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Aristotele
Etica a Nicomaco

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10. [La virtù autentica, e quindi la felicità, dura fino alla morte].

[10] Dunque non potrà essere chiamato felice neppure un altro uomo, finché vive, e si dovrà attendere di vederne la fine, come vuole Solone 21? E se anche si deve accettare questa posizione, forse che un uomo sarà felice solo quando sarà morto? O non è questa affermazione affatto assurda, soprattutto per noi che diciamo che la felicità è un’attività? E se, d’altra parte, non diciamo che è [15] felice chi è morto, e se non è questo che Solone vuol dire, ma che si può con sicurezza ritenere felice un uomo solo quando egli è ormai fuori dai mali e dalle disgrazie, anche questa posizione presenta un motivo di discussione. È infatti opinione corrente che anche per il morto ci siano male e bene, come per il vivo che non [20] ne abbia coscienza: per esempio, onore e disonore e successi e disgrazie dei figli ed in genere dei discendenti. Ma anche questo porta con sé una difficoltà: a chi è vissuto felicemente fino alla vecchiaia ed è altrettanto felicemente morto possono ancora capitare molti cambiamenti relativi ai discendenti, alcuni dei quali possono [25] essere buoni ed avere in sorte la vita che così si meritano, ad altri invece può succedere il contrario. È chiaro che i discendenti, nel susseguirsi delle generazioni, possono anche essere quanto mai diversi rispetto ai progenitori. Certo sarebbe assurdo che cambiasse insieme con loro anche il morto e divenisse ora felice, ed ora di nuovo miserevole; ma assurdo sarebbe anche [30] che la sorte dei discendenti non toccasse mai, neppure per un istante, i progenitori. Ma dobbiamo ritornare al problema precedente: infatti, sulla base della sua risoluzione si potrà mettere in luce anche quello che stiamo cercando ora. Se dunque si deve aspettare di vederne la fine e se solo allora si può dichiarare beato un uomo (non perché lo sia in quel momento, ma perché lo era prima), come può non essere assurdo se, quando è felice, [35] non gli si può attribuire con verità ciò che gli compete, per il fatto che non [1100b] si vuol chiamare beati coloro che sono ancora in vita a causa di possibili cambiamenti di situazione, cioè per il fatto che si pensa la felicità come qualcosa di stabile e per niente facile a mutare, mentre le vicende della vita spesso girano come una ruota intorno agli uomini? È chiaro infatti che, se noi seguiamo [5] le vicende della sorte, dovremo chiamare la stessa persona ora felice ed ora infelice, più volte, facendo dell’uomo felice una specie di camaleonte e basato su fondamenta marce. O non è forse un procedimento per niente corretto quello di tener dietro alle vicende della sorte? Infatti, non è in esse che stanno il bene e il male, ma la vita umana ha bisogno di questi apporti, come abbiamo detto 22, solo in via accessoria, [10] mentre essenziali per la felicità sono le attività conformi a virtù, e decisive per l’infelicità sono le attività contrarie alla virtù. Testimonia, poi, a favore della nostra definizione anche la difficoltà ora affrontata. Infatti, a nessuna delle funzioni umane appartiene la stabilità tanto quanto alle attività conformi a virtù si ritiene infatti che esse siano più persistenti persino delle scienze; [15] e di queste stesse quelle più pregevoli sono più stabili, per il fatto che le persone felici continuano a vivere in esse di preferenza e con la massima costanza. Questa, infatti, sembra essere la causa del fatto che della virtù non c’è oblio. La qualità cercata apparterrà dunque all’uomo felice, e questi sarà tale per tutta la vita, giacché sempre, o la maggior parte delle volte, egli farà o contemplerà [20] ciò che è conforme a virtù, sopporterà le vicende della sorte nel modo migliore, ed in ogni caso con la massima dignità, almeno chi è veramente buono, tetragono e senza fallo. Poiché molte cose avvengono per caso e differiscono per grandezza e piccolezza, i piccoli avvenimenti, sia quelli felici sia quelli disgraziati, è chiaro che non hanno [25] gran peso per la vita, mentre quelli grandi e numerosi, se sono favorevoli, renderanno la vita più felice (giacché per loro natura ne costituiscono un ornamento, ed il fruirne è cosa bella e di valore); se invece sono avversi angustiano e distruggono la beatitudine, giacché portano con sé sofferenze ed ostacolano molte attività. [30] Tuttavia anche in questi riluce la nobiltà, quando si sopportino di buon animo molte e grandi disgrazie, non già per insensibilità, ma perché si è generosi e magnanimi. D’altra parte, se sono le attività che determinano la vita, come abbiamo detto 23, nessun uomo felice ha l’eventualità di diventare miserevole, [35] giacché egli non compirà mai azioni odiose e vili. [1101a] Noi pensiamo, infatti, che l’uomo veramente buono e saggio sopporta dignitosamente tutte le vicende della sorte e tra le azioni che gli si prospettano compie sempre quelle più belle, come anche il buon generale usa l’esercito di cui dispone nel modo più efficace in guerra, e il buon calzolaio col cuoio che gli viene dato [5] produce la calzatura più bella e allo stesso modo si comportano tutti gli altri artigiani. Ma se è così, l’uomo felice non potrà mai diventare miserevole, ma certo non potrà neppure essere pienamente felice se precipiterà in disgrazie simili a quelle di Priamo. E non sarà certo capriccioso e volubile: infatti, non si lascerà smuovere dalla felicità facilmente, [10] né da disavventure qualsiasi, ma da disgrazie grandi e numerose, tali per cui non può recuperare la felicità in breve tempo, ma, se mai, al compimento di un lungo periodo di tempo, durante il quale abbia ottenuto grandi successi. Che cosa dunque impedisce di definire felice chi è attivo secondo perfetta virtù [15] ed è sufficientemente provvisto di beni esteriori, e ciò non occasionalmente e temporaneamente, ma per tutta una vita? O non bisogna forse aggiungere anche "chi vivrà e morirà in modo corrispondente", dal momento che il futuro ci è nascosto, e che noi affermiamo che la felicità è un fine, e un fine sotto ogni aspetto assolutamente compiuto? Se è così, definiremo beati [20] quelli tra i viventi che sono e continueranno ad essere in possesso dei requisiti indicati; beati, s’intende, come possono esserlo gli uomini. A questo punto si consideri conclusa la nostra trattazione di questi argomenti.

 




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