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Aristotele
Etica a Nicomaco

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4. [La natura del piacere].

Che cosa sia il piacere e che natura abbia, ci apparirà con la maggiore chiarezza se ricominceremo da principio. Si ritiene, infatti, che l’atto del vedere [15] sia perfetto in qualunque momento della sua durata, giacché non manca di nulla, che gli si aggiunga in seguito, per renderlo perfetto nella sua forma specifica: e tale sembra essere anche il piacere. Esso, infatti, è un intero, ed in nessun momento si troverà un piacere che se viene prolungato per più tempo resterà perfezionato nella sua forma specifica. Ed è per questo che il piacere non è neppure un movimento. Infatti, ogni movimento si svolge nel tempo [20] ed ha un fine (come, per esempio, la costruzione di una casa), ed è perfetto quando ha compiuto ciò a cui tende. Per conseguenza, è perfetto se è considerato o nella sua intera durata o nel suo momento finale. Al contrario, nelle loro parti ed in quanto si svolgono nel tempo, tutti i movimenti sono imperfetti, e sono diversi quanto alla forma specifica, sia dall’intero movimento sia l’uno dall’altro. In effetti, la sistemazione delle pietre è diversa dalla scanalatura della colonna, e queste due operazioni sono diverse dalla costruzione del tempio: e [25] la costruzione del tempio è opera perfetta (giacché non ha bisogno di nient’altro per realizzare il progetto), mentre la costruzione della base e quella del triglifo sono imperfette, giacché l’una e l’altra sono costruzioni di una sola parte. Esse, dunque, differiscono per specie, e non è possibile cogliere in un momento qualsiasi della costruzione un movimento perfetto quanto alla forma specifica, ma, se mai, nella intera durata. Lo stesso vale anche nel caso del camminare e degli altri movimenti. Se, [30] infatti, la traslazione è un movimento da un luogo ad un altro, anche di essa vi sono differenze di specie: volare, camminare, saltare, e così via. Ma non c’è solo questo, bensì anche nel camminare stesso ci sono differenze di specie: infatti, muoversi da un luogo all’altro nell’intero stadio non è la stessa cosa che muoversi in una sua parte, né è lo stesso muoversi in una parte o in un’altra, né attraversare questa linea o quella: [1174b] infatti, non si tratta solo di attraversare una linea, ma anche di attraversare una linea tracciata in un certo luogo, e questa linea è tracciata in un luogo diverso da quella.

Orbene, in altri scritti 330 si è trattato con rigore e precisione del movimento, ma sembra che esso non sia perfetto in un qualsiasi momento, bensì la maggior parte dei movimenti sono imperfetti e differiscono [5] per la specie, se è vero che il punto di partenza ed il punto di arrivo sono ciò che ne determina la specie. Invece, la forma specifica del piacere è perfetta in qualsiasi momento. È chiaro, dunque, che piacere e movimento sono diversi l’uno dall’altro, e che il piacere è un che di intero e di perfetto. Si arriverà però ad ammettere questo anche partendo dal fatto che non è possibile muoversi se non nel tempo, mentre è possibile provar piacere in assenza di tempo: l’atto di provar piacere, infatti, è un qualcosa che sta tutto nell’istante presente. Da ciò risulta poi chiaro anche [10] che non hanno ragione quelli che dicono che il piacere è un movimento o una generazione. Questo, infatti, non si può dire di tutte le cose, ma solo di quelle suddivisibili in parti, che cioè non costituiscono un tutto inscindibile: non c’è, infatti, generazione di un atto di vedere, né di un punto, né di una monade, né di essi vi è movimento e generazione: per conseguenza, neppure del piacere; esso, infatti, è un tutto indivisibile.

Poiché ogni senso è in atto quando è in relazione con l’oggetto sensibile 331, [15] e lo è in modo perfetto quando è nella corretta disposizione in relazione al più bello degli oggetti che cadono sotto quel senso (tale si ritiene, infatti, che sia l’atto perfetto: non fa alcuna differenza dire che è in atto il senso oppure il soggetto in cui il senso si trova); di conseguenza, per ciascun senso, l’attività migliore è quella del soggetto che si trova nella disposizione migliore in relazione al più elevato degli oggetti che cadono sotto quel senso. E questa attività sarà [20] la più perfetta e la più piacevole. Infatti, per ogni senso c’è un piacere, come pure anche per il pensiero e per la contemplazione, ma il più piacevole è il più perfetto, ed il più perfetto è quello di chi è ben disposto in relazione all’oggetto di maggior valore che cade sotto quell’attività: il piacere, poi, perfeziona l’attività. Ma il piacere non perfeziona l’attività nello stesso modo in cui lo fanno l’oggetto sensibile [25] ed il senso quando sono pienamente validi, proprio come la salute ed il medico non sono nello stesso modo cause dell’essere sani. Che il piacere si generi in corrispondenza di ciascun senso, è chiaro (infatti noi parliamo di immagini piacevoli e di suoni piacevoli); ma è chiaro anche che il piacere è massimo quando la sensazione è molto intensa e si attua in relazione ad un oggetto molto elevato: [30] quando l’oggetto ed il soggetto della sensazione sono siffatti, ci sarà sempre un piacere se saranno presenti insieme sia ciò che lo produce sia chi lo prova. D’altra parte il piacere perfeziona l’attività non come fa, con la sua immanenza, la disposizione che la genera, bensì come un completamento che vi si aggiunge, come, per esempio, la bellezza che si aggiunge a coloro che sono nel fiore dell’età. Finché, dunque, l’oggetto pensabile o sensibile sono quali devono essere, e benché tali sono anche il soggetto che giudica o [1175a] quello che contempla, nell’attività del pensare e del sentire ci sarà il piacere: infatti, se restano uguali in sé e nel medesimo rapporto reciproco l’elemento passivo e quello attivo, si produce naturalmente il medesimo risultato.

Come avviene che nessuno prova piacere in continuazione? Non è perché ci si stanca? Tutto ciò che è umano, infatti, [5] non può restare in atto in continuazione. Dunque, neppure il piacere si produce in continuazione, dal momento che fa seguito all’attività. Alcune cose, poi, producono godimento quando sono nuove, ma in seguito non è più cosi, per la medesima ragione: all’inizio, infatti, il pensiero resta eccitato e si trova in uno stato di intensa attività in relazione a questi oggetti, come fanno, nel caso della vista, coloro che fissano lo sguardo su qualcosa, ma in seguito l’attività non è più la stessa, bensì [10] si rilassa; perciò anche il piacere si indebolisce. Si potrebbe pensare che tutti gli uomini aspirano al piacere, perché tutti tendono a vivere. La vita è una specie di attività, e ciascuno esercita la sua attività in relazione agli oggetti e con le facoltà che egli ama di più: per esempio, il musico con l’udito in relazione alle melodie, l’amante del sapere con il pensiero in relazione [15] agli oggetti della speculazione, e così anche ciascuno degli altri uomini. Ma il piacere perfeziona le attività, e quindi anche quell’attività che tutti intensamente desiderano: la vita. È naturale, dunque, che tutti tendano anche al piacere: esso, infatti, a ciascuno la perfezione del suo vivere, che è ciò che si desidera. Se, poi, è per il piacere che desideriamo la vita, o è per la vita che desideriamo il piacere, lasciamolo per il momento da parte. Infatti, la vita e il piacere [20] si presentano strettamente congiunti e non ammettono separazione: senza attività, infatti, non si produce piacere, e il piacere perfeziona ogni attività.

 




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