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Annie Vivanti
Giosuè Carducci

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Io non so scrivere di Giosue Carducci come del grande Poeta d’Italia. Per me egli non è Enotrio Romano, non l’ardente cantore di cui il nome va, risonante di gloria, per il mondo. Egli è per me l’amico adorato, l’ideale della mia sognante fanciullezza, il secondo padre della mia orfana gioventù. E la sua mano mi sorresse e m’innalzò nella turbolenta primavera di mia vita.

        “Carducci!” Ero una piccola bimba, seduta con la bambola alle ginocchia di mia madre, quando per la prima volta udii quel nome. La mia dolce mamma tedesca parlava di poesia italiana con suo fratello Rudolph Lindau, venuto dalla Germania a trovarci. Dante, Petrarca, Leopardi … I nomi passavano nel loro suono familiare e incompreso, noti e vuoti al mio orecchio infantile. Poi un nome nuovo: Carducci. Mia madre citò con la sua cara voce mite un sonetto:

 

Passa la nave mia, sola tra ‘l pianto

Degli alcion per l’acque procellose

 

L’ultima strofa colpì la mia giovine fantasia: 

 

Voghiam, voghiam, o disperate scorte,

Al nubiloso porto dell’oblio,

A la scogliera bianca della morte.

 

 

Ricordo che mia madre ripetè lentamente i due ultimi versi. Ahimé! Pochi mesi dopo, la nave sua fu chiamata alla tragica scogliera. E passò, sola tra ‘l pianto, nelle buie e silenziose acque.

    E non udii più pronunciare il nome di Carducci.

 

**  **  **  **

 

Un giorno, nel 1890, a Milano, mi trovai timida e tremante dinanzi al formidabile scrittoio dell’editore Emilio Treves. Egli teneva tra due dita sdegnose un sottile rotolo manoscritto, che io gli avevo portato.

    - Che roba è? – mi chiese gli.

    Io risposi arrossendo che erano poesie.

    - Per carità! Porti via, porti via – diss’egli agitato.

    - Ma come – balbettai – se non le ha né pur lette!

    - Leggerle?! – esclamò il commendatore con la sua grossa risata – leggerle?! Crede Lei che noi stiamo qui a leggere poesia? Noi siamo qui per fare degli affari. Buon giorno!

     Forse gli apparvi piccola e triste quando volsi le spalle e me ne andai verso la porta, perché aggiunse come per consolarmi:

    - Me ne dispiace, creda! Ma ci vorrebbe, per esempio, una prefazione del Carducci. Allora si potrebbe riparlarne.

    “Del Carducci!  - pensai – Ma che cosa dice?” 

    Giù nella via la mia governante, Miss Gann, mi aspettava.

    Prima ch’io salissi mi aveva detto: - Guarda di insistere per la copertina, che sia celeste e oro! Su ciò sii incrollabile.

     Quando mi vide tornare mi disse:

    - Ebbene?

    - Egli si è burlato di me – risposi abbattuta. – Disse che lo stamperebbe con una prefazione di Carducci.

    - E chi sarebbe? – chiese Miss Gann.

    - Oh Dio, uno come Dante, morto trecent’anni fa.

    Andammo melanconicamente a casa.

    Ci venne incontro Italo, mio fratello prediletto. Quando udì la mia storia disse:

    - Ma prendi il primo treno per Bologna e va a cercarti la prefazione.

    E così feci.

    Il giorno seguente  - ricordo che faceva gran freddo – salivo le scale ripide e strette della casa di Carducci in Bologna; la storica casa sulle Mura di porta Mazzini, dove allora, come oggi, il poeta viveva nella più austera semplicità. Io tremavo e mi dicevo: “Mio Dio, avessi almeno letto l’ Inno a Satana!” Poi mi consolavo pensando che avevo il cappello riguarnito da Miss Gann con delle margherite celesti che mi stavano molto bene.

    E per strada avevo comperato le Odi Barbare e letto rapidamente All’Aurora ; potevo dunque subito citare qualche cosa.

    A dir vero, avevo trovato poco di citabile, e quando suonai il campanello non ricordavo più niente. Solo mi giravano nella testa le “rosse vacche del cielo” e mi domandavo esterrefatta come avrei potuto farle entrare con apparente naturalezza nella conversazione.

    Un uomo aprì la porta.

    - E’ in casa il signor Carducci?

    - Sì.

    - Favorisca dirgli che sono … che vengo … che arrivo …

    - Sissignora – disse l’uomo, guardandomi con occhio paziente.

    - Gli dica che ho fatto un lungo viaggio per vederlo – dissi tutto d’un fiato.

    - Sissignora – ripetè l’uomo, e sparve.

    Tornò.

- Il signor Carducci dice che non è re Salomone. Favorisca entrare.

    Entrai. Dopo pochi istanti la porta del salotto si aprì, e Carducci entrò. Vidi che aveva una testa da Imperatore Romano, coperta di ricci grigi, occhi cupi e profondi, e la bocca severa.

    - Che cosa vuole? – mi disse.

    - Buon giorno – risposi fiocamente. – Vorrei una prefazione alle mie poesie.

    Seguì un silenzio che mi fece sudar freddo.

    - Ah! – disse Carducci finalmente. – Lei è una poetessa. Credevo fosse la regina di Saba.

    Nessuna risposta appropriata si presentò alla mia mente. E tacqui.

    - Dunque, una poetessa! – ripetè Carducci. – Che cosa ha letto?

    Mi pareva che avrebbe dovuto dire: “Che cosa ha scritto”. E rimasi di nuovo attonita e muta.

    - Dei nostri grandi che cosa sa? –

    Ecco! Era il momento di collocare le rosse vacche! Ma erano scappate. (Mi pareva di sentirmele galoppare sul cuore). E dietro a loro correvano i miei pensieri, incoerenti, assurdi.

    E Carducci, professore, interrogava severo:

    - Che cosa conosce Lei di Dante?

    - Le illustrazioni del Doré – balbettai, mossa da un impeto di sincerità.

    Carducci rise. Rise d’un caro riso, inaspettato e gaio.

    - Segga – mi disse. 

    Ed io sedetti; e gli raccontai di Treves, e di Miss Gann, e di mio fratello Italo. Tolsi anche dalla tasca le Odi Barbare, e gli dissi che l’avevo creduto morto trecent’ anni fa.

    Parve assai contento. Ma quando gli diedi il manoscritto dei versi il suo viso si oscurò.

    - Hm! – brontolò, spiegando il primo foglio – che bella scrittura! Anch’ io – aggiunse guardandomi ferocemente come se lo avessi contraddetto – anch’io ho una bella scrittura.

    Poi cominciò a leggere:

 

Vieni, amor mio …

 

Borbottò i primi versi nella barba; disse più forte la seconda strofa. La terza la recitò ad alta voce, accompagnando il ritmo con un gesto della mano destra, come per battere il tempo:

 

A sfondare le porte al paradiso,

E riportarne l’estasi quaggiù!

 

    Vi fu un momento di silenzio. Poi Carducci diede forte il pugno sulla carta.

    - Per Dio Bacco, questa donna ha ingegno! – disse.

    E rimase immobile, guardandomi fisso con vividi occhi. Io non sapevo se era meglio dirgli “Grazie”, o pure “Prego!” o “S’immagini!” quando d’un tratto si levò, e tormentandosi la barba (come bene ho imparato di poi a conoscere quel gesto!) mi disse ruvidamente:

    - Addio.

    - Addio – gli risposi come trasognata, ed egli mi aprì la porta.

    Io gli stesi la mano e avevo voglia di piangere.

    - Dove ha il manicotto? – mi chiese improvvisamente.

    - Non so – dissi, e risi.

    Carducci andò girando distratto per la stanza a cercarlo. Allora gli spiegai che non avevo manicotto con me. Ed egli mi guardò fosco sotto le ciglia aggrottate, pensando ad altro.

    Mi balzò in mente il leone di Browning:

 

You could see by these eyes wide and steady

He was leagues in the desert already.

 

Con un tuffo di gioia nel cuore intesi che Carducci pensava ai miei versi, e che per loro aveva dimenticato me.

    Più tardi, quando lo venni a conoscere meglio, appresi che era incapace di pensare a più di una cosa per volta. Se il suo pensiero era rivolto altrove, ciò che gli stava d’intorno spariva.

    Mesi dopo, quando Treves aveva pubblicato versi … e prefazione, io dissi a

Carducci:

    - Perché, quel giorno, chiedeste del mio manicotto?

    - Che giorno? Che manicotto? – diss’egli.

    Io gli rammentai che era andato cercandolo per tutto il suo salotto.

    - Tu sogni – disse impaziente. – E sogni stolte cose. Mai non ho cercato un manicotto. Non so nulla di manicotti!

 

**  **  **  ** 

 

Dal giorno di quel primo incontro egli è stato amico mio e dei miei. L’amicizia di Carducci!

    Nessuno che non lo conosca bene può comprendere l’intero significato di questa parola.

    Coloro che venerano in lui il sovrano intelletto d’Italia, il flagellatore di ogni viltà, il battagliero difensore della sua fede negli italici destini, coloro che sanno a memoria le sue Odi, e portano in cuore gli alti precetti della sua prosa, ancora non lo conoscono. Carducci il poeta, lo storico, l’erudito, è il Carducci che la Germania, l’Inghilterra, l’Italia, oggi, per mezzo della mia povera voce, ossequiano. Ma il Carducci “amico”, il Carducci nella semplice sua vita giornaliera, è conosciuto da pochi. E quei pochi, fortunati, a cui è rivelata l’immensa ed ingenua bontà, la forza, l’umiltà e la purezza di quella grande anima, parlano di lui con voce commossa, scrivono di lui con mano trepidante

come la mano mia, e con gli occhi, forse – come ora i miei – traboccanti di lacrime.

 

 

**  **  **  **  **

Leggerà Carducci queste parole? Da tre anni io non l’ho veduto. Forse il suo giovane nipote gli porterà questo volume; poi egli rimarrà solo, a leggere. E queste pagine allora ripeteranno a lui le parole che sedici anni or sono una tremante fanciulla pronunciava alla sua porta: “Vengo da lontano assai …”

   Più lontano, o Giosue Carducci, che da Roma donde questo libro Vi è mandato; più lontano che dalla nebbiosa Inghilterra dove traccio intenerita queste parole. Vengo dal Passato, con le sue speranze, le sue glorie e le sue tempeste. Porto a Voi, adorato Poeta, il ricordo della Vostra grandezza, della Vostra bontà, il ricordo di lievi fatti scordati, di parole disperse, la luce dei giorni in cui la Vostra mano era forte per abbattere e per innalzare – quando il Vostro piede era gagliardo sulle Alpi d’Italia, e il Vostro cuore fremente di vasti amori e di magnanime ire.

 

**  **  **  **

 

La prima poesia di Carducci ch’io conobbi (dopo le rosse vacche) fu quella ch’egli scrisse per me un mattino alla Spezia. Mentre egli veniva a vedermi, una vecchiarella per la strada gli aveva dato un ramicello di giacinto azzurro, e con questo egli venne a battere alla mia porta. Quando aprii, entrò senza parlarmi, gesticolando vagamente col glauco fiore, come battendo il tempo a qualche suo ritmico pensiero.

   Andò a sedersi davanti al pianoforte chiuso, prese un foglietto di carta, e scrisse:

 

Batto a la chiusa impsta con un ramicello di fiori

Tinti di mare come i tuoi occhi, o Annie …

 

Compose le sei brevi strofe sempre battendo col fiore il ritmo, e quasi cantando le parole tra sé. Scrisse lentamente, deliberatamente, senza mai smettere né esitare, nella bella scrittura di cui è tanto orgoglioso.

    Poi mi porse il foglio.

    - Ecco – disse, e aggiunse in tedesco le parole di Goethe: - Und ihr kunnt sagen ihr seid dabei gewesen!

    I nitidi caratteri appaiono in fac-simile nell’ultima edizione delle sue poesie. Quando apro il volume a quella pagina, rivedo – come se si aprisse una finestra nel mio passato – il salottino nella Spezia inondato di sole, il balcone schiuso nell’azzurrità del golfo, e davanti al pianoforte, Carducci, col giacinto cerulo tra le mani e i riccioli grigi cadenti sulla divina fronte ispirata.

 

**  **  **  **

 

Allacciando l’uno all’altro i ricordi come mi vengono, ecco che quella giornata rievoca un altro quadro al mio pensiero.

    Eravamo scesi alla spiaggia, e Carducci, vedendo una barca col nome di “Garibaldi”, chiamò l’assonnato barcaiolo e gli disse di condurci al largo.

    La barca scivolò sulle acque di seta celeste; Carducci era pensieroso; io non parlai.

    D’improvviso egli tolse dalla tasca della sua larga giacca grigia un piccolo libro.

    - Sappi, o ignorante, che questo è Orazio! – mi disse. – E qui, in queste acque, con questo libro tra le mani, Shelley, il giovane, l’amato, morì.

 

Shelley, spirito di titano,

entro virginee forme …

 

Il nostro barcaiolo, piegato indolente sui remi, alzò la bella testa pittoresca e disse:

    - Illustrissimo! Mio nonno, buon’anima, era il barcaiolo di quell’Eccellenza, del signor Shelley, annegato qui.

    Pronunciando il nome di Shelley, il marinaio alzò il cappello come se parlasse d’uno dei suoi Santi. Commosso a quell’ingenuo gesto reverente, Carducci disse:

    - Io ti saluto, amico – e gli stese la mano.

    Il barcaiolo la strinse forte nella ruvida destra, poi tornò a piegarsi sui remi spingendosi avanti nelle lucide acque.

    Mi è stato detto (ma mi rifiuto di crederlo!) che ogni barcaiolo della Spezia racconta quella storia di suo nonno quando ode pronunciare il nome di Shelley dai forestieri visitanti il Golfo. – E’ la nostra storiella per gli Inglesi – dicono, col loro sorriso furbo ed infantile. – A loro fa piacere. E per noi vuol dire una lira di più; o due – anche cinque! (Nel nostro caso furono proprio cinque. E la stretta di mano di Carducci).

    Ma tutto ciò non può essere che una perfida calunnia.

 

**  **  **  **

 

 

Nonostante  la sua profonda ed intensa simpatia per tutto ciò che fa appello al suo cuore, Carducci né comprende né tollera le meschine convenzionalità della vita quotidiana. Nei giorni della sua fiera adolescenza in Maremma, egli vagò selvaggio e solitario, con un giovane lupo per unico compagno; ed allora imparò ad amare due divine cose: la libertà ed il silenzio.

    Forse nell’anima di lui parlava quella stessa fiera riluttanza, e lo sdegno della vita, che spinse suo fratello, Dante Carducci, ad immergersi un ferro nel giovane cuore.

 

                                   Come, ahi come a te il cor bastò, l’aspetto

                                   Come ti resse, che non tinto e bianco

                                   Del futuro destino e non in tristi

                                   Sembianti ma venisti

                                   Nel conspetto de’ tuoi securo e franco?

                                   Certo, fero garzon, certo evitasti

                                   Il riso ne’ materni occhi tremante…

 

Così scrisse Giosue in appassionato dolore.

 

                                   Salve, o fratello, e mira

                                   I tristi giorni miei come van soli.

                                   Ben io vivrò; che a me l’anima avvinta

                                   Di più tenace creta ha la natura,

                                   E officio e carità il suade:

                                                

                                                 ( … )

 

Officio e carità : dovere e compassione! Come due gravi compagni, sempre al suo fianco, lo ritennero dal seguire i tristi passi fraterni. Dovere e compassione! Nei settant’anni della sua nobile vita non mai l’austera voce dell’uno, la voce tenera dell’altra hanno fatto appello al cuore di Carducci invano.

    Ma ogni meschinità, ogni menzogna trova in lui un nemico inesorabile.

    Egli è duro e violento di fronte alla viltà. Le parole inutili, nell’arte come nella vita, lo offendono. In una delle sue prime lezioni all’università di Bologna, egli disse: “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”.

    Così, se gli parlano persone a lui spiacenti, o gli dicono cose che non gli interessano, egli non risponde. Guarda fisso davanti a sé, strappando alla sua barba, e pensando ad altro. Ogni forma di adulazione gli è odiosa.

    - Buon giorno, o Poeta! – esclamò un elegante giovanotto, facendogli una grande scappellata sulla strada di Madesimo.

    Carducci si fermò, e fissando con occhio terribile lo sconosciuto:

    - Poeta? – disse. – Perché poeta? Per Lei non sono poeta. Sono il signor Carducci.

    Poi seguitò iroso il suo cammino.

    In tali momenti, se io mi trovavo con lui, stavo muta, senza fiatare, aspettando che si volgesse a guardarmi.

    Allora fingevo di aver di lui il più abbietto terrore, tremando e battendo i denti con grande esagerazione.

    Carducci diceva: - Che fai, stoltissima? – E tornava di buon umore.

    Lo chiamavo “l’Orco”, e quel nome gli piaceva assai.

    Anni dopo la mia bambina, vedendolo per la prima volta, disse, volgendosi a me con la bionda testina inclinata interrogando: - Mamma! E’ questo l’Orco? – Io accennai di sì. Ed ella, correndo a lui disse: - Buon giorno, Orco; - ciò che gli fece vivo piacere.

    Poiché molto l’annoia l’atmosfera di reverente timore che sempre lo circonda. Con lui tutti si affannano a dimostrare ingegno ed erudizione; citano i suoi versi, o aspettano in atteggiamento di estatica adorazione che egli parli. Allora Carducci fa nella gola dei piccoli rumori indescrivibili: qualcosa che è tra la tosse e il ruggito.

    In società a banali complimenti o futili domande non risponde. Io l’ho visto passare l’intera serata ad un ricevimento dato in suo onore, dove non ha mai aperto bocca.

    Non, come taluni credono, per superbia o vanagloria; ma per una specie di selvatichezza, di primitivo istinto, che lo fa tacere quando non ha nulla da dire.

    Rammento una sera a Milano: era invitato ad un pranzo molto noioso, ed egli stette muto e terribile, divorando, senza mai rispondere a nessuno. La converazione, tutta mirata a lui, cadde e si spense. La padrona di casa, le cui blande osservazioni e le amabili domande erano rimaste senza risposta, sedeva acida e smunta in capo alla tavola. D’un tratto Carducci si scosse ed alzando gli occhi si avvide del glaciale ambiente. Decise che bisognava parlare. Volgendosi alla sua vicina, formidabile letterata, la guardò lungamente. Tutti tenevano il respiro per l’attesa parola.

    E Carducci disse:

    - Quanti figli ha lei?

    La signora, che già aveva preparato un sorriso di reverente attenzione, trasalì.

    - Non sono maritata – disse arrossendo.

    La tavolata ripiombò nel silenzio.

    Io fui colta da un accesso di folle ilarità. Risi, risi forte e improvvisamente nell’orrendo silenzio. Carducci mi guardò corrucciato:

    - Taci, stolta! – mi disse.

    Allora risero anche tutti gli altri. Carducci fu lasciato in pace per il resto della serata. Nessuno gli parlò, e facemmo finta che non ci fosse. Accompagnandomi a casa, egli disse:

    - Che simpatica serata!

    Io mi permisi una osservazione riguardo alla sua non fortunata domanda alla nubile scrittrice. Egli scosse la testa, turbato.

    - Non so mai cosa dire ad una donna – disse. – Sono di una natura orsina.

    A Roma un giorno, all’uscita di Montecitorio, un uomo magro e malvestito gli si appressò.

    - Senatore – disse a voce bassa – sono un povero giornalista. Mia moglie è malata; i miei bambini hanno fame.

    La fronte di Carducci si rannuvolò con quella espressione di tristezza che sempre evoca in lui il racconto degli altrui dolori. Cercò il portafogli.

    Sfortunatamente l’uomo riprese a parlare:

    - Sa, Eccellenza, il mio nome è ***. Sono io l’autore di quell’articolo in sua lode che apparve ieri nell’Italia

    Carducci si voltò di botto, fremente ed iracondo:

    - Ah? E perciò … e perciò osate domandarmi denaro? – E alzando d’un gesto rapido il suo bastone, lo colpì. – Ecco – gridò – ecco come Carducci paga i suoi lodatori!

    Malgrado ciò, arrivato a casa, Carducci, rammentando la triste storia, fece mandare cento lire alla famiglia del disgraziato.

 

                                                    **  **  **  **

 

Nonostante gli stenti e la povertà che egli stesso ebbe a patire nella sua strenua giovinezza, Carducci non ha alcun concetto del valore del denaro, e dipende per tutto ciò che riguarda la vita pratica da chi gli sta d’intorno.

    Veramente egli cammina con la testa che “batte nelle stelle”. L’unico suo pensiero, l’unico sogno è di spronare all’alto l’intelletto e il cuore della gioventù italiana, e di mantenerla degna delle sue antiche, gloriose tradizioni.

    Le decadenti tendenze della moderna letteratura, l’ostentata immoralità proclamata dalla scuola degli auto-glorificatori, è una spina nel suo cuore; mentre solo un accennoa mancanza di rigida probità e di giusto orgoglio in una gente che egli vorrebbe un popolo d’eroi gli amareggia le più belle ore della vita. Carducci vorrebbe che anche il mendicante della strada portasse con dignità la sua miseria.

    Ad illustrare questo fervente e sensitivo amore per la sua patria, mi torna alla mente un ricordo. Era un mattino d’estate radioso, e traversavamo le Alpi dalla Svizzera in Italia. Due touristes tedeschi, incontrati per viaggio, avevano chiesto il favore di poter fare la strada con noi. Quando prima ci parlarono, a Splugen, il più vecchio dei due ci disse che era professore. L’altro, un biondo enorme, tarchiato e imponente, con degli occhi di bambina timida e dei lunghi capelli arruffati, disse d’essere un poeta.

    - Io sono un grande poeta – aggiunse con un sorriso risplendente, all’Orco. – Sei mir gegrusst, Carducci !

    Carducci alzò il largo cappello di feltro grigio:

    - Ein deutscher Dichter ? – chiese in tedesco.

    - Sì – disse il sorridente biondo. – in Germania siamo tutti poeti! Io sono un grande tedesco, dunque un grande poeta! Non perciò scrivo versi – continuò. – Io vivo le mie poesie. Ascolti come io ne vorrei l’ultima e più bella strofa: Vedere l’Italia per la prima volta, con la mia mano nella mano di Giosue Carducci! Perciò vi abbiamo sguito da Chur a Thusis, dalla Via Mala a Splugen!

    Carducci acconsentì sorridendo, e quando il landau fu pronto fece cenno ai nostri nuovi amici di prender posto con noi.

    Per tutta la salita del Montespluga il giovane recitò la traduzione di Ca Ira del dottor Muchling, e Carducci lievemente con la destra batteva il tempo, come sempre quando ascolta una cosa che gli fa piacere. Giunti all’ ultimo Rifugio sul ridente e ravviato versante svizzero, il giovane citò la superba chiusa del “Saluto Italico”:

 

In faccia allo stranier    ( … )

( … ) Cantate Italia, Italia, Italia!

 

Poi, arrivati al Passo, tese la mano a Carducci, che l’afferrò, commosso.

    L’Italia era davanti a noi; vaga, come un giardino in un sogno.

    Ahimé! Il poema tedesco doveva repentinamente finire.

    Non appena traversata la frontiera, ecco saltar su dal fianco della strada una mezza dozzina di bimbi impolverati e laceri che presero a rincorrere la carrozza, gridando:

    - Un soldo, signori! Un soldo per carità!

    A loro si aggiunsero tre ragazzi più grandi e poi un uomo; tutti correvano a fianco della carrozza, con le mani tese e gli occhi rivolti al cielo.

    I ragazzi gettavano nella vettura dei mazzi d’arnica montana, e gridavano in coro:

    - La carità! La carità!

    I due tedeschi risero, e buttarono nella via una manata di soldi. Allora vi fu un gridare  e un arrabattarsi nella polvere dietro alle monete: l’uomo facendo a pugni coi ragazzi, mentre i più piccoli si acciuffavano l’un l’altro strillando.

    - Allerliebst ! – esclamò ridendo il giovane tedesco – Come ciò è primitivo e pittoresco!

   Ma Carducci si era levato in piedi, rosso fino alla radice dei capelli.

    - Ferma! – gridò al vetturino – ferma! – ed ai due, che lo guardavano attoniti: - Scendete – disse con voce tremante.

    Dopo un istante di stupefazione il professore tedesco si levò, salutò e scese dalla vettura. Ma il giovane coi chiari occhi, soffusi di sùbite lagrime, afferrò la mano di Carducci e la recò impetuosamente alle labbra. Poi d’un salto fu nella strada, e accennò al cocchiere:

    - Avanti!

    I cavalli ripresero al trotto la discesa. Carducci per tutta la strada non parlò.

    Italia! Italia! Italia!

    Questo lieve incidente impersonale certo lo ferì assai più che non l’avrebbe fatto un insulto a lui diretto. Quando nel 1892 i suoi studenti lo assalirono con fischi e violenze egli rimase calmo e inconturbato.

    Soltanto quando gridarono: “Abbasso Carducci!” egli ebbe la superba risposta:

    - No, mai abbasso! Iddio mi ha posto in alto.

    E mentre il frastuono cresceva intorno a lui, e gli urli e le minacce, egli accese il suo sigaro e disse sorridendo:

    - Fumo!

    Pochi giorni dopo queste agitazioni egli venne a trovarci a Genova. Fu per noi immenso il dolore e l’indignazione nel vedere ferita la sua mano, la forte e piccola mano che ha scritto ciò che di più grande vanta l’Italia da Dante in poi.

    Uno dei suoi studenti l’aveva percosso con una grossa chiave. Carducci, parlandone, rise indulgente e paterno:

    - Sono buoni e nobili giovani – disse – ed io li amo. Essi credono d’aver ragione, dunque hanno ragione.

    - Ma allora perché lasciarli, perché tornare indietro? – chiesi io. – Perché scrivere quella poesia per la figlia di Crispi? …

    Carducci fece un suo gesto prediletto, di mettersi un dito sulle labbra per farmi tacere quando parlavo di cose che poco intendevo. Ma dopo disse:

    - Era facile andare avanti. Arduo era voltarsi ed affrontare l’odio e il dolore di tutte quelle giovani anime. Ma l’Italia non è pronta per la repubblica. – Tacque qualche istante, poi disse improvvisamente:

    - Vieni! Ti condurrò da Giuseppe Verdi. E bada di vestire come si conviene per onorarlo. Io metterò i guanti di pelle gialla.

    E così fece. Ma non so se per onorare Verdi o per nascondere la mano maltrattata.

    Ci avviammo, parlando di musica, al palazzo Doria, dove Verdi finiva di comporre il Falstaff.

    A dir vero, Carducci non s’intende particolarmente di musica. Come Victor Hugo, ha più senso di metro che di melodia. La sua canzone prediletta è la Lorelei, nella sua semplice cantilena popolare.

    - Canta la “Lorelei gethan” – mi diceva quando ero giovanetta.

    Ed anni dopo, alla mia bambina che gli stava dinnanzi, piccola e grave col violino al mento, disse:

    - Suona la “Lorelei gethan !”

    Ma

                                

                                  quando Wagner possente mille anime intona

a i cantanti metalli, trema agli umani il core

 

scrisse egli; e più d’una volta mi ha detto: - Se non fossi stato il cantore di barbare odi, sarei stato compositore di gigantesca musica, come Wagner. – E infatti la vastità dei concetti musicali di Wagner fa quasi invidia al poeta, il quale non ha che la parola per esprimere i suoi sconfinati pensieri, i suoi stupendi ideali, i suoi illimiti sogni.

 

                                                 **  **  **  **

 

La nostra visita a Verdi fu poco convenzionale. Lo splendido vecchio mosse, alto e bello, all’incontro del suo amico, e l’abbracciò con un scintillìo intenerito nei chiari occhi celesti. Carducci uscì subito sulla vasta terrazza dominante il porto, ed ivi sedette pensieroso e muto. Verdi, chiamandomi, andò a sedere al suo pianoforte e suonò – fluente e facile come l’acqua scorre e il vento va – della dolce musica vagabonda. Ed era come se mi parlasse. Poi si alzò e insieme uscimmo sul terrazzo, dove Carducci sedeva ancora guardando il mare.

    Ci ponemmo accanto a lui e per gran tempo nessuno parlò.

    Nel sole, sull’acqua danzante, le vele ondeggiavano lucenti e lievi, e passavano con inchini e riverenze verso l’azzurro lontano. Carducci a un tratto disse:

    - Io credo in Dio.

    E Verdi fece cenno di sì, solennemente, con la candida testa.

    Poi Carducci – improvvisamente, come sempre – si alzò e disse addio.

    Ricordo che Verdi – il quale, come tanti uomini di genio, aveva in sé qualche cosa d’infantile – ci trattenne per mostrarci i suoi fiori.

    - Ecco – disse con ogoglio, additando una fila di vasi sul terrazzo, dentro cui stavano delle piante strane, di meschina e spennacchiata apparenza. – Ecco! Li ho piantati e coltivati io. Ci vuole molto tempo e pazienza.

    Io guardai con reverente occhio il magro vegetale e domandai che cosa fosse.

    - Ma sono camelie! – disse Verdi.

    E Carducci, voltandosi rabbioso verso di me, disse:

    - Ma come si fa a non vedere che sono camelie?

    Verdi sparì frettolosamente e ritornò subito con una grossa brocca piena d’acqua. Si diede ad inzuppare ed inondare la miserabile verdura.

    Carducci fu molto impressionato quando Verdi, chinando la bianca testa sopra uno dei sgocciolanti vasi, colse e gli offrì l’unico bocciolo che avesse una lontana apparenza di voler forse un giorno fiorire.

    Non credo che i due amici si siano riveduti mai più.

    Nel ritorno Carducci fu silenzioso e di nero umore. Molta gente per la strada lo riconobbe e si voltò a guardarlo; qualcuno tornò indietro e gli girò d’innanzi per poterlo veder meglio. Egli brontolava cupamente nella sua barba. D’un tratto si fermò:

    - Che cosa guardate? – gridò, volgendo i saettanti occhi sulla gente ferma a contemplarlo. – Non sono una prima donna né un tenore. Né sono qui per dar diletto ai curiosi.

    La gente si disperse rapida. Ed io distrassi i suoi pensieri dando le mie non illuminate opinioni sulla letteratura in generale, citando sbagliati i suoi versi e mischiandovi del Metastasio e del Manzoni:

 

Ma fuvvi dunque un giorno

Su questa terra il sole,

Vi fur rose e viole

Quando dall’arco uscì?

Ciò accadde forse ai tempi

D’Omero e di Valmichi …

 

   - Cosa sono i valmichi? – gli chiesi a questo punto.

    - Assai mi riposa la tua ignoranza – disse il Carducci.

 

                                                     **  **  **  **

 

Poco tempo dopo i casi della vita mi trassero in paesi lontani.

    Quando lo rividi, tornando dall’Inghilterra, era burbero e rabbioso.

    - Vattene, o insensata, a badare alla tua bambina – disse con un cipiglio che io sapevo tutto tenerezza. – Voglio parlare di Browning in latino con tuo marito.

    E così facevano per delle ore, su e giù per il giardinetto di Villa Adele; mentre la bambina guardava il cielo, ed io la bambina.

 

                                                       **  **  **  **

 

Ma era destino che io dovessi allontanarmi più e più ancora dal paese della mia giovinezza.

    Sette anni dopo io rividi ancora Carducci – era una limpida giornata estiva – nel villaggetto alpino di Madesimo. Qui dove, anni addietro, io – quasi bambina ancora – avevo imparato a comprenderlo e ad amarlo, ora tornavo con mia figlia a dirgli addio, prima di partire per il lontano Ovest in America.

    Quando Carducci ci vide arrivare ci mosse incontro, appoggiandosi sul braccio del suo nipotino. I suoi occhi vividi, profondi, immutati, andavano da me alla mia bimba con intensa emozione.

    Dapprima parlò poco. Ci sedemmo sul piazzale davanti all’Hotel della Cascata, mentre la piccola Vivien rincorreva aizzandolo un giovane cane di San Bernardo, sgambettandogli intorno con brillanti risate.

    Passò un contadino riconducendo dal pascolo le mucche, e la piccina accorse, trascinando pel collare il cane.

    - Guarda, caro Orco, quanti t’ami pii bovi ! – gridò; poi, sedendogli accanto, gli citò anche le “rosse vacche del cielo”, di cui le avevo raccontato. Il luminoso ben noto sorriso illuminò la faccia del poeta, ed egli le posò amorevolmente la mano sul capo. Fu allora che le chiese di prendere il violino e di suonargli la Lorelei gethan. Ed essa suonò, piccola e bionda nel sole, mentre Carducci - come una volta – batteva leggermente il tempo con la mano, la nobile mano che ormai non scrive più senza dolore.

    La chiara giornata cadeva quando ci alzammo per partire; dovevamo giungere a Chiavenna, laggiù nella valle, prima di notte. Ma Vivien non voleva andare.

    - Non addio! Non addio! – diceva, tenendogli forte la mano.

    Allora Carducci si alzò e disse:

    - Verrò con voi fino al ponte.

    Lentamente, appoggiandosi al suo bastone, s’incamminò per la deliziosa strada di montagna, in mezzo a noi due. La bambina gli teneva sempre la mano, cercando con gran cura di aiutarlo per la via sassosa. Carducci non disse una parola.

    Nelle ultime case del villaggio brillava già qualche lume, ed una stella s’era accesa, pallidissima, nel cielo chiaro sopra le Alpi. Arrivati al piccolo ponte di legno ci fermammo. Al di là la via s’abbassava nella vallata dove Vivien ed io dovevamo andare.

    - Addio – disse Carducci, togliendosi il largo cappello. Poi ci baciò entrambe, solennemente.

    Sole, attraversammo il ponte.

    Egli rimase ritto nella chiara luce serale, il capo scoperto, il viso grave e severo, guardandoci allontanare.

    Ci voltammo due volte a fargli cenno d’addio, ma egli non si mosse.

    Così lo rivedo sempre nei miei pensieri, ritto e solo nel tramonto.





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