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Aristotele
Etica a Nicomaco

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11. [Temperanza, intemperanza e insensibilità].

Si ritiene comunemente che alcuni dei desideri siano comuni a tutti, e che altri, invece, siano propri dell’individuo e avventizi. Per esempio, il desiderio del nutrimento è naturale: [10] chiunque ne abbia bisogno, infatti, desidera nutrimento solido o liquido, e talora entrambi, e chi è giovane e nel pieno delle forze, come dice Omero 76, desidera i piaceri del letto. Però, desiderare questo o quel piacere determinato non è più cosa di tutti, né ciascuno desidera sempre le stesse cose. Perciò è qualcosa di soggettivo. Tuttavia la preferenza individuale ha almeno qualcosa anche di naturale: infatti, per alcuni sono piacevoli certe cose, per altri altre, ed alcune cose sono per tutti più piacevoli [15] di altre cose qualsiasi. Nei desideri naturali, dunque, sono pochi gli uomini che errano e in una sola direzione, in quella dell’eccesso: infatti, mangiare o bere tutto quello che capita fino ad essere troppo pieni significa superare in quantità la soddisfazione richiesta dalla natura, giacché il desiderio naturale è il mezzo per riempire il vuoto del bisogno. Perciò costoro sono chiamati golosi, [20] perché riempiono il ventre più del conveniente: e tali diventano quelli che hanno un temperamento troppo da schiavi. Invece, riguardo ai piaceri particolari all’individuo molti, e spesso, errano. Gli amatori di questa o quella cosa determinata sono così chiamati per il fatto che godono delle cose di cui non devono godere, o perché ne provano piacere più di quanto generalmente si faccia, o perché non lo fanno come si deve. Gli intemperanti, invece, eccedono in tutti questi modi insieme: [25] godono, infatti, di alcune cose delle quali non si deve (perché sono odiose), e se godono di alcune di quelle di cui si deve godere, lo fanno più di quanto si deve e di quanto non faccia la maggior parte della gente. È dunque evidente che l’eccesso nei piaceri è intemperanza e cosa biasimevole. Quanto ai dolori, d’altra parte, non è come nel caso del coraggio che si è chiamati temperanti [30] per il fatto di sopportarli o intemperanti per il fatto di non sopportarli, ma l’intemperante è chiamato così perché si addolora più del dovuto per il fatto di non riuscire ad ottenere i piaceri desiderati (così è il piacere che all’intemperante causa dolore), mentre il temperante viene chiamato così per il fatto che non soffre per l’assenza di ciò che è piacevole e per il doversene astenere. [1119a] L’intemperante, dunque, desidera le cose piacevoli, tutte, o quelle che lo sono in massimo grado, ed è trascinato dal desiderio a scegliere queste in cambio di tutte le altre: perciò soffre sia quando non le ottiene, sia quando le desidera (il desiderio, infatti, è accompagnato dal dolore, benché [5] sembri assurdo provar dolore a causa del piacere). Di uomini che peccano per difetto in ciò che riguarda i piaceri o che godono meno di quanto non sia conveniente, non ce ne sono molti: non è umana una simile insensibilità. Anche tutti gli altri animali, infatti, distinguono i cibi, e di alcuni godono e di altri no. Se per un uomo non ci fosse nulla di piacevole né alcuna differenza tra una cosa e l’altra, quell’uomo [10] sarebbe molto lontano dall’essere veramente uomo: un tipo simile non ha neppure ricevuto un nome, per il fatto che non capita quasi mai. L’uomo temperante, invece, in queste cose si tiene nel mezzo. Infatti, non gode delle cose di cui soprattutto gode l’intemperante, ma piuttosto le detesta, né in genere di quelle di cui non si deve; non gode eccessivamente di alcunché di simile, e quando queste cose non ci sono non prova dolore o desiderio, oppure lo fa con misura; non gode [15] più di quanto si deve, né quando non si deve, né, in generale, fa niente di simile. Tutto ciò che è piacevole e favorevole alla salute ed al benessere fisico, egli lo desidera con misura e come si deve; e così le altre cose piacevoli, purché non siano d’ostacolo alle prime, o contrarie al bello, o superiori ai suoi mezzi economici. Chi si comporta così, infatti, ama simili piaceri più di [20] quanto meritino. L’uomo temperante, invece, non è di questo tipo, ma si comporta come prescrive la retta ragione.

 




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