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Aristotele
Etica a Nicomaco

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LIBRO IX

 

 

1. [II valore di scambio delle amicizie e nei contratti].

E’ la proporzione che pareggia le parti e salva l’amicizia in tutte le amicizie di tipo eterogeneo, come s’è detto 276; ad esempio, nell’amicizia politica il calzolaio riceve, in cambio delle scarpe, una remunerazione [35] adeguata al valore, e così pure il tessitore e tutti gli altri artigiani. [1164a] Ma, in quel caso, si è apprestata come misura comune la moneta 277, e, per conseguenza, tutto viene ad essa rapportato e con essa misurato. Invece, nell’amicizia amorosa talora l’amante si lamenta che, pur amando moltissimo, non è riamato, perché, [5] in qualche caso, non ha nulla di amabile; ma spesso è l’amato a lamentarsi, perché l’amante prima gli ha promesso di tutto, ora non mantiene nulla. Ma tali cose succedono quando l’uno ama l’amato per il piacere, l’altro ama l’amante per l’utile, ma nessuno dei due ottiene ciò che desidera. Se l’amicizia si fonda su questi motivi, la sua dissoluzione avviene [10] quando non si producono gli effetti in vista dei quali i due prima si amavano: non era, infatti, l’amico per se stesso che essi amavano, ma le soddisfazioni che ne derivavano, e queste non sono permanenti; è per questo che non sono permanenti neanche le amicizie. Invece, l’amicizia fondata sui caratteri, poiché sussiste per se stessa, è permanente, come s’è detto 278. Sorgono, poi, contrasti quando essi ottengono cose diverse e non quelle che desideravano: è come non ottenere niente, infatti, quando [15] non si ottiene ciò a cui si aspira, come è il caso di quel tale 279 che promise ad un citaredo che la sua ricompensa sarebbe stata tanto maggiore quanto meglio avesse cantato: al mattino, quando il citaredo reclamò il mantenimento delle promesse, l’altro gli rispose di aver già dato piacere in cambio di piacere. Orbene, se fosse stato il piacere ciò che ciascuno dei due voleva, sarebbe stato sufficiente: ma se uno vuole un godimento, l’altro un guadagno, e l’uno l’ottiene [20] e l’altro no, le condizioni del loro reciproco accordo non saranno in tal modo soddisfatte, giacché ciò a cui si è interessati è ciò di cui ci si trova ad aver bisogno, ed è per ottenerlo che si ciò che si ha. Ma a chi spetta stabilire il valore, a chi o a chi riceve? In effetti, chi sembra che si rimetta a chi riceve. Il che, si dice, faceva anche Protagora 280: [25] quando insegnava qualcosa, invitava il discepolo a fare una stima di quanto riteneva che valesse ciò che aveva imparato, e tanto prendeva. Ma in simili circostanze alcuni approvano il detto "mercede all’uomo" 281.

Ma quelli che prima prendono il denaro, e poi non fanno nulla di ciò che hanno promesso, perché le loro promesse sono esagerate, è naturale [30] che incorrano in accuse, perché non portano a termine ciò che hanno concordato. Ma questo, forse, i Sofisti sono costretti a farlo, perché, se no, nessuno darebbe del denaro per quello che essi sanno. Costoro, dunque, se non fanno ciò di cui hanno ricevuto la mercede, incorrono in accuse. Ma nei casi in cui non c’è un accordo sulla remunerazione del servizio reso, coloro [35] che danno agli amici per loro stessi, come s’è detto 282, sono irreprensibili (di tal natura è, infatti, l’amicizia secondo virtù), [1164b] e la ricompensa deve essere stabilita in conformità con la scelta 283 (giacché è questa che è propria dell’amico e della virtù). E così sembra che ci si debba comportare anche nei rapporti con chi ci mette a parte della filosofia, giacché il suo valore non si misura in denaro, né vi può essere un onore che ne uguagli il valore, ma [5] forse è sufficiente rendere ciò che si può, come si fa nei riguardi degli dèi e dei genitori. Ma se il dono non ha questa natura, bensì ha uno scopo interessato, è certo che è assolutamente necessario che il contraccambio sia ritenuto da ambo le parti adeguato al valore del servizio reso; e se questo non avviene, non solo sarà ritenuto necessario che il valore lo stabilisca chi ha ricevuto per primo, [10] ma sarà anche giusto: se l’altro riceverà in compenso tanto quanto è stato l’utile o il piacere ottenuto da costui, avrà da lui ricevuto il giusto contraccambio. Infatti, anche nelle merci in vendita è manifesto che avviene così, anzi in certi luoghi vi sono delle leggi che proibiscono processi relativi a contratti volontari, giacché si pensa che con colui al quale si è fatto credito ci si debba riconciliare [15] nei termini con cui si era concluso il contratto. Si pensa, infatti, che sia più giusto che il valore lo stabilisca colui di cui ci si è fidati, che non colui che ha avuto fiducia. La maggior parte delle cose, infatti, non sono valutate allo stesso prezzo da chi le possiede e da chi vuole ottenerle: a ciascuno appaiono di grande valore le cose proprie e le cose che egli ; ma, tuttavia, il contraccambio avviene al prezzo stabilito [20] da chi acquista. Ma certo bisogna valutare la cosa non al prezzo che appare adeguato quando la si ha, bensì al prezzo a cui la si valuta prima di possederla.

 




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