casi. Quando, infatti, l’affezione è proporzionata al merito, allora si produce, incerto qual modo, un’uguaglianza, il che, per conseguenza, è considerato proprio dell’amicizia. Ma è manifesto che il termine "uguale" [30] non ha lo stesso senso nelle azioni giuste e nell’amicizia: infatti, nel caso delle azioni giuste "uguale" significa innanzi tutto "ciò che è proporzionato al merito", e in secondo luogo "ciò che è uguale quantitativamente", mentre nel caso dell’amicizia significa innanzi tutto "ciò che è uguale quantitativamente", e in secondo luogo "ciò che è proporzionato al merito". Il che è evidente quando c’è una grande distanza dal punto di vista della virtù o del vizio o della ricchezza o di qualche altra cosa: infatti, in tal caso, non solo non sono più amici, [35] ma non pretendono neanche di esserlo. E questo è evidentissimo nel caso degli dèi: essi, infatti, in ogni specie di bene, hanno una superiorità assoluta. Ma è chiaro [1159a] anche nel caso dei re: coloro che sono molto inferiori non pretendono neppure di essere degli amici per loro, né quelli che non hanno alcun merito pretendono di essere amici per gli uomini più virtuosi o più saggi. In situazioni di questo genere non è possibile determinare con precisione fino a che punto gli amici restano amici: infatti, anche tolti molti motivi dell’amicizia, [5] questa permane ancora: ma se una delle parti è separata da una grande distanza, come avviene nel caso di Dio, l’amicizia non è più possibile. Di qui nasce anche la questione se veramente gli amici vogliono i più grandi beni per gli amici, come, per esempio, che siano dèi: in tal caso, infatti, non saranno più degli amici per loro, né per conseguenza dei beni (giacché gli amici sono dei beni). Se, dunque, abbiamo avuto ragione di dire 257 che l’amico vuole il bene per l’amico, [10] proprio per lui, quell’amico dovrebbe continuare ad essere quello che è, comunque sia: finché, dunque, quello rimane un uomo, l’amico vorrà per lui i beni più grandi. Ma, forse, non tutti i beni, giacché ciascuno vuole il bene soprattutto per sé.

 




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