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Aristotele
Etica a Nicomaco

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8. [Cinque disposizioni impropriamente denominate coraggio].

II coraggio, dunque, ha queste caratteristiche; ma si chiamano coraggio anche altre disposizioni, distinte in cinque specie.

(1) Innanzi tutto il coraggio civile, giacché è quello che assomiglia di più al coraggio vero e proprio. Infatti, si ritiene comunemente che i cittadini affrontino i pericoli a causa delle pene e dei biasimi stabiliti dalle leggi, ed a causa degli onori: [20] per questo si ritiene che i più coraggiosi siano quelli presso i quali i vili sono infamati ed i coraggiosi onorati. Uomini di questo tipo rappresenta anche Omero, per esempio un Diomede e un Ettore:

"Polidamante per primo mi coprirà d’infamia" 64

e

[25] "Dirà Ettore un giorno, parlando fra i Teucri:

"Da me travolto il Titide..."" 65.

Questa specie di coraggio è quella che assomiglia di più a quella descritta precedentemente, perché nasce da virtù: nasce, infatti, da pudore e da desiderio di bello (cioè d’onore), e dal desiderio di evitare il biasimo, che è brutto. Si potrebbero porre nella medesima specie [30] anche coloro che sono forzati dai loro capi al medesimo comportamento; ma sono di qualità inferiore perché lo fanno non per pudore ma per paura, e per fuggire non ciò che è brutto ma ciò che è doloroso: li forzano infatti i loro signori, come Ettore

"Ma chi scoprirò che vuole lungi dalla battaglia

starsene [...], questi

[35] non potrà più sfuggire i cani... " 66.

E i capi che assegnano loro i posti, e che li battono se indietreggiano, [1116b] fanno la stessa cosa, e così pure coloro che li schierano davanti ai fossati o cose simili, giacché tutti costoro li forzano. Invece bisogna essere coraggiosi non per forza, ma perché è bello.

(2) Anche l’esperienza di simili categorie di pericoli si pensa comunemente che sia coraggio: di qui anche Socrate giunse a pensare [5] che il coraggio è una scienza 67. E coraggiosi alcuni si mostrano in certe cose, altri in altre: nei pericoli della guerra i soldati di professione, giacché si ritiene che in guerra vi siano molti falsi allarmi, che soprattutto i soldati di professione sanno cogliere a colpo d’occhio. Appaiono, quindi, coraggiosi, perché gli altri non conoscono la natura dei fatti. Inoltre, in base all’esperienza sono capaci, più di ogni altro, di infliggere colpi senza riceverne, [10] perché sono abili nell’uso delle armi e ne possiedono di tali, quali sono probabilmente le più adatte sia per infliggere colpi sia per non riceverne; combattono, quindi, come uomini armati contro uomini inermi e come atleti allenati contro dilettanti: in effetti, nelle competizioni atletiche non sono i più coraggiosi ad essere i migliori combattenti, ma [15] quelli che hanno la forza più grande e che si trovano nelle migliori condizioni fisiche. I soldati di professione diventano vili, invece, quando il pericolo avanza e quando sono inferiori per numero e per armamento: sono i primi, infatti, a fuggire, mentre le truppe formate da cittadini muoiono sul posto, come accadde anche presso il tempio di Hermes 68. Per questi uomini, infatti, è brutto fuggire, [20] e la morte è preferibile ad un simile mezzo di salvezza; quelli, invece, anche all’inizio dell’azione affrontano il pericolo solo perché credono di essere più forti; ma quando si rendono conto della realtà fuggono, perché temono la morte più dell’onta. L’uomo coraggioso, invece, non è di tal fatta.

(3) Anche l’impulsività viene ricondotta al coraggio: si ritiene, infatti, che siano coraggiosi anche quelli che agiscono per impulsività, [25] come le bestie quando si gettano contro coloro che le hanno ferite, per il fatto che anche gli uomini coraggiosi sono impulsivi. L’impulsività è lo slancio più impetuoso contro i pericoli; di qui anche Omero: "egli infuse forza alla loro impulsività" 69, e "destò ardore e impulsività" 70, e "un aspro ardore salì alle narici" 71, e "il sangue gli ribollì" 72. Tutte queste espressioni sembrano infatti significare [30] il risveglio dell’impulsività e l’impeto. Orbene, i coraggiosi agiscono per amore del bello, e l’impulsività coopera con loro; le bestie invece, agiscono per il dolore, per il fatto di essere state colpite o spaventate, dal momento che, quando sono nella foresta, non aggrediscono. Non è, dunque, coraggio il loro, [35] quando si slanciano verso il pericolo, spinte dalla sofferenza o dall’impulsività, senza prevedere nessuno dei rischi, poiché in questo modo, allora, sarebbero coraggiosi anche gli asini quando hanno fame: anche se vengono percossi [1117a] non si allontanano dal pascolo. Anche gli adulteri, sotto la spinta del desiderio, compiono molte azioni audaci. Il più naturale, poi, sembra essere il coraggio che nasce dall’impulsività; [5] e, se all’impulsività si aggiunge una scelta e la consapevolezza del fine, sembra essere il coraggio propriamente detto. Anche gli uomini, dunque, quando sono adirati, soffrono, e quando si vendicano provano piacere; ma coloro che combattono per questi motivi sono, sì, battaglieri, ma non propriamente coraggiosi, giacché non combattono per il bello né come prescrive la ragione, bensì sotto la spinta della passione; tuttavia, hanno qualcosa che è molto vicino al vero coraggio.

(4) Certo, neppure gli uomini fiduciosi [10] sono coraggiosi; infatti, per il fatto di aver vinto spesso e molti nemici, hanno ardire nei pericoli: hanno una certa somiglianza con i coraggiosi, perché entrambi sono ardimentosi, ma, mentre i coraggiosi sono ardimentosi per le ragioni sopra esposte, questi lo sono per il fatto che credono di essere i più forti e di non poter subire alcun danno. (Nello stesso modo si comportano anche gli ubriachi, [15] perché diventano fiduciosi. Quando, invece, le cose non vanno in questo modo, essi fuggono.) Al contrario, proprio dell’uomo coraggioso è, come abbiamo detto, affrontare ciò che è o appare temibile all’uomo, perché è bello farlo ed è brutto il non farlo. Perciò si ritiene che sia proprio di un uomo anche più coraggioso restare senza paura e senza turbamento nei pericoli improvvisi più che non in quelli previsti, [20] giacché ciò che dipende di meno dalla preparazione deriva di più dalla disposizione. Infatti, i pericoli prevedibili uno può anche farli oggetto di una scelta in base ad un calcolo e ad un ragionamento, ma quelli improvvisi si affrontano secondo la propria disposizione.

(5) Appaiono coraggiosi anche coloro che non riconoscono il pericolo, e non sono lontani dagli uomini fiduciosi, pur essendo inferiori in quanto non hanno la stima di sé che invece quelli possiedono. Perciò resistono [25] per un certo tempo: ma quelli che si sono ingannati, quando vengono a sapere o sospettano che le cose stanno diversamente, fuggono. Cosa che capitò agli Argivi quando si imbatterono nei Laconi scambiati per Sicioni 73. Si è detto, dunque, quale è la natura dei coraggiosi, e di quelli che comunemente passano per coraggiosi.

 




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