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Aristotele
Etica a Nicomaco

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9. [Anche l’uomo felice ha bisogno di amici].

Si discute, poi, anche se l’uomo felice abbia bisogno di amici, oppure no. Si dice, infatti, che gli uomini felici [5] ed autosufficienti non hanno per niente bisogno di amici, perché essi possiedono il bene: essendo, quindi, autosufficienti, non hanno bisogno di nessuno, mentre l’amico, essendo un altro se stesso, fornisce ciò che un uomo non può ottenere da sé. Di qui il detto: "quando la fortuna è favorevole, che bisogno c’è di amici" 303. D’altra parte, sembra assurdo attribuire all’uomo felice tutti i beni e non attribuirgli gli amici, il che [10] è generalmente ritenuto il più grande dei beni esteriori. Ma se è proprio dell’amico fare piuttosto che ricevere il bene, e se è proprio dell’uomo buono e della virtù il beneficare, ed è più bello fare del bene ad amici che ad estranei, l’uomo di valore avrà bisogno di persone che ricevono i suoi benefici. È per questo che ci si chiede anche se è nella buona o nella cattiva sorte che si ha più bisogno di amici, [15] perché si pensa che chi si trova in cattive acque ha bisogno di chi gli faccia del bene, e che coloro che sono nella prosperità hanno bisogno di persone cui fare del bene. Ma è certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri. Questa caratteristica, quindi, appartiene anche all’uomo felice: egli, infatti, [20] possiede le cose che sono buone per natura, ed è chiaro che è meglio passare le proprie giornate insieme con amici e con persone virtuose, piuttosto che con estranei e con i primi che capitano. L’uomo felice, dunque, ha bisogno di amici.

Che cosa, dunque, intendono dire i sostenitori della prima opinione ed in che modo colgono la verità? Non intendono forse dire che la massa considera amici quelli che sono utili? Orbene, l’uomo beato non avrà affatto bisogno di amici utili, [25] dal momento che i beni li ha già; per conseguenza, non avrà bisogno degli amici neppure per ricavarne piacere, oppure poco (essendo, infatti, la sua vita già piacevole, non ha affatto bisogno di un piacere aggiunto dall’esterno); ma poiché non ha bisogno di simili amici, si pensa che non abbia bisogno di amici affatto. Il che certamente non è vero. All’inizio, infatti, si è detto 304 che la felicità consiste in un’attività, ma è chiaro che l’attività [30] è un divenire e non è come un possesso stabile. Ma se l’essere felici consiste nel vivere e nell’esercitare una certa attività, e l’attività dell’uomo buono ha valore ed è piacevole per se stessa, come s’è detto all’inizio 305, se anche ciò che ci è proprio ci fa piacere 306, e se noi possiamo contemplare coloro che ci stanno vicini meglio che noi stessi, e le loro azioni meglio [35] che non le nostre, se le azioni degli uomini di valore che ci sono amici [1170a] sono piacevoli per gli uomini buoni (giacché posseggono insieme entrambe le qualità 307 che sono piacevoli per natura), allora l’uomo felice avrà bisogno di tali amici, se è vero che desidera più di tutto contemplare azioni virtuose e che gli sono proprie, e se e vero che tali sono le azioni dell’uomo buono che gli è amico.

Si pensa, inoltre, che l’uomo felice debba vivere piacevolmente. [5] Orbene, per l’uomo solitario la vita è difficile, perché non è facile esercitare un’attività in continuazione da soli, ma è più facile farlo in compagnia di altri ed in rapporto ad altri. L’attività sarà, dunque, più continua, essendo di per sé piacevole, come deve essere per l’uomo felice. L’uomo di valore, infatti, in quanto è uomo di valore, gode delle azioni conformi a virtù, mentre soffre per le azioni derivanti dal vizio, [10] come il musico gode delle belle melodie, ma prova pena per quelle cattive. E dalla vita in compagnia con gli uomini buoni può derivare pure un certo esercizio della virtù, come dice anche Teognide 308. Se si guarda più a fondo nella natura, sembra proprio che l’amico di valore sia per natura desiderabile per un uomo di valore. [15] S’è detto 309, infatti, che ciò che è buono per natura risulta per se stesso buono e piacevole all’uomo di valore. La vita 310, poi, viene definita, nel caso degli animali, con la capacità della sensazione, nel caso degli uomini con quella della sensazione o del pensiero: ma la potenza si definisce in riferimento all’atto, e l’essenziale sta nell’atto: per conseguenza, il vivere sembra consistere essenzialmente nel sentire o nel pensare. Ma il vivere è [20] una cosa buona e piacevole per sé, perché è un che di determinato, e ciò che è determinato ha la stessa natura del bene: ma ciò che è buono per natura lo è anche per l’uomo virtuoso, e perciò sembra piacevole a tutti. Ma non si deve prendere in considerazione una vita perversa e corrotta, né una vita immersa nel dolore, giacché tale vita è indeterminata, come lo sono i suoi attributi. [25] Nella trattazione successiva si farà maggior chiarezza sulla natura del dolore 311. Se l’atto stesso del vivere è buono e piacevole (sembra che sia così anche dal fatto che tutti lo desiderano, e soprattutto gli uomini virtuosi e beati; per questi, infatti, la vita è sommamente desiderabile, e la loro vita è la più beata); se chi vede ha coscienza di vedere e chi ode ha coscienza di udire, [30] e chi cammina di camminare, e se allo stesso modo negli altri casi c’è qualcosa che ha coscienza che noi siamo attivi, cosicché noi abbiamo coscienza di sentire, se sentiamo, e di pensare, se pensiamo, ed aver coscienza di sentire o di pensare significa aver coscienza di esistere (giacché l’esistere, come abbiamo detto, significa sentire o pensare); [1170b] se l’aver coscienza di vivere è piacevole per se stesso (la vita, infatti, è un bene per natura, ed avere coscienza del bene presente in noi è piacevole); se la vita è desiderabile, e lo è soprattutto per gli uomini buoni, perché per loro esistere è cosa buona e piacevole (giacché prendere coscienza [5] di ciò che è buono per sé loro godimento); se l’uomo di valore è disposto nei riguardi degli amici come verso se stesso (giacché l’amico è un altro se stesso): se è vero tutto questo, come la propria esistenza è per ciascuno desiderabile, cosi, o pressappoco, lo è anche quella dell’amico.

Dicevamo che l’esistere è desiderabile per il fatto che si ha coscienza di essere buoni, e tale [10] coscienza è piacevole per se stessa. Dunque, bisogna prendere coscienza, oltre che della nostra esistenza, anche di quella dell’amico, e questo può verificarsi se si vive insieme, cioè se si ha comunione di discorsi e di pensiero: in questo, infatti, si ammetterà che consiste il vivere insieme, nel caso degli uomini, e non, come nel caso delle bestie, nel prendere il cibo nello stesso luogo. Se, quindi, per l’uomo beato l’esistenza [15] è desiderabile per se stessa, in quanto è cosa buona e piacevole per natura, e se lo è in modo pressoché uguale anche quella dell’amico, anche l’amico sarà desiderabile. E ciò che per lui è desiderabile, bisogna che lo abbia, se no, da questo punto di vista, egli risulterà manchevole. Per essere felici, dunque, ci sarà bisogno di amici di valore.

 




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