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Aristotele
Etica a Nicomaco

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13. [L’amicizia fondata sull’utilità].

Ci sono, dunque, tre specie d’amicizia, come s’è detto in principio 271, [35] e di ciascuna di esse ci sono amici in rapporto d’uguaglianza o in rapporto di superiorità (infatti, divengono amici sia uomini ugualmente buoni, sia [1162b] uno migliore con uno peggiore, e allo stesso modo uomini piacevoli ed utili, sia uguagliandosi con lo scambio di vantaggi anche quando sono diversi).

Gli amici uguali devono amare in modo uguale ed uguagliarsi anche nel resto; quelli disuguali devono rendere ogni cosa in proporzione alla superiorità dell’altro. [5]

Accuse e rimproveri nascono solamente, o soprattutto, nell’amicizia fondata sull’utilità, ed è ovvio. Infatti, quelli che sono amici sul fondamento della virtù desiderano fare del bene l’uno all’altro (giacché questo è proprio della virtù e dell’amicizia), ma, pur gareggiando in questo, non ci sono tra loro né accuse né contese, perché [10] nessuno si adira con chi lo ama e gli fa del bene, ma, se è di fine sentimento, lo ricambia facendogli a sua volta del bene. E chi fa più bene, ottenendo ciò cui aspira, non può lamentarsi dell’amico, giacché ciascuno desidera il bene. E neppure tra amici a causa del piacere ci sono contese: infatti, ottengono entrambi insieme quello che desiderano, se il loro godimento sta nel vivere insieme: sarebbe manifestamente ridicolo [15] chi rimproverasse all’altro di non essere piacevole, dal momento che ha la possibilità di non passare le sue giornate con quello.

Invece l’amicizia fondata sull’utilità può dar luogo ad accuse, perché qui gli amici sono in reciproca relazione in vista di un vantaggio e chiedono sempre di più, e credono sempre di ricevere meno del dovuto, e rinfacciano all’altro di non ottenere da lui tanto quanto chiedono, pur essendone meritevoli. [20] E, d’altra parte, coloro che fanno i benefici non possono soddisfare tutte le richieste di quelli che i benefici li ricevono. E sembra che, come la giustizia è di due specie, quella non scritta e quella secondo la legge positiva 272, anche dell’amicizia fondata sull’utile ci siano due specie, una morale e una legale. Orbene, le accuse nascono soprattutto quando le amicizie non sono strette col medesimo tipo di rapporto secondo cui, poi, [25] sono messe in esecuzione 273. L’amicizia legale si fonda su patti espliciti ed è di due specie: quella strettamente commerciale si realizza come scambio immediato da mano a mano, l’altra, più liberale, concede del tempo, dopo aver stabilito la proporzione tra il prezzo e la merce. In quest’ultimo tipo di rapporto il debito è chiaro e non equivoco, anzi c’è qualcosa di amichevole nella proroga del pagamento: è per questo che presso certi popoli non c’è la possibilità di adire in giudizio per queste cose, [30] ma si pensa che coloro che stringono patti sulla fiducia debbano rassegnarsi al rischio.

L’amicizia morale, invece, non si fonda su un patto esplicito, ma, sia che si faccia un dono, sia che si renda un qualsiasi altro servigio a qualcuno, glielo si fa in quanto amico: tuttavia, si pensa di meritare di ricevere altrettanto o di più, come se non si fosse fatto un dono ma un prestito; e chi avrà stretto amicizia in modo diverso da come questa sarà messa in esecuzione solleverà delle accuse. Questo succede [35] per il fatto che tutti, o i più, vogliono il bello, ma scelgono invece l’utile; e, d’altra parte, bello è fare il bene [1163a] senza avere di mira un contraccambio, mentre è utile ricevere dei benefici. Chi può, dunque, deve contraccambiare il valore di ciò che ha ricevuto (non dobbiamo, infatti, farci uno amico contro la sua volontà; quindi, bisogna comportarsi come se ci si fosse sbagliati all’inizio e si fosse ricevuto del bene da chi non si sarebbe dovuto riceverlo, perché non era nostro amico né [5] uno che lo facesse per il solo gusto di donare; bisognerà, quindi, ripagare colui che ci ha beneficati, come se ci fosse stato un patto esplicito). E l’accordo dovrebbe consistere nell’impegno di contraccambiare se si può: d’altra parte, neppure il benefattore lo esigerebbe, se l’altro non può. Cosicché, se è possibile, bisogna contraccambiare. Fin dal principio, però, bisogna badar bene alla persona da cui si riceve un beneficio ed a quali condizioni, per sottostarvi o rifiutarle.

C’è poi la questione [10] se si deve misurare il beneficio con il vantaggio di chi lo riceve e proporzionare ad esso il contraccambio, oppure se si deve commisurarlo alla benevolenza di chi lo fa. I beneficati, in effetti, dicono di aver ricevuto dai benefattori cose che erano per questi ultimi di poco valore e che sarebbe stato possibile ricevere da altri, minimizzandole; d’altra parte, [15] i benefattori affermano, al contrario, di aver donato i loro beni più grandi, e che non sarebbe stato possibile ricevere da altri che da loro, sia nel momento del pericolo sia in simili situazioni di bisogno. Dunque, se l’amicizia ha per fondamento l’utile, non si dovrà dire che la misura è il vantaggio di chi riceve? Questi è, infatti, colui che ha bisogno, e il benefattore lo soccorre con l’intenzione di riceverne un vantaggio uguale. Quindi, l’aiuto è stato tanto grande quanto il vantaggio di chi l’ha ricevuto, [20] e, per conseguenza, si dovrà restituire al benefattore tanto quanto se ne è ricevuto, o anche di più: è più bello. Al contrario, nelle amicizie fondate sulla virtù non c’è luogo per accuse, ma ciò che funge da misura è la scelta del benefattore, perché l’elemento principale della virtù e del carattere sta nella scelta 274.

 




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