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delle Cose paſſate trà il
Sommo Pontefice
PAOLO V.
Et la Sereniſſima Repvblica
di Venetia.
Paolo V. dalli primi anni della
sua pueritia fù dedito e nodrito in quelli studij che non hanno altro per scopo
se non l'acquistare la Monarchia spirituale e temporale di tutto il mondo al
Pontefice Romano, e avanzando l'ordine clericale sottrarlo dalla potestà e
giurisdittione di tutti li Prencipi, inalzandolo anco sopra li Rè, e
sottomettendogli i secolari in ogni genere di servigi e commodi. Hebbe anco,
venuto in età virile, occasione di esercitarsi in maneggiare quelle armi colle
quali questa dottrina si sostiene, havendo essercitato l'officio di Auditor
della Camera, carico apunto conforme al genio suo, imperoche il titolo che si
dà à quel magistrato è, sententiarum e censurarum intus, e extra latarum
universalis executor: nel qual carico anco s'adoperò più accuratamente de
gli altri suoi predecessori, non v'essendo memoria che da 50. anni in quà si fossero fulminati monitorij
e cedoloni quanti egli fulminò in 5. anni,
che tenne quell'officio.
Per le quali
cose concepì grandissimo desiderio di vendetta contro quelle persone, che a lui
parevano esser di qualche impedimento alla libertà o licenza Ecclesiastica,
& al maneggio arbitrario della scommunica: mà perché l'ira si estingue o
almeno resta sopita quando hà per oggetto persone tanto alte, che non vi sia
speranza di poter aggiunger al vindicarsi contra d'esse, non concepì tanto
sdegno contra li Rè & Prencipi soli, quanto contra le Republiche, imperoche
considerando quelli che le governano nelle loro persone private, nel che sono
senza potenza, à lui pareva potere sperar di superarli, ancora se ben congionte
in un corpo, & con la potenza che le forze publiche seco portano. Mà sopra
tutto l'odio suo era acceso contra la Republica di Venetia, si perche ella sola
sostiene la degnità, & i veri effetti i Prencipe indipendente, come anco
per che esclude totalmente gli Ecclesiastici della partecipatione del suo governo,
& più ancora perche ella sola tra tutti i Prencipi, non pensiona alcuno
della Corte Romana, il che essendo da essi interpretato per termine di poca
stima, che si faccia di loro, fà che s'accendano di particolar odio, &
nodrischino un'interna mala volontà verso quella. Per queste cause assonto al
Ponteficato niuna cosa si propose per scopo, & somma dell'officio suo, se
non aggrandire l'auttorità Ecclesiastica, il che egli diceva, restituirla nello
stato, dal quale i suoi precessori, & in particolare Clemente VIII,
l'haveva negligentemente lasciata cadere: per il che i primi pensieri suoi
furono instituir una congregatione in Roma, la quale non havesse altra cura,
che di pensar a i modi, come si potesse mantenere & ampliare, & almeno
col trovar le scritture in tutte le materie, & metter a campo le
difficoltà, preparar materia alli successori per dar perfetione a quello che
egli non havesse potuto finire, & tra tanto mortificare la presontione
(cosi diceva egli) delli governi secolari. Pensò ancora che per condur à fine
questo dissegno fosse necessario mandar in tutti i Regni, & appresso tutti
li Prencipi Catolici, Noncij, inclinati a simili pensieri, & questo
cominciò ad essequirlo nelle persone di quelli d'essi Noncij che mutò, in
particolare à Venetia mando Oratio Matthei Romano Vescovo di Gierace così
appassionato in questa opinione, che non si vergognò di dire al Prencipe nel
Collegio, che le limosine & le altre opere di pietà, la frequentatione
delli sacramenti & ogn'altra buona & Christiana operatione, senza favorire
la libertà ecclesiastica, ad nihilum valent ultrà, che tali furono le
parole sue, & in molti famigliari ragionamenti tenuti con diverse persone
diceva spesse volte, haver sentito predicare la pietà della Città di Venetia,
mà non haver la veduta, atteso che nell'elemosine & devotione non consiste
la perfettione Christiana, essendo il cimento di quella, l'essaltatione della
giurisdittione Ecclesiastica, replicando spesso essere stato mandato dal Papa
in quella Nonciatura, per ricever il martirio in favore della sede Apostolica:
mà questa iattanza d'animo desideroso del martirio, non era senza mistione
d'imperiosità, imperoche se alcuno replicava con qualche ragione contra cosa,
ch'egli in cosi fatto proposito promovesse, la risposta sua solita, & ordinaria
(come se fosse detta in formula) era, son Papa io qui, & non voglio
altro che obedienza. Non eresse il Pontefice la congregatione secondo il
suo dissegno, avvertito, che quella era una via di scoprire troppo
manifestamente i suoi fini, d'ingelosire tutti li Prencipi, di farli pensare
alli rimedij, & così, causare effetti contrarij alla sua intenzione come
avvenne a Clemente VIII. il quale non haver eretto una congregazione sopra le
cose d'Inghilterra, eccitò l'animo di quel Rè a risguardare più diligentemente
li andamenti delli Catolici del suo Regno, onde restarono più difficultose le
imprese loro. Parimente non mise il Pontefice ad effetto i primi mesi, alcuna
cosa particolare delle gia dissegnate, perche abbatuto dalla vehementia
dell'allegrezza, fù assalito da grave melanconia con fissa apprehensione della
morte, la quale temeva doverli succeder in breve, & a questo timore era
somministrata materia per la fama sparsa per Roma, che la imagine della B.
Vergine di Subiaco haveva sudato, cosa solita ad avvenire (come dal volgo si
crede) per avisar' i Pontefici della morte instante, & ancora per che un
Astrologo Fiamingo haveva predetto dover succeder la morte di Clemente VIII.
nel Marzo, la elettione d'un Leone & poi d'un Paolo che dovevano viver poco
tempo: s'aggiungeva la natura del Pontefice, inclinata & solita a prestar
fede alle divinationi, la quale da ogni cosa pigliava alimento per il suo
timore. Questa perturbatione lo tenne per 5. mesi occupato, si che ad ogni cosa
sospettava, licentiò per questa cosa il cuoco suo, & lo scalco che
l'havevano longamente servito: & anco se qualche persona bassa, & non
conosciuta da lui nell'andare per la città, penetrando le guardie, li porgeva
memoriale per qualche suo affare, temeva con quello esser avvelenato, &
bene spesso li lasciava cader in terra, la qual fissa opinione tenendolo
oppresso, lasciò in riposo il suo pensiero tutto drizzato all'aumento della
libertà Ecclesiastica. Mà nel mese di Settembre fù ritrovato rimedio dalli
parenti & amici al sudetto timore, havendo fatto una numerosa congregatione
di tutti li Astrologi, & altri divinatori di Roma in casa del Signor Gio.
Francesco fratello di sua Santità da quali essendo per le loro regole concluso,
che d'alcuni pericoli minacciati dalli influssi era passato il tempo, & che
perciò li restava vita lunga, fù levato dal timor concetto, & ritornò alli
soliti pensieri di aggrandire la giurisdittione Ecclesiastica, incominciò a far
tener proposito col Christianissimo che in quel regno fosse ricevuto il Concilio
di Trento. In Spagna procurò, che li Giesuiti fossero esséntati del pagar le
decime. In Napoli tentò che Gio. Francesco da Ponte, Marchese di Morcone detto
il regente di Ponte, fosse mandato a Roma, il quale era sotto il giudicio
dell'Inquisitione, per aver condannato alla galea un libraro, di cosa, che
qu'ell'Officio pretendeva appartenente a se. Alla religione di Malta levò la
collatione d'alcune commende conferendole al Cardinale Borghese. Promosse
difficoltà al Duca di Parma per certe gravezze imposte da lui sopra li suoi
sudditi per l'assenza del Vescovo di Parma, da quella Città, per la causa del
Conte Alberto Scoto, & per altre cose che il Pontefice pretendeva esser con
la Bolla in Cœna Domini. Al Duca di Savoia mosse difficoltà per li
possessi temporali delli beneficij soliti darsi in quello stato dalli ministri
del Prencipe, & per li assistenti secolari, all'officio dell'Inquisitione,
& per l'Abbatia che quella Altezza haveva conferito al Cardinale Pio, le
quali cose furono tutte poste in negotio, havendo il Duca mutata la persona
nominata all'Abbatia in un nipote di sua Santità: Mà non essendo proceduta
alcuna di queste cose molto inanzi, per essere state immediate mortificate col
porle in negotio; apunto nel principio di Ottobre si offerirono due occasioni
non solo per le stesse inviate al fine intento dal Pontefice, mà ancora atte
come gradi, & mezzi per aprirli la strada a cose maggiori. Vna fù che la
Republica di Luca nelli tempi passati avvertendo che molti delli suoi Cittadini
mutata religione s'erano ritirati in paesi di Protestanti, per li suoi rispetti
haveva fatto editto per quale si prohibiva alli Cittadini di tener commercio, o
trattare con quei tali, cosa, che dalli Pontefici passati era stata commendata;
mà il Pontefice presente, essendoli riferita, la lodò in se stessa, dicendo
però che non haveva la Republica Luchese autorità di far una tal ordinatione,
che toccava alla religione, se bene era pia & santa, non havendo il
secolare autorità di decretare cosa alcuna nelle cose Ecclesiastiche, etiandio
a favore, come essi dicono: per il che voleva onninamente che fosse levata
dalli Capitulari, dovendo poi egli con autorità Pontificia farla di nuovo.
L'altra fù che la Republica di Genova avvertita che li ministri di alcune
confraternità laiche instituite per divotione, non havevano maneggiato le
entrate con la debita fedeltà, prese partito che li conti fossero riveduti,
& a questo effetto ordinò che li libri fossero portati al Doge. Et
nell'istessa Città occorse anco cosa di maggior momento, che essendo instituito
un Oratorio di secolari in casa de' Giesuiti per li essercitij Christiani, li
Cittadini di quella congregatione fecero tra loro una conventione di non
favorir nella distributione de' Magistrati se non quelli dell'istesso Oratorio,
il che conosciuto da quelli che erano al governo, acciò la seditione non
passasse più oltre, fecero un Editto che l'Oratorio non si potesse più
congregare. Queste deliberationi che dovevano render commendabile la pietà di
quella Republica che volesse proveder alla dilapidatione de' beni temporali
dedicati ad opere pie, & prohibir le conventicole, che sotto pretesto di
Religione tendono alla ruina delle Città, non furono risguardate dal Pontefice
per questo buon verso, mà furono da lui riprese, & fatto intendere a quella
Republica, che erano contra la libertà Ecclesiastica, commandando che fossero
ritrattate, altramente minacciando di scomuniche & censure: con la
Republica di Venetia fece efficace instanza che fossero dati ajuti di denari
all'Imperatore per la guerra d'Ongaria contra Turchi, offerendosi, che quando
il Senato restasse per non irritar contra se le armi loro, si dassero i denari
a lui, che egli li haverebbe fatti passar sotto mano, & in questa
trattatione usava, & faceva usar dal suo Noncio parole non quali è costume
da un Prencipe che rappresenta all'altro i communi interessi, mà come quello
che dimanda contributione straordinaria alli sudditi suoi, per il che dopo
qualche risposta modesta data prima, disse il Senato, che per conservatione
dello stato proprio, era necessitato far molte spese & assicurarsi da molte
gelosie che li erano date, le quali impedivano, che non si poteva applicar
l'animo a nuove imprese, onde era necessario prima conciliar una perfetta
intelligenza tra li Prencipi Christiani accioche deposti li sospetti, tutti
unitamente potessero attender alla oppressione del comun nemico, alla qual
unione (quando fosse fatta qualche apertura) la Republica non sarebbe stata tra
gli ultimi a prender le armi contra li nemici del nome Christiano. Parve strana
al Pontefice la risposta, persuaso che secondo la dottrina dei moderni
Canonisti, potesse il Pontefice commandare a ciascuno Prencipe quello, che li
pareva esser per ben commune della Christianità, pure giudicò non dover
incominciar di quà, mà da cosa, che havesse più pretesto di spiritualità, &
toccasse più immediatamente la fede Apostolica, & però prima trattò
solamente sul generale, che non fosse violata la libertà Ecclesiastica, &
che s'arrendesse a restituire la jurisdittione intaccata, facendo, che queste
cose fossero dette dal Noncio à Venetia, & dicendole esso all'Ambasciatore,
& discendendo al particolare mise anco a campo alcuni negotij toccanti la
navigatione, & li apalti delli Ogli, & i cambij per la costa di Romagna
& Marca Anconitana, tentando in qualche maniere di fare, che la Republica
ricevesse i suoi commandamenti, proponendo che fosse rivocato un ordine fatto
dal Senato sotto XI. Decembre 1604. con prohibitione alli sudditi del Dominio
di noleggiar vasselli, far sicurtà, o compagnia per trafico di qualsivoglia
sorte di mercantie, che si levassero fuori del Dominio, per portar in altre
terre aliene senza passar per Venetia, allegando, che impediva l'abondanza
dello stato della Chiesa, & però era contra la libertà Ecclesiastica. Mà
essendosi risposto, che ogni Prencipe commanda alli sudditi suoi, quello che
serve alla commodità dello stato suo senza riguardo di quello, che segua ne
gl'altri, ne per questo i Prencipi che restano di ricever il beneficio si
tengono offesi, & quando la Santità sua commanderà alli suoi soggetti
quello, che tornerà bene al suo governo, la Republica non l'intenderà mai in
sinistro, ne lo riputerà contra la sua libertà. S'avvide il Pontefice che
questo tentativo ancora pareva difficile da ottenere, non havendo pretesto
alcuno specioso di farlo apparire congiunto con le cose spirituali, perilche
subito, che le occorse accidente, quale pareva poter esser tirato allo
spirituale, abbandonati quelli, si voltò tutto a quest'altro.
L'accidente fù che in Vicenza Scipione Saraceno
Canonico Vicentino, il qual gia con gran sprezzo haveva levato i sigilli del
Magistrato posti per custodia sopra la Cancellaria Episcopale, ad instantia del
Cancelliero, vacante la sede, s'era dato a molestare una gentil donna sua
parente, la quale non potendo persuadere dopo haverla perseguitata & per le
vie & per le chiese, sdegnato, venne a deturpargli la porta, & faccia
della casa, per il che ad instantia di lei propria, che per ciò venne in
persona a Venetia, & delli gentilhuomini della sua famiglia, fù chiamato il
Canonico in giudicio, dove venne anco spontaneamente, haveva il Canonico un
cugino Vescovo di Città Nova, huomo di molto valore, che nella Città di Venetia
era guida di tutti i Noncij & ministri Pontificij, & consigliandoli
indrizzava tutte le loro attioni, a quale anco essi Noncij havevano espresso
ordine di communicare tutte le loro commissioni, per opera di questo fù mosso
il Noncio, del rimanente pur troppo inclinato a voler un'essentione licentiosa
nelli Preti, & venuto nuovamente con questo pensiero, & da ambidue fù
portata di ciò la nova a Roma al Pontefice, & al Vescovo di Vicenza, che si
ritrovava alla Corte, dove ambidue ne trattarono insieme, & si eccitarono
scambievolmente alla difesa del Canonico, & della libertà Ecclesiastica,
& dall'uno & dall'altro ne fù parlato ad Agostino Nani Cavallier
Ambasciator della Republica nel fine di Ottobre. Disse il Vescovo che il
Pontefice non voleva supportar la prigionia del Canonico, & che inanimava
lui a far l'officio di Vescovo, & però sarebbe stato bene, dar
sodisfattione al Pont. col rimetter il carcerato al foro Ecclesiastico, non
essendo il caso atroce: mà il Pontefice più assolutamente disse, non voler in
modo alcuno permettere, che li Ecclesiastici fossero giudicati in qual si
voglia caso, per esser ciò contra la disposizione del Concilio. L'Ambasciator
del tutto diede conto a Venetia, & mentre aspetta la risposta, in un'altra
udienza fece il Pontefice querimonia col medesimo Ambasciator che fosse stata
fatta un'ordinatione del non alienar beni laici ad Ecclesiastici, doppo la
morte di Clemente VIII. dicendo, che se bene era fondata sopra una vecchia, la
nuova però era più ampliata, & non poteva sussistere per esser ambedue
invalide & contro i canoni, contro il Concilio, & contro le leggi
Imperiali, che è scandalosa, & fà li Ecclesiastici di peggior conditione
che le persone infami, aggiungendo, che li statutarij sono per ciò incorsi in
censure. Le quali cose fece nell'istessa maniera proporre dal suo Noncio in
Venetia, & essendo in quei giorni arrivati li Ambasciatori della Republica
espressi per congratularsi con la sua Santità, nel principio di Novembre, fece
con loro l'istesse querimonie, incaricandoli di riferire il tutto a Venetia
nel' loro ritorno.
In questo
mentre i Signori Genovesi per dar sodisfattione al Pontefice, havevano revocato
il decreto di reveder i conti alle confraternità, & si scusavano, che per
quiete del loro governo conveniva che mantenessero la deliberatione fatta in
materia dell'Oratorio, il Papa entro in colera, & fece stampare un
monitorio contro quella Republica, minacciando alli Cardinali Genovesi, che se
non seguiva anco la revocatione del decreto sopra l'Oratorio, l'haverebbe
publicato: sperò il Pontefice con questo essempio indur la Republica di
Venetia, a ceder alla sua volontà senza far replica alcuna: essendo impresso
che cederebbe ogni sua libertà per non entrar in travagli, massime se non
havesse spacio longo a deliberare: per tanto non aspettata la risposta di
quanto li Ambasciatori straordinarij havevano trattato: & l'ordinario
haveva scritto à Venetia, di nuovo si dolse il Pontefice con l'Ambasciatore
così della prigionia del Canonico, come della ordinatione fatta, aggravandola
con dire, che fosse fatta il Giovedì santo, & concluse il suo ragionamento,
con mostrare il monitorio fatto contra li Genovesi, & dire che voleva esser
ubidito, & che haverebbe mandato un breve hortatorio a Venetia, & poi
sarebbe proceduto più oltre. L'Ambasciator rappresentò a sua Santità che il 26. di Marzo, giorno, quando è data
l'ordinatione non potè cader nella settimana santa di quell'anno, che la Pasqua
fù a 10. d'Aprile, supplicò sua Santità
che havendo commesso a lui di scrivere sopra questi particolari a Venetia,
& dato carico alli Oratori straordinarij di trattar a bocca, si contentasse
di aspettar qualche risposta, prima che si determinasse cosa alcuna, il che
fermò il Pontefice per poco tempo; imperoche nel mese di Novembre l'Ambasciator
ricevuta risposta di quanto, egli haveva di Ordine del Pontefice scritto, se
ben non ancora di quello, che havevano trattato li straordinarij per ordine
datoli dal Senato, mostrò alla Santità sua il giusto titolo & possessione
della Republica di giudicare li Ecclesiastici nelli delitti secolari, fondarsi
sopra la potestà naturale di supremo Prencipe, & consuetudine non mai
interrotta di più di mille anni, attestata anco con brevi de Pontefici che si
trovano nelli publichi archivij, mostrando ancora che la legge del non alienare
beni laici ad Ecclesiastici, non era solamente nella Città di Venetia, mà
ancora propria & speciale della maggior parte delle Città soggette, &
quanto a quelle che non l'havevano, era di dovere, che seguissero le
ordinationi della città dominante: mostrò anco l'equità della legge, & quanto
fosse in questi tempi sempre più necessaria per conservatione delle forze del
Dominio, con molte ragioni, & essempi di molti regni Christiani, &
d'alcune Città dello stato Ecclesiastico. Ascoltò il Pontefice con impatienza,
storcendosi, & mostrando con li gesti del volto & del corpo il disgusto
che interiormente sentiva, & poi rispose, che le ragioni allegate non
valevano niente, che non bisognava fondare sopra la consuetudine del giudicare,
per che era tanto peggiore, quanto più vecchia: mà delli brevi, rispose, che
non vi era altro archivio de brevi Ponteficij se non a Roma; che quelli de
quali si voleva valere erano scartafacci, & haverebbe givocato il Rochetto,
che non vi erano brevi autentici in questa materia, & quanto
all'ordinatione, diceva che giovinetto negli studij, poi ne gli Ufficij
Vicelegato, Auditor di camera, & Vicario del Papa, era versato & ben
intendente di quelle materie, & sapeva molto bene che quella legge non
poteva stare, come ne anco la vecchia del 1536.
che il Dominio delli beni è de' privati, & che per tanto conviene
lasciargli libera la dispositione, & che il restringerla è tirannia; che il
medesimo Senato l'haveva per poco honesta, poiche aveva commandato che non si
dasse la copia ad alcuno, che se altrove sono leggi di quella natura, saranno
state fatte con l'autorità de' Pontefici; che non toccava a Venetiani governar
lo stato Ecclesiastico, mà alli Papi, quali potevano fare che sorte di statuti
piaceva loro nel proprio stato, & che voleva esser obedito. Non avvertiva
il Pontefice portato dalla vehementia dell'affetto, che proponendo la difesa
della libertà Ecclesiastica, non difendeva quella, mà la licenza delli secolari
di dispor delli beni ad arbitrio senza freno delle leggi. Et che il chiamar
tirannia la legitima limitatione, era un notar li Pontefici principalmente
dell'istesso eccesso, mà non contento delle difficoltà promosse, aggionse anco
di nuovo, haver inteso, esser stato imprigionato il Conte Brandolino
Valdemarino Abbate di Nervesa, il quale voleva che fosse consegnato al suo Noncio
insieme col Canonico, & che aveva trovato un'altra ordinatione fatta nel
1603. di non potersi fabricar chiese, senza licenza del Senato, la qual biasmò
con molta acerbità, in fine, concludendo con queste parole, sino il Molineo
heretico, dice che sapit hœresim. Aggionse ancora, che era informato,
che la Republica riteneva 50000. scudi di
legati Ecclesiastici, alle quali tutte voleva fosse proveduto. Rispose
l'Ambasciatore che Dio non hà dato maggior autorità per governar il proprio
stato alli Papi, che a gl'altri Prencipi, quali per legge naturale, hanno tutta
quella potestà che è necessaria, & si come non tocca a Venetiani governar
lo stato Ecclesiastico, cosi ne alli Ecclesiastici governar il Veneto, che la
legge non è stata tenuta secreta, mà publicata per tutte le Città, &
registrata in tutte le Cancellarie di esse, di dove ogn'uno può trarne copia:
mostrò anco chiaramente quanto fosse falso che la Republica havesse cosa alcuna
di Legati Ecclesiastici, aggiungendo di più, che se la Santità sua vorrà
essaminar tutte le leggi della Republica, & dar orecchie alle calunnie, che
le saranno portate innanzi da malevoli, le controversie cresceranno in
infinito. La onde il Pontefice si fermò & disse, che quanto alli 50000. scudi, restava pagato della risposta,
& che non voleva accrescere le controversie, mà restringerle a 3. capi, L'ordinatione sopra fabricar
chiese: La legge di non alienar beni laici ad Ecclesiastici, & il giudicio
instituito nelle cause del Canonico & Abbate: nelle quali tre cose
diceva voler esser obedito, aggiungendo, che non si pensasse condur la cosa in
longo col negotio, perché voleva risoluta & presta provisione, altramente
haverebbe usato quel rimedio, che li fosse parso, che era posto in quella sede
per sostentar la jurisdittione Ecclesiastica, per la quale haveria per ventura
di spargere il sangue; che quanto alli suoi parenti voleva che restassero
huomini privati, & era disposto di non haver risguardo a qualsivoglia cosa,
mà voler passar inanzi, segua ciò che vuole. Replicò anco quello, che gia
haveva detto, che voleva un breve hortatorio alla republica per proceder più
inanzi se a questo non fosse ubidito.
L'Abbate di
Nervesa sudetto era imputato che essercitasse una tirannide severissima nelle
terre vicine della sua habitatione, volendo ricever la robba di ciascuno a che
prezzo li piaceva, & commettendo stupri, & violationi d'ogni sorte di
donne, perilche anco essercitasse stregarie & altre operationi magiche; che
professasse comporre sottilissimi veneni con quali havesse levato di vita un
fratello proprio; un Sacerdote dell'Ordine di S. Agostino & un sevitor suo:
questi due solo per esser consapevoli de' suoi misfatti; quello per essergli
emulo in casa: & che con l'istesso veneno havesse ridotto il Padre proprio
ad estremo pericolo della vita: che havesse commercio carnale continuato con
una sorella sua naturale, & avelenasse una serva per non esser da quella
scoperto: havesse fatto uccidere un adversario suo, & havesse poi levato di
vita il mandatario col veneno per uscir di pericolo di esser palesato, &
commesso altri homicidij & sceleratezze.
Nel principio
del seguente mese di Decembre, li Genovesi interponendosi i Cardinali di quella
natione più tosto secondo che ricercavano le ragioni loro private, che per li
rispetti publici della patria, rivocarono anco il decreto sopra l'Oratorio,
havendo il Pontefice promesso che in quello per l'avvenire non si sarebbe
trattato se non di cose spirituali: di questo il Pontefice diede conto al
Ambasciator Veneto, essortando il Senato a consegnar li prigioni al suo Noncio
& a revocare le due ordinationi, & proponendo l'essempio de Genovesi
diceva, Sequimini pœnitentes. A che rispose l'Ambasciatore non esser
l'istesso il caso della Republica di Venetia, poiché ella non haveva sette
Cardinali suoi Cittadini mediatori tra essa & la Santità sua; ne le cose
erano le istesse, poiché le ordinationi della Repub. erano necessarie per il
governo del Dominio, & da molti suoi precessori, che inanzi il Ponteficato
erano vissuti in Venetia Confessori, Inquisitori, o Noncij, erano state
benissimo osservate, ne però mai dopo assonti al Ponteficato, le havevano
riprese: Alle quali cose replicò il Pontefice, che se le leggi
dell'alienatione, & del fabricar chiese erano necessarie, egli le averebbe
concesso, facendo esso quello, che non è lecito di fare a Prencipi secolari:
che si ricorresse a lui, che si trovarebbe prontissimo a far ogni favore,
facendo quelle leggi, quando gli fosse fatto conoscer il bisogno, mà del
giudicare li Ecclesiastici, non voleva comportarlo, perche non si comprendono
tra li soggetti del Prencipe, dal quale non possono esser puniti, se ben
fossero ribelli: che li Pontefici passati non l'hanno intesa, mà esso vuole
tener conto della salute dell'anima sua, & vuole trattar le cose di Dio, come
si conviene, & vuole la sua riputatione: che haveva fatto sin all'hora
officio di Padre, verrebbe al presente ad altri rimedi: che haveva deliberato
di mandar un breve hortatorio sopra li 3.
capi sopradetti, & se non fosse ubidito in quello spatio, procederebbe più
oltre, perché hà potesta sopra tutti & può privare i Rè, & haverà le
legioni d'Angeli in favore. Fece l'Ambasciator consideratione al Pontefice,
come fosse necessario non proceder con tanta fretta, poiche non pareva
conveniente comprender la legge delle chiese, con l'altra dell'alienatione, ne
meno la causa dell'Abbate con quella del Canonico, poiche non sapeva ancora
qual fosse la mente della Republica in questi due punti, non havendo ricevuto
risposta alcuna di essi, essortando sua Santità à maturare il negotio. Rispose
il Pont. all'Ambasciatore che dovesse replicare per haver la risposta tanto più
presto.
Il Senato dopo
haver maturato bene il negotio, & bilanciato dall'un canto lo sdegno, &
il modo del Pontefice precipitoso, dall'altro la libertà publica, & la
necessità del suo governo, sotto il primo Decembre rispose al Noncio, &
scrisse anco a Roma all'Ambasciatore, che non poteva render li prigioni
legitimamẽte ritenuti, ne revocar le leggi giustamente statuite, per non
pregiudicar alla libertà naturale della Republica datale da Dio, &
conservata con l'aiuto della Maestà sua divina, & col sangue de suoi
antenati per tante centinaia d'anni, per non confonder tutto il suo governo
prosperato con tali leggi, & modi, sino al presente, & per non introdur
una confusione del dominio con pericolo, che terminasse in qualche seditione
travagliosa. Et questa risolutione fù presa dal Senato con tutti i voti
concordi, il che fù anche significato al Noncio, & scritto a Roma per
mostrare la concordia della Republica nel difender la sua libertà, & levare
la speranza che il Pontefice fondava sopra la divisione delli Senatori
promessagli dagli Giesuiti.
Il Pontefice
ricevuta questa risposta dal suo Noncio per lettere, & dal Ambasciatore a
bocca, non si rimosse pero dal suo proposito, mà restando in quello, che sino
da principio era risoluto di voler fare, & in che haveva fisso l'animo,
cioè di volere spedir un Breve, non si mosse punto per le cose che
l'Ambasciator dicesse, mostrando la ragione, & la necessità per che il
Senato fosse venuto a tal deliberatione, & la costanza con la quale
haverebbe perseverato, & li eccessivi inconvenienti che sarebbono nati,
quando sua Santità havesse pensato di proceder a modi violenti, mà ordinò che
fossero formati due Brevi, uno sopra le due Leggi, l'altro sopra li due
prigioni.
In questo
tempo andò aviso à Roma di un editto fatto dalla Republica di Lucca, la qual
ricevendo molta turbatione ne gli affari del suo governo per essecutoriali
mandati dall'auditor della Camera di Roma in quella Città, ordinò, che non se
li dasse essecutione, se non erano vedute dalli Magistrati; del che il Papa si
riscaldò sopra modo dicendo, che era contra la libertà Ecclesiastica, & che
voleva fosse rivocato l'Editto, se bene l'Agente di quella Signoria rispondeva
che la sua Repub. in questo haveva seguito l'essempio di molti Prencipi, &
lo seguirebbe anco nel rivocare, quando essi lo facessero. Mà nella causa con
la Republica di Venetia il 9. giorno di
Decembre, ordinario per audienza dell'Ambr Veneto, il Pont. trattò
con lui con molta humanità in maniera che mai non hebbe dalla Santità sua,
accoglienza così benigna, cosa, che lo fece entrar in pensiero, che mitigata la
vehementia, havesse deliberato di procedere con maturità, mà era tutto il
contrario, percioche il Papa risoluto di venir a fatti, raffrenò le parole,
come l'evento mostrò; poiche a 10.
Decembre spedì due brevi chiusi, & diretti Marino Grimani Duci &
Reipubl. Venetorum, quali l'istesso giorno inviò al suo Noncio acciò li
presentasse. Dubitò il Pontefice, che non si fosse risaputo qualche cosa delli
Brevi mandati a Venetia, & che per tanto potesse esser differito l'arrivo
del Corriero, onde spedì per via di Ferrara un duplicato di ambidue li brevi al
Noncio, mà nissun incontro avvenne ne nell'uno, ne all'altro Corriero, anzi il
Noncio hebbe tutte due l'espeditioni al suo tempo. Partiti li brevi da Roma il
Pontefice a XII. fece consistoro; dove
narrò che la Republica Venetiana haveva violata la libertà Ecclesiastica nello
statuir due legge, & ritener due persone Ecclesiastiche, dilatandosi
alquanto sopra ciascuno delli tre capi: non prese però il voto delli Cardinali,
ne permise loro, che parlassero, cosa che passò con qualche mormoratione de
medesimi Cardinali, a quali pareva secondo gli statuti antichi, dover esser non
solo partecipi: mà consultori ancora, & senza haver consideratione alcuna
al merito, riputavano per all'hora concordemente la risolutione frettolosa
& pericolosa: mà dopo considerando le ragioni del Pontefice, & quelle
della Republica sentivano diversamente del merito, come anco all'Ambr
Veneto, che dopo questo ne parlò con molti di loro rispondevano diversamente,
altri che il Pontefice doveva attendere alli bisogni più urgenti della chiesa,
tralasciate queste cose: il Cardinal Bellarmino chiaramente diceva, che il Papa
non parlava con lui di queste materie giurisdittionali perche le intendeva un
poco largamente, & che havrebbe essortato il Pont. ad attender alla
residenza delli Prelati nelle sue chiese: Baronio, che queste cose non si
trattavano con lui, perche ben sapevano come era solito di rispondere: il
Zappata diceva esser in Spagna leggi apunto simili a queste controversie:
Monopoli diceva, che le leggi si potevano accommodare, restando le stesse cose
in fatto, purche non si nominassero Ecclesiastici: altri approvavano le leggi,
mà non i giudicij: & altri i giudicij, mà non le leggi: certo è che, anco
inanzi l'espeditione delli Brevi, temendosi di qualche inconveniente, i
Cardinali Baronio & Perona, fecero a parte in audienza privata efficaci
ufficij col Pontefice, acciò desistesse da impresa cosi ardua & pericolosa,
almeno col metterla in negotio, si valesse del beneficio del tempo per venir al
suo fine, & nò mettesse tutto in pericolo con la celerità: mà nissuna cosa
potè rimover la Santità sua dalla essecutione preparata.
Il Senato in
questo mentre per divertir il principio, al quale pareva, che il Pont.
corresse, per levarli con manifestissima dimostrazione di riverenza,
l'opinione, che pareva havesse di non essere stimato, & interponendo tempo,
fare che per necessità havesse spatio di pensar meglio, & anco prestargli
giusto, & evidente pretesto, quando si fosse riconosciuto, di andar
trattenuto, giudicò mandarli un Ambr espresso per queste cause, & accioche
dalla qualità del soggetto, che se li mandava, conoscesse il Pontefice la molta
stima, che si faceva di quella Santa Sede, elesse Leonardo Donato Cavallier
& Procurator di S. Marco, Senator di grand'età, & senza fallo il più
eminente nella Republica, che fù poi assunto al prencipato, deliberò ancora di
scriver alli ministri suoi in tutte le Corti, acciò fosse date da loro parte
alli Prencipi delle ragioni publiche della durezza del Pontefice, & di
tutto quello che passava.
Mà il Noncio,
il quale ricevette li brevi un giorno doppo l'elettione dell'Ambr
soprasedette dalla presentatione, & diede conto per corriero espresso
dell'Elettione d'esso, qual'aviso ricevuto dal Pont. restò sopra modo sdegnato
col Noncio che non havesse esseguito il suo commandamento, & si fosse
arrogato di giudicare egli qual fosse meglio, & si spedi un Corriero
espresso con ordine di presentar li brevi immediate doppo la ricevuta; &
acciò questo non fosse penetrato dall'Ambre fece partir il corriero in carrozza senza
stivali, per entrar a cavallo nella seconda posta, come fece. Il Noncio
ricevuto il commandamento la notte di Natale, per ubidir pontualmente a sua
Santità, la mattina di quella festa presentò il breve alli consiglieri
congregati, per intervenire alla Messa solenne di Terza, senza il Doge Grimani,
che si ritrovava in stremo della sua vita, la quale anco terminò il giorno
seguente: perche li brevi non furono aperti, mà secondo gl'ordini della
Republica s'attese alla creazione del nuovo Doge. Il Papa havendo havuto
raguaglio dal suo Noncio della presentatione delli Brevi, & della morte del
Doge, gli riscrisse, che dovesse protestare alla Republica di non passar oltra
nella elettione perché sarebbe stata nulla, come fatta da scommunicati,
pensando per questa via metter qualche confusione o divisione nella Republica
con una tal novità, come altre volte avvenne in Roma nelle sedi vacanti, non
sapendo il governo della Republica; il qual per mutatione di Doge, o per
interregno non si varia punto, mà resta in tutto & per tutto fermo, &
stabile. Per esseguir questo, il Noncio con grande instanza dimando audientia
alla Signoria, la quale non lo ammesse, seguendo il costume, di non udire,
vacante il Ducato, ministri de' Prencipi per altra cosa, che per le
condoglienze.
Mentre che
s'attese all'elettione del novo Doge, il Noncio communicò con molte persone la
commissione che haveva di protestare, & anco un altro ordine di guardarsi
da ogni attione per quale potesse parere che egli approvasse per legitima
qualunque cosa fosse successa, da quali essendo avvertito dell'importantia
dell'impresa, & che era un tentativo non mai più udito nel mondo, un
confonder a fatto le cose spirituali, con le temporali, & offesa estrema,
& immedicabile non solo alla Republica, mà ancora a tutti li potentati,
& che nella città per questa causa non sarebbe nata alteratione alcuna;
anzi che questa ingiuria havrebbe eccitato tutti congiuntamente a sostener la
dignità publica, & forse havrebbe interrotto ogni commercio con la Corte
Romana: dando conto al Pontefice di non esser stato ammesso all'audienza dalli
consiglieri, scrisse insieme tutte queste considerationi. Non differirono molto
li Elettori a dar perfettione al suo carico, mà il X.
Gennaro, per secreti suffragij secondo il solito, essaltarono a quella dignità
Leonardo Donato, Senatore stimato senza alcuna controversia eminente sopra
tutti per l'integrità della vita, continuata sino dalla pueritia, per
esperienza nelli governi, & per isquisita cognitione di lettere, ornato
ancò di tutte le virtù heroiche, che sono rare in questo secolo. Tutti gli Ambri
andarono immediate a congratularsi secondo il costume col novo Prencipe. Il
Noncio solo s'astenne di comparergli inanzi, sin tanto, che havesse risposta
dal Pontefice, come intendesse quello, che gli haveva posto in considerazione
somministratoli da qualche Prelati savij. Mà con tutto, che il Noncio non
comparisse, non restò il Doge di scriver al Pontefice, come è solito, dando
parte dell'elettione sua.
S'era
publicata per Roma la deliberatione del Pont. di non riconoscer il novo Doge, &
andata a notitia dell'Ambre il quale non restò di far ufficij con
tutti quelli, che havevano intratura col Papa, mostrando li inconvenienti che
sarebbono nati al certo se si esseguiva tal deliberatione, & egli era ben
risoluto di quello doveva fare, se non fosse stata ricevuta la lettera. Mà il
Pontefice, o per questi ufficij, o per avvisi del Noncio messe in silentio
questa pretensione, & ricevette la lettera, & al Doge rispose
congratulandosi, & rivocò l'ordine dato già al Noncio di non comparire
inanzi al Doge.
In questo
tempo, che passò della presentatione delli brevi sino alla risposta, che il
Senato fece, come si dirà, nelle audienze il Pontefice perseverava in
sollecitare risolutione, dicendo, che non si restasse per mancamento di
Prencipe, che pareva bene potersi anco in quel tempo ridur il Senato, che non
si pensasse di metter in negotio, per portar il tutto alla longa; che egli era
inimico del tempo, che haveva scritto, sperando nell'osservanza della Rep. mà
che, se non havesse presta risposta, si risolverebbe ad altro; una volta disse,
spediremo da mattina: il che poi espose che non era detto affermativamente, mà
solo per non obligarsi a tempo alcuno & per conservarsi libero a far quello
che le fosse piaciuto, & che se dovesse farsi scorticare, voleva sostentar
la causa di Dio, & la sua riputatione. L'opinione della corte era, che la
Rep. dovesse cedere, & havevano concetto di lei, che fosse più tosto per
profondar l'oro, che turbare la pace; che nel Senato ancora fossero molti
scropolosi, & però che nell'angustia della deliberatione il timore potrebbe
più.
Mà in Venetia
il primo negotio trattato dal Senato dopo l'Elettione del Prencipe, fù la causa
col Pont. & prima fù eletto Amb. in luogo del Donato, fatto Prencipe,
Pietro Duodo Cavallier, per ispedir quella legatione quanto prima, &
pigliati in mano li brevi, quali si credevano esser uno sopra le leggi, l'altro
sopra li prigioni: aperti, si trovarono ambidue dello istesso tenore, & con
le istesse parole formati: in quelli diceva il Pont. in sostanza. Esser venuto
a sua notitia, che la Rep. per li anni adietro, nelli suoi consigli haveva
trattato & statuito molte cose contra la libertà Ecclesiastica, &
contra gli Canoni, Concilij, & Constitutioni Pontificie, mà tra le altre
che del 1603. in Pregadi, havendo
rispetto a certe leggi de' suoi maggiori, che non si possa fabricar chiese,
& luoghi pij senza licenza, quando più tosto doveva scancellare tutte le
vecchie ordinationi sopra ciò, haveva di novo statuito l'istesso, & esteso
lo statuto, che era per sola Venetia, a tutti i luoghi del Dominio, con pena
alli trasgressori, quasi che le chiese & persone Ecclesiastiche fossero in
alcun modo soggette alla temporale giurisditione, & che chi fabrica chiese,
fosse degno di castigo, come trovato a commettere qualche sceleratezza, &
ancora che nel m.se di Marzo prossimo passato, havendo risguardo ad un'altra
legge fatta del 1536. dove è prohibita
l'alienatione perpetua de' beni laici della Città, & Ducato di Venetia in
luoghi Ecclesiastici, senza licenza del Senato, sotto certe pene, la qual
legge, quantunque esso Senato fosse in obligo di cessare, con tutto ciò di novo
haveva statuito l'istesso, & esteso la legge, & pene sudette a tutti i
luoghi dello Stato, come se alli Signori temporali fosse lecito statuir alcuna
cosa, o essercitar giurisdittione, ò disponer senza li Ecclesiastici, &
massime senza il Pont. delli beni di Chiesa, massime quelli che sono lasciati
da' fedeli, per rimedio delli peccati, & scarico delle loro conscienze alle
chiese, persone Ecclesiastiche, & altri luoghi pij le quali cose per esser
in dannatione dell'anima, & scandalo di molti, & contrarie alla libertà
Ecclesiastica, sono nulle & invalide, si come egli ancora per tali le
dichiara, non essendo alcuno obligato ad osservarle; anzi essendo quelli che
hanno fatto questi, & simili statuti, & che se ne sono valuti, incorsi
nelle censure Ecclesiastiche, & in privatione delli feudi, che hanno dallo
chiese; & li loro stati & dominij sono ancora sottoposti ad altre pene:
Anzi che non restituendo il tutto in pristino, le pene sudette contro loro sono
aggravate, ne possono esser assoluti, se non revocate tali leggi, &
restituito ogni cosa seguita per virtù di quelle, nello stato di prima.
Per il che
egli posto nel supremo trono non potendo tali cose dissimulare ammonisce a
considerar il pericolo delle anime, dove perciò la Repub. si trova, & a
provvedere, altrimente non essendo ubidite le sue ammonitioni commanda sotto
pena di scommunica latæ sentetiœ, che le sudette leggi, & antiche
& moderne siano rivocate & cancellate, & cio sia publicato per
tutto il Dominio, & datone conto a lui, il che non facendo, egli sarà
sforzato, dopo che havrà ricevuto avviso dal suo Noncio della presentatione di
queste sue, venire all'essecutione delle pene senza altra citatione, a
qualunque altri rimedij non volendo che Dio li dimandi conto nel giorno del
giudicio d'haver mancato del suo debito, certificando che egli, quale non hà
altro fine, che il quieto governo della Repub. Christiana, non è per
dissimulare, quando l'auttorità della Sede Apostolica viene offesa, la libertà
Ecclesiastica calpestata, i Canoni negletti, le ragioni delle chiese, & li
privilegij delle persone ecclesiastiche violati; che è la somma di tutto il suo
carico, certificando che non si muove per rispetti mondani, ne cerca altro che
la gloria di essercitare il suo governo Apostolico perfettamente quanto più si
può, & si come non vuole intaccare l'autorità secolare, così non vuole
permettere, che sia offesa l'Ecclesiastica: & se la Repub. sarà obediente
alli commandamenti suoi, lo libererà di gran travaglio, che sente per causa di
lei, & ella potrà ritenere li feudi che possede delle chiese, anzi che per
nissun'altra via la Rep. potrà meglio difendersi dalli incomodi, che patisce
dalli infedeli, se non conservando le ragioni de gli Ecclesiastici che giorno
& notte vigilano, pregando Dio per essa Republica.
Il Senato
intese le difficoltà promosse dal Pont. deliberò conferire il tutto con li
Consultori suoi in jure, che erano Erasmo Gratiani da Udine, & Marc-Antonio
Pellegrini Padovano Cavallieri, & famosi Giureconsulti di questo secolo,
come le opere loro, che sono in luce, al mondo manifestano: & per haver
appresso a questi, un Consultore perito della Theologia & cognitione
Canonica, condusse al suo servitio F. Paulo di Venetia dell'ordine de Servi.
Con questi trè, & colli dottori principali dello stùdio di Padova, &
con altri della città di Venetia, & dal Dominio, conosciuti di buona
coscientia, & dottrina eminente, consigliò per rispondere al Pontefice quello,
che fosse conveniente: deliberò anco di consultare le istesse controversie
vertenti, con celebri Dottori d'Italia, & d'altri luoghi d'Europa per
risolvere secondo il parer loro le difficoltà, che di nuovo fossero occorse:
& in breve tempo hebbe consigli di eccellenti Giuriconsulti Italiani non
soggetti al Dominio Veneto, & in particolare da Giacomo Menocchio
Presidente di Milano, huomo della qualità, che le attioni sue honoratissime in
difender l'auttorità delli Magistrati, & le opere, che perpetuamente
viveranno chiaramente dimostrano. Mà in progresso hebbe anco in scrittura,
consigli di celebri dottori di Francia, & Spagna, quali procedendo per
diverse vie, tutti però mòstravano evidentemente che le controversie promosse
dal Pont. erano di cosa temporale, dove l'autorità Pontificia non si estende;
& però era stato lecito alla Rep. statuir secondo che li rispetti del suo
governo comportavano: furono anche mandati essemplari delle leggi di quasi
tutti li regni & dominij Christiani dove sono statuite, & osservate
leggi dell'istessa forma, le quali anco poi in diverse scritture uscite a
favore delle ragioni publiche sono state registrate o nominate: mà per quello
si poteva al presente, (intesi li pareri de' suoi dottori) rispose il Senato
sotto il dì 28. Gennaro in sostanza; Che con gran dolore, & maraviglia
haveva inteso dalle lettere di sua Santità, che le leggi della Repub. osservate
felicemente per tanti secoli, nò poste in dubio d'alcuno delli precessori di
sua Beatitudine, (quali rivocare, sarebbe rivoltare li fondamenti del governo)
si riprendessero come contrarie all'autorità della Sede Apostolica, &
quelli che le hanno costituite, huomini di eccellente pietà & benemeriti
della sede Apostol. che sono in cielo, fossero notati per violatori della libertà
Ecclesiastica, che secondo l'ammonitione della Santità sua hà essaminato, &
fatto essaminare le sue leggi, & vecchie & nuove, ne hà trovato in
quelle, cosa che non habbia potuto per l'autorità di supremo Prencipe statuire,
o che offenda l'autorità Pontificale essendo che al secolare appartiene,
avvertire che sorte di compagnie s'introducano nelle città, & che non siano
fatti edificij, che possano in qualunque tempo esser dannosi alla sicurtà
publica; massime che se bene il Dominio abonda di chiese, & luoghi pij al
pari d'ogn'altro, non di meno quando è stato conveniente non si è mancato di
dar licenza di fabbricare, aiutando anco le opere con publica liberalità &
munificenza: & che nella legge del non alienar beni laici in perpetuo ad
Ecclesiastici havendo disposto di cose mere temporali, non è fatto cosa alcuna
contra li Canoni. Et sicome i Pontefici hanno potuto prohibire alli
Ecclesiastici il non alienar à secolari li beni delle chiese senza licenza,
cosi il Prencipe può commetter l'istesso delli beni laici, che non siano
alienati ad Ecclesiastici senza licenza, non perdendo li Ecclesiastici per ciò
cosa alcuna di quello che lor viene lasciato o donato, poiche ne ricevono il
precio che equivale alle stabile; aggiungendo, che torna in danno non solo del temporale,
mà anco delli Ecclesiastici, l'indebolire le forze del dominio, quale per tale
alienatione perde li servitij necessarij; & pure e una antiguardia alla
Christianità contra gli infedeli, per il che non crede il Senato esser incorso
in censure, poiche li Prencipi secolari hanno per legge divina, a quale nissuna
humana può derogare, la potestà di far leggi sopra le cose temporali: ne meno
le monitioni di sua Santità hanno luogo, dove non si tratta di cosa spirituale,
mà di temporale, disgiunta in tutto dall'autorità Pontificia, ne meno crede il
Senato, che la Santità sua, piena di pietà & religione vorrà senza
cognitione della causa, persistere nelle sue comminationi, & che tanto
haveva scritto in brevità, rimettendosi a quello che l'Ambasciator straordinario
le havrebbe esplicato, insieme con altre cose più ampiamente.
In questo
mentre stava il Pontefice con desiderio eccessivo di haver la risposta alli
suoi Brevi, aspettandola conforme alli pensieri suoi, non potendosi mai
persuadere, che la Republica fosse per ever rispetto maggiore alla
conservatione della propria libertà, che timore delle sue minaccie, le quali
per ostentare quanto fossero tremende, non solo con l'essempio de' Genovesi, mà
ancora con un maggiore, havendo inteso che il Duca di Savoia haveva commandato
al Vescovo di Fossano, che partisse dal suo stato (il che fù fatto da quella
Altezza per importanti & dignissimi rispetti) il Pontefice adirato
gravissimamente, minacciò al Duca la scommunica se non ritrattava il precetto.
Giunsero à Roma
le lettere del Senato, & dall'Ambasciatore furono presentate al Pont. il
quale le aprì alla sua presenza, & prima si commosse molto per l'errore
commesso nella presentatione delli due brevi dell'istesso tenore in luogo di
due diversi, & attribuì il fallo al Noncio: & andando inanzi nella
lettione della lettera, si mostrava sempre più turbato; in fine, non
discendendo a maggior particolare disse, che li suoi brevi monitoriali non
hanno risposta, & che le risposte del Senato, sono frivole; che la cosa è
chiara, & che era risolutissimo di proceder inanzi: aggiunse ancora, che di
nuovo haveva trovato un'altra legge sopra li beni Ecclesiastici enfiteotici,
quale voleva fosse insieme con le altre revocata, & se ben solo all'hora la
proponeva, per non haverla prima saputa, la stimava non di meno più di tutte,
& che bisognava risolvere di obedirlo, perché la causa sua, è causa di Dio,
Et portæ Inferi non prævalebunt adversum eam: se poi li Monac. di Padova
ò d'altrove compravano più del dovere, si abbia riccorso a lui, che provvederà,
non potendo l'autorità secolare intromettersi in questo, il che facendo, li
Venetiani sono tiranni & differenti dalli loro maggiori, & parlò con
tanta commotione che l'Amb. non giudicò esser bene per all'hora passar molto inanzi,
onde toccate alcune poche parole circa questa ultima legge, si licentiò. Mà
quando fu per uscire della Camera dell'udienza, il Pontefice lo richiamò, &
levatosi da sedere, l'introdusse in una stanza più di dentro, & rimesso il
rigore cosi estremo usato fin'all'hora, raddolcito discorse assai quietamente
le sue pretensioni, & ascoltò le risposte dell'Ambsciat. mostrandosi
inchinato a qualche componimento: & intorno la legge nuovamente trovata,
concluse che non n'havrebbe parlato, purche havesse havuto qualche sodisfattione
in materia delle altre due comprese nel breve mandato, & quanto alli
Prigioni che rendendosi il Canonico al suo Noncio, concederebbe l'Abbate per
gratia, al giudicio del foro secolare, mà che si faccia presto, perche e nemico
del tempo, & non vuole, che si stia in speranza che il Papa muora, che se
in 15. giorni haverà sodisfattione, non
si sentirà nel suo Ponteficato altro travaglio, mà non havendola nel detto
termine, procederà inanzi. Ricercò anco l'Ambr che
scrivesse di cio, & spedisse corriero espresso, si come fece, & in
conformità di questo parlò anco il Noncio in Collegio à Venetia, essortando con
molte parole a dar sodisfattione al Pont. con rivocar le due leggi, &
render il Canonico, promettendo, che fatto questo s'havrebbe dal Pont. le
maggiori gratie, che mai fossero per il passato state fatte dalla sede
Apostolica ad alcun Prencipe, & fece mentione della legge dell'Enfiteusi,
narrando come il Pont. la stimava più contraria all'autorità sua, che le altre
due, non si diffuse però molto & lasciò anco questa parte senza
conclusione: il che udito diede molta maraviglia, & il Doge, per non
haverne sentito trattar inanzi, ricercò maggior esplicatione. Mà il Noncio
accostatosi a lui con voce sommessa li disse, che non occorreva passar più oltre
in questo, per che egli dava parola a sua Serenità, che non se ne sarebbe
parlato. Mà al Doge non parve che questa promessa dovesse star secreta, &
però ad'alta voce replicò la cosa dettagli dal Noncio, & la parola datagli.
Questa remissione di rigore usata dal Papa in Roma, & dal ministro in
Venetia, fece creder, che all'arrivo dell'Ambre straordinario
facilmente ogni cosa si potesse comporre, il che era sommamente grato al
Senato, che il Pont. restasse persuaso delle sue ragioni; & per tanto al
Noncio il quale con dura maniera sollecitava la resolutione, rispose che
sarebbe andato il Duodo, quale havrebbe rapresentato a sua Santità quanto
occorreva. Mà il Pont. a pena l'asciò passar li 15.
giorni, che ritornato alli rigori del mese di Febraro, quando l'Ambr
Nani li diede conto, che il Duodo era stato spedito, si dolse, che differisse
tanto, dicendo di non poter in modo alcuno patire dilatione; & che non
vuol'esser tenuto ad aspettarlo: & pochi giorni dopo dando conto l'Ambr
della rotta ricevuta dal Cigala alli confini di Persia, non fece alcuna
reflessione sopra quella narratione, mà stando sopra il Duodo disse che non
venga per dir ragioni, perche voi havete detto a bastanza. Restava il Pont.
reflesso nella sua deliberatione, & per tanto ordinò al Noncio suo che
presentasse l'altro breve, dato pure sotto il x. Decembre & diretto, Marino
Grimano Duci & Reip. Venetorum, &c. in materia del Canonico &
Abbate carcerati, il che egli essegui il XXV.
di Febraro due giorni dopo che l'Ambr Duodo era partito per Roma,
essendo state spedite le sue commissioni sotto il XVIII.
Il Prencipe fece honesto risentimento che si presentasse un breve due
giorni dopo partito un Ambre per
la stessa causa, & tantopiù quanto non era diretto a lui, mà fatto già per
presentare al precessore. Il Papa nel breve sudetto dopo haver narrato d'haver
inteso per lettere del Noncio, & parole dell'Ambre, che erano
ritenuti tutta via il Canonico & l'Abbate già presi dalli Magistrati della
Republica, riputando di poterlo fare in virtù de' privilegi concessi dalla sede
Apostolica, & d'una consuetudine di giudicare gli Ecclesiastici, quali cose
se fossero conformi alle sacre constituzioni le còporterebbe; mà essendo
contrarie alli Canoni & libertà Ecclesiastica, che hà origine
dall'ordinatione divina, è sforzato per l'ufficio suo avvertire, che la
consuetudine non giova per esser contraria alle instituzioni Canoniche:
perilche non resta, se nò questo solo, che se la Rep. hà alcun privilegio,
concessoli da precessori suoi, lo mandi ingenuamente, & con fiducia por
esser essaminato da lui, & dalla Chiesa Romana per ricever quelle
ammonitioni che convengono, acciò non creda che le sia lecitò più di quello
veramente è, imperoche egli ritrova, che la Rep. hà eccesso la giurisdittione
concessale & estesala a persone, casi & luoghi non compresi, di che
anco è stata ripresa da suoi precessori, & hà perduto li privilegi
concessile, se non hà servato le conditioni poste in quelli. Perilche commanda
sotto pena di scommunica latœ sententiœ, che quanto prima sia rimesso il
Canonico & l'Abbate in mano del Noncio, quale secondo il merito delli
delitti loro li castigherà, acciò che alcun non pensi, che li suoi ministri
vogliano abusar' de l'immunità Eccla anzi più tosto sia noto a
ciascuno che egli vuole, gli Ecclesiastici esser essempio di bontà a tutti gli
altri, & se si fosse dalli officiali secolari proceduto contra il Canonico
& Abbate a qualche atto o sententie condannatorie, o essecutorie; egli le
annulla & per nulle le dichiara, minacciando, che se non sarà ubidito,
overo si differirà a farlo, procederà più inanzi come la giustitia ricerca, non
tralasciando alcuna cosa di quelle che appartengono al suo officio per
conservatione della giurisdittione Ecclesiastica. Il Senato inteso il tenore del
breve, quantunque già havesse posto in consulta de' Dottori non solo le leggi
nominate dal Pont. nell'altro suo breve, mà ancora la materia di giudicar
Ecclesiastici, che il Pont. promosse prima come è stato detto, & dalli
consultori fosse stato risoluto, che il costume usato da immemorabil tempo nel
Dominio era legitimo & ben fondato, con tutto ciò per non lasciar diligenza
alcuna, che potesse chiarir meglio le difficoltà, congregò di nuovo li istessi,
cosi abitanti in Venetia, come altrove nello stato, & volse intender il
parer loro sopra il contenuto del breve, & qual risposta fosse conveniente
dare, qual parer ricevuto, & essaminato tutto quello che occorreva, rispose
al Pont. sotto li XI. Marzo, haver letto
il breve di sua Santità con riverenza, mà non senza dispiacere, vedendo crescer
ogni giorno materie di discordia, & che la Santità sua vuole distruggere
gli instituti della Rep. conservati illesi sino al presente: non volendo dir
altro il rimetter al suo Noncio il Canonico & l'Abbate, se non spogliarsi
della potestà di castigare le sceleratezze, quale la Rep. hà essercitato dal
nascimento suo con approbatione de' sommi Pontefici che questa potestà Dio l'hà
data alli primi, che instituirono la Republica & per loro è derivata nelli
presenti, & è stata continuamente essercitata con moderatione, non
eccedendo mai li termini legitimi, che li Pontefici passati l'hanno approvata,
& se alcuno d'essi havesse attentato qualche cosa à pregiudicio della
potestà data alla Repub. da Dio, ciò non le nuoce, non havendo mai essa per
tali rispetti lasciato di essercitare la sua autorità, & che il Senato
tiene per fermo, attesa la purità della sua coscienza, che alle comminationi
della Santità sua non resta luogo alcuno, anzi confida, che pigliarà in bene
quello che dalla Rep. già & ultimamente è stato fatto in honor di Dio, per
quiete publica & castigo de' delinquenti.
Subito che il
Pont. hebbe spedito la commissione al Noncio di presentar il breve, havendo
udito che per Roma passava certa fama, che egli si fosse rimosso, o almeno
rallentato dalle sue pretensioni, si travagliò gravissimamente, & per
ovviarli & riacquistare la riputatione che li pareva haver perduta, risolse
di parlar di nuovo in Consistoro per mostrar di persistere nelle istesse
deliberationi, perilche li XX. Febraro
congregati li Cardinali, recapitolate le cose dette l'altra volta, aggiunse
ancò la pretensione della legge, che chiamava delle Emfiteosi, non permise però
che alcuno delli Cardinali dicesse cosa alcuna, mà passò alle cose
Consistoriali. Dopo nell'audienza dell'Ambasciatore si dolse, che si andasse
per la lunga, & che tardasse tanto l'estraordinario, minacciando che egli
l'abbreviarà. Non restò l'Ambr di dirli, che non differiva la Repub.
li negotij, più tosto pareva che la Santità sua li prevenisse, imperoche ella
nel Concistoro delli XII. Decembre, s'era
doluta della Rep. sopra la legge del non edificar chiese, prima che havesse
inteso ne per scrittura, ne in voce, qual fosse la mente del Senato in questo
particolare, & anco in quest'ultimo Consistoro haveva pur fatto querele
sopra la legge che si chiama dell'Emfiteosi, della quale non haveva scritto pur
parola, ne ordinato a lui che ne scrivesse, ne fattone parlar al Noncio. Tentò
anco l'Ambr il mezo del Cardinal Borghese, per fermar il corso del
Pont. troppo incitato, mà rispose il Cardinale scusando il Papa con dire, che
non può ritirarsi, havendo dato conto due volte in Consistoro & anco alli
Prencipi.
Giunse dopo
queste cose in Roma la risposta del Senato con commissione all'Ambre di
presentarla immediate inanzi l'arrivo del Duodo, acciò che, se le controversie
si fossero composte, come si sperava, quel breve non restasse vivo senza
risposta, perilche subito fù presentata dall'Ambasciatore, mà il Pont. non la
lesse alla presenza sua, come l'altra, solo disse, Li Venetiani fanno come
quelli che danno, & si lamentano; che ascolterà il Duodo, mà non vuol
negotiatione, se non porterà sodisfattione, passerà inanzi: usava le solite
querele, che si voleva portar il negotio in lungo, & goder il beneficio del
tempo, del quale egli era nemico, ne poteva patir dilatione, si doleva anco che
l'Ambr straordinario differisse tanto, & questo non perche
pensasse con la sua presenza di trovar qualche componimento, essendo già
risoluto, & havendo fermato l'animo a voler proseguire con le ingiurie
contra la Republica; mà perche avendo detto a molti ministri de Prencipi già,
che havrebbe udito l'Ambre, non li pareva poter passar inanzi prima
che l'havesse sentito, & questo l'affligeva sopra modo, vedendo passare quei
pochi giorni senza che egli potesse venir all'essecutione. Non restò però in
questo tempo di scriver di nuovo alli Noncij suoi appresso tutti li Prencipi,
dando lor'ordine di querelarsi contro la Republica, il che saputo a Venetia,
fece deliberare il Senato di scriver a tutte le corti, & mandar
informatione a tutti li Ambri, acciò se fosse occorso esponessero la
giustitia della causa della Republica & le vessazioni indebite del
Pontefice.
In fine di
Marzo arrivò il Duodo Ambasciator espresso, al quale il Pont. non permise che
passasse la prima audienza con ufficij & complimenti secondo che è costume,
mà lo tirò immediate nel trattato, udendolo anco benignamente, mà non volendo
egli rispondere a cosa alcuna particolare, se ben l'Ambasciatore metteva in consideratione
le ragioni proprie per ciascuna delle controversie, solo restando nel generale
diceva, che l'essentione de gli Ecclesiastici è de jure divino, &
però che non voleva più il partito proposto di contentarsi d'un solo prigione:
che non vuol toccar le cose temporali & che le tre Leggi sono usurpationi,
che egli non si moveva per passioni, che la causa è causa di Dio, che l'Ambr
Nani ordinario gl'haveva detto più volte le cose stesse, che non valevano
niente, che egli l'ascoltava per farli piacere: mà non per mutarsi della sua
deliberatione, che voleva esser ubidito, & altre tali cose. Il Duodo per
fermar un poco tanto corso, & dar tempo di pensarvi, offerì di scriver a
Venetia quella sua risolutione, si contentò il Pont. facendo conto quando il
corriero poteva tornar con la risposta, minacciando di non aspettar un momento
di più. Le quali cose intese a Venetia fù risoluto di communicar il tutto alli
Ambri Cesareo, di Francia & di Spagna. Questo rispose, che il
suo Re vuole la Pace: & che in cose tali non darebbe fomento al Papa. Il
Conte di Cantacroi approvò tutte le ragioni dettegli con l'essempio della
Francia Contea suo paese, dove l'istesse cose sono accostumate. Monseigr
di Fresnes Ambasciator Francese rispose, che non sà intendere queste leggi Pontificie,
per quali negano alli Prencipi il dominio del suo stato, & che con ogni
ragione la Republica anteponeva la sua libertà ad ogni altro rispetto, perche,
Salus populi suprema lex esto.
Visitò il
Duodo secondo il costume, li Cardinali, & con tutti hebbe ragionamento
delle cose controverse, quali se ben parlavano diversamente, si vedeva però,
che non havevano havuto altra parte del negotio, salvo che nelli consistorij
delli XII. Decembre & XX. Febraro: non restò il Duodo nelle altre
audientie, che hebbe dal Pont. che non tentasse ancora di mitigarlo, sperando
che si potesse ridurre le controversie a negotio, se si trovasse qualche modo
di fermare il precipitio con che correvano, mà il Papa si mostrò risoluto,
dicendo che hà usato patientia grandissima, che quei Signori duriores
efficiuntur, che ogni giorno egli veniva a peggior conditione, poiche
intendeva dirsi apertamente in Venetia, di non volerli dar alcuna
sodisfattione, mà che egli non poteva abbandonar la sua riputatione, che nel
Senato non vi era persona alcuna, che sapesse, & haveva consultato con li
suoi dottori, egli haveva fatto scriver ad' uomini, che terrebbono quelli a
scuola, & concluse che procederà con le armi spirituali, del rimanente
havrà quei signori per figli: il Duodo udendo la risoluttione fermata, &
conoscendo che il replicar più oltre era senza frutto, si licentiò
dell'audienza con poche & gravi parole.
Il giorno
seguente li Cardinali di Verona & di Vicenza trovarono occasione
d'insinuarsi col Pont. a ragionar di questa materia & fecero destro, &
efficace officio, essortando a metter qualche dilatione, al che rispose il
Pont. che haveva differito pur troppo, che il partito proposto al Nani non era
stato stimato degno di risposta: che haveva ascoltato il Duodo, con tutto che
parlasse vivamente, che haveva 25. ò 30. lettere da Venetia dove li era scritto, che
non sperasse alcuna sodisfattione, con tutto questo voleva dar anco termine 24. giorni, che era molto, acciò havessero
spacio alla resipiscentia: Considerarono li Cardinali con gravissime parole il
danno che sarebbe seguito quando le armi spirituali fossero state sprezzate, a
che il Papa rispose, che all'hora adopererebbe le temporali. Et cosi senza
communicar il pensier suo con molte persone fece formar & stampar un monitorio
contro la Re. qual poi riesaminando & non piacendoli, il mutò, &
finalmente ne formò, & fece stampare un altro sotto li 17. Aprile per farne la publicatione quel
giorno in consistoro: con tutto ciò venuta questa mattina era nell'animo molto
fluttuante, & ambiguo di quello che dovesse fare, & approssimatasi
l'hora, essendo già congregati li Cardinali, pensò, & quasi che risolse di
tralasciare, o differire ad' altro tempo, mà il Cardinal Arrigoni, quale
secondo il costume delli Cardinali, partecipi del governo del Pontificato, non
era andato a basso con li altri alla sala, mà restato insieme col nepote di
sopra alla Camera del Pont. per levarlo & accompagnarlo a basso, lo
confortò à non desistere, perilche ripigliato il consiglio di prima discese a
Concistoro, dove fece narratione delle cause che pretendeva contro la Re.
dilatandosi particolarmente sopra la Legge da lui chiamata delle emfiteosi, con
tutto, che non havesse di ciò scritto a Venetia, ne trattatone con li Ambri,
salvo che dicendoli d'haverla trovata. Aggiunse d'havere studiato primà egli
stesso, poi ancora haver consultato con celebri Canonisti, da quali era stato
concluso che le ordinationi della Republica sono contro l'autorità della Sede
Apostolica & la immunità & libertà Ecclesiastica, allegando che erano
contrarie al Concilio di Simmaco & al Lugdunense di Gregorio, & alli
decreti delli Concilij, o Congregationi Constantiense & Basiliense, che
cosi fù dichiarato contro Henrico II. contro li Rè di Castiglia & altri Rè,
Carlo II. & Carlo IV. che sapeva esservi Dottori Canonisti che difendono lo
statuto di non poter alienar beni laici in Ecclesiastici, mà sono pochi, &
parlano contra la commune, & in caso che restasse dubio alcuno, egli
all'hora dichiarava, che tutte erano contro la libertà Ecclesiastica: fece anco
legger una Constitutione d'Innocenzo III. sopra certo editto dell'Imp. Henrico
Costantinopolitano, & passando a parlare delli giudicij criminali contra li
Ecclesiastici, disse che li Venetiani pretendevano privilegi, li quali però
estendevano à luoghi & capi non compresi, etiandio contro le persone delli
Vescovi. Essaggerò anco la patientia usata da lui in haverli aspettati a
penitenza per tanto tempo, perilche poteva (senza più differire, ne dar altro
termine) venir all'interdetto: mà mitiùs agendo, haveva deliberato dar
ancora 24. giorni di termine, voleva il
voto delli Cardinali per fare ogni cosa canonicamente furono detti li voti, ne
quali è di singolare, che Pinelli lodò l'haver assegnato 24. giorni di termine, perche così anco fù
fatto con Henrico III. Rè di Francia. Ascoli fece segno col capo di consentire
senza dir parola, che s'intendesse (come anco haveva fatto sotto Clemente
quando si publicò il monitorio contro il Duca Cesare da Este.) Il Cardinal di
Verona, lodato il zelo di sua Santità, la quale era proceduta in questo negotio
(disse) lenta festinatione, soggiunse che in Senato cosi numeroso come
quello di Venetia, non si potevano spedir le cose con tanta prestezza, che non
era da moversi in fretta contra una Republica benemerita, che l'havrebbe potuto
differire al quanto, con speranza di poterla riacquistare, & in questo
mentre fare studiare quello, che li Venetiani allegano, & concluse con
queste parole, Sed differ, habent parvœ commoda magna morœ. Parlò il
Pontefice all'hora dicendo, non haver fatto cosa alcuna di suo giudicio
proprio, mà haver udito huomini dotti, & proceduto con loro consiglio;
All'hora replicò il Cardin. che essendo così non poteva contradire a quello che
era piacciuto alla Santità sua. Sauli disse che li Venetiani erano stati pur
troppo aspettati & uditi, mà che con loro conveniva proceder aspramente,
che cederebbono: però lodava il proceder con animo forte, rimettendo il
rimanente à Dio, la cui causa si tratta. Santa Cecilia disse dolersi della
conditione de tempi presenti che sforzava la Santità sua a venir a tali rimedi,
mà rallegrarsi insieme che in questo la Santità sua non havesse nissun rispetto
humano, mà riferisse il tutto all'honor di Dio & alla dignità & libertà
della Chiesa. Bandino lodò Dio, che havesse dato alla Santità sua nel principio
del Ponteficato occasione di acquistarsi fama immortale, & restituire la
libertà & giurisdittione Ecclesiastica. Il voto di Baronio fondato sopra il
suo thema, che il ministerio di Pietro hà due parti, l'una pascere, l'altra
uccidere, & andato attorno cosi publico, che non è necessario fare
mentione: Giustiniano disse che si conformava col parere di sua Santità,
essendo in causa notoria notorietate facti, et notorietate iuris, che
non vedeva quale scusa li Venetiani potesso addurre, che l'aspettarli più
sarebbe nodrirli nel peccato, & partecipare con loro, perilche lodava la
deliberatione di sua santità: Zappata disse che il termine di 24. giorni era troppo lungo, & che li
Ecclesiastici sotto li Venetiani erano di peggior conditione, che non furono
sotto Faraone li Hebrei. Conti ringratiò Dio che a questi tempi havesse dato un
Pontefice, che gagliardo di età & santità con la forza delle sue virtù,
& zelo potesse, & volesse restituir la libertà Ecclesiastica, &
l'autorità della Sede Apostolica.
Li altri tutti
con brevi parole assentirono, ò replicate le ragioni dette dal Pont.
confirmarono, overo si diffusero in ragioni & allegationi de' Canonisti per
aggiungere alle ragioni dette dal Papa, & da gli altri. Il che fatto si
passò alle propositioni consistoriali secondo il consueto. Il numero de'
Cardinali, che si ritrovarono in Consistoro fù 41.
non essendo quella mattina andati Como, Aldobrandino, Santiquattro, ne Cesis.
Non
si poteva aspettar altro dalli Cardinali, salvo che consentissero alla
deliberatione del Pont. alcuni per propria inclinatione all'istessa opinione,
come appassionati alla libertà Ecclesiastica, altri perche li interessi proprij
per le pretensioni al Ponteficato, li sforzavano a dimostrarsi tali, altri non
ardivano di contradire al Papa in cosa alcuna per non privarsi della speranza
di ottener qualche emolumento per se, & per li suoi, con che alcuno di essi
si è scusato, dicendo, che se havesse detto cosa alcuna contra il pensiero del
Papa, havrebbe fatto danno a se, senza alcun beneficio della Republica. Et non
è cosa posta in dubio dalla corte, che li voti delli Cardinali sono ricevuti in
consistoro per sola apparenza; imperoche mai non sono informati del negotio,
che si tratta, si come del presente non hanno havuto altra informatione, se non
per le poche parole che il Papa disse due volte in Consistoro, come s'è detto,
& alle volte viene loro anco proposto materia della quale per l'inanzi non
hanno mai sentito parlare; vanno con tutto ciò li Pontefici sicuri a proporre
in Consistoro tutto quello che vogliono, fondati sopra il consueto, che è di
assentire ad ogni cosa: il che anco la corte dice apertamente usando la figura
delle Annominationi, & mutando la voce Latina, assentiri in assentari.
Finito
il Consistoro fù il monitorio affisso nelli luoghi soliti di Roma, &
immediate seminato per tutta quella città: imperoche erano già stampate
innumerabili copie, parte in Latino, parte in Italiano, de quali ne furono
mandate per tutte le città d'Italia, & dello stato di Venetia; seminate,
innumerabili mandate alli Giesuiti, & altri religiosi che tenevano le Parti
del Pont. & loro confederati, accompagnate con lettere seditiose, &
continuato d'inviarne per qualche settimana in forma di lettere chiuse, mà in
solo foglio bianco con la sola soprascritta ad ogni persona, della quale
sapessero il nome. E ben da maravigliarsi, perche nel transonto volgare
stampato pur nella stamparia Vaticana vi siano aggiunte alcune parole dove si
tratta della prigionia dell'Abbate & del Canonico; cioe, & hanno
commessa la cognitione delle cose loro al magistrato secolare di detta Signoria
detto l'Avvogador: le quali non sono nel Latino, & la maraviglia nasce, si
perche non & punto vera tale commissione, come anco perche non si può penetrare
a che questa falsità serva loro.
Il
monitorio era indrizzato alli Patriarchi, Archivescovi, Vescovi, Vicarij, &
a tutti li Ecclesiastici secolari & regolari, che hanno dignità Ecclesiast.
nel Dominio della Rep. Veneta, in quello espone il Pont. che alli mesi passati
li è pervenuta a notitia, che il Doge & Senato Veneto ne gli anni passati
hanno fatto molti decreti contra l'autorità della Sede Apostolica &
immunità Ecclesiastica repugnanti alli Concilij generali, alli Canoni &
constitutioni de' Pont. Romani, & specialmente nomina la parte del 1602. che leva la pretensione à
gl'Ecclesiastici di appropriarsi beni possessi per virtù di diretto che
habbiano in loro, restando li però il suo diretto salvo; in 2. luogo quella del 1603. dove si estende a tutto lo stato la prohibitione di
fabricar chiese, & luoghi pij senza licenza; in 3. luogo, nomina la parte 1605.
dove parimente si estende a tutto il Dominio la prohibitione di poter alienar
in perpetuo beni stabili secolari in Eccl. in 4.
luogo nomina la retentione del Canonico Vicentino & dell'Abbate di Nervesa,
soggiungendo; che alcune delle sudette cose levano le ragioni che la Chiesa
possiede per contratti fatti, & sono in pregiudicio della sua auttorità,
& delli dritti delle Chiese, & privilegi delle persone Ecclesiastiche,
levando la libertà Ecclesiastica, & tutte in danno delle anime del Doge,
& del Senato, & scandalo di molti, & che quelli, quali hanno fatto
tali cose, sono incorsi nelle censure & nella privatione delli feudi, da quali
pene non possono esser assoluti, se non dal Pont. Rom.i rivocate pa
le leggi & statuti, & restituito ogni cosa nello stato primiero, &
essendo che il Doge, & Senato doppo molte paterne monitioni sue, non hà
ancora rivocate le leggi, ne reso li prigioni, Egli, che a nessun modo deve
sopportare, che la libertà & immunità Ecclesiastica & l'auttorità della
Sede Apostolica sia violata, ad essempio de' dieci Pontefici nominati, &
d'altri ancora, & di consiglio & consenso delli Cardinali, (havuto con
loro deliberatione matura) ancora che li soprascritti decreti siano irriti
& nulli da se, nientedimeno li dichiara per tali: & di più scommunica
& dichiara & denoncia per tali, (come se fossero nominati specialmente)
il Doge & Senato, quali si troveranno all'hora, & nelli tempi seguenti,
insieme con li fautori, consultori, & aderenti loro, se in termini di 24. giorni dal dì della publicatione, quali
assegna per 3. termini di 8. giorni l'uno, il Doge & Senato non
haveranno rivocato, cassato & annullato li decreti sudetti & tutte le
cose seguite da quelli, levata ogni eccettione & scusa, & notificata
per tutto la cassatione, & restituito in pristino le cose fatte in virtù di
quelli, il promesso di non far' più tali cose & dato ad esso Pont. conto
del tutto, & consegnato con effetto al Noncio suo il Canonico &
l'Abbate, dalla qual' scommunica non possino esser assoluti, se non dal
Pontefice Romano, salvo che in articolo di morte, nel qual se per caso alcuno
sarà assoluto, risanandosi, ricaschi nell'istessa scommunica, se non ubidira al
suo commandamento per quanto potrà, & se morirà non sia sepelito in luogo
sacro sin che non sarà da gl'altri ubidito alli commandamenti suoi. Et se doppo
li 24. giorni il Doge & Senato
staranno per tre altri di ostinati, sottopone all'Interdetto tutto il Dominio,
si che non si possa celebrare le Messe, & divini Officij, salvo che nelli
modi, luoghi & casi concessi dalla legge commune, & priva il Doge &
Senato di tutti li beni, che possedono dalla chiesa Romana, o dalle altre
chiese & di tutti li privilegi & indulti ottenuti da quelle, & in
specie delli privilegi di proceder contra li chierici in certi casi, riservando
a se & a' suoi successori, di aggravare & riaggravare le censure &
pene contra loro, & contra li suoi aderenti, fautori, consultori, &c.
& proceder ad altre pene & ad altri rimedij se perseverano nella
contumacia: non ostante &c. commandando alli Patriarchi, Arcivescovi &
Vescovi, & alli altri minori Ecclesiastici sotto pena &c.
respettivamente, che doppo ricevute queste sue lettere, overo havutone notitia,
le facciano publicar nelle chiese, quando concorre più popolo, & attaccarle
alle porte &c. Decretando che sia data fede alli transonti anco stampati,
sottoscritti da un Notaro, & sigillati con sigillo di dignità
Ecclesiastica, & che la publicatione fatta in Roma oblighi come
un'intimatione personale.
La publicazione d'un monitorio
così severo repentinamente fulminato contra una Rep. di tanta grandezza,
commosse li ministri delli Prencipi che residevano appresso il Pont. Il
Marchese di Castiglione Ambr Cesareo, ò mosso perche li paresse che
li rispetti del suo Prencipe comportassero così, overo per haver' egli gli
Stati suoi in confine del dominio Veneto, fece instanza grande col Pont. per
una prorogatione, cosa che poco mosse la Santità sua, ò perche stimasse
l'officio senza vigore, venendo dal ministro, & non dal Prencipe, ò perche
stimasse poco anco Cesare stesso; o perche lo riputasse alieno dalli suoi interessi,
per desiderio di esser aiutato nella guerra contra Turchi, per le quali cose
anco nel dar parte alli Ambasciatori di questo negotio, al Cesareo diede conto
assai leggiero. Mà il Marchese vedendo poco stimati gl'officij suoi proprij,
spedì per haverne ordine dall'Imp. che però non li successe per l'oppositione
fattali dal Prainer, mal affetto al nome Veneto.
Fece l'istesso
ufficio (pur come da se, Monsieur d'Alincourt Ambr del Rè
Christianissimo) alle dimande del quale il Papa non condiscese, anzi rispose,
che egli devrebbe essortar' la Rep. ad'ubidire, mà l'Ambasciator diede avviso
al suo Rè per il corrier suo ordinario così delle attioni successe, come
dell'ufficio fatto da lui, & della risposta del Papa. Più efficacemente
trattò col Pont. il Conte di Verüa Ambasciator del Duca di Savoia per nome del
suo Prencipe, essortando il Pont. ad interpor' dilatione, & trovar' modo di
compor' le differenze; al quale il Papa rispose, che altro non mancarebbe per
far li Venetiani più ostinati, & che il Duca dovrebbe voltarsi a loro per
farli ubidire, non s'astenne l'Ambasciator di replicare, che la parola,
ubidire, era troppo pregnante per usar con un Prencipe, mà che il differire
sarebbe ben sempre giudicato da tutti ragionevole. Il Gran Duca di Toscana,
scrisse anco al Vescovo di Soana, pregandolo far' questo officio a nome suo col
Papa.
Furono
visitati li Ambasciatori della Rep. doppo la publicatione del monitorio dalli
Ambasciatori dell'Impre, di Francia, & di Toscana, quali li
communicarono le cose operate col Papa, & la durezza trovata in lui.
Alcuni
tenevano, che il Pont. secondo il costume de gli inesperti, subito promulgato
il monitorio, essalato l'ardore dell'animo, si rivoltasse a considerare li
inconvenienti, che la ragion' mostrava dover succeder', & per tanto fosse
mal contento & desiderasse occasione di prorogare il termine se fosse stato
richiesto dalla Rep. Altri, anco dicevano, che per la sola interpositione di
questi Prencipi & Ambasciatori l'havrebbe fatto, quando havesse creduto,
che la Rep. l'havesse accettato, poiche sarebbe stato gran vantaggio alli fini
suoi, quando per quella strada havesse aperta via à far ricever' i suoi
commandamenti, mà comunque la cosa si fosse, il Pont. restò fermo à vedere
l'esito del suo monitorio; la publicatione del quale risaputasi a Venetia in
Senato, prima fù deliberato di ricorrere alli ajuti divini, & mandato a
tutte le Chiese, monasterij così di huomini, come di donne, & altri luoghi
pij, che facessero oratione conforme all'uso antico, & fù distribuita buona
somma di danari per elemosina a luoghi pij, poi voltatisi alle cose del
governo, si consultò, se conveniva lasciar' li Ambasciatori in Roma, o pur'
richiamarli, consigliavano alcuni che fossero richiamati, poiche non poteva la
Rep. ricevuta una tanta ingiuria, ritener' quivi con dignità, Ambasciatore,
altri consideravano, che il levarli, era interromper' affatto ogni commercio,
furono approvate per buone le ragioni, & trovato temperamento di seguirle
ambedue, & fù risoluto di richiamar l'Ambr straordinario solamento,
mostrando così il debito risentimento, & lasciar' l'ordinario per
soprabondare in ufficio di pietà & riverenza verso la Sede Apostolica,
& non venir' a risolutione di alienatione, se non necessitati da estrema
violentia. Fù anco deliberato di communicar' il tutto all'Ambr
Inglese, al quale sino all'hora non fù data parte di cosa alcuna per li
rispetti, che non consigliavano trattare cose controverse col Papa, & in
conformità si scrisse a Gregorio Giustiniano Ambr della Republica
appresso quel Rè che non dasse conto alla Maestà sua. Henrico Wotton
Ambasciator Inglese in Venetia si dolse gratiosamente, che fosse communicato
tanto inanzi ad altri Ambasciatori che a lui, mà quanto alle pretensioni del
Pontefice disse, che non sapeva intendere questa Theologia Romana, che è
contraria alla giustitia e all'honestà.
Hora per
provedere a gli inconvenienti che potesse causare il monitorio del Pont. fù
dato ordine di commandare a tutti i Prelati Ecclesiastici di non far', ne
lasciar' publicar', ne affiger' in luogo alcuno, bolla, o breve, o altra
scrittura che fosse loro inviata. Di più fù fatto proclama che sotto pena della
disgratia del Prencipe, qualunque havesse copia di certo breve publicato in
Roma contro la Rep. la dovesse presentare alli Magistrati in Venetia & alli
Rettori, nelli luoghi soggetti, & fù l'obedienza cosi pronta, che ne furono
portate tante copie, che parve maraviglia come tante ne fossero stampate: non
ne fù attaccato alcuno per la diligentia, che fecero li popoli stessi, da'
quali in diversi luoghi scoperti, & presi quelli, che venivano per far' tal
effetto. Fù anco partecipato a tutti li agenti de' Prencipi, che si ritrovano
in Venetia lo stato, & le cagioni di queste turbe, & scritto l'istesso
a tutti li Residenti per la Rep. appresso altri Prencipi. Fù medesimamente
deliberato dal Senato di scriver' a tutti li Rettori delle Città & luoghi
soggetti, & dar' parte delle ingiurie, che la Repub. riceveva dal Pont.
& delle ragioni che haveva per se validissime, con ordine che le lettere
fossero communicate alli consigli & communità delle città, il che essendo
stato fatto si vidde in ogni luogo, effetto incredibile d'ubidienza, &
osservanza verso il suo Prencipe, & applauso grande di difendere la publica
libertà, per mantenimento della quale fù offerto da tutti, aiuti di gente, di
danari, & d'armi, secondo il potere di ciascun luogo, le quali offerte con
l'istessa prontezza, & allegrezza grande, furono esseguite alli suoi tempi.
In questo
mentre andò al Duodo, il commandamento di partire, perilche egli si licentiò
dal Pont. il 27. del mese, con dire, che
non havendo potuto ottener' da sua Santità che fossero poste in consideratione
le ottime ragioni rappresentate da lui, (non restandoli altro che fare) era
richiamato a Venetia, al che il Papa rispose con parole di cortesia verso di
lui, & intorno la causa disse, che le cose fatte da se erano procedute
dall'obligo della sua coscienza, che il caso è chiaro, & deciso & il
modo usato è con li essempij de' suoi precessori, & non humano mà divino,
essendo le armi adoperate da lui spirituali, l'uso delle quali stà insieme col
paterno amore che porta alla Republica per haver l'ubidienza che tutti li
Prencipi sono obligati a renderli.
In Venetia il
Noncio Apostolico dopo l'avviso della publicatione, si tratteneva tutto il
giorno nella casa de' Giesuiti, dove erano padri molto cospicui per le attioni
loro passate in rivolgimenti & negotij di stato, a' quali era Preposito il
P. Bernardino Senese, (che si trovò anco con simil carico in Parigi, quando i
Giesuiti furono scacciati da quella Città) & il P. Antonio Possevino molto
nominato per le cose fatte da lui in Moscovia & Polonia, tanto nelli tempi,
quando fù in persona in quelle regioni, quanto anco doppò, con maneggi &
trattati. Il P. Gio. Barone Venetiano ancora persona molto entrante, che nella
città dove habita, non permette che sia fatto cosa alcuna notabile senza suo
intervento, & il P. Gioan Gentes persona versata nella professione che si
chiama de' casi di coscienza, espertissimo per dannare, & trovarche riprendere
in ogni attione fatta senza loro partecipatione, & per giustificare
qualunque attione delli loro devoti & altri Padri tutti buoni essecutori
del loro quarto voto.
Il Noncio
doppo l'avviso dell'Interdetto non fù al Collegio se non sotto il 28. del mese, dove havendo pa
mostrato gran dolor' & displicenza per le cose occorse, soggiunse, che non
si dovrebbe proceder' col Papa con tanta repugnanza, che il Papa s'è mosso da
zelo, & che anco adesso, se si pregasse un poco per parte, ogni cosa si
componerebbe, & per tanto la Serenità sua proponesse qualche temperamento,
che egli offeriva il mezo suo per portarlo, & metter in piede il negotio
& favorirlo. Questo discorso lo condì il Noncio con molte parole di pietà,
per farlo più affettuoso, & persuasivo, perilche li occorse nominare spesso
la Maestà Divina della quale parlando, usava questo termine, cio è Nostro
Signore, il quale usando anco, quando voleva significare il Papa, rendeva il
suo ragionamento ambiguo, eccetto che alli più prudenti quali già in altri
ragionamenti l'havevano osservato, & all'hora avvertivano, che nel
prononciare la parola, N. Signore, se voleva intender il Papa, si levava la
beretta di capo, mà quando voleva intender Dio, teneva il capo coperto: A
questo discorso misto di negotio & semplicità, fatto in forma di sermone,
rispose il Doge; Che a nessun huomo di sano intelletto può piacer di veder'
travagliata una Republica Cattolica & pia, che nessun può approvar' le
attioni del Papa; si dolse, che non volesse ascoltar il Duodo, che li habbia
fatto affiger' un monitorio sulla faccia, tenuto ingiusto da tutti, senza alcun
scropolo, venendo ad una tanta risolutione, senza saper' prima come il mondo si
governa, che non poteva far' cosa più a proposito per metter la Sede Apostolica
sotto il sindicato di tutto il mondo, & in pericolo manifesto, che se la
Rep. si appartasse del Papa, sarebbe seguita con danno irreparabile degli
Ecclesiastici, mà la Rep. non partirà dalla sua pietà, & si difenderà; che
sua Signoria fà bene, persuadendo la pace, mà la persuada al Papa che la
perturba.
Il Noncio
udito questo, fece instanza, con poca maniera, d'haver qualche risposta dal
Senato & si licentiò. Il Senato doppo 8.
giorni li rispose nell'istesso tenore, che era stato parlato dal Prencipe, il
che udito da lui, principiò dalle stesse poco grate condoglienze usate l'altra
volta, passò a mostrar dispiacere, che non si fosse trovato temperamento,
concludendo, che il Senato dovesse esser' avvertito che per sostentar una legge
particolare, non si tirasse adosso qualche ruina universale. A che il Doge
rispose, Che la prudenza doveva esser raccordata al Papa, che haveva
precipitato, & che sarebbe bene, se gli mettesse in consideratione li
pericoli imminenti, & se gli mostrasse la necessità di schifarli, ritirandosi
dalle ingiurie, Che questi consigli che gli dà, sono da vecchio, &
lungamente versato nelli governi.
Al Pontefice
(havendo inteso il proclama fatto contro il suo monitorio & la
deliberatione delli sudditi prontissimi a servir' il loro Prencipe, &
difender' le sue ragioni, & però non potendo sperare l'osservatione del suo
Interdetto) non parve, che il suo Noncio potesse restar più in Venetia con
dignità, per il che gli scrisse, che dovesse partirsi, & esso alli 6. Maggio mandò il Vescovo di Soana a licentiare
l'Ambasciator Nani ordinario, commettendoli espressamente che non lasciasse in
Roma alcuno delli suoi. Desiderava il Pont. vederlo inanzi la partita, &
pertanto avendo mandato l'Ambr a richiedere audienza per il giorno
seguente, l'acconsentì prontamente, mà poi, ò perche da altri fosse cosi
persuaso, o per proprio motivo, dubitando che non li facesse qualche protesto,
mandò la mattina per il maestro delle cerimonie a dirli, che non voleva
riceverlo in qualità di Ambre, però che andasse come privato, che l'havrebbe
ricevuto & veduto volentieri. Rispose il Nani, che non sapeva come separar
da se il titolo d'Ambasciatore, ne meno poteva farlo senza la saputa del
Prencipe, la cui persona rappresentava, perilche quando alla Santità sua non
piaceva vederlo come Ambasciatore, egli si sarebbe partito. Riferì il messo la
risposta al Pont. quale lo rimandò con risolutione, che come Ambasciatore non
voleva riceverlo: & già erano congregati molti prelati, & altre persone
per accompagnarlo all'audienza; alcuni de' quali intesa la risolutione del
Papa, & la deliberatione dell'Ambasciatore di partir all'hora, dimandarono
al Maestro delle cerimonie sudo, se potevano accompagnarlo, al che
havendo esso risposto, però come da se, che non era conveniente, successe, che
tutte le carrozze loro seguirono l'Ambasciatore, mà poche delli Prelati
l'accompagnarono in persona, havendo gli altri rispetto di farlo. Il Conte Gio.
Francesco di Gambara se ben fatto di poco tempo Prelato, & perciò di
speranze tanto più grandi, quanto più fresche, il
quale havendo adoperato il Pont. per intercessore appresso la Rep. della
deliberatione del Conte Annibale suo fratello, dal bando, non haveva potuto
ottener' la gratia con qualche sdegno anco del Pont. non volse restar di
accompagnarlo in persona, dicendo che nessun rispetto era bastante, di farlo
cessar dal suo debito, attione, & parole da far arrossire quelli, che più
strettamente obligati, furono cosi pronti a mancare. Parti l'Ambasciator
honorevolmente accompagnato, conciosia cosa che immediate passò per Roma la
fama della sua partita, onde concorsero tutti quelli della natione, & anco
li Baroni, & gentil'huomini Romani affettionati alla Rep. mà il Pont. un
giorno doppò gli spedi dietro un Colonello, acciò l'accompagnasse per tutto lo
Stato Ecclesiastico, il quale lo giunse a Foligno, & li offerì la sua
compagnia per nome del Pont. l'Ambasciator se ben' haveva grossa compagnia,
recevè non dimeno il Colonello per poco spacio di viaggio poi ringratiata per
il rimanente, sua Santità lo licentiò, & se ne ritornò ben veduto in tutti
i luoghi dello Stato Ecclesiastico per dove passò.
Furono
chiamati dalli capi del consiglio de X. li
superiori delli Monasterij & altre chiese di Venetia, & significato
loro la mente del Prencipe, essere, che si continuasse nelli divini officij,
& che niuno partisse dallo stato senza licenza. Fù promessa la protettione
a quelli che restassero, & dichiarato che quelli che volessero partire non
potessero portar' via robbe delle chiese, ne altre di valore, fù anco comandato
loro, che se gli fosse inviato, in qualsivoglia modo alcun breve da Roma, o
ordine dalli loro superiori senza leggerlo, lo presentassero alli magistrati,
& fù dato ordine alli Rettori di tutte le Città, & luoghi del Dominio
che facessero l'istesso in tutte le terre della loro giurisdittione. Poi si
consigliò se si doveva far' risposta alcuna al monitorio, & non mancava chi
proponeva che si venisse al rimedio dell'appellatione, usato sempre da tutti li
Prencipi & Republiche, massime da 300.
anni in quà contro li tentativi delli Pontefici, & dal Senato in diverse
tali occasioni, & occorrenze, etiandio doppo che li Papi Pio II. Sisto IV.
Giulio II. per suoi brevi particolari, & altri per la bolla in Cæna
Domini, hanno tentato dannare simili appellationi: prevalse non dimeno il
Consiglio quale proponeva, che l'appellatione si fà dell'ingiustitia la quale
tenghi qualche coperta, ò apparenza di giustitia, cosa che non hà luogo in
questo monitorio, dove le nullità sono molte, & tanto notorie, là onde fù
deliberato con somma concordia, di scrivere alli Prelati dello stato quello che
il Prencipe sentisse del Monitorio publicato, & per che causa havesse
pensato di non usare altro rimedio, come nelle lettere delli 6. Maggio, le quali furono stampate per esser
affisse nelli luoghi publici, e contenevano in sostanza; Che era venuta à sua
notitia la publicatione fatta in Roma alli 17.
Aprile d'un certo breve fulminato, contra esso Prencipe, Senato, & dominio,
del tenore come in quello, Perilche, dovendo tener cura della quiete publica,
& dell'auttorità di supremo Prencipe, protesta inanzi Dio, & tutto'l
mondo di non haver' tralasciato modo alcuno possibile per render' il Pont.
capace delle chiarissime & validissime ragioni della Republica, mà havendo
trovato le orecchie sue chiuse, & veduto quel breve publicato contra ogni
ragione & equità contra la dottrina della Scrittura, delli Padri, &
delli Canoni, in pregiudicio dell'autorità secolare data di Dio, della libertà
dello Stato, & con perturbatione della quiete de' sudditi, & con scandalo
universale, non dubita di dover' haver' quel breve non solo per ingiusto &
indebito, mà ancora per nullo, proceduto de facto, & con modo
illegitimo, che non hà riputato dover'usar quelli rimedij, che in altre
occasioni la Repu. & altri supremi Prencipi hanno adoperato con li Pont.
che trapassarono la potestà data lor' da Dio, confidando, che essi Prelati
siano per tener l'istesso, & per continuare nel culto Divino, havendo la
Rep. deliberato di perseverare nella santa fede, & nell'osservanza verso la
Chiesa Romana, usata dalla Rep. sino dall'origine della Città. Occorse cosa
notabile, che il giorno 8 del mese
nell'istesso tempo, quando il Noncio andò per dimandar licenza al Prencipe di
partire, fosse anco affissa per la Città, la copia delle lettere sudette, onde
esso nel ritorno alla propria habitatione la vidde sopra la chiesa di S.
Francesco vicina al Palazzo suo. Li Capuccini & Theatini sino all'hora non
pensarono al partire, overo non scoprirono il pensier loro, anzi il Provinciale
& altri Padri de' Capuccini, quali governano una loro provincia posta in
questo stato, quando s'intese la publicatione del monitorio in Roma, havevano
tra loro preso consiglio & deliberato, che non trattandosi tra il Pont.
& la Rep. cosa di fede, essi non erano obligati a seguire li pensieri del
Papa, & mandarono lettere di questo tenore a tutti li loro Monasterij posti
nello stato; poi essendo venuto un mandato dalli suoi superiori espresso per
far lor' intendere, esser' mente loro che omninamente partissero; fecero ufficio,
che fosse loro prohibito il partire a pena della vita, & che il precetto
fosse generale a tutti, acciò havesse maggior apparenza; il che ottenuto,
diedero voce d'esser pronti & desiderosi di partire, mà scusati per il
precetto fatto lor' dal Prencipe sotto pena della vita, finalmente si mutarono
totalmente per la causa che si dirà.
Li Giesuiti
immediate, che hebbero avviso del monitorio publicato in Roma, spedirono alla
volta del Pont. il Padre Achille Gagliardo Padoano, per significare a sua
Santità, le opere che havrebbono potuto fare a suo beneficio, quando fossero
restati nello stato: perilche stando in aspettatione della risposta da Roma,
quando lor' fu intimata la mente del Senato, havevano parlato in apparenza come
gli altri, non dimeno o perche fossero dubij della mente del Pontefice, o per
altra causa, valutisi della loro solita equivocatione, dissero, che haverebbono
continuato li divini ufficij, & predicationi & confessioni secondo il
loro consueto: mà il Pont. intese le proposte de' Giesuiti; considerato, che
maggior danno alle cose sue haverebbono fatto, col non osservare l'Interdetto
in publico, che bene con li ufficij in privato, si risolse che voleva che
servassero l'Interdetto, & mandò loro il commandamento per l'istesso
corriero, che portò al Noncio l'ordine di partire: perilche intesa la mente del
Papa, havevano preso risolutione di partire, differendo però quanto potevano:
fecero nondimeno uscir fama, che erano deliberati di restare, astenendosi dal
dire la Messa in publico solamente, seguitando però li divini ufficij secondo
il loro solito. Pareva loro esser con molta diminutione della propria
riputatione, che quando partissero essi, li Capuccini restassero, & per
farli partire, oltra l'haver' usate molte arti, cosi per mezo del Noncio, come
di qualche altro ministro di Prencipe, che per 4.
giorni continui andò ogni di al loro monasterio; finalmente li vinsero con
dirli, che tutto'l mondo mirava nelli Capuccini, & che la loro risolutione,
sarebbe stata una sentenza diffinitiva, se il monitorio del Papa fosse valido,
ò nò; perilche, dovendo esser abbracciata da tutto'l mondo l'opinione seguita
da loro, havevano grande occasione di meritare appresso la Sede Apostolica: da
qual arte restarono cosi gonfiati & persuasi, che andarono dal Prencipe,
per dichiararsi di non poter restare; & F. Thedoro Bergamasco Compagno del
Provinciale venne a tanto, che hebbe ardir di dire, esser diversa la conditione
loro da quella de gli altri religiosi, a' quali importava poco, quello che
facessero: mà li Capuccini dovevano esser' la regola, & norma di tutti,
restando in loro fissi gli occhi di ciascuno, per dover' prender' essempio di
stimare, o far poco conto delle censure del Pont. Mà approssimandosi il termine
di 24. giorni prefisso ne'l monitorio,
furono chiamati li Giesuiti il di 9.
Maggio, per haver' la loro certa risolutione, quali all'hora dichiararono
l'Equivocatione sua, con negare, di poter' dir la Messa; il che non era
contrario alla loro pa promessa, imperoche la Messa per la sua
eccellenza non e compresa sotto questo nome di officij Divini: Bellissima certo
era l'inventione, offerirsi di dire li officij Divini, & escludere poi da
quel numero la Messa per la sua eccellenza, & li altri tutti, per non
esser' soliti di celebrarli, & per tal via prometter tutto, & non
attener niente alla Rep. & restare nello stato, & insieme servare
l'Interdetto secondo la mente del Papa: La cosa fù messa l'istesso giorno in
consultatione, & fù deliberato in Senato che fosse mandato il vicario
Patriarcale a ricever in consegna la robba della Chiesa, & alli Giesuiti
commandato, che immediate partissero: Et fù scritto alle Rettori della città,
che li facessero partire dalli luoghi della loro giurisdittione nella maniera
istessa. Li Giesuiti a Venetia intesa la deliberatione chiamarono
tumultuariamente alla Chiesa le loro devote, da quali ottennero somma di danari
assai grande, & fecero officio con li Capuccini che partendo uscissero
processionalmente col Christo inanzi, per concitare la plebe, se fosse stato
possibile: poi venuta la sera dimandarono ministri publici alli Magistrati per
loro sicurezza, quali anco furono mandati, ne contentandosi di questo,
mandarono a ricercar' l'Ambasciator di Francia, che li facesse assistere per
guardia dalli suoi servitori, il che non fù giudicato conveniente da quel
Signore, essendoci la guardia publica: Partirono la sera alle 2. hore di notte, ciascuno con un Christo al
collo, per mostrare che Christo partiva con loro concorse moltitudine di
popolo, quanto capiva il longo fuori della chiesa, così in terra come in aqua,
a questo spettacolo, & quando il Preposito che ultimo entrò in barca
dimandò la benedittione al Vicario Patriarcale che era andato per ricever il
luogo, si levò una voce in tutto il popolo che in lingua Venetiana gridò, dicendo,
Andè in mal'hora: Havevano occultato per la città vasi & ornamenti preciosi
della Chiesa, la miglior suppellettile di casa, & assai libri, &
lasciarono la casa quasi vuota & unde, vi restò anco per tutto il giorno
seguente reliquie di fuoco in due luoghi, dove avevano abbruggiato indicibile
quantità di scritture. Lasciarono ancora alcuni crucioli da fonder metalli in
buon numero, del che essendo uscita fama per tutta la Città, che dava scandalo
anco a quelli pochi devoti loro che restavano: il Padre Possevino scrisse,
& la lettera fù veduta publicamente, che non erano per fonder ori, ne
argenti, come erano calonniati, mà per governar le berette. Nella casa non
restò cosa di momento, salvo che la libraria donatali per legato dal già
Arcivescovo Luigi Molino Vescovo di Treviso nelli suoi armarij, & una cassa
di libri prohibiti a parte. Mà in Padoa restarono molte copie d'una scrittura
contenente 8. regole con questo titolo. Regulæ
aliquot servandæ, ut cum Orthodoxa Ecclesia verè sentiamus. nella 17. delle quali si commanda di guardarsi dal
predicare, & inculcare troppo la gratia di Dio, & nella 3. si ordina di creder alla Chiesa Hierarchica,
se ella dirà esser negro quello, che a gli occhi par' bianco. Inanzi che
partissero, lasciarono a suoi penitenti instruttione come dovessero governarsi
nell'osservation dell'interdetto.
Si restò con
qualche speranza che partiti li Giesuiti, non dovesse esser' fatto altro moto
da alcuno delli Religiosi, mà sentendosi che li Capuccini e Theatini andavano
dicendo, che non havrebbono potuto restar' di osservar l'interdetto, non
mancavano alcuni che riputando questo procedere da infirmità di coscientia
erronea, li compativano, & desideravano che fossero tolerati, altri più
prudenti conoscendo benissimo, che ciò non proveniva se non da ambitione di
parer' migliori de gl' altri, & disegno d'acquistar' favori appresso il
Pont. detestavano la loro hipocrisia, mà il Senato riputando non convenire alla
giustitia & ragione, che teneva nella causa, ne al servitio di Dio, &
tranquillità della Religione, quali in tempi tanto calamitosi, poteva per una
tal novità patir' gran detrimento, se nel suo Dominio vi fosse Ecclesiastico,
che servasse l'Interdetto, l'ultimo giorno del termine, diede ordine, che
partissero tutti quelli, che non erano disposti di proseguir' nelli Divini
officij, Partirono da Venetia i Capuccini, Theatini, & Reformati di S.
Francesco, che essi ancora si mostravano renitenti all'ubidienza, & furono
posti altri Religiosi al governo di quelle Chiese: Mà li Capuccini delli
territorij Bresciano & Bergamasco, (dove non erano Giesuiti che potessero
sedurli) non furono concordi con gl'altri, restarono & attesero alli
servitij divini senza far' novità, perilche anco furono acerbamente
perseguitati da' loro superiori Romani, con scommuniche & altre pene
spirituali, se bene senza effetto, quanto alle temporali, per la protettione
che tenne il Prencipe di loro, & quanto alle spirituali per la difesa, che
fecero in scrittura con buoni fondamenti, (essendo huomini di lettere & di
prudenza) che non si erano mossi a prender' risolutione, se non con sicurezza
di coscienza. Volevano li Capuccini di Venetia secondo l'istruttione de'
Giesuiti, partire con solennità, per eccitare qualche tumulto, mà non essendo
lor' permesso, quella mattina celebrarono una Messa sola, & consumarono
tutto il Santissimo Sacramento dell'Eucharistia, che si conservava in Chiesa,
& conclusero la Messa, senza dar benedittione al popolo. Lasciarono essi
ancora a suoi devoti, varie instruttioni per osservar l'interdetto, come anco
fecero li Theatini: mà in tanta fretta, non havendo potuto consultare insieme,
non furono, ne questi con li Giesuiti, ne meno, tutti li Giesuiti concordi:
perilche anco li loro aderenti procedevano diversamente, altri havendo
opinione, che fossero nulli tutti li sacramenti ministrati dalli sacerdoti, che
restarono, e perciò non fosse lecito adorar l'Eucharistia come prima: altri,
che l'udir la Messa, fosse solo peccato veniale: altri, che fosse peccato
gravissimo, quantunque si celebrasse il vero sacramento. Di queste instruttione
& delle varie maniere d'osservarle, se ne sono anco vedute scritture fatte
dalli suoi aderenti.
Li Giesuiti
partiti, si ritirarono in Ferrara, Bologna & Mantova luoghi propinqui, di
dove potessero ricever le consultationi delli suoi, & far le risposte
prestamente con messi, o adoperarsi per concitare più facilmente con messi, o
lettere frequenti qualche seditione: li altri religiosi partiti, si ritirarono
essi ancora a Milano, Mantova, Ferrara & Bologna, dove restando, erano
molto mal veduti da gl'altri delli medesimi ordini, come quelli, che fossero
andati a levar' lor' parte delle loro commodità, & li capi delli
monasterij, si dolevano, che le bocche erano duplicate, & che il Papa non
haveva mandato altro, che indulgenze, & dicevano apertamente, che se altro
sussidio non verrà lor' da Roma, non potranno continuar' a far' le spese, &
vestir' tanta gente. Certo è, che li Capuccini (quali al num. di 800. partirono dallo Stato) non poterono
trovar' commodo ricapito tutti, & molti ne morirono per disagio.
Mà in Venetia
fù per ordine del Senato communicato a tutti gli Ambasciatori & residenti
de' Prencipi, & scritto alli ministri della Republica in tutte le corti,
dando conto di tutte le cose succedute, & che il Noncio si era partito,
& l'Ambasciator Nani era stato licentiato, che la Rep. haveva per nulle
tutte le cose fatte dal Papa, che era risoluta di viver' Catolica e difendersi.
Si teneva in
Roma per fermo, che il monitorio dovesse far' tre notabili effetti: Il primo
che i religiosi partissero del Dominio, & perciò l'interdetto restasse
almeno per necessità osservato: Il secondo che le Città & popoli soggetti,
vedendosi privi delli Divini officij & delli essercitij della Religione,
sollevatisi mandassero al Prencipe, & ricercassero che al Pont. fosse data
sodisfattione: Il tertio che per queste cose, la nobiltà si mettesse in
confusione, mestitia & spavento, & nascesse qualche divisione frà esse:
perilche lasciarono passare non solo li 24.
giorni del termine, & li altri tre assegnati nel monitorio, mà molti altri
ancora, ne' quali li Giesuiti (se bene assenti) s'adoperarono con tutte le
arti. Mà vedendosi in Roma che le Censure, & che gl'ufficii de' Giesuiti
non facevano quelli effetti di solevatione ne i popoli, che si erano proposti;
imperoche oltre li Giesuiti scacciati, li Capuccini & Theatini licentiati,
nissun altro ordine partì, li Divini officij erano celebrati secondo il
consueto, anzi bene spesso, con qualche solennità di più e il popolo
interveniva alle Chiese, con maggior' concorso, vedendosi anco frequentare li
officii, quale, che per altri tempi non erano troppo solleciti. Et il Senato
era unitissimo nelle deliberationi, & la Città &. popolo si
conservarono quietissimi nella ubidienza, anzi che le Città, quali non havevano
sino a quell'hora mandati Ambasciatori per la Congratulatione al novo Doge,
seguirono di farlo, senza alcun rispetto, risguardo del monitorio già uscito,
non restando di dichiararsi apertamente, che nelle cose temporali,
riconoscevano di non dover' ubidire a qual si voglia altra persona; Una tanta
tranquillità non solo nacque dal volontario ossequio & ubidienza delli
popoli, mà ancora dalla providenza del Senato, & diligenza delli
Magistrati, che invigilarono à tutti li accidenti, & fù maneggiato così
gran negotio con tanta prudenza & desterità, che si condusse, senza che si
fosse dato motto ad alcuno, ammirando ogn'uno come così gran governo fosse
tenuto in piedi, senza cavar' sangue. Anzi che li commandamenti fatti à
gl'Ecclesiastici sotto pena della vita, furono dati tali ad instanza &
richiesta di quelli loro, che disposti volontariamente ad esseguirli,
desideravano quel pretesto per iscusarsi.
La Corte
Romana biasimava l'attione del Pont. & quelli che meno parlavano à suo
disfavore, dicevano, che se ben havesse ragione nel merito della causa, nel
modo però servato, era necessario notarlo di troppa celerità, & di troppa
confidenza: per il contrario, lodavano la prudenza de' Venetiani, che havessero
saputo ricever' un'incontro tale, & ritener' le cose loro in quiete, &
tranquillità: A questo s'aggiunse l'arrivo a Roma del P. Antonio Barisone
andatovi in posta à Roma per portar al Pont. con la viva voce, quello che
veniva detto a Ferrara, (di dove egli partiva) & ne gl'altri luoghi che confinano
con lo stato Venetiano, delle ragioni della Republica con approbatione, &
per eccitarlo a conservare la dignità Pontificia: Perilche il Papa in
consistoro fece gran querimonie che l'interdetto non fosse osservato dalli
Ecclesiastici; concludendo, che era necessario trovarvi qualche ripiego; &
ricercò i Cardinali, che ogn'uno con sollecitudine pensasse a qualche rimedio,
& lo riportassero alla Santità sua à parte: Non credevano ancora li
Cardinali che cosi gli Ecclesiastici, come il popolo per la maggior parte
fossero persuasi della nullità delle censure, più tosto pensavano, che vi fosse
dispositione in loro di osservarle, mà che aspettassero qualche occasione per
metterlo ad effetto, onde giudicarono bene il prestargliela, con mover' i
religiosi a far' qualche novità, o astenendosi dalli Divini officij, o partendo
dello Stato, perilche dalli Cardinali Protettori de' Regolari, & dalli
superiori loro, che erano in Corte, & in altri luoghi d'Italia furono fatti
officii verso li suoi, con minaccie di censure, pene & altri mali corporali
& spirituali, & con promesse di gratie honori & dignità, non solo
alli capi, mà anco ad ogn'altro particolare, acciò servassero l'interdetto,
overo partissero.
Mà trattavano
diversamente con li Monachi, & altri Regolari ricchi, & altramente con
poveri mendicanti: a questi si diceva che non potendo restare, & osservare
l'interdetto, omninamente abbandonasssero i luoghi, & partissero, & che
era intentione di Nostro Signore, (cosi chiamando il Papa) che quando
altrimente non potessero partire, più tosto sopportassero il Martirio. Alli
ricchi dicevano, che il Papa vuole, che l'interdetto si osservi, mà non vuole
però, che per questo i monasterij s'abbandonino. Mandarono anco commissarij per
alcuni de' Regolari Frati dell'istessa regola, quelli, che infimi nelle loro
congregationi, per acquistar merito, s'erano offerti di andare alli pericoli,
mà niuno hebbe ardire di entrar' nel Dominio, ne per le minaccie ò promesse
furono sovvertiti, se non qualche pochi timidi, o ambitiosi, che furono partiti,
sperando gran premij: Spinsero anco alcuni
Santoni, o Romiti acciò ch'andassero facendo con li popoli officii sinistri per
sollevarli: mà alli confini essendo trovati con scritture & instruttioni
adosso, furono rimandati in essecutione d'un commandamento fatto dal Senato
sotto il 24. Maggio a tutti li Rettori,
di custodire che Frati, o Preti di fuori non entrassero con scritture, acciò
non mettessero qualche seditione. Queste furono le cose trattate con arme
spirituali, & artificij coperti di pretesto di Religione & pietà, quali
tutti restarono senza effetto nello stato della Republica.
Mà alle Corti
de' Prencipi, la cosa non fù ricevuta per tutto all'istesso modo.
In Polonia
ritrovandosi Alvise Foscarini Ambr della Republica andato
espressamente per congratularsi con quel Rè, delle sue nozze, il Noncio del
Pont. in quel regno, & li Giesuiti operarono quanto fu possibile, per
fargli ricevere qualche affronto.
Il Noncio
prima ricercò il Rè che il monitorio fosse publicato, di che hebbe assoluta
ripulsa, onde rivoltatosi alli Religiosi diede ordine a tutti, che non
ammetessero nella Chiesa, l'Ambasciatore o alcuni delli suoi: perilche anco due
gentilhuomini andati a Messa alli Franciscani, furono mandati fuori di Chiesa,
di che essendosi doluto il Foscarini col Marescial di Corte, egli & il
Card. di Cracovia, chiamati li Frati, li commendarono, che il giorno seguente
cantassero una solenne Messa, alla quale invitassero l'Ambasciatore,
dimandandoli prima perdono della ripulsa data alli suoi gentilhuomini. La Messa
fù cantata con gran concorso di popolo, & disgusto del Noncio, & il Re
approvò le cose fatte dalli suoi, & per decreto del Senato fece un Editto,
che non si facesse atto alcuno, che potesse apportar' dispiacer alla Republica,
& scrisse al Papa lamentandosi del tentativo del Noncio, aggiungendo che
sua Santità haveva gran causa di tener' conto della Rep. a favor' della quale,
tiene tutto il Regno, & egli stesso, concorrendovi anco i rispetti suoi,
& del medesimo regno, essendosi poco fa venuto alle mani per simil causa,
passando anco a dire, che per cause leggieri, & dove non si tratta di fede,
non sono da farsi così gran motivi, essortando sua Santità, a sopire questi
romori, replicando il dispiacer' suo & di tutto il Senato per il tentativo
del Noncio, tanto più, per esser' cosa nova in quel Regno, che si publichino
censure contra qualsivoglia Prencipe, allegando, che ciò non si potè fare,
quando furono fatti i monitorij contra il Rè di Francia Henrico III. &
dopo, nella causa di Ferrara contro il Duca Cesare d'Este, perilche non è meno
dovere, che sia fatto contro la Rep. Veneta la cui cosa era commune col suo
regno; Partecipò tutto questo il Rè coll'Ambasciatore anzi gli diede copia
delle Leggi del Regno simili alle Venete.
Alla Corte
dell'Imperatore, per le difficoltà ordinarie di haver audienza da quella
Maestà, l'Ambr partecipò con tutti li ministri Imperiali, quali
mostrarono sentir per la Republica allegando, che in tutti li Stati di Germania
sono simili costitutioni, & mostrando dispiacere delle cose fatte dal Papa,
come quelle che dassero bona occasione a' Protestanti, di fortificare le loro
ragioni, di tener li beneficij Ecclesiastici: solo il Gran Cancellier, & il
Marescial Prainer sentivano per il Papa. Hebbe poi anco Francisco Soranzo
Cavallier Ambasciator audienza dall'Imperatore, quale ringratiò della
communicatione, si maravigliò, che il Noncio mai non glien'havesse dato parte,
& essortò a trovar qualche temperamento di compensatione. Mà venuto il
giorno del Corpus Domini, nel quale è solito farci una solennissima
processione alli Giesuiti, con l'intervento di tutti li Ministri de' Prencipi,
fecero li Padri ufficio coll'Ambasciatore, che restasse d'intervenirvi, il
quale havendoli ripresi aspramente, si risolvè d'andarvi per ogni modo, come
fece, fingendosi il Noncio indisposto: per non ritrovarvisi presente, mà
dovendosi nelli giorni seguenti farne due altre, considerò il Noncio quanto
fosse per riuscir' di suo pregiudicio se fossero fatte simili alla prima, &
mandò l'Ambasciator di Toscana a far' ufficio col Venetiano, che si contentasse
di non intervenirvi, minacciandolo che havrebbe fatto serrar' la Chiesa,
prohibita la processione, comandato che esso non fosse mai ammesso in Chiesa,
fattolo publicar' per iscommunicato, e che avvertisse bene allo scandalo che
sarebbe nato, perche tutti li Protestanti si sarebbono uniti con lui, & li
Catolici separati. Si rimise l'Ambasciator a quello che l'Imperatore havrebbe
ordinato, mà non volendo la M.S. ingerirsi in cose di Chiesa, l'Ambasciator si
risolse mettersi in purga, temendo non ricever qualche affronto per opera delli
Giesuiti, & del Noncio Apostolico, ajutato dal Prainer mal affetto al nome
Venetiano, a' quali niun'altro ministro si opponeva per la speranza d'haver 100000. scudi dal Papa per ajuto della guerra
contra' Turchi, mà dopo (havendo il Pont. ricusato di somministrar l'ajuto,
perilche convenne anco far la pace con li sollevati in Ungaria, concedendoli le
cose occupate, & l'essercitio della religione loro, & essendo morto il
Prainer, & mortificato il calore del Noncio; poiche hebbe veduto li Noncij
di Francia & Spagna fatti Cardinali, & non esser tenuto conto alcuno di
lui) le cose si mutarono; e l'Ambr fù ammesso per tutto, & non
hà dubio, che se egli fosse stato costante anco nel principio, havrebbe
superato ogni difficoltà perche un mese dopo, dolendosi l'Ambre
coll'Imperatore per nome della Republica, rappresentandoli che oltre l'ingiuria
fatta a lei, era stato anco con pregiudicio di S.M. che il Papa commandasse
alla sua Corte, & alli ministri d'altri Prencipi che sono per servirla:
l'Imp. scusò le cose passate, dicendo esser state fatte senza sua saputa, il
che è molto verisimile; perche l'Ambasciator Cesareo in Venetia intervenne col
Prencipe a tutte le Capelle, si come fece anco l'Ambasciator del
Christianissimo.
In Spagna al
primo avviso che andò delle pretensioni del Pont. & della risposta della
Republica, conobbero che si trattava l'interesse di tutti li Prencipi, &
lodarono la costanza del Senato, se bene il Marchese di Vigliena Ambasciator in
Roma, si mostrava inclinato al Pont. per ottenere con questa via il Cardinalato
per D. Gabriel Paceco suo fratello & scriveva anco in Spagna a favor del
Papa: dove, non credendo mai, che per tal causa si dovesse venir all'armi, e
essendo quasi certi che la Repu. sostenterebbe la causa sua, & commune:
anzi, vedendo appresso che poteva esser con qualche loro utilità, se le
dissensioni continuassero tra il Pont. & la Republica, dalle quali, non
poteva riuscire altro, che guadagno per loro, poiche la diffidenza tra due
Prencipi Italiani, i maggiori, rendeva più stabili le cose loro; e vincendo la
Republica, col Pont. ancora essi accrescevano la giurisdittione temporale,
& quando pure (il che non credevano) le cose si fossero ridotte a termini
di rottura, sarebbe stato in loro potestà impedir la guerra, se così havesse
portato, la loro utilità, ò valerse ne a loro profitto, lasciarono correr' la
cosa senza ordinar' altro al Marchese, il quale per questo potè continuare,
fomentando i pensieri del Pont. a che la sua inclinatione, & utilità lo
spingeva, passando anco a prometter gli aiuti d'arme quando fosse stato
bisogno, con parole generali però, & che non ubligavano precisamente: mà arrivato
avviso dell'Interdetto pronunciato, il Rè vide la causa esser' passata più
inanzi di quello, che egli haverebbe voluto, & si dolse di non essersi
intromesso prima. Il Noncio faceva instanza, che l'Ambasciator Veneto fosse
dichiarato scommunicato nei Pulpiti, & disse che se l'Ambasciator fosse
comparso alla Capella Regia, egli haverebbe commandato alli Capellani del Rè,
di fermarsi delli officij divini, & se non fosse stato ubidito, si sarebbe
partito. In quella Corte erano fatti officij molto sinistri, massime dalli
Genovesi, quali erano toccati d'invidia, perche havendo la sua Republica
ceduto, quella di Venetia conservasse la sua libertà, & rivolgevano le
cose, commendando Genova di divotione & ubidienza, & ascrivendo a
pertinacia, & poca Religione, quello che giustamente veniva fatto a
Venetia, per conservatione della propria libertà. Mà sopra tutti quelli, che si
mostravano nemici della Republica aperti, teneva il primo luogo il Vescovo di
Monte Pulciano Ambasciator di Toscana, il quale non solo s'astenne dalla
conversatione dell'Ambasciator Veneto, mà ancora procurava le occasioni per
detraere alle attioni della Republica, come anco Asdrubale Mont'acuto,
Residente di quella Altezza in Venetia, non restava in tutte le occasioni di
fare. Per queste cose, si fece in Madrid in casa & con la presenza del
Cardinale di Toledo, congregatione di 12.
Theologi, & si pose in deliberatione, se si dovesse ammettere l'Ambasciator
alli divini officij, facendo non solo il Noncio, mà li Giesuiti ancora, molta
instanza per l'esclusione, la qual congregatione al fine (non sentendo contra
la Rep. alcuno, tra quel numero delli 12. se
non li soli Giesuiti) concluse di non escluderlo. Et il Rè per non dichiararsi
d'ammetterlo, o escluderlo dalla sua capella, restò molti giorni senza farla,
& arrivata in quella Corte la nuova, che l'Ambasciator Soranzo in Praga
fosse stato escluso dalla processione, non commendarono il seguito alla Corte
Cesarea in quel particolare, & al Noncio che nelle sue instanze, lo propose
per essempio, risposero, che quel Regno non si governava con essempi d'altri.
L'Ambasciatore
del Rè in Venetia, non è solito d'intervenir mai nelle Cerimonie Ecclesiastiche
col Prencipe per causa della precedenza tra lui & quel di Francia, perilche
non hebbe occasione in questo di mostrare la mente del suo Rè, mà in tutte le
altre cose si portò nella maniera stessa, che prima, comparendo, &
trattando secondo i modi soliti senza che si vedesse differenza. Et se bene in
queste & altre cose fù mostrato dal Rè di Spagna, & dai suoi ministri
gran rispetto alla Rep. si viddero nondimeno in necessità di far qualche
dichiaratione per il Papa, & principalmente perche la Santità sua con
lettere speciali non solo dirette al Rè, mà anco al Duca di Lerma s'era
raccomandata, perilche risposero al Pontefice conforme il desiderio suo, come
si di à.
In Francia
quando il 31. di Gennaro fù dato conto al
Rè da Pietro Priuli Ambre, quella Maestà si mostrò desiderosissima,
che si trovasse qualche maniera d'accomodamento, che fosse senza pregiudicio,
& portasse la trattatione innanzi, dando essempio di se, che temporeggiava
le molte instanze assiduamente fattegli, acciò ricevesse il Concilio di Trento,
sino all'offerirsi di alterarlo, dove fosse contrario alla libertà della Chiesa
Gallicana, mà egli, (se ben vede dove mirano) si vale del beneficio del tempo:
essendovi certe cose, che è meglio, mostrar di non vederle. Ricercò anche
dall'Ambasciatore, il modo proprio & accomodato alla prattica del governo
Veneto, come si potesse schifar' quest'incontro, quasi scoprendo desiderio
d'esser ricercato d'interpositione, commandò di subito à Monsieur d'Alincourt
suo Ambasciatore in Roma, che facesse col Pontefice ogni buon'officio per la
Rep. In conformità di questo, Monsieur di Fresnes Ambasciator del Rè in Venetia
nel 30. Marzo diede conto al Collegio,
che il Papa haveva giustificato la causa sua appresso il Rè, essortando la
Republica, come da se, che informasse il Rè acciò non restasse impresso,
aggiungendo, che cosi esso, come l'Ambasciatore in Roma, havevano commissione
di servir' sua Serenità: parole che tutte erano con ottimo zelo dette, cosi dal
Rè, come dalli ministri suoi per trovar apertura di esser intromessi al
componimento del Negotio, di che anco il Senato ringratiò il Rè, &
all'Ambasciatore diede informatione sopra tutti li capi controversi, la qual'
anco mandò al Priuli in Francia, acciò li rappresentasse al Rè, come anco fece.
Mà subito che giunse l'avviso della publicatione del Monitorio in Roma, fù
fatta dal Noncio Barberino sollecita instanza, che l'Ambasciator Veneto fosse
escluso dalle Chiese, mà non potè ottener' cosa alcuna; non solo perche l'animo
del Rè fosse di portarsi neutrale; ma ancora perche quel Regno tiene
costantemente, che i Pontefici non habbiano alcuna potestà nel temporale delli Prencipi,
ne meno possano proceder' con censure verso loro, ne verso li loro Officiali,
nelle cose che toccano il governo: perilche fù sforzato il Noncio a deporre la
sua pretensione; & fù trattato con l'Ambasciator Veneto al medesimo modo;
ne per rispetto delle Censure Pontificie, si fece alcuna novità, anzi il Rè
immediate udita la publicatione del monitorio fatta in Roma, si dolse
grandemente del frettoloso procedere del Papa, gli spedì con diligenza,
ricercandolo di prolongar' il termine, con dissegno d'intromettersi in questa
controversia con ambe le parti per accomodarla: scrisse anco lettere
particolari per questo effetto alli due fratelli del Pontefice, al Cardinal
Borghese, & alli Cardinali Francesi, & se bene il corriero giunse, che
li 27. giorni del Monitorio erano già
spediti, non restò Monsieur d'Alincourt Ambasciator Regio in Roma di presentare
le lettere, & di trattare col Pont. il quale scusò il termine spirato, che
li toglieva il poter col prolongarlò, sodisfar' sua Maestà. Il Rè sentì con dispiacere,
che la sua interpositione fosse cosi poco stimata, con tutto ciò deliberò di
continuare, & scrisse all'Ambr suo che non restasse di trattar'
col Pont. per aprir' qualche altra via al negotio del componimento.
In
Inghilterra, (sapendosi i concetti, che hà quel Rè dell'autorita Pontificia)
ogn'uno può pensare come fosse ricevuto l'avviso delle attioni del Pont. &
non farebbe bisogno, dirne altro, se non fosse notabile la risposta, che quel
Rè fece a Giorgio Giustiniano Ambasciator della Rep. quando li diede parte di
quanto passava per ordine del Senato, in ...... dove il Rè, udita la relatione
dell'Ambasciatore, dopo aver mostrato quanto gradisse l'ufficio, (& lodate
le leggi della Rep.) passò a dire, che egli vorrebbe vedere una volta riformata
la Chiesa di Dio, & però desidererebbe un Concilio libero, per metter fine
a tante controversie, le quali non hanno origine, se non per le usurpationi
spirituali de' Papi, dal che non li pareva di veder alieno il Rè di Francia,
& altri Prencipi, & che forse Dio voleva cavar questo bene dalli
travagli della Rep. che egli ne fece ben parlare a Papa Clemente, quando fù
fatto ricercar da lui nel principio, che egli entrò al Regno d'Inghilterra,
perche volesse unirsi alla Chiesa Romana, qual rispose, che non trattasse di
Concilio, che ben desiderava che si riunisse, mà quando non voleva farlo con
altro mezo, che con quello del Concilio, se ne restasse più tosto così:
Aggiunse anco il Rè. Esser la pernicie della Chiesa che i Papi si stimino più
che Dio: & oltre di ciò: che l'adulatione li guasta in maniera, che non è
maraviglia, se non ascoltano alcuno, & se procedono con precipitio. Di
Olanda, li Stati di quelle Provincie unite, & il Conte Mauritio di Nassau,
a parte scrissero lettere di molta affettione alla Republica, offerendo anco li
loro ajuti di arme & vettovaglie, & ogni altro servitio nell'occasioni,
che le controversie potessero partorire, a' quali fù corrisposto dal Senato con
lettere di ugual benevolenza, aggradendo le oblationi, & ricevendo l'essecutione,
se il bisogno l'havesse ricercato.
In Turino
ancora, quel Duca (essendoli data parte da Pietro Contarini Ambasciatore, del
Monitorio affisso in Roma) mostrò d'esserne avvisato, affermò d'intender molto
bene le ragioni della Repub. & conoscere, che la causa è commune a tutti li
Prencipi: non volse meno far dimostratione alcuna a favore del Pontefice
quantunque dal Noncio gli fosse fatta grandissima instanza, mà non volendo
manco offenderlo apertamente, restò di far Capella, per levar occasione di
questa difficoltà: Non caminò con l'istessa moderatione l'Ambasciator suo
appresso la Republica, il quale si ritirò, ne mai comparve inanzi al Prencipe,
se bene invitato, & nella villa dove s'era poi trasferito, faceva ogni
sinistro ufficio con li Preti, & persone vicine, contra la Rep. a favor del
Papa, il che serviva più a mostrar il suo mal'animo & affetto appassionato,
che a far danno alcuno. Il Duca ancora (se ben tenne sempre l'istessa opinione
delle Censure Pontificie) non trattò nel medesimo modo coll'Ambasciatore,
imperoche essendo occorso, che dalla Rep. furono scritte lettere alli suoi
figliuoli con titolo di Eccellenza, secondo che per l'innanzi haveva costumato
di fare, sdegnato di questo, fece Capella, non ammesso l'Ambasciatore, &
hebbe gusto di far sapere, che ciò haveva fatto, perche la Rep. non haveva dato
de l'Altezza a' suoi figliuoli.
In Fiorenza
non fece quel Gran Duca verso Roberto Lio Secretario della Rep. alcuna novità,
trattò con esso lui all'istesso modo, che prima, solo Antonio Grimani Vescovo
di Torcello Noncio del Pont. in quella Città, (se ben gentilhuomo Venetiano)
ricusò di ammetterlo in casa sua, & li fece intendere, che per l'avvenire
non trattasse più con lui, sino che non havesse ordine da Roma di quello che
doveva fare: mà alcuni giorni dopo, mutato pensiero, (per qual causa, non si
sa) senza aspettar altro da Roma, ritornò a trattar con esso lui nel modo
solito.
In Napoli il
Conte di Benevento, Vicerè; alla rappresentatione che li fece Agostin Dolce,
Residente appresso lui per la Rep. biasimò la frettolosa maniera del Papa,
approvò le ragioni della Rep. & trattò sempre col Residente nel modo
solito, il che fece anco Monsignor Bastone Vescovo di Pavia Noncio del
Pontefice.
L'istesso anco
osservò in Milano: il Conte di Fuentes, Governator di quello Stato, con Antonio
Paulucci Residente per la Republica appresso di se; In altre Città d'Italia, la
Republica non hà ministro alcuno.
Mà i Duchi di
Mantova & Modena mostrarono bene la stima che facevano della Republica,
& come intendessero le attioni del Papa col mezzo delli Residenti loro in
Venetia.
Hora tornando
alla narratione delle cose successe: I Prencipi d'Italia, & gli
Ambasciatori delli Rè residenti in Roma, & appresso la Rep. quando
conobbero, che il Pont. subito veduto il suo monitorio non stimato, restò
confuso & fluttuante in se medesimo, quasi manifestamente mostrandosi
pentito del fatto, entrarono in speranza che il negotio si potesse accommodare,
& ogn'uno di loro desiderava esser il mediatore di cosi grand'affare, &
per tre mesi seguenti dopo la publicatione dell'Interdetto a gara si
offerivano.
Il Duca di
Mantova al quale l'Agente suo in Roma scrisse, ch'egli haveva trovato il Papa
più mite, & si haveva lasciato intendere che farebbe qualche cosa più per
lui, che per altri, & volentieri tratterebbe con esso, si offerì di
condursi a Venetia & a Roma, per adoperarsi: mà gli fù risposto dal
Senator, che s'haveva usato ogni sapere & ogni destrezza acciò ch'il Papa
non precipitasse, ne era stato possibile trattenerlo, che non corresse dove la
sua volontà mal' affetta lo portava, hora, che era proceduto alle manifeste
ingiurie, non si sapeva più che altro fare, se prima il Pont. levate le censure
non tornasse le cose allo stato di prima; restava bene nella Republica,
dispositione di mostrarsi ossequente alla Sede Apostolica in tutte le cose,
dove non resti violata la libertà, ò alterato il governo.
Il
Guicciardino Ambasciator del Gran Duca di Toscana, venuto già prima per far li
complimenti col Doge per la sua Elettione, ritrovandosi ancora à Venetia,
espose l'officio che il Gran Duca haveva fatto col Vescovo di Soana, &
altre trattationi havute in conseguente dopo quello: offerendo S.A. di passar
ancora più innanzi, & di andar anco a Roma in persona, al quale fù risposto
con affettuoso ringratiamento & recognitione della buona volontà,
soggiongendo che le turbe non sono procedute dalla Rep. mà dalla poca desterita
del Pont. il quale senza ragione alcuna è passato ad ingiuriarla cosi
notabilmente; perilche essendo le cose in tale stato, non sa che altro fare, se
non attender a diffendersi, conservando la Religione Catholica. Trattò poi il
Gran Duca con Roberto Lio Secretario della Republica, Residente appresso di se,
& li disse, non potersi negare, che il Papa non fosse corso a furia, che non
si doveva proceder con un Prencipe in tal modo, manco in caso di heresia, mà
che dopo, se n'era avveduto, & ascoltava; che era tempo d'introdur negotio;
che la risposta datali da Venetia, era ben amorevole mà concisa, che bisognava
discender al particolare & dar qualche sodisfattione al Papa; che si
sarebbe fatto il servitio del publico governo per qualche altra via, che fosse
piaciuta anco al Papa, che non si deve disputar de' vocaboli, quando
l'intentione si conseguisce, che tra il Pont. & la Rep. le cose non vanno
del pari, mà si tratta col vicario di Dio, che si potrebbe trovar qualche
temperamento con qualche dichiaratione, delle Leggi fatte, come si suol fare,
quando conservando la stessa ordinatione, si suol dar sodisfattione di parole.
Il Duca di Savoia
ancora narrò all'Ambasciatore Contarini, che haveva fatto ufficii in Roma, col
Pontefice, & significatoli liberamente che la congiuntura delle cose, lo
persuadeva a trovar qualche temperamento, poiche poteva esser certo, che non
havrebbe tutti li Prencipi della sua: & anco la Rep. doveva haver l'istessa
consideratione, con tutto che la ragione fosse dal canto suo: Che esso ancora
haveva continue controversie con la Corte Romana, che le temporeggiava col
portar inanzi: però sarebbe stato molto salutifero veder di componere in
qualche maniera le controversie, al che offeriva l'opera e la diligenza sua.
Ancora D. Inico di Cardenas Ambasciator di Spagna, essortò efficacemente alla
quiete, assicurando che l'istesso pensiero era del Rè suo, alla tranquillità
d'Italia: & però pregava la Rep. che aprisse strada a qualche temperamento,
aggiungendo, che questo ufficio non si faceva con lei sola, mà si sarebbe fatto
in Roma per parte del Rè, maggiore & più efficace.
Più
efficacemente & sollecitamente di tutti, operava Monsieur di Fresnes
Ambasciator Francese, il quale, non ancora finito il termine del monitorio
portò avviso in Collegio, Che il Pontefice era pentito delle cose fatte, &
travagliatissimo, che con ogni poco di sodisfattione, anzi più tosto di apparenza,
si sarebbe accomodato, che tanto li significava Alincourt Ambasciator regio in
Roma. Dopo di questo, diede conto che Alincourt & li Cardinali Francesi
havevano fatto gagliardo ufficio col Pontefice mostrandoli, che le opportunità
presenti, (quando la Sede Apostolica non era senza travagli in Ongaria) non
comportavano che si tagliasse il braccio destro, ch'era la Republica, &
ricercandolo in fine, che sospendesse il monitorio, al che il Papa, (havendo
dimandato due giorni di tempo per pensarvi) haveva risposto, d'haver conferito
con diversi Cardinali la loro proposta, & che ogn'uno concludeva, che egli
non poteva farlo con suo honore, essendo seguito il protesto con parole
ingiuriose (cosi diceva egli) contra la sua Persona: con tutto ciò, dal Card. Borghese
era stato loro detto, che se la Rep. mostrasse ossequio, rivocando la Legge
delle Enfiteosi, & rimettendo i prigioni in mano del Rè, potrebbe esser,
che il Papa sospendesse il monitorio per qualche giorni, acciò si potesse
trattare. Soggiunse Fresnes, che si ricevesse in bene, l'interpositione del Rè,
il quale haveva il suo Regno sicuro, & quieto, & senza interessi, &
quello che fe, è solo per il bene commune degli altri: che se credesse poter
con quel mezo comporre le controversie, manderebbe il maggior Prencipe di
Francia, andrebbe anco esso in persona, che il Papa non è Giulio II. che habbia
il fuoco in mano: che si confidi nel suo Rè, & se gli apra il cuore, che è
Venetiano. Ritornò anco Fresnes la 3 volta,
con dire, che per corrier espresso era stato avvisato, che il Marchese di
Vigliena haveva pregato il Papa di non passar innanzi per alcuni pochi giorni,
perche sarebbono venuti ordini di Spagna, & ufficii efficaci con la Rep.
che sarebbe necessitata dar ogni sodisfattione, che per tanto non si risolvesse
sopra l'ufficio de' Francesi, & che il Papa era di cio molto contento,
& che era sino passato a dire, che quando credesse esser aiutato, haveva in
mano tanto, da poter citar il Doge all'Inquisitione, & notarlo di Heresia:
soggiunse però Fresnes, che essortava la Rep. a far presto, & risolversi,
acciò non facesse sforzatamente, & con pregiudicio, quello, che poteva far
volontariamente, & con honore: & che non facesse per altri quello che
non voleva far per il suo Rè, amico, benemerito, & confidente.
A tutte queste
proposte fù risposto dal Senato in una sol volta: Prima, ringratiando il Rè
degli ufficij fatti, & maravigliandosi, che per quelli il Papa non si fosse
mosso aggravando perciò la durezza di lui molto più, & concludendo da
questo la poca speranza, che si poteva haver di ridurlo a sani consigli,
aggiungendo poi, che se il Papa non leva le ingiurie con revocare le censure,
non si può aprire strada al negotio, che già il Senato, con l'Ambasciatore
straordinario, per molte dimostrationi ha dato segno d'ogni ossequio, si che
non si può far davantaggio, ne le cose sono in termini, che lo permettano,
poiche il Papa è passato tanto innanzi con le ingiurie: che la Rep. col
protesto non hà ingiuriato alcuno, mà si è difesa, & è stata necessitata a
farlo, per palesar al mondo, che voleva viver Catholica: che quando saranno
levate le censure, il Senato tratterà quello che il Rè proponerà, pur che non
sia contro la libertà della Republica, ne disordini il governo: che quanto alle
cose trattate dall'Ambasciator di Spagna col Papa, non occorre dir altro, salvo
che in ogni evento, la Rep. difenderà la sua libertà, e non farà mai cosa
indegna, & operarà con speranza d'haver sempre in ciò favorevole il suo Rè,
ad instanza del quale farà sempre tutto quello che sarà fattibile, ne farà per
altri quello che farà per lui, & che le ingiurie dette contra la persona
del Doge, non lo toccano tanto in particolare, quanto toccano tutta la
Republica, la quale si vendicherà di tanta & si essorbitante iniquità,
essendo questa solo una malignità, per dividere la concordia, che è nel Senato,
& in tutta la Rep. & che è una via da troncare ogni trattatione
d'accomodamento: Fresnes lodò la risposta, mà soggionse: il Papa con lagrime
haver dette ad Alincourt, che non vuole intaccar le ragioni della Republica, mà
solo conservar l'autorità & dignità della Sede Apostolica, che se il Senato
sospenderà le Leggi, egli sospenderà le Censure, promettendo che si contenterà
che le cose restino nel modo di prima, & che le Leggi si osservino con prestargli
l'assenso, soggionse Fresnes, Che sarebbe pur bene far qualche apertura al
negotio, & quando la Republica fosse per contentarsi di questo, farlo più
tosto hoggi, che dimani, perche più che si va innanzi, ogni giorno nascono
maggiori essacerbationi, & che anco il Rè è stato morduto in Roma, come
quello che procuri la depressione dell'autorità di quella Sede, desidererebbe
il Rè, che chi è stato primo ad ingiuriare, fosse il primo a rivocar le
ingiurie, mà persistendo il Pont. in non volere, si poteva trovar temperamento
di far le sospensioni delle Leggi, & del Monitorio, tutto in un tempo: che
il Rè desidera l'accomodamento per l'affettione che porta alla Rep. & anco
perche queste difficoltà li portano impedimento alla sradicatione delli heretici,
che dovrà essere grata così al Pontefice come alla Republica.
Di nuovo
ancora il Residente di Mantova (havuta una staffetta in diligenza) riferì per
parte del Duca, che il Papa non si trovava più tanto duro, & che vi era
ottima speranza di accomodamento, & propose questo partito, cio è, Che la
Republica con un'Ambasciatore espresso supplicasse il Papa di sospender le
Censure, & rimetter la Trattatione di tutte le controversie ad una
congregatione de' Cardinali, o Prelati deputati da lui, mà non diffidenti, li quali
poi trattassero sopra le Leggi, & ritrovassero rimedio, che ambe le parti
restassero sodisfatte. Discorse lungamente il Residente, per mostrar con
ragioni, che perciò non sarebbe diminuita la riputatione della Rep. massime
perche ogni humiliatione verso la Sede Apostolica, è senza diminutione, di
riputatione: alla qual proposta, non essendo cosi presto fatta risposta dal
Senato, ritornò il Residente a sollecitarla: offerendo che il Duca verrebbe a
Venetia incognito, che passerebbe per le poste a Roma. Rispose il Doge,
ringratiando il Duca, soggiungendo, Che si è fatto tutto il possibile, che hora
la Rep. è troppo offesa, che le cose proposte, hanno troppi contrarij, &
che se altro occorrerà al Senato, glie lo farà sapere.
Il Gran Duca
ancora, in quell'istesso tempo, disse al Residente Veneto, Che la negotiatione
Francese non poteva far più effetto, che il Papa era arrabbiato, però bisognava
piegar da ambe le parti: perche il Papa mai non leveria l'interdetto, se non si
fà qualche cosa a Venetia, che a lui il negotio preme, per la quiete publica,
che se pensasse esser creduto, s'intrometterebbe con speranza anco, anzi
certezza di ridurr' il tutto a buon fine, & questo non per interesse, ne
per ambitione, (che vuol lasciar la gloria ad altri) che hà fatto dir l'istesso
al Papa, il quale a questi concetti s'è intenerito, & hà pianto, che è
necessario venir a risolutione di dar qualche sodisfattione al papa, altrimente
ogni cosa anderà di mal in peggio. Mà in contrario di tutti Agostino Valiero
Cardinale, Vescovo di Verona, (Prelato, che sempre mostrò in ogni attione
l'affettione sua sincera verso la patria, & la devotione al suo Prencipe)
scrisse in altra forma, dicendo haver parlato col Papa, & averlo ritrovato
di buona volontà, inclinato a qualche temperamento, mà che per mano de'
Prencipi non vi era speranza di poter far cosa buona, proponendo egli un altro
partito, & questo era, che il Patriarca eletto andasse a Roma, come
privato, (cosa, che al Papa sarebbe stata grata, & l'havrebbe visto volontieri
per diversi rispetti) il qual Patriarca havrebbe potuto trattare quasi come
Ambasciatore, quello che fosse stato a proposito. In Senato, (considerate le
cose proposte da tanti Prencipi, & essaminate le ragioni, che da un canto
persuadevano a dar orecchie alle loro propositioni, & aprir via al negotio,
col conceder qualche cosa in sodisfattione al Papa: dall'altro costringevano a
conservar la libertà. Sino a quel tempo non mai violata, etiandio in occasioni
difficilissime) venne in resolutione di risponder uniformente a tutti.
Al Residente
di Mantova (dopo haver affettuosamente ringraziato S.A. della benevolenza,
& diligenza usata) disse, Che la volontà della Republica era ottima alla
pace: mà essendo ella così gravemente offesa dal Papa, non conveniva, che fosse
la prima a far dimostratione di voler riconciliatione: mà bene, quando il Papa
havesse levato le ingiurie, che ancora duravano con le Censure, se gl'havrebbe
data ogni sodisfattione, non pregiudiciale al governo, & che il Senato
sperava, che la prudenza del Duca, conoscerebbe quanto i partiti proposti siano
pregiudiciali, & approverebbe la deliberatione, sapendo quando convenga
esser geloso della publica libertà.
A Fresnes
rispose nell'istesso senso, Che non ostanti le gravissime ingiurie, &
offese fatte dal Papa, & la mala volontà sua verso la Republica, ella
nondimeno è paratissima a ricever ogni conveniente modo di concordia, però
volga gli ufficii al Pontefice che levi le censure, che con questo si aprirà
strada a mostrar' la buona volontà del Senato, il quale (per rispetto di sua
Maestà) all'hora mostrerà tutti quelli ossequii che saranno possibili, salva la
libertà sua.
L'Ambasciator,
udito questo, replicò, Che il Rè temendo li mali che soprastanno per questa
controversia, non per interesse proprio, mà per rispetto della Rep. haveva
deliberato interporsi, & a Roma ha fatto li ufficii che conveniva; però
sarebbe stato anco conveniente, che il Senato havesse confidato nel Rè, &
dichiarato che cosa fosse quello, che sarà per fare, quando le censure fossero
levate; il che haverebbe servito per indur il Papa a la revocatione del
Monitorio. Hora intendendo, che il Senato non vuole uscir delle parole
generali, ne confidar la mente sua col Rè, egli si ritirerà, & non darà più
molestia, perche il Papa, (che è persuaso non haver fallato, & di esser
retto dallo Spirito Santo, & che la rivocatione delle censure è con sua
poca riputatione) non sarà mai possibile, che ci venga, se non mostrandoli qual
cosa sia per ottenere, di sua dignità, & sodisfattione. Doppoi aggiunse
Fresnes, che Alincourt trovava il Papa di natura fermo, & duro, & che
bisogna essere grand'Oratore, a persuaderlo, & se alcuna volta, vinto dalla
ragione, cede, torna però a l'istesso: & quando è convinto, dice, che vi
penserà, mà il pensare poi è lo star fermo; perilche se altro non si dice a
lui, il Rè si ritirerà.
Mentre che queste cose si
trattavano in Venetia & a Roma, & nelle Corti de' Prencipi, i Giesuiti
non restavano di far ogni sinistro ufficio contra la Republica, fuori d'Italia,
& dentro, nelle Città, dove si trovavano, seminando molte calunnie, così
ne' ragionamenti privati, come nelle publiche predicationi, & nel dominio
della Rep. con lettere a' loro adherenti, chiamavano anco i loro devoti alli
confini, entravano essi nel Dominio travestiti, & sconosciuti, a fare
sinistri ufficij, disseminarono di varie indulgenze a quelli, che osservavano
l'Interdetto, & a chi persuadesse altri ad osservarlo, o prestasse qualche
favore alla causa del Pont. scrissero lettere false, & le disseminarono per
tutto, sotto nome della Rep. di Genova, a quella di Venetia, & ne
seminarono anco in molti luoghi un'altra, scritta da un loro devoto, sotto nome
della Città di Verona, alla Città di Brescia, le quali cose vedute dal Senato,
fù commesso, che si formasse processo delle seditiose attioni loro, fatte così
ultimamente in queste occasioni, come anco nelli tempi precedenti in diverse
altre: Et quanto alle cose fatte in questa ultima occasione, si giustificò
abondantemente, che nelle Prediche havevano invehito contra la Republica,
chiamandola heretica, Lutherana, tirannico governo, abominevole, & con
innumerabili altri tali epiteti, & questo nelle Città di Ferrara, Bologna,
Parma, Mantova, in Bari, Palermo, & altri luoghi: che per opere, &
suggestioni loro, furono tutti i mali incontri avvenuti in Spagna, & in
Boemia a gli Ambasciatori della Republica, & che in Francia, & in
Polonia hanno tentato di farle ogni ingiuria, sino in Inghilterra con li
Catolici di quel Regno hanno fatto ogni sinistro ufficio, sino riprendendo, che
la Republica tenesse Ambasciatore appresso quella Maestà, & di quella, in
Venetia, con dire per iscusa de gl'altri Prencipi, che i loro interessi lo
comportavano, mà non milita l'istesso nella Republica, che fecero sinistri
ufficij con li Prencipi d'Italia, acciò non permettessero che la Republica
assoldasse nello Stato loro; & non essendo lor' successo questo, andarono
per i villagi detestando il Nome Veneto, & minacciando arrabiatamente, chi
fosse andato alla guerra: Le seditioni, che si trovarono eccitate da loro nel
dominio con lettere, con instruttioni, con trattationi a bocca, tenute con li
sudditi, che per qualche accidente andavano nelle Città, dove essi erano, &
alli confini dello Stato, con li devoti loro, chiamati là, furono innumerabili:
Fù giustificato anco, che molti delli disturbi dati dal Pontefice in queste
occasioni, hanno proceduto da instigatione loro, & da speranze dategli; che
essi havessero parte nel governo della Republica, & che potevano metter
divisione tra li Senatori. Mà di cose passate, fù giustificato, che, quando la
Rep. doppo la morte di Henrico III, diede
titolo di Christianissimo al presente Rè di Francia, essi avvisarono a Roma
d'haver fatto di ciò coscienza a molti Senatori, che parciò erano pentiti,
& havevano negato loro l'assolutione, se non promettendo di ritrattare,
& che era facil cosa, che instando il Pont. ogni cosa si rivoltasse: per la
qual persuasione il Pont. fece l'instanza, ne essendo sodisfatto, passarono molti
disgusti, & travagli; che in diverse occasioni s'erano mostrati fautori di
Prencipe grandi, & perciò ingeritisi nelli negozij del governo; che
spendevano più di 100. scudi in porto di
lettere; che arguisce la moltiplicità de' negozij, & corrispondenze per
tutto: Si provarono anco molte insidie tese alla robba de' loro confitenti,
& delle donne in particolare, con molto danno delle famiglie; Fù anco
considerata la dottrina loro nelle politiche in essaltatione della Monarchia,
& depressione dell'Aristocratia, con certe massime molto contrarie al
governo, & instituti della Republica giunto che i Giesuiti sono stati
autori, & istromento di tutte le sollevationi, seditioni, disordini, &
danni successi a nostri tempi in tutti i Regni & Provincie del Mondo:
perilche furono trovate colpe non solo nelli particolari di loro, mà anco
nell'universale della società, molto più di quelle che si havrebbe potuto
pensare: Fù proposto il tutto al Senato, & da quello deliberato sotto il 14. Giugno; Che essendo stata ricevuta la Congregatione
de' Giesuiti in Venetia nelli primi principij del loro nascimento, & sempre
favoriti, ne havendo essi usato mai altro, che ingratitudine contra la
republica, & essendosi sempre mostrati inclinati a far ogni ufficio
pregiudiciale a quella, & vedendosi al presente continuate con
insopportabili molestie, mali ufficij & insolentissime maldicenze,
procurando di offenderla, Non potessero esser mai più ricevuti in alcun luogo
dello stato, ne questa deliberatione potesse esser revocata, se non letto prima
il processo formato, & con consiglio di tutto il Collegio, conforme con i
voti di cinque sesti del Senato, ridotto in numero sopra 180. Et è chiarissimo argomento, le loro colpe
esser' enormi & evidenti; Che nissuno di tanto numero parlò a loro favore,
& nello stesso scrutinio fatto per voti secreti si ritrovarono tutti
conformi a decretare la perpetua loro esclusione, con tuto che di quel numero
ve ne fosse qualche parte, che per il passato si fosse confessata da loro,
& gli havesse in altre occasioni favoriti affettuosamente.
Mà il Pont.
vedendo le difficoltà di venir all'accordo tanto desiderato da lui, con quella
dignità, che havrebbe voluto, & considerando insieme, Che tutti i maneggi
& artificij, così delli Giesuiti come d'altri Ecclesiastici non potevano
metter dissensione nello stato della Rep. (cosa che egli pensava esser molto
profittevole per indurr' il Senato a ceder alla sua volontà) riuscendo tutte le
Imprese senza frutto, non havendo potuto con tante arti, & insidie prender'
altri, che qualche persona semplice, venne ad una sottilissima inventione;
& il 19. del Mese di Giugno publicò
un Giubileo, invitando tutto il Popolo Christiano a pregar Dio insieme con lui,
per li bisogni della Chiesa, & concedendo indulgenze, assolutioni, &
remissioni a tutti, eccetto quelli che si trovassero nelle Città & luoghi
interdetti, a' quali non concesse le sudette gratie, ne li ammesse nel numero
di quelli, l'orationi de' quali implorava: in Italia nissuna cosa spirituale è
più desiderata, o aspettata dalli popoli, & quando è concessa, ricevuta con
più divoto affetto, che il Giubileo: per tanto pensarono che i Popoli del
Dominio Veneto vedendosi privati di tanta gratia, concessa a tutti li Fedeli, dovessero
far qualche moto per ottenerla, mà non essendo successo il mal effetto, che
speravano li Giesuiti, li quali in questo tempo con ogni occasione di Prediche
nelle Città vicine havevano detratto all'honor della Republica, si diedero
alhora, ad usar l'estremo delle loro arti, per far nascer qualche confusione,
scrivendo alli loro aderenti, Che quantunque il Pontefice non concedesse il
Giubileo generalmente à tutti, nelle terre del Dominio Veneto, essi però
havevano facoltà dalla Santità sua, di concederlo alle persone, quali
osservassero le conditioni proposte da loro; fra queste, vi era: Il non andar
alla Messa, Il non approvar le ragioni & attioni publiche, & altre più
importanti.
Fù bene in Spagna conosciuto il fine di questo
Giubileo, imperoche, quantunque tengano grandissima devotione verso le
Indulgenze, che vengono da Roma, & massime Giubilei; veduto questo,
restarono molto sospesi, & con tutto ch'il Noncio facesse più volte
instanza grande per la publicatione, andarono prolungando tre mesi, prima che
vi acconsentissero. Nel tempo che in Roma attendevano alle Cerimonie del
Giubileo, in Vicenza fù attaccata in diversi luoghi una scrittura, dove era
esortata la Repub. a separarsi dalla ubidienza della Chiesa Romana, &
toccava diversi punti della Religione, nominando anco il Papa per Antichristo;
cosa che avvisata a Venetia, turbò molto il Senato, la cui resolutione era
stata sempre costante in conservare la Religione intatta considerò molto bene,
che quantunque simili operationi furtive, possano esser fatte da un solo, non
dimeno, quando non si proveda, si che nissun ardisca d'imitarle, possono haver
perniciose conseguenze; Perilche publicò un bando severo, proponendo premij a
chi manifestasse l'autore, ordinando anco alli Rettori di far accurata inquisitione:
con tutta la diligenza usata, non si trovò se non alcuni lontani indicij, che
fossero stati li Ecclesiastici stessi, ò per mostrare il pericolo, &
incitare a convenire presto col Papa, o per verificare le detrattioni, che li
Padri Giesuiti seminavano.
Nel tempo
medesimo che il Pontefice ordinò questo Giubileo operò che Vigliena spedisse un
Corriero in Spagna, significando al Rè; Che il Papa si fosse gettato tutto
sotto la sua protettione, & che però li dimandava non solo favore, mà
ancora ajuti di arme. Fù risposto dal Rè all'Ambasciatore; Che dovesse
reprimere questi pensieri, perche le turbationi d'Italia non tornavano commode
alla Sede Apostolica, ne alla Corona di Spagna, la qual risposta se ben
afflisse il Pontefice sopra ogni modo, non di meno per tentar ogni mezzo, spedì
esso un Corriero, con un Breve al Rè, & una Scrittura delle ragioni sue,
& con una lettera al Duca di Lerma, dove a lui raccomandava se, & le
cose sue, con eccessivo affetto, & offerta di obligatione, & recognitione,
nominandolo, Base della Corona di Spagna, sopra quale posava la Monarchia
Catolica, Unico fondamento della Chiesa; & era scritto il Breve nel
principio in Latino, mà nel progresso in volgare Italiano, per darli il titolo
di Eccellenza, (cosa insolita alli Pontefici) con tutto ciò il Papa non
confidando di ottener in Spagna quello che desiderava, ascoltava, &
trattava li propositi componimenti; & certo è, che li ufficij fatti da
molti Cardinali, & Ambasciatori in Roma, mà specialmente quelli de l'Ambasciatore
Christianissimo, furono così efficaci, che congiunti, fosse col rimordimento,
che il Pont. sentiva nella propria coscienza, lo ridussero a tale, che restò
quasi persuaso, & fù vicino a condescendere di sospender le censure, per
aprire strada a trattar compositione, & s'era dato a ricever i voti de'
Cardinali sopra di questo; li quali mentre ascolta in principio di Luglio, nel
tempo apunto, che Monsieur di Fresnès fece l'ultima instanza sua, (della quale
habbiamo fatto mentione) quando il bando de' Giesuiti nella publicatione del
Giubileo divertì da continuare il trattato della negotiatione: venne risposta
di Spagna delle lettere scritte del Papa, & l'Ambasciator Catolico
accompagnato da 3 Cardinali, presentò al Pont. una lettera del suo Rè, nella
quale scriveva, Che havrebbe havuto desiderio, che le differenze con la Repub.
di Venetia non fossero passate cosi innanzi: mà perche vedeva la dignità della
Santità sua molto interessata, si era risoluto di assisterli con le sue forze,
& che di ciò ne haveva scritto alli Ministri suoi d'Italia, & dato
ordine che fosse fatto intendere alli Prencipi suoi dipendenti. Fù letta dal
Papa la lettera con somma allegrezza, la quale dimostrò non solo con le parole,
mà anco con rescrivere lettere affettuosissime, non solo al Rè, mà al Duca di
Lerma anco, & spedi le lettere con Corriero espresso. Ne mancò, chi
pensava, che le lettere di Spagna fossero state scritte in Italia, &
s'allegava per buona congettura, che in quelle il Rè diceva, d'haver fatto nota
la sua volontà all'Ambasciator Veneto residente appresso la sua persona, al
qual nondimeno non haveva fatto motto alcuno, innanzi che capitasse la risposta
del Pont. Mà la verità fù, che il Duca di Lerma mosso dal'honore fattogli dal
Papa, & dalle humili preghiere portegli, volse corrispondere, il che li fu
facile da fare, poiche havendo li Consiglieri di Stato, (per la traslatione
della Corte) tolto licenza di star' assenti per tre mesi, nissun di loro in
quel tempo si ritrovava alla Corte, fuor che il Duca di Chinçon, il quale come
cognato di Vigliena, era delli istessi pensieri: Fù anco detto da alcuni
Ministri del Rè in Italia, che fù conceduta la lettera dal Rè, con fine di
pacificar le cose più facilmente, perche da alcuni Prelati Venetiani era stato
asseverantemente affermato, che quando il Rè si fosse dichiarato apertamente
per il Pontefice, il Senato havrebbe cesso immediate, & si sarebbe
humiliato, la qual cosa significata da Roma in Spagna, rese la dimanda del
Pontefice più facile appresso l'animo del Rè, & del Duca di Lerma, inchinatissimi
a conservar la pace.
Mà
l'Ambasciator Spagnolo in Roma, & gli altri Ministri del Rè in Italia,
pretendevano con questa lettera, & offici fatti, d'haver messa la Sede
Apostolica in grande riputatione, & anco disse il Marchese di Vigliena Ambasciator
di Spagna al Pontefice, che il suo Rè gli farebbe con poche parole conseguir
quello, che altri non havria potuto con molte, & che li havrebbe fatto
venir i Venetiani prostrati: perilche anco pareva alli Spagnoli, haver
acquistato gran merito, & però potersi valere del Papa alli suoi bisogni,
& volendo che non servisse meno a loro di profitto & riputtatione, che
al Pontefice, lo ricercarono di tre cose: La prima, Che facesse publica festa
in Roma di fuochi e campane: La seconda, Che leggesse la lettera in Concistoro,
e fosse conservata nelli Archivi: La terza, Che troncasse totalmente la
trattatione incomminciata dall'Ambasciator Francese, ne parlasse di questo
negotio più oltre col Rè di Francia: Le quali cose publicate nella Corte, &
passate per bocca di tutti, mossero Alincourt ad andare all'audienza, &
narrare al Papa la fama sparsa delli trionfi che facevano per la lettera, &
delle cose promesse, & dimandate dall'Ambasciatore Spagnuolo: Al che
soggiunse, Che sono ostentationi, solo per disturbar l'acommodamento, &
tener in discordia due Prencipi i maggiori d'Italia, che uniti, sono contrapeso
bastante per raffrenar li dissegni loro, che questi sono termini da Monarchi
del mondo, in bocca de' quali, sarebbono anco troppo arroganti: che gli Spagnuoli
conoscono se, & la debolezza propria, che altrove non possono sostentare,
mà lor' conviene cedere, & trattar di pace, & in Italia si credono di
commandar a tutti, & esser unici arbitri d'ogni cosa; mà che se si
moveranno, gli altri non staranno a guardare. Il Papa confessò esser vere le
richieste de gli Spagnuoli, mà che a lui non compiono di piacere, & si
vedrà che non si farà altro, & che continuerà la trattatione; vero è che si
tien obligato ad ambe le due Corone, per la pieta delli due Rè, da' quali ugualmente
spera protettione, che hà gia tolto il voto delli Cardinali, & ch'ogn'uno
lo consiglia non passar' avanti nelli partiti proposti per l'accomodamento, se
li Venetiani non mostrano riverenza. Non restavano però li affettionati a
Spagna, di magnificare le offerte del Rè. Anzi che li Cardinali della
Congregatione, consultando quello che fosse da fare per ridur li Venetiani a
ceder alla volontà del Pontefice, conclusero, & riferirono al Papa, che
sarebbe bastato l'aiuto del Rè, il quale si havrebbe havuto, pur che se gli
fosse concesso quello, che ricerca in materia di Sicilia, il che fù creduto
esser da loro detto in concetto coll'Ambasciatore Catolico.
Il Spagna
ancora, li Consiglieri parlevano dell'istesso tenore al Noncio, che se il Pont.
voleva favori dal Rè, conveniva ancora, che ne concedesse, per dar qualche
sodisfattione alli popoli soggetti, acciò lor' non li rincrescesse esser
implicati in una tal guerra: & li fecero motto della relassatione del feudo
di Napoli: & di conceder Ferrara per guarnigione delle genti da guerra;
& Ancona, per ricovero della loro armata: Il Conte di Fuentes ancora, in
essecutione delle promesse del Rè, mandò D. Francesco di Mendozza Castellano di
Lodi, il Governatore di Lech, & il Capitano Lachiuga alli Prencipi d'Italia,
compartendo tra questi il carico, secondo che la commodità del viaggio portava;
e questo per significare a tutti loro la dichiaratione fatta dal Rè, &
ricercarli a dichiararsi col Pont. in conformità. Questi ufficij furono
variamente interpretati dalli Prencipi d'Italia, con tutto ciò quasi
uniformemente, rimandarono il messo, con risposte generali, non havendo alcuno,
riputato bene il descender' ad una tal dichiaratione. Parve solo al Conte, che
il Duca di Modena non rispondesse con quella prontezza, & larghezza, che
desiderava.
Il Pontefice,
molto sodisfatto per la lettera ricevuta, & per le cose fatte dal Conte,
restava nondimeno sospeso, vedendo ben trattato l'Ambasciator Veneto alla
Corte, mà il Marchese di Vigliena trovò modi di concordare queste attioni; che
parevano contrarie, dicendo, che tutto si faceva per servitio di S.S. accioche
li ufficij, quali il Rè dissegnava fare, in suo favore, havessero più
facilmente luogo.
La lettera
Regia insieme con gli ufficij, che il Conte di Fuentes mandò à fare per Italia,
furono apunto come trombette che nel mezzo della pace suonano sprovistamente
alla guerra, imperoche per l'innanzi, se bene il Senato Veneto fece qualche
provisione, non fù però con pensiero di assalir' altri, ne di haver bisogno di
difendersi dalle armi temporali del Papa, ne meno di altro Prencipe, che
pigliasse impresa di valersi di quel pretesto per acquistar qualche parte del
suo Stato, come altre volte è avvenuto tra Christiani, mà bene per rispetto di
buon governo, fece alcune leggieri provisioni subito che vide il Papa risoluto
di passar alle censure: Per questa causa scrisse immediate al Proveditor
Generale in Candia, che mandasse le galee in Golfo; Et prepose a tutte l'Isole
di Levante, Philippo Pasqualigo con suprema auttorità; Commandò al Proveditor
generale in Dalmatia, che assoldasse 400.
fanti tra Albanesi & Croati, sotto 4.
capi per distribuirli in 10. barche
longhe a 40. per barca, che a questo
effetto erano preparate: Et elesse 30.
governatori di Galera, acciò fossero preparati per armare: se il bisogno lo
ricercasse. Elesse ancora Benedetto Moro Procuratore di S. Marco, Proveditor
generale in terra ferma.
Il Pontefice
ancora (havendo più risguardo a qualche mal humore che nel suo stato si trova,
non solo per il solito di quei Popoli, che non possono contentarsi del governo
inviato più à commodo delli governatori stessi, che delli governati, mà anco
per i speciali mancamenti di quel Ponteficato) fece far rassegne delle cernide;
fece far alcuni deboli ripari a Rimini, & in Ancona, & per tener ferma
Ferrara, di dove più si poteva temere, non havendovi dentro se non 500. fanti & 45.
cavalli, vi aggiunse altri 1000. fanti
appresso: bandi tutti li forestieri dalla Romagna, & Marca, commandando che
tutti i nativi tornassero: mà ricevute le lettere di Spagna, giudicò
necessario, per sostentar la riputatione, (che gli pareva haver acquistato) con
qualche effetto, & col timor delle armi temporali, indurre a cedere alle
spirituali, provedersene quanto più poteva; al maneggio delle quali però, vedeva
opporsi molte cose. Prima, una eccessiva penuria delle cose del vitto in Roma,
& in tutto lo Stato suo, perilche i suoi popoli, & in Roma, &
altrove gridavano Pace & Pane, la qual carestia nelli vicini di Napoli,
& Abbruzzo si stendeva: & per il contrario era abondanza grandissima
nel Dominio Veneto; Considerava anche il pericolo, in che si trovava la riviera
di Romagna tutta aperta, & esposta ad ogni incursione; I popoli di quella
regione assai ben' affetti al nome Veneto per li molti & necessarij commodi
che ricevono dal commercio: Li cittadini di Ferrara in qualche sospetto; per
far qualche provisione, levò la legatione di Ferrara al Card. Aldobrandino, che
l'haveva ricevuta da Papa Clemente irrevocabilmente per tutta la sua vita; levò
quella di Bologna a Montalto, che l'haveva tenuta 18.
anni, e creò in Ferrara Legato, Spinola; in Romagna, Gaetano, & in Bologna,
il Cardinale Giustignano, tenendoli per poco ben affetti al dominio di Venetia:
fece rappezzare, mà con leggierissimi ripari le Città di marina; fece levar li
argenti della casa di Loreto, sotto pretesto di assicurarsi: mandò a Ferrara
Lucio Savelli, per governar le genti da guerra in quella Città; alli Cittadini
della quale furono levate tutte le armi, & voltata l'artiglieria del castello
verso la Città, & banditi da quella i forestieri, che non havevano arte o
negotio di considerazione; accrebbe le genti d'arme in quella Città, fino al
numero di 1800. fanti & 100. cavalli; mutandosi le guardie della
cittadella ogni 10. giorni per la diffidenza;
& mancando d'armi, fece pigliar quelle della Meldola, che Papa Clemente con
un suo breve haveva donato al zio Gio. Francesco Aldobrandino: in Romagna
ancora, fece nuovo bando, che tutti li forestieri dovessero partire, & li
nativi ritornare. Provide in Ravenna 200.
fanti in Cervia 300. in Ancona 40. perche quella Città si guardava da se
stessa: fece presidiare le terre di marina con le genti delle sue cernide, gia
rassegnate, le guardie delle quali bisognava spesso mutare, & rimettere,
per non esse pagate, & perche molti fuggivano.
Il numero de'
soldati, hora era accresciuto, hora era diminuito, secondo che fuggivano, ò
erano necessitati à ritirarsi alle loro case; per non haver da sostentarsi: mà
certa cosa è, che il numero de' fanti pagati non arrivò mai a 2400. & il numero di Cavalli a 350. mandò in Ancona il Colonel Federigo Fabio
Ghisleri eletto Capitano de' cavalli leggieri; il quale anco fece un rolo di 1700. archibugeri a cavallo, descritti in
diverse Città dello Stato Ecclesiastico, la maggior parte però senza arme,
& senza cavalli, a' quali non diede altro stipendio, che facoltà di portar
armi ne però questi mai si ridussero insieme: Fece anco il Pont. una lista di
Capitani per servirsene a tempo; la lista de quali fece andar attorno per tutto,
& fece chiamar' alquanti di quelli che erano in Fiandra; Prohibì ancora
alle terre di Romagna & Marca, il commercio con' Venetiani: quale nondimeno
fù quasi subito restituito, provandosi con l'esperienza, esser' di gravissimo
danno à loro stessi, il levarlo, massime perche li Gabellieri protestarono di
rinonciare le Gabelle; & non si sapeva dove cavar denari altrove, per pagar
la soldatesca; Fù prohibito ancora l'estrattione de' danari da 10 scudi in sù, & sequestrate le entrate
de' sudditi Venetiani: & in Roma per proveder danari, fù messa nuova
impositione sopra il sale, la carne, & la carta; con risolutione di
metterne anco sopra il vino, & legname di lavoro, quando il bisogno fosse
urgente. Ne bastando queste provisioni, si consultò in Congregatione, come si
potesse trovar danari; & per la difficoltà li pareri erano molto varij; fù
trattato di gravare li Cardinali; nel che, altri tacquero, altri fecero segno
di non approvare; onde non si risolse altro, se non di mettere gravezza a gli
ordini de' Regolari, come si fece. Le quali cose fatte successivamente dal
Pontefice in diversi tempi per tutto lo spacio di essi, che passò sino
all'accommodamento, le hò congionte qui tutte insieme, acciò che non
interrompano il filo delle negotiationi, che è la principal materia di questa
Historia.
Nel Ducato di
Milano non si trovavano altre armi, che 900.
Soldati Spagnuoli, compresi quelli, che erano nelli presidij, sette compagnie
di Cavalli leggieri ben in ordine.......di cavalli grossi assai mal' ordinati.
Nella Camera non vi erano più che 400.
milia scudi, & non si pagavano manco li provisionati; di maniera che li
soldati del Castello di Milano, quasi si amutinarono, se non fossero stati
presti il Conte, & Castellano con dar lor' un poco di sodisfattione di
danari; Fece venir il Conte di Fuentes 20.
compagnie di bisogni, di Spagna, che erano in numero 1800. la maggior parte putti, gente nuova & inesperta che
furono distribuiti nelli presidij: fece anco far le mostre di cavalli, alli
loro quartieri, per non pagarli, quali comparvero con cavalli la maggior parte
prestati, non potendo senza le paghe provedersi: Fece anco entrare alquanti
soldati Spagnuoli alla sfilata, che erano sbarcati a Monaco, & al Finale,
faceva lavorar con diligenza in Pavia, & nel Castello di Milano per
cavalcar l'artigliaria, & il Papa per indurr' il Conte ad operar più
sollecitamente a suo servitio, concesse molti beneficij Ecclesiastici in Spagna
a' suoi parenti, & alli nominati da lui: & per ajutar le spese, li
concesse le decime del Clero di Milano: se ben' gli Ecclesiastici congregati
dal Cardinal Borromeo, per effettuar questa concessione, repugnarono, dicendo:
Che la gravezza è nuova, non più imposta, & presero partito di supplicare
& sua Santità, & il Conte, che non s'introducesse tal novità; il Conte
non premette molto in haverle, onde la cosa passò facilmente in silentio. Diede
anco nome il Conte di Fuentes, di voler haver in ordine un essercito di 25000, persone composto di Napolitani,
Tedeschi, Svizzeri, & Spagnuoli, il che non havendo dato principio
d'essecutione sino all'anno seguente, all'hora se ne dirà. In Napoli armarono
li Spagnuoli 26. Galee per star' pronti a tutti i bisogni.
Mà il Senato
di Venetia non attendendo tanto alle provisioni Pontificie, quanto a prevenire
qualche insidie, & all'armata maritima, che si preparava Napoli, oltre le 28. Galee che ordinariamente si tengono, ne
aggiunse altre 10. & 3. galee grosse con 20. barche minori, che portano 50.
solduti1 per una, commisse al Proveditor generale in Candia, che mandasse
a Corfù le galee di guardia di quell'Isola, ben rinforzate; commandò a tutti li
Capi da mare, di ritener i vasselli che navigassero in Golfo, per qualunque
luogo, & mandarli à Venetia, eccettuati quelli che havessero Patenti del Rè
di Spagna per suoi negotij; il che misse gran confusione nella costa di Romagna
& Marca d'Ancona, che perciò restavano assediate: prohibì ogni estrattione
di biade etiandio alli sudditi Ecclesiastici, & le estrattioni di danari
per lo Stato Ecclesiastico da 10. ducati in sù; & fece sequestrare le
entrate de' Preti, che si ritrovavano fuori dello Stato; (cosa che diede molto
incommodo alla Corte, essendo stati sforzati perciò molti Prelati a scemar le
loro famiglie) fece anco allestire la terza parte delle Cernide, (acciò fossero
tralasciati tutti i capi di casa & tutti i maritati) la qual terza parte
contiene numero di 12000. fanti, &
oltre guarnigioni che continuamente sono trattenute nelle fortezze, assoldò nel
principio 2000. Italiani, 600. Corsi, & 150.
Cavalli Albanesi sotto tre Capitani, quali aggiunse alli 600. huomini d'arme, con li suoi primi piatti,
trattenuti per ordinario; le quali genti distribui per lo stato di terra ferma,
mandaro Nicolo Delfino Proveditor, di là dal Minzio, & Gio. Giacomo Zanne,
in Padovano, & Polesine di Rovigo: & crescendo i sospetti, assoldò 6000. fanti Italiani appresso il rimanente
della militia, liquali furono posti sotto carico di Gentil-huomini di terra
ferma sudditi del Dominio: lequali armi poi l'anno seguente furono aumentate
sino al numero di 12000. fanti, oltre
quelli delle Cernide, 4000. Cavalli, come
a suo luogo si dirà. In questo tempo ancora le Città, & altri particolari
soggetti si offerirono a contribuire, quando fosse stato loro commendato, &
le offerte di diversi ascendevano al numero di 7000.
fanti, & 1200. cavalli: li quali non
furono raccolti, perche la concordia seguì, sicome non fù bisogno valersi di
militia raccolta di Christiani, sudditi de' Turchi, de' quali l'Arcivescovo di
Filadelfia, huomo per la bontà della vita, & eccellente per la litteratura,
stimato dalla natione Greca, si offeriva con l'auttorità sua farne venir al
soldo in qual numero fosse bisognato, & con qualunque partito honesto, che
il Senato havesse giudicato, a' quali i Turchi spontaneamente concedevano
licenza; ne meno, delli aiuti offerti da diversi Signori Francesi, fra quali il
Duca Dumena si offerì di venir in persona con il Prencipe di Ioinville suo
nipote: Monsieur di Bonivet, (li Maggiori del quale furono sempre affettionati
alla Rep.) & i Protestanti di quel Regno, non solo si offerivano
spontaneamente di proveder di Capitani & soldati, mà ancora sollicitavano
di esser adoperati: li quali, si come erano ringratiati dal Senato, con
dissegno anco di valersene, se fosse stato bisogno, cosi era sua fermissima
risolutione di non venir all'essecutione, se non per estrema necessità, &
non esser primo a metter la guerra in Italia, mà solo preparato a difendersi
potentemente quando altri la movesse.
Il Conte di
Fuentes, per tener vivo il beneficio fatto con la lettera del Rè, & con li
suoi ufficij, faceva spesso intendere al Papa, hora per mezzo dell'Ambasciator
Catolico in Roma, hora per persone espresse, le provisioni che dissegnava fare,
& l'animo, d'impedire che non passasse gente Oltramontana in Italia,
avvisando, che teneva per ciò buona guardia alli confini de' Grisoni, &
stava armato alli confini di Venetia, per tenerli in officio: con tutto ciò era
notissimo al Pontefice, che per la carestia di Napoli bisognava, che le
provisioni de' soldati, che si dovevano cavare da quel Regno, andassero
tardissime, & vedeva ancora di non poter corrispondere alle dimande che li
erano fatte dalla parte di Spagna: Pensava anco molto alle parole dette dal
Rèal suo Noncio, chè non era per muover guerra, se non quando il Pontefice
fosse assaltato nello stato suo: per lequali cose haveva anco qualche pensiero
che il Rè di Spagna havesse più animo di veder lui scemato di reputatione,
& la Re. à spendere, che il negotio terminarsi à suo favore, onde dava
orecchie ad ogn'uno, che li parlava d'accordo; & massime perche era molto
desiderato dalli Fratelli, che dissegnavano comprare Regnano da Lucio Savelli,
come anco lo comprarono dopo, non ostante il bisogno, che la Sede Apostolica
haveva di danari. Per queste cose il Pontefice udiva & favoriva grandemente
l'Ambasciatore Christianissimo che dell'accordo li parlava, & se bene anco
l'Ambasciatore di Spagna faceva gl'istessi ufficij per la concordia: il Pont.
nondimeno dava più orecchie al Francese; si perche stimava, che fosse più
facilmente udito & creduto in Venetia il Rè Christianissimo; come anco
perche poteva trattare con Francesi più liberamente, temendo de' Spagnuoli, che
non volessero usar seco l'autorità: Mà in Spagna ridottisi li Consiglieri alla
Corte, fecero riflessione sopra la lettera scritta dal Rè, & li ufficii
fatti dal Conte con li Prencipi d'Italia; & si come non erano con
intentione di muover guerra, mà solo di mostrare, che quella Corona in tutte le
occasioni è congiunta con la Sede Apostolica, così fù giudicato necessario che
ciò s'intendesse chiaramente in Venetia, acciò non succedesse qualche
inconveniente contra la loro intentione, massime che erano pentiti d'haver
lasciata correre la controversia tanto oltre, & giudicavano espediente per
le cose loro, intromettersene in qualche maniera; mà volendo effetuar ambidui
questi dissegni con riputatione; con occasione, che l'Ambasciator Veneto diede
parte di alcune cose seguite in questa materia, li disse il Duca di Lerma, che
nelli punti delle controversie, la Repub. sosteneva la ragione di tutti li
Prencipi; mà quanto al modo, si poteva con termini più dolci levar il filo alle
armi spirituali, ricorrendo al Rè, acciò egli facesse conoscer al Papa il
pregiudicio, che faceva a se medesimo, col metter à rischio l'obedienza: Passò
anco à dire, Che il Rè haveva commandato à suoi ministri, di esser' istromenti
di pace, & harebbe continuato, se non fosse stato violentato à far
altramente, col'ammetter Prencipi non interessati in Italia; Procuravano poi
per mezo del Conte d'Olivares, che l'Ambasciator Veneto facesse qualche
instanza al Rè, se non à nome del Prencipe, almeno come da se, acciò la M.S.
s'intrometesse in questa controversia; mà perche l'Ambasciator si scusò di far
ciò senza commissione, si risolsero di venir più all'aperta, & mandar D.
Gio. di Velasco, Contestabile di Castiglia in Italia, senza certa commissione,
mà per darla poi secondo l'occasione. A questo si oppose il Noncio, come à
persona, che in Milano s'era mostrata contraria alla Giurisditione Ecclesiastica;
& che in Ferrara nelle cerimonie, che si fecero all'ingresso della Reina,
haveva dato disgusto alli Cardinali in materia dell'andar inanzi; Si pensò anco
à Gioanni Idiaques, & ad altri: mà per non differire, ordinarono, che li
primi ufficij fossero fatti da D. Inigo di Cardenas Ambasciator residente; Il
qual à 13. Luglio presentatosi nel
Collegio, disse; Che il Rè, amando la conservatione della pace, desidera, che i
disgusti tra il Pont. & la Republica non procedano innanzi, mà se gli
ritrovi qualche componimento, & per tanto hà commandato a tutti li suoi
ministri: che s'adoperino à questo fine, & a lui particolarmente hà
commesso, che ne preghi la Republica, accertandola che tutto quello, che à lei
parerà fare per metter fine à questo negotio, sarà gratissimo à S.M. Al che il
Doge, (havendo lodato il pensiero del Rè, & ringratiatolo) rispose, Che la
Rep. non può far più di quello, che hà fatto; che bisogna voltarsi a chi hà
promosso li travagli; (& qui recapitulò in brevità le cose occorse) concludendo,
A noi non stà aprir la strada chiusa da altri: il Pontefice, col mandar via
l'Ambasciatore & levar il Noncio, hà interrotto ogni negotio di
trattatione, il qual non si può rimetter in piedi, se prima non si levano le
Censure, colle quali la Rep. è offesa, & ingiuriata. Replicò
l'Ambasciatore, supplicando sua Serenità, che si contentasse lasciarlo dire,
Che trattandosi d'accomodamento, non bisogna rammemorare le ingiurie passate,
non potendo questo far alcun buon' effetto, & che se la Rep. si duole, si
lamenta anco il Papa; mà egli non vuol' entrar à discorrere, se il Papa habbia
fatto bene: (che sarebbe un entrar nel cose passate) Et se la Serenità sua dice
esser restato sulla difesa solamente, vi è però stato così bene, che appunto di
questo il Papa si duole, che con la qualità di essa, egli sia restato offeso,
& però convienne lasciar ogni cosa passata, & guardando solamente
all'innanzi, trovar modo, che si restituisca l'amicitia di prima. La prudenza
di sua Serenità è tale, che sarebbe temerità volerli ricordar il modo: Esser
cosa notissima à tutti, che il Pont. sostiene due persone, Una di Vicario di
Christo, & l'Altra, di Prencipe temporale, le quali distinguendo, l'una
dall'altra, sarà facil cosa veder' in che sia conveniente dar qualche sodisfattione
al Papa, perche come à Prencipe temporale, niuno ha maggior obligo con lui, che
con gl'altri Supremi; mà, come spirituale, og'uno è obligato ad ubidirlo. Che
il Rè non vuole, che si mandino le Leggi al Papa, acciò le corregga, ò le
ammendi, ne che si faccia alcuna cosa contraria alla libertà, o pregiudiciale
alla dignità della Republica: anzi, che quando vi fosse nel Senato qualche
intentione di far tal cosa, (come mancamento, il qual pregiudicarebbe à tutti
li Prencipi, & anco alla Maestà sua,) ha dato ordine a lui, come
Ambasciatore, di essortar la Republica, & confortarla a non farsi
pregiudicio, ne commeter indegnità, mà verso il Papa si può ben far qualche
dimostratione apparente di ossequio spirituale, che in sostanza non voglia dir
niente: Et rispondendo il Prencipe, Che già la Republica haveva mostrato col
Pont. ogni riverenza filiale, innanzi che sua Santità venisse alla publicatione
delle Censure; si che non restava di far altro d'avantaggio: mà publicato il
Monitorio, levato il Noncio, & interrotto ogni commercio, non può manco
replicarli medesimi atti di riverenza, se il Pont. col levar le Censure, non
apre la strada. Replicò l'Ambasciatore, Interrogando il Prencipe, Se per far
questa apertura, sua Serenità si contenterà, che egli preghi il Papa per nome
del Rè à levar la scomunica. Disse il Doge, Che si come hà sempre detto, così
sempre riplicherà, che è necessario levar l'intoppo; levisi poi, o con un
mezzo, o con un'altro, o per spontanea volontà del Papa, o per preghiere
altrui, poco importarà alla sostanza del negotio; & che S.M. poteva far
quello, che le piaceva. Aggiunse l'Ambasciatore; Dovrà anco la Serenità V.
contentarsi, che il Pont. sia pregato a nome di lei: Et dicendo il Prencipe,
Che per quiete d'Italia, & per impedire tanti mali, che seguirebbono, se le
cose capitassero alla guerra, quando il Rè fosse certo, che il Pont. ricercato
in quella forma, dovesse levar le censure, non sarebbe inconveniente il
contentarsi; mà però, che di questo glie n'havrebbe dato più risoluta risposta
col Senato. Cardenas non lasciò cader la parola, mà soggiunse immediate;
Adunque io ricevo questa parola da V. Serenità, di pregar il Pont. anco in nome
suo, che levi le censure però trattandosi di parole di cortesia, sarà
necessario aggiungere, che à V. Serenità dispiace, haverli dato disgusto (che
sono parole da niente, mà ben di cortesia, & che se ben non vogliono dir
niente, sono necessarie in questa occorrenza) Rispose il Doge, che ne da lui,
ne dal Senato era stato dato disgusto di sorte alcuna al Pontefice, mà se egli
se l'haveva preso non si poteva far altro: che alli dispiaceri volontarij,
altro rimedio non vi è, se non il volontario riconoscimento.
L'istesso
giorno ancora andò all'audienza l'Ambasciator di Francia, & ivi narrò come
il Papa havea riferito ad Alincourt d'haver ricevuto i voti di tutti li
Cardinali conformi; secondo il parer de' quali non può venir alla sospensione
delle censure, se dal canto della Republica non si fa qualche dimostrazione di
sommissione; & qui, passò l'Ambasciator à dire, Che si potrebbe forsi
vincere il Papa con ragione, & indurlo à contentarsi di esser il primo; mà
che in ogni modo sarebbe necessario dirli quello, che la Rep. fosse per fare
dopoi, altrimenti non s'indurrebbe mai: Et pero esser necessario, che dichiari
la Rep. quello, che vorrà fare; & che bisogna habbia confidenza nel Rè, il
quale è amico & congiunto, & che hà a cuore i rispetti della Republica,
& apra a lui il suo pensiero; perche non hà da riputare, che il Rè suo
habbia altro fine, che il beneficio della Rep. Rispose il Prencipe, Che già è
stato detto a bastanza, & che è stata mandata la risposta al Rè, così, per
mezzo di sua Signoria come dell'Ambasciator residente appresso S. M: & che
non conveniva far una tal dimanda; non servendo ancora il tempo, che potesse
esser venuto risposta dal Rè di quello che gl'era stato scritto, & detto:
Replicò Monsieur de Fresnes, Che egli prevedeva quello, che il Rè era per dire,
poiche quello, che se gl'era scritto erano parole generali, & che egli era
sforzato prevenire quello, che il Rè dirà per esser incalzato da Roma, dove
trattano con gran dignità; perilche bisogna humiliarsi, & non è pregiudicio
della temporalità, il sottomettersi al Papa, essendo jus commune l'humiliarsi
alli Pontefici; Aggiunse, Che fà ancora quest'instanza, parendogli, che sia
fatto gran torto al suo Rè, & alla buona volontà, che hà verso la Rep. non
confidando in lui, & non aprendoli liberamente l'animo; che in
gratificatione del Rè, facciano questa dichiaratione, perche con una semplice promessa
fatta a S.M. il Papa si contenterà di sospender le Censure. Fece ancora gran
consideratione sopra la lettera del Rè, & la ricognitione del Papa verso
lui; Et concludendo, che non era tempo di disgustar il Rè di Francia, il qual
senza dubbio restarebbe disgustato, quando non se li parlasse apertamente. A
quest'ultimo capo cominciò il Prencipe a risponderli, dicendoli, Che la lettera
non è qual si dice; ne le promesse così grandi, ne tanta la confidentia del
Papa in quelle; & che tutta via pur all'hora Cardenas haveva trattato con
termini di gran soavità, Confessando le ragioni della Rep. & affermando,
Che il cederle, sarebbe stato di pregiudicio à tutti li Prencipi, & che
quando la Rep. havesse fatto cosa indecente, overo fosse restata offesa nella
sua auttorità, sarebbe restato parimente offeso il Rè di Spagna per
gl'interessi communi di tutti li Prencipi, & che si vedeva chiaro che il Rè
di Spagna era volto all'accomodamento perilche non faceva bisogno precipitar il
negotio, mandando innanzi quello che deve seguir dapoi, & aggiunse ancora,
Che in ogni evento la Rep. non era mai per degenerar dalla virtù & costanza
de suoi maggiori: Fresnes pregò il Prencipe, che non prendesse in cattivo senso
le sue parole dette per singolar affettione, solo per significare, che havendo
giurato il Papa, che nissun Cardinale hà assentito alla sospensione, se prima
non fosse fatto qualche cosa a Venetia, era necessario pensar quello che si
possa fare, & dove si può arrivare; il che pensato, con ogni confidenza
communicare si poteva al suo Rè, come ad amico. Il Senato considerate le
proposte di questi due Ambasciatori, fece risposta allo Spagnuolo, dicendo, Che
è necessario applicar i rimedij à quella parte, d'onde viene il male; che à
questi travagli la Republica non hà dato causa pur minima, mà tutti sono nati
dalla volontà del Papa, il quale non solo hà tentato di violar la libertà della
Republica, & volerli levar la potestà sua, mà è passato anco alle ingiurie,
& offese; però desiderando il Rè di accomodar queste differentie, che non
passino più oltre, è necessario voltarsi al Papa, & di la far nascer il
principio, con la rivocatione delle ingiurie, & offese fatte, & che
quando il Rè habbia certa parola, che il Papa sia per levar le Censure, in
gratificatione della M. S. si contenta la Repub. Che per solo termine di
officio preghi il Pont. per nome suo à levarle & li aggiunga anco, Che il
Senato sente con dispiacere, che la Santità sua habbia voluto prender disgusto
delle attioni d'una Rep. sua divota indrizzate a gloria di Dio, conservatione
della tranquillità publica, & della libertà & potestà datale dalla
Maestà Divina.
Questa
risposta medesima fù communicata anco al Francese soggiungendo, Che se la M.
Christianissima stimerà bene, potrà valersi dell'istesso Pontefice.
Questa fù la
prima parola data, per far' apertura della negotiatione; dalla quale non
vedendosi nascer alcun buon effetto, anzi osservando il Senato, che il Pontef.
Non solo continuava le sue preparationi di guerra, mà ancora faceva efficaci
instanze al Rè Catolico per l'essecutione delle sue promesse, & spediva
spesso in Spagna & continuavan' i dissegni del Conte di Fuentes di armarsi
potentemente: credettesi che il Pont. fosse alieno dalla concordia, (se ben
mostrava in contrario) overo volesse esser ben provisto per avvantaggiarsi
nell'accordo; & per tanto giudicò necessario, dover esso parimente per ogni
buon rispetto intendere, qual fosse la mente de gli amici suoi, in caso che si
passasse a i fatti, & per tanto scrisse à gli Ambasciatori suoi in Francia,
& in Inghilterra, che dassero conto ciascuno al Rè appresso qual risiede,
Che il Pont. sempre più si allontana da ogni ragionevole componimento, & và
facendo preparationi d'arme; che già il Rè di Spagna si è dichiarato per lui,
& gli hà dato lettera propria, per pegno, con promessa di assistenza; che
il Papa spesso mandava in Spagna; & dall'altra parte, la Rep. era risoluta
di non far cosa contra la sua libertà, & dignità, per qual si voglia cosa;
onde pareva al Senato tempo opportuno di poter ricorrere alle MM. loro, per
intender la loro intentione, & quello che fossero per fare, quando le cose
capitassero à manifesta rottura: Fù insieme dato ordine a gli Ambasciatori
della Rep. che procurassero per ogni via di penetrare la mente di quel Rè,
& cavar da loro qualche dichiaratione del loro animo: Fù oltre di ciò
deliberato di chiamar gli Ambasciatori dell'uno, & l'altro di quei Rè,
residenti in Venetia, & dar lor' conto delle medesime cose; A che
l'Ambasciator Inglese (dopo l'haver ringratiato della communicatione, &
dolutosi per nome del Rè delle ingiurie, che erano fatte contra ogni ragione ad
una Republica, che meritava favori & gratie) lodò la generosità, &
risolutione al difendere la propria dignità, affermando, che per tal effetto
havrà dal Rè ogni aiuto & favore cosi di officij, come d'arme, & aiuti:
Propose anco l'Ambasciatore come da se, Partito di lega col suo Rè, & altri
Prencipi amici suoi.
Mà il francese
rispose, Che il Rè conosce molto bene le ragioni della Republica, & il
torto che è dal canto del Papa, col quale però non si deve proceder con ogni
rigore, dando l'essempio delle humiliationi & sommissioni, che il Rè usò
con Papa Clemente, esortanda2 la Rep. ad usar ogni diligentia per
trovar modo di accomodar le controversie: soggiungendo però, Che quando si
venisse alle armi, (cosa che non crede) il Rè assisterà alla Republica: che li
Spagnuoli non sono in stato di principiar una nuova guerra, & che le loro,
sono parole, & apparenze, quali al sicuro non si ridurranno à gli effetti,
mà pure, quando questo fosse, con amplissime parole promise l'assistenza del
Rè: soggiunse però, Che il Papa parla dolcemente, & propone, Che si
sospendano le Leggi che esso ancora sospenderà le Censure, anzi quando il Papa
havrà la parola, che Leggi debbiano esser sospese, egli sarà il primo a
sospender le Censure. Propose oltre cio Monsieur di Fresnes un'altro partito,
mà come suo pensiero, Che (per metter fine ad'ogni litigio, & fermar il
Papa con certezza, che le ragioni della Rep. restarebbono illese) si potrebbe
rimetter tutte le difficoltà nelli due Rè, di Francia & di Spagna, i quali
per interesse loro, & perche la cosa e commune a tutti li Prencipi, non
potrebbono se non approvar le Leggi, & attioni del Senato; al che, essendo
considerato quante difficoltà si sarebbono interposte innanzi che si havesse
potuto ottener dal Papa, che si contentasse di altrettanto, & quando anco
fosse ottenuto, quante altre si sarebbono attraversate innanzi la conclusione;
fù rappresentata la proposta all'Ambasciatore, come poco riuscibile; & egli
la pose in silentio.
Avvisò il
Senato l'Ambasciator suo in Spagna, di tutte le cose proposte, & rispose,
& gli ordinò, Che ringratiasse il Rè dell'offerta sua ad interporsi, &
che mostrasse al Rè, quanto quella Corona hà causa di conservar l'amicitia con
la Republica, & facesse modesta doglienza, Che i pensieri del Papa fossero
fomentati con la lettera di S.M. & officij di alcuni suoi Ministri; al che
fu risposto al Contestabile per nome del Rè, Che la lettera scritta al Pont.
non era per levar l'amicitia, che quella M. tiene con la Republica, mà solo per
mostrarsi difensore della Sede Apostolica, quando fosse assaltata nello Stato
suo. Et Cardenas qualche 15. giorni dopo
la communicatione fatta alli sopra detti Ambasciatori, andò all'audienza, &
diede conto della lettera scritta dal Rè al Papa, & assicurò con parole
efficacissime; Che non era niente, & era scritta con parole generali, non
havendo il suo Rè havuto altra intentione, che di assistere al Papa in caso,
che fosse assaltato nelli Stati suoi proprij dalle forze della Rep.
accompagnate da arme di Prencipi forestieri; mà in altro caso non haveva
pensiero alcuno di offender la Rep. se ben la lettera scritta al Pont. era con
parole di affetto, per acquistar credito apresso sua Santità, & per potersi
intrometter mediatore ad accomodar le differenze per composizione, delle quali
ancora haveva chiesto parola di dimandar al Pont. per nome della Republica, Che
levasse le Censure, mostrando il dispiacere, che sentiva delli disguidi di sua
Santità, mà che la commissione datali per pregar il Papa, era molto asciutta
& ristretta, per poter muoverlo ad alcun buon effetto, che bisognava
allargarla con qualche altra aggiunta, che fosse paruta alla Serenità sua
conveniente: di nuovo aggiunse; Che assicurava la Rep. sopra la parola del Rè
di questa sua buona intentione, soggiungendo, che non sapeva se altri, che
mostravano d'intromettersi in questo accomodamento, havessero tanta mira alla
pace quanto essi. Fù da alcuni creduto, che Cardenas (havendo inteso la
communicatione fatta agli Ambasciatori di Francia & Inghilterra, conoscendo
quanto mal'effetto produceva la lettera del Rè, & gli effetti conseguenti
quella) venisse a risolutione di far quest'officio. Altri tenevano, che ne
havesse ricevuto commissione espressa di Spagna; Certo è, che questo stesso
officio era stato fatto alcuni giorni innanzi in Spagna coll'Ambasciator Veneto
dal Contestabile di Castiglia, mandato espressamente a dirli, Che la lettera
scritta dal Rè, di assister al Pontefice, non era per levar l'amicitia, che
questa Maestà tiene con la Rep. mà solo per acquistar appresso il Papa, senza
pensiero di venir all'arme in favor di lui, se non in necessità, cioè, quando
egli fosse assaltato nello Stato suo. Et veramente, in Spagna operavano con sincerità
all'accomodamento, & procuravano con ogni diligenza di persuader il Noncio
appresso loro à praticar coll'Ambasciatore Veneto, almeno in secreto, acciò da
quello potesse intender le cose, che non pareva loro conveniente dirli essi
stessi; & in particolare la sicurezza, che il Rè li dava, di non ajutar il
Papa, se non a difesa dello Stato suo da Oltramontani; & anco acciò gli
narrasse quello che la Republica trattava con Francesi, mà il Noncio non
consenti mai voler trattar coll'Ambasciatore Veneto, manco, secretamente.
Se bene il
negotio dell'accomodamento era in mano di due cosi grandi Rè, nondimeno il Gran
Duca di Toscana era soprafatto da un eccessivo desiderio, che si accomodasse
per mano sua, & in questi tempi fece condoglienze, con il Residente della
Rep. appresso di se, & fecele far parimente dal Residente suo a Venetia,
con dire, che egli s'era adoperato efficacemente col Papa, non per altro fine,
se non per la quiete della Republica; che egli non haveva alcun interesse che
di amicitia, essendo le cose sue in stato sicurissimo; & che se dalla Rep.
fosse stato corrisposto, & communicatoli la sua intentione, & datoli
qualche libertà di trattare, havrebbe forse ridotto il negotio in qualche buono
stato, aggiunse anco lunghi ragionamenti dell'utilità, & beneficio, che si
riceve dalla concordia, & delli danni & incommodi della guerra: Al che
fù risposto dal Senato al Residente suo, & ordinato à Roberto Lio, che li
rispondesse à bocca con dire, Che la sincerità & benevolenza sua era molto
ben nota al Senato; che gl'uffici fatti da lui col Papa, erano molto ben
graditi, & che i discorsi suoi erano commendati & approvati; mà che il
tempo non comportava, che la Republica condescendesse ad alcuna particolare
proposta innanzi che le Censure fossero levate; perche havendo il Papa
interrotto ogni commercio di trattatione, bisognava, Che col levar le Censure
prima tornasse à dar adito, il qual aperto, si potrebbe procedere a quelle
proposte, che si vedessero più proprie per metter fine alle differentie. Questa
risposta resa da Roberto Lio al Gran Duca, replicò egli, La sua intentione
esser' ottima verso il bene della Republica, quale procurerà sempre, se sarà
adoperato; che egli non è malestante, che debbia desiderar mutatione; che è
vecchio, & però i suoi consigli meritano essere creduti; che si sono fatti
errori notabili da ambe le parti per passione, & che vi è bisogno di
Medico; però si usi; Che egli hà parlato libero col Papa, dal quale è stato
preso in sospetto, per non havergli offerti aiuti, come tutti gl'altri, che hà
detto tanto, che non sà più che dire, che il Papa inclina bene, mà li Cardinali
fanno cattivi uffici; che egli vorrebbe adoperarsi per la Rep. ancora di più,
& se sarà commandato, parlerà; altramente non sà più che fare.
Quando arrivò
in Francia la proposta del Senato che ricercava dal Rè qualche dichiaratione;
quella Maestà rispose, che il Noncio del Pont. per nome della Santità sua
l'haveva ricercato dal medesimo, mà egli vedeva molto bene, che il dichiararsi,
non sarebbe altro, se non mettersi in sospetto dell'altra parte, & però
escludersi dal poter' esser mediatore nell'accordo, & tagliar' affatto la
trattatione incominciata, perilche non gli pareva conveniente dichiararsi per
alcuna delle parti, ne far buone le ragioni di qual si voglia di loro, mà
conservandosi neutrale, continuar il negotio per l'accommodamento, il qual
sarebbe, più utile ad ambe le parti, che non sarebbe la sua dichiaratione à
quella, per quale si mostrasse; tanto più quanto la speranza di concludere, era
prossima, però che il Senato si piegasse in qualche parte, perche il Papa si
andava accommodando.
Mà il Rè
d'Inghilterra se ben molto occupato per la presenza del Rè di Danimarca suo
cognato, si che non attendeva ad altro negotio, ne dava udienza ad alcun'
Ambasciatore, intendendo quello, di che doveva parlarli il Giustiniano
Ambasciator Veneto, l'ascoltò, & inteso tutto il progresso, & successo
delle cose occorse, & la petitione del Senato, rispose, che restava molto
consolato intendendo la costanza del popolo, & la unione del Senato à
difesa della propria libertà, della giustitia, & della potestà data da Dio
alli Prencipi: Si rise della dichiaratione di Spagna, fatta solo con una
lettera, dicendo; Che non fà parole, chi vuol far fatti; Che egli è obligato
alla Rep. per l'amore, che gl'hà mostrato, & per la dimostratione fatta
d'honore verso di lui con mandarli Ambasciatori & ordinari &
straordinari, essendo però contratta amicitia scambievole, & sincera, non
potendo nascer alcuna occasione di rottura; Che de gl'altri, non si può dir
l'istesso: Mà che à quanto il Senato addimandava all'hora, egli si teneva
obbligato à condiscender: prima, perche sente largamente per la Republica; poi,
perche haveva confidanza in lui, il quale sarebbe ingrato & ingiusto, se
negasse di proteger una causa così giusta, dove il Senato si oppone solo
all'oppressione, & vuol sostentare la sua libertà, & autorità di tutti
li Prencipi; Che e stato prudentissimo consiglio, il proceder con destrezza,
per non metter guerra, mà se la violenza3 de gl'altri vorrà venir a
rottura, resti il Senato sicuro in parola di Prencipe, che li assisterà con
tutte le sue forze, & che havrebbe commesso al suo Ambasciator in Venetia
di far l'istesso officio più ampiamente, non potendo all'hora per la presentia
del Rè di Danimarca passar più oltre. Il Conte di Salisberi ancora per ordine
del Rè, confirmò all'Ambasciatore l'istesse cose, & vi aggiunse, Che il Rè
non si muove ad assistere alla Rep. per animo, che egli habbia di alienar le
membra della Chiesa Romana da suo Capo; sa bene, che la Rep. non lascierà
l'antica Religione, al che anco egli la conforta: ne meno si muove, perche
essendo la Spagna per il Papa, egli voglia esser dall'altra parte, mà per
opponersi a quelli, che tentano di levar la libertà alli Prencipi, & aiutar
chi la vuol sostentar, & difendere.
In simil
tenore parlò anco l'Ambasciator Inglese in Venetia, dicendo, Che dalla Maestà
del suo Signore haveva particolar commandamento di obligarlo in parola di Rè, a
dover esser unito con la Republica, per assisterle di consiglio, di forze,
& per adoperarsi con tutti gl'amici suoi, acciò che facessero l'istesso;
& questo, non per fini bassi, o interesse proprio, ne per fomentare gli
travagli d'altri, ne per concorrenza, o oppositione ad altro Prencipe, mà per
due ragioni: Prima, perche riconoscendosi obligato a Dio per molti benefici,
reputa suo debito di difender la causa sua, dove si tratta di conservar la
podestà: che la Maestà sua hà costituito in terra; Poi anco per il vincolo
d'amicitia rinovato con la Rep. Aggiunse anco l'Ambasciator a questo, Che
teneva ordine dal Rè, di palesare, o tener secreta questa dichiaratione, come
fosse parso più ispediente alla Republica. Fù ringraziato il Rè &
l'Ambasciatore con amplissime parole, & commesso al Giustiniano che facesse
l'istesso, & scritto anco una lettera particolare al Rè con quelli
rendimenti di gratie, che conveniva.
L'Ambasciator
di Francia, pochi giorni dopo arrivata la risposta del suo Rè, forse per
addolcirla, andò all'udienza, & fece lungo discorso, essortando
all'accomodamento, concludendo, che quando non seguisse, il Rè non si scostarà
dalla sincera amicitia, che conserva con la Rep. perilche anco la Maestà sua
desiderava di esser instrutta intieramente delle ragioni sue, non solo quanto
al merito, & giustitia delle Leggi, & altre cose controverse, mà ancora
quant'all'ordine tenuto nell'opporsi alle Censure del Pontefice, il qual si
lamenta, non solo sudette cose, mà anco di haver ricevuto nuove offese con
impedire la navigatione a i luoghi Ecclesiastici, & con bandire dallo Stato
la Religione de' Giesuiti tutta intiera. Al che per decreto del Senato fù fatta
risposta con ringratiar il Rè della buona & sincera affettione, & fù
dato all'Ambasciator in scritto un breve sommario delle ragioni così in giustificatione
delle Leggi, & giudicio, come anco delle attioni fatte dal Senato, &
dalli Magistrati per propulsare le ingiurie del Pontefice, & impedire le
seditioni, che si havrebbono potuto eccitare le sue Censure: Fù risoluta ancora
la querela della navigatione, con dire, Che appartiene alla ragione di buon
governo, operare, che lo Stato suo sia provisto delle cose necessarie, non
lasciando passar ad altri quello, che hà bisogno per se; per la qual cosa la
Rep. fa condurr' à Venetia i navili, che si ritrovano in mare, con robbe
bisognose per il suo Dominio; dal che ne segue, che il Dominio Ecclesiastico
non se possa valere, non e colpa sua, mà ordine conveniente delle cose humane.
Quanto alli Giesuiti, che non sono stati scacciati, mà partiti da se, non havendo
voluto obedire al commandamento fatto loro di proseguir li Divini uffici: mà
dopo la loro partita, havendo havuto notitia d'innumerabili offese,
machinationi & insidie usate da loro, il Senato hà decretato conforme al
giusto, che non possino più tornare. Mà con tutto che il Rè promettesse
sincerità di amicitia alla Rep. non volse però mai adoperarsi in particolar
alcuno, che potesse ajutar la causa di lei: anzi che havendo il Priuli
Ambasciator appresso lui fatto officio, che impedisse la levata de' Suizzeri,
che il Papa dissegnava fare, & ajutasse quella della Rep. negò di volerlo
fare, dicendo, che questa era una via di volerlo far dichiarare; cosa che egli
era risoluto di non voler fare, mà mostrandosi neutrale, trattar
l'accommodamento, dicendo, che alla Rep. non faceva bisogno tanta provisione
d'arme, mà bastava haver munite le sue piazze.
Mentre che queste cose si
trattano, dalli Spagnuoli fù tentato di metter la Republica in differenza con i
Turchi, a fine che fosse sforzata ricorrer a loro, & per quella via essi
havessero potestà di condurr' il Senato ad accettar quel termine di
compositione col Papa, che fosse piaciuto loro: mà non riusci quello che si
credettero; anzi portò pericolo di non terminare in disordine grande, se dalla
prudenza del Senato Veneto non fosse stato divertito, & questo fù, Che
essendo partito da Napoli il Marchese Santa Croce con 26. galee, ricevuta la benedittione dal Noncio, passò à Messina,
& là le rinforzò in 14. & havendo
havuto avviso, che l'armata Venetiana era in Corfù, navigando secretissimamente
& senza alberi, per non essere scoperto, a 10.
d'Agosto arrivò a Durazzo Città d'Albania, posseduta da' Turchi, dove la trovò
quasi vuota d'habitatori, per esser la stagione opportuna alli negotij del
Contado; perilche con poca fatica la sacchegiò, & abbrusciò, menò via 155.
tra huomini, donne, & putti, & secondo che essi stessi hanno mandato
relatione in stampa; fra' quali 30. erano Christiani, che liberò subito che fù
in Otranto: prese anco 30. pezzi d'artigliaria, de' quali portò via la minuta,
la grossa fù sforzato di lasciare inchiodata, per timore delli Turchi, che
grossi venivano al soccorso. Udita in Venetia la nuova di quella sorpresa,
dispiacque molto al Senato per dubbio, che li Turchi non volessero vendicarsi,
overo si voltassero contra la Republica, come più vicina, il che altre volte
havevano costumato di fare, ò almeno non fossero entrati nel Golfo per dar
sopra la Puglia, così, mettendo le cose in confusione; perilche chiamato
l'Ambasciator Cardenas, fece il Prencipe con lui grave doglianza, dicendo, Che
per niente volevano destar li Turchi, & tirar la loro armata in Golfo con
non minor pregiudicio proprio, che della Republica; perilche il morto Rè mai
non consenti, che fossero tentate tal' imprese, la prudenza del quale fù tale,
& tanta, che è degna d'esser imitata. Accennò anco il Prencipe, che se
un'altra volta fosse occorso l'istesso, non si sarebbe comportato. Rispose
Cardenas, che havrebbe pregato il Rè a commandare, che l'armate non entrassero
più in Golfo. Mà à Costantinopoli, i Turchi s'accorsero delle arti Spagnuole,
& che l'impresa di Durazzo non era stata per altro tentata, se non per
metterli alle mani con la Republica, & per tanto fù spedito da quel Signore
commissione al Capo della loro armata, con commandamento d'intendersi bene col
Capo della Venetiana, & unirsi con quella a danni del Papa, & delli
Spagnuoli; & dopo, il primo Visir chiamò Ottavian Bon Bailo della Republica,
& si querelò dell'insulto di Durazzo, concludendo, Che la Rep. era in
obligo di rissentirsi essa, perche ben conosceva il Signore che non era fatto
per altro, se non per metterlo alle armi con la Republica, mà che in contrario
volendo proceder generosamente, sarà occasione di liberarla dà questo, &
dalli altri travagli che le sono dati da quella parte, accennando le cose degli
Uscocchi, & altre materie di danni, & disguidi, usando questo proverbio
Turchesco, Che è meglio esser' un giorno Gallo, che sempre Gallina. Gli
offerì l'unione dell'armata loro di presente, & ogni altro ajuto contra
Spagnuoli & il Papa, gli mostrò, che la Rep. non hà maggior nemici, che i
Spagnuoli, & Preti; il che essendo palese, non si può dissimulare, che
debbe vendicarsi, & assicurarsi per sempre con li loro ajuti, essendo vana
cosa armare per non adoperar le armi contra i nemici, & se anco l'unione
dell'armata, & d'altri ajuti, non li paresse opportuna, gl'offerì, che se
l'armata Venetiana assalterà da un canto lo Stato Ecclesiastico, overo delli
Spagnuoli, essi l'assalteranno dall'altro; & il Signore scriverà a tutti
suoi Ministri, che prestino ogni ajuto alla Republica, senza aspettar altro
ordine dalla porta.
Pochi giorni
dopo, comparve l'armata de' Turchi alle Gomenicie, poco lontano da Corfù in
num. di 55 Galee, commandate di Giaffer
Bassa, al quale havendo il General Pasqualigo (che si ritrovava a Corfù, &
commandava l'armata Venetiana che era in quei luoghi) mandato Vettor Barbaro suo Secretario, a
complire con lui, a visitarlo, & far doglianza di alcuni leggieri danni da
certe Galeotte di Corsari, Giaffer spedi immediate 20.
Galee per prenderle, si come anco dopo, le prese, & fece impiccar il Capo,
& al Secretario disse magnifiche parole della stima, che il Gran Signore
faceva della Republica. Soggiunse, che haveva ordini speditigli dal Signore con
lettere delli 5 Settembre di unirsi con
l'armata della Republica, per andar contra il Papa, & il Rè di Spagna in
quella maniera che fosse paruta migliore alli Capitani Veneti; overo d'andar divisamente,
se cosi havessero giudicato meglio, & mandò il Bassa tre delle sue galee al
Pasqualigo con il Bei di Damiata, con quel di Scio, & con Assan,
sopranominato Giavarino Genovese per darli conto dell'ordine havuto da
Costantinopoli, & sollecitare la risolutione; A quest'officio corrispose il
Pasqualigo, aggiungendo però, Che conveniva dar conto di ciò à Venetia, &
aspettar risolutione: Offerirono li Turchi una Galeotta velocissima per far il
viaggio più presto, il ritorno della quale havrebbono aspettato; mà il
Pasqualigo allegando la lunghezza del tempo, & l'incomodità che l'armata
havrebbe patito, stando lungamente in quelle acque, operò, che si ritirassero
di là, dandoli intentione, che sarebbono avvisati di quello, che si fosse
risoluto.
In questo stesso
mese d'Agosto diede principio una sorte di guerra fatta con scritture offensive
dal canto del Pontefice & difensive dal canto della Repub. trattata da ambo
le parti con ardore assai grande; & fù di molto momento alla negotiatione
che si trattava, imperoche certo è, che il Pont. fù esso il primo ad assaltar
la Rep. con questa sorte d'arme: restò nondimeno tanto al disotto nel
maneggiarle, che questo fù potentissima causa di farche l'accomodamento si
concludesse presto, parendo assai più intaccata nella reputatione la Corte
Romana, per l'offesa, che le Scritture le facevano; che la Rep. per le Censure,
che continuavano.
L'origine
& il progresso fù in questo modo: Poi che la Repub. hebbe impedita
l'essecutione delle Censure con tal ragione, destrezza & costanza, il Papa
che sentiva esser ripreso dalla Corte d'haver proceduto spensieratamente;
studiava, & faceva studiare, & finalmente risolse di scrivere le sue
ragioni, & fece formare una scrittura da Scipione Gobellucci, la quale anco
diede per ciò la Secretaria, (solita vendersi) & mandò la scrittura sudetta
à Mantova, Milano, Cremona, & Ferrara, acciò fosse disseminata in quei
confini, la mandò anco in Spagna al suo Noncio, non solo per sua instruttione,
mà ancora acciò fosse sparsa; perilche in Venetia era proposto da alcuni, che
fosse necessario publicar similmente le ragioni della Republica, cosi per far
oppositioni alla Scrittura sudetta, come anco perche ciò era desiderato
ardentemente dalli sudditi; mà più, perche havendo nelle lettere delli 6. Maggio
detto della nullità del Monitorio, pareva necessario che le ragioni fossero
esplicate, & che le lettere del Prencipe, fossero con aperte ragioni
sostentate, mà sopra ogni altro rispetto, perche i Giesuiti, (non meno
appassionati, che il Pont. stesso in questa causa) andavano dicendo &
persuadendo, & declamando per li pulpiti, & scrivendo alli suoi
aderenti nello stato, che se la Rep. havesse ragione alcuna l'havrebbe
manifestata, mà che le basta dir4 in universale d'haver molte ragioni,
perche non sà a che discender in particolare. Altri dicevano, che si era fatto
quanto bastava a necessaria difesa, & però non era da proceder più oltre
senza necessità: Et prevalse questo parere, per la riverenza grande che la Rep.
parta5 alla Sede Apostolica, alla quale pareva che convenisse più tosto
mancar' in qualche parte alla propria riputatione, che dar alcun indicio di non
riverire questa Sede, anco nei tempi, che riceve manifeste ingiurie, Non fù
possibile ritener gl'ingegni vivaci, che non scrivessero qualche cosuccia
furtivamente; onde dall'una & dall'altra parte uscivano assai discorsi,
& orationi, tutti pero scritti à mano: Furono anco scritte con nomi
supposti (per dar maggior credito) diverse lettere, & in particolare una
sotto nome del Senato alle Città soggette: una vera (come si è detto) fù bene
scritta & letta in tutti i consigli delle Città, mà non ne fù mai dato
copia ad alcuno, può esser, che qualche persona erudita havendola sentita
leggere, & credendo haverla ben mandata à memoria, havesse poi ridotto in
scritto, più quello, che si pensava haver udito, che quello, che veramente udi;
overo, che parendo troppo modesto, riservato, & riverente il modo tenuto
dal Senato, à bello studio vi aggiungesse motti, punture, & aculei per accomodarla
meglio al gusto volgare, & sotto mano la fece correre: mà fù ben accidente
di molto cattiva conseguenza, quello che occorse in Milano dove alcuni
Ecclesiastici di gran qualità, fecero stampare senza nome ne di autore, ne di
luogo, in un foglio solo una scrittura molto perniciosa, nella quale contra
ogni sana dottrina, s'insegnava, che li matrimonij sarebbono stati invalidi, le
congiuntioni matrimoniali adulterio, & i figlioli non legitimi; insegnando
appresso, che fosse non solo lecito, mà anco merito alli Pastori abbandonar' la
greggia, & per occultare donde la stampa uscisse, prohibirono
strettissimamente, anco sotto Censure, allo stampatore, che in Milano non ne
fosse dato essemplare alcuno, & questo foglio stampato, fù disseminato in
tutti i confini di Bergamo, Brescia, & Crema, alla quale scrittura per far
oppositione, fù da qualche persona mandato fuori alcune cose scritte già 150.
anni da Gio. Gerson, cosi bene accomodate alli negotij all'hora vertenti, che
parevano scritte apunto in quella occasione, & tali, che certo non si
sarebbe scritto all'hora così risolutamente & cosi bene: A questo
s'aggiunse una lettera, senza nome dell'autore, che essortava i Curati ad
attendere alle loro Chiese, senza timore di offender Dio, non servando
l'interdetto.
Mà l'Inquisitione
di Roma sotto li 17. Giugno prohibi
nominatamente questa ultima stampa, & insieme le altre non stampate sotto
pena di scomunica à chi le leggesse, & tenesse, allegando per causa, che in
quelle vi fossero molte cose temerarie, calunniose, scandalose, seditiose,
scismatiche, heretiche, in ultimo attaccandovi un, Respectivè, per
render il tutto ambiguo. Finalmente fù rotto il silentio in Roma, dove usci una
scrittura del Card. Bellarmino contra li trattati di Gerson sopra detti: poco
dopo, la Parenesi del Card. Baronio con tante detrattioni, & maledicenze,
& appresso, un'altra del Card. Colonna, con le quali scritture pensarono di
turbar la fedeltà di tutte le sorti d'huomini imperoche Colonna prese assonto
d'intimorire li Prelati, & altri Ecclesiastici maggiori, col terrore di
Censure, & privatione di dignità, & benefici: Bellarmino, di batter le
coscienze pie, con essaltare l'autorità del Pontefice al pari della Divina,
Baronio credette maledicendo, tirar a se l'animo di tutte le persone erudite.
Non pensarono à Roma, che mai alcuno ardisse opporsi alla riputatione di questi
gran Cardinali, si, perche erano persuasi, che vi fosse quella ignoranza, che
havevano tentato da molti anni in quà d'introdurvi, come anco, attesa la
dignità delli scrittori di cosi alto stato. Mà à Venetia acciò che alcuna pia
coscienza non fosse travagliata dalle hiperboli del Bellarmino, li fù risposto
con celerità, per metter alla luce la verità, & mostrar a tutti qual
obedienza dovesse il Christiano al Sommo Pontefice, & furono anco
manifestate le ragioni publiche & difese le tre ordinationi della
Republica, & l'autorità di giudicare Ecclesiastici, che il Papa nel
Monitorio haveva oppugnato, con le scritture intitolate, Le considerationi
& l'avviso, parendo anco necssario, render conto al mondo, Che le attioni della Republica, in
commandare, che li Divini offici fossero continuati, erano state ragionevoli,
& legitime: Fù giudicato necessario provar questo col trattato
dell'Interdetto, & fù insieme concesso dal Senato, che si potessero
stampar' altre cose scritte a favor publico, servando in ciò, quel tutto, che
le Leggi dello Stato prescrivono, cio è, Che non vi sia cosa contraria alla
fede, buoni costumi, & autorità de' Prencipi; Mà perche l'Inquisitore non
poteva far l'officio suo, di veder le compositioni da stamparsi, furono
deputati cinque Theologi apresso il Vicario Patriarcale, & il Theologo
della Rep. che havessero questa cura.
Mà andate à
Roma le sudette 4 scritture, l'Officio dell'Inquisitione sotto il di 30.
Settembre fece una special prohibitione di esse: nominandole tutte
particolarmente, perche in esse si contenessero heresie, errori, &
scandali, mà pur col solito, Respectivè,aggiungendo la prohibitione
d'ogn'altra, che per l'avvenire uscisse in stampa, o in scrittura di mano,
contra l'interdetto Pontificio, vietando che non potessero esser lette, ne
tenute, sotto Censure di scommunica, & riservatione d'assolutione, che
doveva, (attesi li spaventi di scommunica) fare, che tutte le scritture a
favore della Republica, fossero sopite, fece contrario effetto, imperoche
alcuni di là conclusero, Che non vi fosse ragione dal canto di chi non voleva,
che il mondo vedesse la causa intera; altri, dicevano, Che li tre Cardinali
havevano palliato la verità, & non volevano che fosse scoperta: ad altri
pareva strana la prohibitione delle scritture, che potessero esser fatte,
mostrando che pretendessero Spirito di Profetia per prevedere, che non potesse
essere scritto cosa buona, overo autorità di estinguere indifferentemente il buono
col cattivo: alcuni anco da questa prohibitione concludevano, Che non vi fosse
cosa degna di Censure, poiche non haveva la Corte ardito di notar' alcun
particolare, & con quello adverbio, Respectivè, s'haveva riservato
una coperta di tutte le objettioni: Fù proposto da alcuni, Che per difendersi
da tal'ingiuria, si dovesse con publico decreto vietare le scritture composte a
favore del Pontefice: Mà altri consideravano, che era un far quello; che si
riprendeva in altrui, & che tornava in beneficio, il lasciarle vedere per
mostrar, che niente veniva palliato dal canto della Republica, & che ella
non diffidava dal giudicio di ciascuno: la qual opinione prevalse, & le
scritture furono non solo permesse, mà anco concesso, che publicamente si
vendessero, & fossero portate liberamente nello Stato.
Li Ponteficij,
in successo del tempo, che seguì dal Luglio sino, all'Aprile, quando si
concluse l'accomodamento, ogni sorte d'huomini a gara si posero a scriver per
guadagnar la gratia del Pontefice, perilche uscirono molto6 opere,
& de' Giesuiti, & d'altri; parte con nome vero, & parte con
supposito; alle quali fù risposto dal molte persone erudite, per ributtare le
calunnie, & oppugnare le fase dottrine, che tentavano di seminare: La
dottrina delli Scrittori Veneti in somma era questa Che Iddio hà costituito
due governi nel mondo, uno Spirituale, & l'altro temporale; ciascuno di
essi, supremo, & indipendente l'uno dall'altro; L'uno è il ministerio
Ecclesiastico, l'altro e il governo politico: Dello Spirituale hà dato la cura
a gli Apostoli, & alli suoi successori; del temporale, a' Prencipi, si che
gli uni non possano intromettersi in quello, che a gl'altri appartiene; Che il
Papa non hà potestà di annullare le Leggi de' Prencipi sopra le cose temporali,
ne privarli delli Stati, ne liberare li sudditi dalla soggettione, & che
l'inhabilitar' alli Regni, & destituire i Rè, è cosa attentata da 500. anni
in quà contra le Scritture, & li essempi di Christo, & delli Santi; Et
che l'insegnar, che in caso di controversia tra il Papa, & un Prencipe, sia
lecito perseguitarlo con insidie, & forza aperta, & sia remissione
delli peccati alli sudditi che si ribellano da lui, è dottrina seditiosa, &
sacrilega; che gli Ecclesiastici per Legge Divina non hanno ricevuto alcuna
essentione dalla potestà secolare, ne quanto alle persone, ne quanto alla robba
loro, mà bene dalli pij Prencipi incominciando da Constantino fino a Federigo
II. Hanno havuto varie essentioni, cosi reali, come personali, hora maggiori,
hora minori, secondo l'essigenza dei tempi, & convenientia de' luoghi; il
che è stato anco fatto nelli altri Regni & Prencipati, havendo sempre,
(così gli Imperatori, come gli altri Prencipi) essentatili dalla potestà delli
Magistrati, non però mai dalla sua propria potestà Supremà; & che le
essentioni concesse da' Pontefici all'Ordine Clericale, non sono state in
alcuni luoghi ricevute: in altri, sono state accettate in parte, & in parte
non; & tanto vagliono, quanto sono state ricevute; & non ostante
qualunque essentione, il Prencipe hà ogno potestà sopra le persone, & beni
loro, quando la necessità del ben publico astringe, o necessità valersi di
quelle; & se alcuna essentione fosse abusata con perturbatione della
publica tranquillità, il Prencipe sarebbe tenuto provedervi.
Un'altro capo
della loro dottrina ancora era, Che il Pontefice non si debbe tener per
infallibile, se non dove li fosse promessa da Dio la sua Divina assistenza; il
che alcuni Dottori moderni dicono, Esser nelle cause necessarie alla Fede
solamente; & insieme, Quando userà li debiti mezi d'invocatione Divina,
& consulte Ecclesiastiche, mà l'autorità di sciogliere, & legare,
s'intende, Clave non errante, commandando Iddio, che segua, non
l'arbitrio, mà il merito, & giustitia della causa: Che quando il Pontefice
per controversia con li Prencipi, passa al fulminar Censure, è lecito alli
Dottori considerare, se procedano à clave errante, vel non errante, &
il Prencipe, quando è certificato, che siano invalide le Censure fulminate contra
se, lo Stato, ò sudditi suoi, può, & deve per la conservatione della quiete
publica, impedir l'essecutione, conservando la Religione, & la conveniente
riverenza alla Chiesa: Che secondo la dottrina di S. Agostino, La scommunica
contra una moltitudine, è contra chi commanda, ò sia, seguito da numero grande
di popolo, e perniciosa, & sacrilega;
Che il nuovo nome di obedienza cieca inventato da Ignatio Loiola, fù
incognito alla Chiesa, & ad ogni buon Theologo, leva l'essentiale della
virtù, (che è operare per certa cognitione, & elettione) espone à pericolo
di offender Dio, & non iscusa l'ingannato dal Prencipe spirituale, &
può partorire delle seditioni, che si sono vedute da 40. anni in quà, dopo che
questo abuso è introdotto.
Per il
contrario la dottrina delli Scrittori Pontificij andava inculcando, Che la
potestà temporale delli Prencipi, è subordinata alla potestà Ecclesiastica,
& soggetta a quella; perilche il Papa hà autorità di privare li Prencipi
delli Stati loro per li delitti & mancamenti che commettessero nel governo,
e anco, senza delitti, quando il Papa giudicasse, che fosse utile per il bene
della Chiesa; Che può liberare i sudditi dalla soggettione, & dal
giuramento di fedeltà; Che sono obligati levar l'obedientia, & perseguitar anco
il Prencipe, se il Papa lo commanda; Et se bene tutti convenivano nell'asserir
queste massime, però non erano d'accordo nel modo, perche li toccati da un poco
di vergogna, dicevano, Che tanta autorità non è nel Papa, perche Christo gli
habbia dato autorità temporale, mà perche alla spirituale questa è necessaria;
& però Christo dando la spirituale, hà dato anco indirettamente la
temporale; vana coperta, poiche non fù altra differenza, che nei nomi; mà
la maggior parte di loro, alla libera scrivevano, Che il Papa a ogni
autorità in Cielo & in Terra, cosi spirituale come temporale sopra tutti i
Prencipi del mondo, come sopra i sudditi & vassalli; Che può correggerli
d'ogni delitto, Che è Monarca temporale sopra tutto 'l mondo; Che da ogni
Prencipe temporale supremosi può appellare al Papa, Che può far legge a tutti
li Prencipi, & annullare le fatte da loro. Della essentione delli
Ecclesiastici, ancora tutti d'accordo negarono, Che l'habbiano per gratia,
& privilegio delli Prencipi, se ben le Leggi, Costitutioni, & privilegi
si ritrovano ancora: mà non erano d'accordo come l'habbiano ricevuta,
affermando alcuni di essi, che è De jure Divino, Altri, Che l'hanno per
costitutioni delli Concilij; mà tutti d'accordo poi asserendo, Che non sono
soggetti al Prencipe, manco in caso di lesa Maestà, & che non sono tenuti
obedir alle Leggi, se non Vi directiva; passando alcuni di essi tanto
oltre a dire, Che li Ecclesiastici debbono esser arbitri, se li precetti del
Prencipe siano giusti, & se li sudditi siano obligati ad obedirli; mà essi
Ecclesiastici non debbono al Prencipe ne tributo, ne gabelle, ne obedienza; Che
il Papa non può fallare, che hà l'assistenza dello Spirito Santo: anzi è
necessario osservar qualunque sua sentenza, o giusta, o ingiusta, Che a lui
appartiene la dichiaratione di tutti li dubij, & nessuno si può partir
dalla dichiaratione sua, ne replicarli se ben contenesse ingiustitia, & se
ben tutto'l mondo sentisse contra l'opinione del Papa, bisogna star' à quello,
che il Papa dice, & non è scusato dal peccato, chi non segue il parer del
papa, se ben tutto'l mondo l'havesse per falso; I libri loro erano ripieni
di queste altre massime ancora, Che il Papa è un Dio in terra; un Sole di
giustitia; un Lume della Religione; Che il giudicio, & la sentenza di Dio,
& del Papa è una; Che uno è il Tribunale, & che la Corte del Papa,
& di Dio; Che dubitare della potestà del Papa, è quanto dubitar di quella
di Dio; Cosa notabile è: che il Cardinale Bellarmino affermi asseverantemente,
Che il restringere l'obedienza dovuta al Papa, nelle cose spettanti alla salute
dell'anima, è ridurla in niente; Che S. Paolo appellò à Cesare che non era suo
giudice, & non à S. Pietro, per non far ridere; Che li S. Pontefici antichi
mostravano soggettione agl'Imperatori, per le conditioni di quei tempi, che
così comportavano; Altri hanno anco aggiunto, Che bisognava introdur l'Imperio
del Papa poco a poco, perche non coveniva spogliar del loro Dominio li Prencipi
novamente convertiti, mà bisognava permetterli qualche cosa per interessarli; &
altre tali cose, che molte persone pie abhorrivano di sentire, & riputavano
bestemmie.
Fù anco molto
differente il modo di trattare dell'una parte & dell'altra, perche li
scritti delli Pont. massime delli PP. Giesuiti, erano pieni di maldicenze,
detrattioni, ingiurie & calunnie contra la Rep. & li Scrittori di lei;
pieni anco d'incitamenti à seditione, & rebellione; mà gli Scrittori Veneti
usarono (perche così volle il Senato) ogni riverenza, parlando del Pontefice,
& ogni modestia verso gli Scrittori suoi, trattando la controversia senza
passar più oltre, non notando i difetti della Corte, (non per mancamento di
materia, che è ben noto al Mondo quanto abondi, mà solo per usar la debita
convenevolezza, di non passare dalle cause alle persone, come fanno quelli, che
mancano di ragione) le quali cose ogn'uno può oculatamente vedere nelle
raccolte stampate in diversi luoghi & tradotte in varie lingue, dove si
contengono le scritture di ambe le parti: Quando in Spagna s'intese delle
scritture, che andavano in publico, non piacque loro molto, anzi fecero
intender al Pontefice, Che era meglio procedesse con la sola autorità,
imperoche con le scritture si dava materia al mondo di discorrere, & a
ciascuno di formare il proprio giudicio con diminutione dell'autorità Pontificia,
massime che le scritture dal suo canto, havevano voluto profondar troppo
nell'autorità delli Prencipi, che non rendeva beneficio alla Chiesa, &
erano piene più di detrattioni, che di ragioni; aggiungendo, Che ogni proposta
chiamava la sua risposta, Anzi ripresero il Padre Sosa Franciscano, che haveva
scritto in Spagnuolo in questa materia, & gl'ordinarono che raccogliesse
tutti gl'essemplari quanto più poteva, si come anco egli fece. Consentirono ad
instantia del Noncio, Che le scritture fossero prohibite, nò dal Conseglio
Regio, (come esso ricercava,) mà dall'Inquisitione; & per non includer il
protesto del Prencipe, fecero nominare le stampate tutte, tacendo quello, &
le scritte à mano con termine generale, aggiungendo in fine, che in questa
materia non si potesse parlar ne per una parte, ne per l'altra, non stamparono
però l'editto, ne lo affisero mà lo publicarono per le parochie, (che sono le
Chiese meno frequentate.)
La causa delle
scritture in Milano hebbe a far riuscir un disordine, perche si come da alcuni
erano in secreto avidamente lette, cosi dalli mal'affetti erano riprese con le
maldicenze & ingiurie solite alli Ecclesiastici d'usare; il che non poteva
sopportar il Secretario Antonio Paulucci quando era detto in sua presenza: per
questo formarono all'Inquisitione un certo processo contra di lui, di che
havendone notitia, ne diede conto al Fuentes, che si maravigliò della
presontione, & li disse, che non dovesse prender travaglio. Mà pochi giorni
dopo un Notaro dell'Officio lò citò da parte dell'Inquisitore, al quale egli
rispose, Che era persona publica, & sotto la protettione del Conte, ne
doveva ubidir ad'altri; che al suo Prencipe; minacciò il Notaro, che si sarebbe
proceduto contra di lui in altra maniera: Il Conte avvisato, mandò a chiamar
l'Inquisitore, & al Paulucci fece intendere, che andasse a l'audienza
sicuramente. Dopo che hebbe parlato il Conte con l'Inquisitore disse al
Paulucci, Che egli diceva le ragioni della Republica troppo liberamente, però
che sarebbe stato bene, che andasse dall'Inquisitore, che gli havrebbe detto
una sola parola & non sarebbe stato altro; negò il Paulucci di potersi
sottopor'aqualsivoglia persona, senza commissione del suo Prencipe; Il Conte
gli offeri il fiscal Torniello, che l'accompagnasse a quell'officio, &
restasse là, fino che l'Inquisitor pigliasse l'informatione, & lo
ricompagnasse a casa, ringratiò il Paulucci, negando di poterlo far senza
licenza, perilche il Conte li mandò a dire, che egli non voleva più
impedirsene, ne saperne altro. Diede avviso del tutto il Paulucci à Venetia,
dove fù fatta coll'Ambasciator Cardenas la doglianza, che si doveva, e fù
approvato quanto il Secretario haveva fatto, Dall'Ambasciator fù scritto al
Conte, il quale chiamò il Secretario, & gli disse, che haveva parlato
troppo liberamente delli negotij, & che era necessario guardarsi di dare
scandalo. Rispose il Paulucci, Che sperava, che col prohibir S.E. che non li
fosse data occasione, il caso non sarebbe più successo. Dopo questo
l'Inquisitor li fece intender, che non come Inquisitore, mà come amico
desiderava parlarli in qualche luogo privato; a che rispose, Che sarebbe stato
prontissimo, prima che fosse nata la difficoltà di ascoltarlo come amico in
luogo privato, mà dopo non poteva, ne poteva far altro.
Ma tornando
alla negotiatione dell'accordo, la qual mai non si restò di trattare, con tutto
che ciascuna delle parti con scritture difendesse le sue ragioni, Fù fatta in
fine d'Agosto un'altra apertura, un poco maggiore al componimento, la qual fù quasi il componimento di tutta la
negotiatione, se ben poi varie cose furono trattate dopo, tutte senza effetto.
Comparve a li 17. Agosto Mons. Di Fresnes con lettere del Rè delli 4. nelle
quali diceva, Dispiacerli i disturbi quali passavano tra il Pont. & la
Republica, temere gl'inconvenienti che da ciò possono succedere; & per il
luogo che tiene in Christianità, & per l'osservanza verso la Sede
Apostolica; & per l'amicitia con la Republica, essersi mosso da se ad
intromettersi, procurando qualche honesto componimento, mà restar impedito da
essequire questo suo lodevole disegno, se la Rep. non si aiuta con li mezi
dependenti da lei medesima: haver commesso à Fresnes suo Ambasciatore che
essorti la Serenità sua alla continuatione di prudenza, & all'affettione
verso Dio, verso la Christianità, & verso il suo Stato medesimo, acertando
che l'intentione sua non tende ad altro, se non alla conservatione della
libertà della Rep. Letta la lettera, Fresnes fece la sua espositione, dicendo,
Che il Rè restava disgustato di non haver cavato se non parole generali in
negotio, che tanto importa, & preme: dubita, che la nuova instanza, la
quale all'hora faceva con sincerità non apportasse discontento, & fosse
interpretata ad altro fine, che il disegnato da lui; non dimeno essendo amico
& obligato, per quello, che la Rep. hà operato per lui, come memore de'
benefici, prevedendo gli inconvenienti, se ne duole, & si muove senza esser
ricercato, acciò non vadano avanti, come necessariamente andarono, se la Rep.
non vuole aiutarsi: che il Papa è condesceso a conditioni honeste, & tali,
che pare, non dimandi cosa contraria alla dignità & libertà della
Republica: dispiacerebbe al Rè, che havendo il Papa giustificato la causa sua
appresso il Mondo, quanto all'ordine, (se ben quanto al merito, ogn'una senta
per la Republica) ella restasse con tutti li Prencipi Christiani, contra, non
potendo manco il Rè, in quel caso, mostrarsi per lei, come farebbe, quando il
Papa scostandosi dal giusto, volesse intaccar' la libertà, & pregiudicar'
al governo, ne qual caso esso Rè impiegherebbe tutte le sue forze, tutte le
armi, & tutti li stati in servitio di sua Serenità: Aggiunse Fresnes, Che
la Maestà sua sente tanto dispiacere di non poter haver qualche
particolar'intentione sopra questo negotio, che è stata in pensiero di
ritirarsi, & non passar più oltre, mà si è risoluta di arrischiar' anco
quest'altra prova; & far una replica, pregando, che in gratia sua voglia il
Senato confidar' in lui, come amico, & confidente, quello, dove può
condescendere per dar qualche sodisfattione al Pontefice, testificando, che
quando la Santità sua havesse havuto qualunque cosa, che salvasse la sua
riputatione, si sarebbe contentata & qui, passò l'Ambasciator a proponer'
diversi partiti Uno fù, Che dal Senato fosse sospesa l'essecutioni delle Leggi,
il Protesto publicato contra il monitorio del Papa, con conditione che il Pont.
ancora sospendesse per 4. ò 6. mesi il monitorio, & le Censure per
poter in quelli, trattar del merito delle cause controverse, mostrò, Che la
sospensione delle Leggi prohibitive, l'osservanza delle quali consiste in non
facendo, col sospendere, non si veniva però a conceder, che fosse fatto novità
alcuna mà quanto alla sospensione del Protesto, non dimandava che si facesse in
quelle parti, dove la Repub. giustifica le sue attioni, & però chiama le
Censure nulle, & invalide, mà solo in quella parte, dove mostra di esser
lontana dall'amicitia del Papa: & se questo modo non satisfacesse
intieramente, si trovasse alcun'altro conveniente, che non sarebbe difficile
inventare, poiche la cosa in se, è honesta, & che si tratta di parole
solamente: & se non paresse che la sospensione del Monitorio per 6. mesi
bastasse, si potrebbe, concordare che il Pont. la facesse anco più lungo tempo;
Un'altro partito propose, Che li prigioni fossero resi senza pregiuditio delle
ragioni della Republica, & che le Religioni partite per causa
dell'Interdetto ritornassero, & il Papa sospendesse il Monitorio per
qualche tempo: Corresse però l'Ambasciatore questa proposta, con dire, Non
esser intentione del Rè, che si faccia cosa alcuna contra la dignità, o
disservitio della Republica, & che se alcuna delle proposte sono
pregiudiciali, si contenta, che non se ne parli, che egli le hà messe innanzi,
parendo a lui, che non pregiudichino: mà se li sarà fatto conoscer' il
contrario, non ne parlerà più: considerò, che era necessario dar qualche
apparente occasione al Papa di ritirarsi, perche mai più Pontefice alcuno hà
rivocate Bolle, eccetto a Costanza per autorità del Concilio, & se ad
alcuno paresse cosa inconveniente, & aliena dal costume della Republica, di
metter mano nelle sue Leggi, a petitione del Papa, o veramente renderli i
prigioni dimandati; a questo si può trovar temperamento, con far le sudette
cose à petitione & instanza del Rè, & in gratificatione della Maestà
sua senza far' mentione del Papa.
Nel Senato fù
proposta questa materia in deliberatione; & ben essaminate tutte le
ragioni, & considerati insieme i pericoli che traheva seco la continuatione
di queste controversie, Fù anteposto per commun consenso, ad ogn'altro
rispetto, la conservatione della libertà, la quale senza dubbio sarebbe
violata, quando il Senato fosse costretto sotto qualsivoglia pretesto a levar
l'autorità alle sue Leggi nello dar i prigioni in gratificatione al Rè, non
parve cosa, che togliesse niente alla libertà, (se ben si vedeva che ciò era
fatto per sodisfar il Papa) imperoche questo era un fatto particolare, che non
tirava però in conseguenza, che dovesse esser fatto l'istesso nelli tempi
seguenti; Et qui furono due opinioni: alcuni proponevano: Che se ne donasse un
solo; altri erano di parere, che si donassero ambidue; & prevalse questa
opinione, perche il darne uno (per la identità del caso) portava per necessità
una petitione dell'altro, la qual havrebbe mostrato, che non essendo il Senato
condisceso a quel tutto, che poteva fare alla prima, si potesse haver anco
speranza, di tirarlo ad altro; & con questo aprir' la porta ad altri
dimande pregiudiciali, che quando alla prima si fosse fatto tutto il possibile,
restava libero il Senato da nuove instanze, & obligato il Rè à voltarsi al
Papa: Si hebbe anco considerazione, Che donato un prigione al Rè di Francia, si
apriva la porta a qualche altro Prencipe di dimandar l'altro; & non
concedendosi, restar mal sodisfatto; concedendosi, mostrarsi, che per il Rè di
Francia non si fosse fatta cosa singolare. Adunque deliberato di donar ambidue
i prigioni al Rè, Rispose il Senato alla proposta dell'Ambasciatore,
ringraziando il Rè di essersi interposto, aggiungendo, Che si come la Rep.
riceve in bene tutto quello, che viene da sua Maestà, così la prega a non
interpretar in sinistra parte, che il Senato non sia condisceso ad alcun
particolare, imperoche non sà che fare in difficoltà promossa fuor' d'ogni
ragione, & credenza, contra la libertà, & il governo, al quale
presuppone, & è certo, che la Maestà sua non vuol pregiudicare: vedersi ben
dove mirino i disegni del Papa, il quale poi che vede esser conosciuta, &
confessata da tutti, non solo fuori d'Italia, mà anco à Roma medesima, la
ragione della Republica, nel merito; vorrebbe per avvantaggiarsi metter
disordine nell'ordine; nel qual anco la giustitia & ragione della Republica
è cosi chiara, che è manifesta ad ogn'uno, essendo conspicui gl'errori del Papa
inescusabili: perilche non è giusto col proprio danno, & indignità,
corregger li falli altrui poiche havendo gl'altri causato li disordini, non può
il Senato rimediarli: hà ben fatto assai, che essendo contra ogni ragione
ingiuriato, hà proceduto con moderatione essemplare, & fatto quel tanto
solamente, che la necessaria difesa ricercava; le difficoltà promosseli dal
Pontefice nel principio delle controversie, sono state irragionevoli, mà le
cose successe da poi, intollerabili, essendo stata la Rep. insidiata; procurato
di metterle seditioni nello Stato, di sollevarli i popoli; & (quel, che più
di tutto importa) messa in pericolo anco la Religione: & con tutte queste
cose non si desiste, mà sotto pretesto di partiti, & di sodisfattione
nell'ordine, vuol mostrar il Pont. d'haver ragione nel merito: Mà con tutto
questo è stata sempre pronta la Rep. a far tutto quello, che si potesse, salva
la libertà, la quale non può conceder che sia diminuita, senza offender
gravissimamente la Maestà Divina; La sospensione delle Leggi non è altro, che
un confessar mancamento di autorità nello statuirle; la qual cosa ogn'un vede,
che tronca affatto tutti i nervi del governo, perche non si tratta di queste
Leggi sole, mà di qualunque altra, & di tutta l'autorità di reggere &
governar lo Stato, quando si consenta, che il Pontefice per Censure possa
costringerla a sospender queste: Cosa non solo perniciosa alla libertà della
Republica, mà di tutti li Prencipi soprani, quali necessariamente restano
privati della sopranità, quando siano sottoposti alla Censura de' Papi, che
possano con scommuniche costringerli a regolar le Leggi a modo loro: & il
pretesto di libertà Ecclesiastica farà, che nissuna Legge sia essente dalla
Censura del Papa, poi che egli s'attribuisce, l'autorità di diffinire etiandio
contra l'opinione universale, Qual siano le Leggi convenienti, & quali nò:
Nè l'esser le Leggi prohibitive, permette, Che possano esser sospese senza
pregiudicio, poi che sospesa la prohibitione, resta la libertà di
contravenirci, & ogni sospensione argomenta, o mancamento d'autorità, o
mancamento di consiglio, & il farla, costretto da minaccie altrui, conclude
soggettione: Riceve la Republica la parola del Rè, cioè, Che non voglia alcuna
cosa pregiudiciale, & per tanto si scusa di non poter condiscender a questo
particolare. Non ha proposto alla Maestà sua alcuna cosa, parendole, Che chi ha
dato causa alli presenti disordini, dovesse anco porgerli la conveniente
medicina: Mà hora in gratia di sua Maestà, condiscende a dichiararsi che cosa
potrebbe fare, quando però il Pontefice havesse prima levato le Censure; &
questo, per mostrar al Rè d'haver' inclinatione alla Concordia, & di voler
far per la Maestà sua, tutto quello, che è possibile, & condiscender' al
particolare; il che non hà voluto far per altri: si contenta, quando la Maestà
sua sia sicura, & habbia parola ferma dal Papa, che leverà le Censure
totalmente, & metterà compito fine alle controversie, donar' alla Maestà
sua in gratificatione, li 2. prigioni, ancor che rei di gravissimi delitti, &
leverà il Protesto, salve però le ragioni publiche di poter' giudicar' gli
Ecclesiastici, quando è ispediente per il buon governo, In conformità di questo
anco, rispose il Senato a la lettera del Rè, & ordinò all'Ambasciator
Priuli, che dovesse parlarli: Il Rè ringratiò, Affermando esser certo, che non
si sarebbe fatto per altri quello che s'è fatto per lui, che egli è interessato
con la Rep. per molti offici, & in particolare per essere stato ricevuto
nella sua Nobiltà; & per la dimostratione presente, che premerà coll'Ambasciator
suo in Roma, acciò ch'il Papa si contenti di tanto: mà quando questo non
succeda, & non resti altro, che la sospensione delle Leggi, spera, che anco
questo si fara, perche Fresnes scrive, che le ragioni, quali si adducono in
contrario, non stringono: Replicò il Priuli, che a Fresnes si era detto a
bastanza, mà che forse egli non havrà scritto il tutto, & considerasse sua
Maestà li gran pregiudicij, che era all'autorità d'un Prencipe supremo, quando
fosse costretto mutar le sue Leggi ad arbitrio d'altri, passandosi da una legge
ad un'altra, & finalmente a riconoscer da altri tutta la potestà di
governare: Le quali cose esposte dall'Ambasciatore assai amplificatamente,
fecero condiscender il Rè a dire, che non persuaderà mai la Republica a far cosa
contra la sua libertà, dignità, & buon governo.
Nel tempo, che
la risposta del Senato andò in Francia, l'Ambasciator Cardenas tentò esso
ancora di far condiscender il Senato a qualche particolare: & però
presentato innanzi al Prencipe, fece un'essortatione molto lunga
all'accomodamento, & concluse, Che era necessario conceder alcuna cosa al
Rè suo Signore, perche egli quando havesse da portar qualche sodisfattione al
papa, se gli getterebbe a' piedi, supplicandolo a metter fine a queste
controversie, & pericoli, Che il Pont. non si è contentato di quanto alli
giorni passati se gl'è detto, però è necessario, che li sia allargata la
commissione, Col Papa non conviene stare sopra puntigli, perche è Vicario di
Christo, la onde il cederli, & sottomettersi non è vergogna; che egli vuol
proponer un temperamento di questa natura; cioè che li si faccia lui Avogador
per due sole hore, perche in quelle egli operarà tal cosa, che tutto il negotio
resterà accomodato: Li dimandò il Prencipe, che cosa voleva intender, per esser
Avogador, & che vorrebbe metter in essecutione con quella potestà: rispose,
che sia prima creato secondo che si costuma, che poi fatto, studierà la sua
autorità; & replicò, che bisognava non guardar sottilmente, dove si hà da
trattar' col Papa, mà esser molto larghi in humiliationi, sodisfattioni,
sommissioni, & obedienza verso lui.
A questa
proposta non essendo fatta risposta dal Senato per qualche giorni,
l'Ambasciator comparve di nuovo, narrando haver havuti l'efficaci ordini dal Rè
per ricercar la Republica, che li dia qualche cosa in mano, per potersi con
quella presentar' al Papa: che vede bene la Rep. desiderosa d'accomodamento,
& il Papa non meno di lei: che da ogni parte si scuopre buona volontà, mà
tutto stà nel modo di essequirla; il quale sino adesso nessuno sà, o vuol
trovare, succedendo in ciò, come nell'acquisto del Paradiso, il quale ogn'uno
vorrebbe, mà nissun vuole i mezzi debiti: Ne a questa seconda prepositione
essendo data risposta, Cardenas fece giudicio, che instando più potesse
riportar risposta non molto grata, & però fece intender, che se non si
risolveva di darli qualche cosa in mano, secondo la sua petitione, più tosto si
portasse inanzi, che darli la negativa.
Mà passati
qualche giorni, essendo chiamato per il successo di Durazzo, (del qual si è
parlato di sopra) dopa trattato quel negotio, fece modesta doglianza, Che alla
sua petitione triplicata non fosse stato risposto, soggiungendo però, che non
dimandava risposta, se ben la desiderava: A che per decreto del Senato già
fatto, rispose il Prencipe, che non potendosi far più in sodisfattione del
Papa, di quando si era fatto, & pertanto non potendosi meno sodisfar lui di
risposta, era stato sodisfatto, con non rispondere, si come egli haveva
dimandato: Soggiunse D. Inico. Adunque io farò l'Avvogadore, & sospendo la
risposta, che m'hà dato il Senato, acciò vi pensi meglio, & si risolva di
sospender le Leggi in gratificatione del mio Rè, & non del Papa, &
persuase con diverse ragioni, che si come il sospender a petitione del Papa era
di pregiudicio, cosi non era di pregiudicio alcuni il sospender a petitione
d'un altro Prencipe, & diede l'essempio del suo Rè, il quale ad instanza
del Rè di Francia sospese l'editto delli 30.
per 100. & non reputò, che fosse con
diminutione dell'autorità sua, essortò à bilanciare la sospensione, (cosa
leggiera) con gli incommodi, & pericoli, che potrebbero portar lo star
fermi, & fece instanza di nuova risposta.
Alla qual
propositione mentre si pensa, con risolutione però, di non conceder cosa pregiudiciale
alla libertà, ecco, che arriva avviso, come il Pont. nel principio di Settembre
eresse una nuova Congregatione in Roma, & la chiamò la Congregatione della
guerra, con deliberatione, che si congregasse 2.
volte alla settimana, per trattare delli modi dell'adoperar' le armi temporali,
la qual cosa diede da ragionar assai in Roma, & per Italia; prima per il
nome inusitato, Congregatione della guerra, essendo antico costume della
Corte di coprir il maneggio delle cose temporali con nomi & colori spirituali,
& hora, per il contrario, essendo il Pont. lontanissimo dal potere, se ben
prossimo, al volere maneggiar arme temporali, facesse questa vana dimostratione
di potenza mondana, con intitolar la Congregatione di nome fastoso di guerra:
Accresceva la maraviglia, La qualità delle persone intervenienti in quella,
poiche erano tutte di professione, che doveva esser alienissima da simil
maneggio, essendovi chiamati 15.
Cardinali, la elettione de' quali mostrò bene dove il Papa confidasse, perche
erano tutti dipendenti da Spagna: Questi furono, Como, Pinelli, Sauli,
Camerino, Sfondrato, Giustiniano, S. Giorgio, Arrigone, Visconte, Conti,
Borghese, Sforza, Montalto, Farnese, Cefis: & di questa ne cavò una
picciola di 4. solamente, che furono
Pinelli, Giustiniano, S. Giorgio, Cefis, acciò col Tesoriere, & con li
Commissarij della Camera, attendessero a' modi di trovar danari. Creò ancora 8. Cardinali il di...... Settembre con molta
maraviglia delle persone pie, & riverenti dell'antichità, per che causa non
havesse aspettato le Tempora, che dovevano esser frà pochi giorni; Vero
è, che qualche Pontefice per il passato hà creato uno, o due, o tre Cardinali
per qualche causa urgente, fuori delle Tempora; & quando erano
lontane per più mesi; mà si osservava, che questa fosse la prima promotione
intiera, fatta fuori delle Tempora, che dovevano esser la settimana
seguente: Li Cardinali creati furono li Noncij di Francia & Spagna, acciò
si affaticassero con maggior ardore per il beneficio ricevuto in suo servitio,
& havessero però maggior riputatione appresso quelle Corone, due altri
furono, Gaetano & Spinola, per valersi di loro nello stato Ecclesiastico,
alle frontiere di Venetia, come quelli, la disposition de' quali era ben nota:
A questi aggiunse altri 4. Lanti, auditore
della Camera; Monreale; Maffei; & Ferratini, per le assontioni de' quali al
Cardinalato, vacavano assai buoni officij, in Corte vendibili: la qual
promotione non fù di gusto alcuno a gli Ambasciatori di Francia & Spagna
con tutto che questo, per gli interessi del suo Rè, dovesse esser molto
contento, poiche di questo numero ottonario, sei almeno erano divotissimi di
quella Corona; mà più dispiacque, all'Ambasciatore che fosse tralasciato suo
fratello; si come al Francese, non fù grata la promotione, dove non fù havuto
consideratione di suo padre.
Fece anco la
Santità sua dar conto al Rè di Spagna della promotione fatta, & con questa
occasione fece nuove instanze a quel Rè, per esser aiutato contra la Republica,
rappresentando, (si come era solito) con la più aspra maniera che si potesse,
le cose trattate dal Fresnes, facendoli dire, Che a Venetia era sprezzata
l'autorità del Rè Catolico, & a lui non faceva beneficio; perche il Rè di
Francia, (che sente per lui, & opererebbe efficacemente) se gli attraversa,
vedendolo congiunto con Spagna; (Mà troppo prudenti sono li Spagnuoli, per
esser mossi da ragioni di questa sorte.)
In Venetia,
per la congregatione eretta dal fù Papa, aperta la via al Senato di risponder a
Cardenas chiaramente, come li fece, con dire, Che era molto ben noto a tutto'l
mondo, che la Republica non poteva toccar le sue Leggi in maniera alcuna; senza
notabil detrimento del suo governo, & tanto più li pareva cosa
maravigliosa, che alla Republica solamente si voltasse, & a quella si proponessero cose di tanto suo
pregiudicio, & dall'altra parte fossero fomentate le pretensioni del Papa,
Che se il fine era la quiete d'Italia, & della Christianità, si vedeva
chiaramente se la Republica l'amava, & che apparivano manifesti segni del contrario
nel Pontefice principale de' quali era la congregatione formata nuovamente per
la guerra, la qual mostrava ben con questo nome, a che si mirava, & con la
qualità de' soggetti introdotti in essa, si dichiarava dove erano fondati
questi pensieri: Si fece insieme protestatione di non haver altro fine, ne
intentione, che di difendersi; il che facendo, se si venisse alle arme, la
causa nascerà dal Papa: però che, se il Rè di Spagna desiderava la quiete,
facesse officio col Papa, d'onde era l'origine, & progresso di tutte le
turbationi. Commendò anco il Senato gl'officij fatti dall'istesso Ambasciatore
per la quiete; non restando pero di aggiungere, Che se altri altrove si fossero
adoperati con buona intentione & destrezza come egli, non si sarebbe a
questi termini, (accennando Vigliena di cui haveva avviso anco di Spagna, che
non procedesse à questo scopo di quiete) Fù spedito anco un Corriero con
diligenza a Francesco Priuli Ambasciator in Spagna, commandandoli di far
officio col Rè, & con i ministri, in conformità. Fù anco chiamato nel
medesimo tempo Mosieur di Fresnes, & datoli parte della congregatione di
guerra nuovamente eretta, & delli Cardinali intervenienti in quella,
mal'affetti alla Republica, & non confidenti à Francia; nel che, il Papa
haveva mostrato poco rispetto al Rè, non aspettando la sua risposta; ne questo
potersi ascriver ad altra causa, se non perche il Papa è tutto voltato alle
turbe, & si confida nella dichiaratione di Spagna, non istimando gl'altri;
confidato nell'appoggio, che reputa dover' havere il qual', sia per
somministrargli la forza; aggiungendo, Che il Senato in confidanza communica
con lui come Ambasciatore d'un Rè amico, & giusto; esser risoluto di far
quanto potrà per difendersi, & propulsar le ingiurie con confidanza anco, che
della Maestà del suo padrone posa sperare ogni assistentia per servitio
commune.
L'Ambasciator
si dolse della congregatione eretta, & della qualità de' soggetti, &
che il Papa non havesse aspettato la risposta del Rè, come haveva promesso,
& perche apunto in quel tempo haveva havuto risposta dal Rè di quanto la
Republica era condiscesa in gratificatione della Maestà sua; passo a
ringratiarla delli prigioni, & delle altre cose, di che haveva dato parola,
soggiungendo però, restar qualche dubbio nel Rè, Che essendo le Censure più
principalmente per causa delle Leggi, il Papa non vorrà ridursi a rivocarle
senza la sospensione, che però il Rè hà lette le ragioni della Republica, &
le approva, & se ne valerà, se ben col Papa non vi vuol ragione, il qual
essendo precipitato nel fosso, per mal consiglio, non vede come uscirne, &
però anco spesse volte ritratta la parola data una volta, & ogni dilatione,
lo mette in sospetto & dubitatione perilche essorta a mettervi presto fine;
cosa che non si può far senza la sospensione dell'essecutione delle Leggi,
adducendo per ragione, che è pura cerimonia, & che si fà in gratificatione
del Rè, & non del Papa, & che non si fà per altro, se non per dar
pretesto al Papa di poter ritirarsi con dignità & che forsi si potrebbe,
facendo questo, restar di parlare & di prigioni, & di protesto: che
queste cose il Rè le racco.da7, protestando però, che non si debba far
minimo pregiudicio alla libertà & al governo; Che non hà altro fine, salvo
che il ben commune, & però l'intende diversamente da altri, li quali hanno
fatto instantia al Papa, Che non accordi, se non per loro mano, il fine de'
quali non è altro, se non consumar l'una parte & l'altra, Passò anco
l'Ambasciator a dire, Che quando nascesse apertura alla guerra, egli sarebbe
prontissimo a far il servitio della Republica, massime communicandogli i
pensieri dell'offese & difese. Dimandò anco parola, Che non si accordasse
per altro mezo, che per il suo, perche il Rè non era ancora intieramente certo
che il Papa si fosse gettato in braccio degli Spagnuoli; mà quando lo vedesse
risoluto di rompere, havrebbe frenato la furia, perche doveva far questo,
principalmente per la benevolentia & buona intelligentia che tiene con la
Republica; con la quale, (se bene non havesse confederazione alcuna) doveva per
ragion di stato assisterle, & non lasciarla perdere; Parve al Senato cosa
molto opportuna, il procurare d'haver confermatione di questo della propria
bocca del Rè; Et pero ordinò al Priuli Ambasciat. appresso S.M. di usar ogni
maniera per iscoprir l'animo di S.M. & per cavar questa confermatione, con
dire; Che continuando il Papa ad armarsi, con appoggi de gli Spagnuoli &
d'altri, & stringendo il tempo, S.M. fosse contenta di usar l'autorità sua
per impedir gl'inconvenienti i quali, quando andassero continuando di tal
maniera, la Rep. non potrebbe far, di non ricorrere alli più veri, antichi,
& esperimentati amici, fra' quali S.M. è principale, & quando si
compiaccia communicar confidentemente la sua volontà, si manderà persona espressa che tratti i particolari, A quest'officio
rispose il Rè, essere stato ricercato dal Noncio a nome del Papa, che volesse
dichiararsi per la Santità sua, perilche risponderà quel medesimo, che hà
risposto a lui, cioè, Che il dichiararsi per alcuna delle parti, è un fomentare
le discordie, però non vuole dar fomento ne alli pensieri del Papa, ne della
Republica, come gli Spagnuoli fanno per avanzarsi essi; mà però se gli
Spagnuoli volessero romper, havrebbe fatto quello, che havesse dovuto, &
ogn'uno lo può credere: mà al presente non si deve premer in voler
dichiarationi, mà si bene in operare, che non si venga a rottura, per le
incommodità che porta seco la guerra, le quali non si possono capire, da chi
non le hà provate; massime attesi i pericoli, che la guerra induce, di perdere
la Religione: perilche bisogna usar ogni opera per non interromper la
trattatione, & render lui inhabile a concluder l'accomodamento, come
sarebbe se si dichiarasse per una parte, o se vi fosse mandato Ambasciator
espresso; che non sarebbe altro, che metterlo in sospetto al Pont. & dar
occasione a' Spagnuoli di riempir il Papa di male impressioni.
Fù communicato
anco all'Ambasciator d'Inghilterra residente in Venetia, le medesime provisioni
che il Pont. faceva in Roma, & dettogli, che poteva publicar la
dichiaratione del Rè, & procurar li ajuti già profferti; & in
conformità, si scrisse all'Ambasciator Giustiniano, che trattasse col Rè,
l'Ambasciator in Venetia, sentì piacere di dover far quest'officio, affermando,
Che ciò era un publicar la gloria del Rè; & che egli l'havrebbe fatto in
Venetia con tutti li Ministri de' Prencipi, & sparsa anco la fama per il
mondo con lettere: Essortò anco, che si venisse alli particolari di quanto si
dissegnasse operare, perche il Rè, egli & gli altri Ministri di S.M. in
ogni luogo, faranno ogni cosa possibile, & mostrerono8 il cuore
aperto; Passò anco l'Ambasciator a dire, Che era necessario dar fine presto al
negotio, il qual non si poteva terminare, se non con uno dei tre modi, o col
cedere; o col rimettersi in Prencipi; o con la guerra; che vedeva bene la
Republica non inclinata al primo; mà quando havesse risoluto di rimettersi in
alcuno, gli raccordava di elegger il suo Rè, come quello, che molto ben
intendeva quanto importasse mantener l'autorità data da Dio alli Prencipi: però
quando s'havesse havuto da venir alla guerra, metteva in consideratione à Sua
Serenità, che, se ben dicono i Filosofi, il Sole, senza esser caldo, riscaldar
le altre cose, però non accade così nelle cose humane, mà chi vuol riscaldar
gl'altri a suo favore, conviene prima riscaldar se stesso.
Deliberò anco
il Senato di dar conto a tutte le Corti, della dichiaratione del Rè
d'Inghilterra.
Mà il Rè alla
rappresentatione dell'Ambasciator Giustiniano; rispose, Che chiamava Dio in
testimonio, di non haver fatto risolutione di difender la causa della Republica
per altro fine, che per servitio di Dio, per conservar la libertà data da S.M.
Divina alli Prencipi, & non per contesa propria che habbia col Papa; ne lo
muove il particolar beneficio della Republica, se non perche vede, che difende
causa giustissima & grata a Dio, nella qual quanto va più considerando con
l'animo, tanto più si conferma nella protettione & difesa di essa, non
trovando ombra d'apparente ragione, che lo possa ritirare: hà fatto risolutione
con prontezza, & con costanza la sostentarà: non farà come Spagna, che con
una carta hà empiuto l'animo del Papa di vanità, per condurlo à precipitio;
metterà il promesso in essecutione con sincerità, & costanza d'animo, corrispondente
alle parole: Considerò anco il Rè, Esser cosa di momento, che il Papa si
preparasse alla guerra, & havesse formata una Congregatione sopra di ciò di
diffidenti della Rep. & dependenti da Spagna; Aggiunse, Che sarebbe stato
più pronto ad incominciar da' fatti, che dal publicar la sua dichiaratione: mà
poi che questo torna commodo alla Republica, tanto havrebbe fatto, con quella
maggior riputatione di essa, che fosse possibile, facendo anco offici con tutti
li Prencipi suoi amici, & col Rè di Danimarca, & con li Prencipi di
Germania, sperando di cavar anco da questi buon frutto: Col rè di Spagna, &
coll'Arciduca, (disse) non occorrere far'officio, essendo uno dichiarato per il
Papa, & l'altro, dependente da quello: Con Francia, non esser necssario, perche
essendo Spagna per il papa, tocca a quel Rè pensarvi più che a tutti, per
prevenire li pregiudicij che di lontano possono esser indirizzati, &
riuscire contra il suo Regno, che già gli hà provati: Che se crede convenirli
per il titolo di Christianissimo, la difesa della Chiesa, può ben sgannarsi,
vedendo, che non si tratta di Chiesa, mà di causa commune alla libertà de'
Prencipi, dalla quale resta protetta & mantenuta la Chiesa: Conclude,
dicendo che farà più con le opere, che con le parole, Esseguì anco quel Rè
quanto haveva dato intentione, con far dire per il Conte di Salisberi alli
Ministri de' Prencipi, che erano appresso lui, la risolutione presa di assister
alla Republica, & collo scriver l'istesso alli Prencipi di Germania, &
ad altri suoi amici.
Mentre si
trattano queste cose con il Rè, & da loro col Papa, il Gran Duca di Toscana
giudicò apunto carico del suo molto sapere, il tentar di condurr' ad effetto,
esso, quello, che era difficile a due così gran Rè; perilche quasi ogni
settimana faceva officio con Roberto Lio, Residente appresso di se per la
Republica, & lo faceva fare in Venetia dal Montaguti suo Residente, con
essortare alla pace, & concordia, per beneficio d'Italia, & con
offerirsi mediatore: alli quali officij fù sempre corrisposto con
ringratiamento, & concludendo, Che si voltasse al Papa, poiche la Rep. era
condiscesa a tanto, che il Rè di Francia l'haveva fino ringratiata, Mà il Gran
Duca non si contenta di risposta, la quale non gli aprisse la strada a tirar à
se il negotio; & però con molta destrezza, quasi che si querelava, d'haver
fatto efficaci offici & col Papa, & con la Rep. & che non gli era
corrisposto, anzi li veniva detto tali cose da ambe le parti, che se le havesse
rapportate, sarebbe stato un intorbidar il negotio, non ridurlo a conclusione,
Che non pretendeva consigliar il Senato, sapendo la sua Prudenza, ne meno levar
la trattatione di mano ad altri Prencipi maggiori, mà bene esser a parte con
loro in servitio di Dio, & della Christianita; perilche voleva avvisar la Republica,
di quanto il Pontefice haveva ultimamente detto all'Ambasciator suo, &
questa era, Che la Santità sua non doveva, ne poteva assentire alle conditioni
proposte dall'Ambasciator di Francia, perche era molto suo pregiudicio, ricever
la Rep. di Venetia dalla mano del Rè, essendo egli Capo Spirituale della
Chiesa, al qual non è condecente ricever li suoi sudditi dalla mano d'altri,
tanto più, che generalmente, quando nasce difficoltà tra il foro Ecclesiastico,
& secolare, il giudicio è dell'Ecclesiastico, come più degno, & ancora
diceva il Pontefice, Che il ricever i prigioni per mano del Rè, era un tornar a
dietro, massime, che alcuni Prelati Venetiani, quali si trovano in Roma, l'havevano assicurato, che la Rep. gli
havrebbe dati liberamente, & che era risoluto di non sospender la
scommunica, se li prigioni non erano consegnati, & tutte le scritture
uscite a favor della Rep. rivocate; Che si contentava poi di far veder in Roma
il rimanente di ragione; formando una Congregatione di Cardinali, Auditori,
& Teologi; parte dei quali si contentarà, che siano confidenti della
Republica, con questo però, che il Rè di Francia, & esso Gran Duca diano
parola di star' a quello, che fosse deciso dalla Congregatione, Che se ben già
era condisceso a far una reciproca sospensione, esso, del Monitorio, & la
Republica, delle Leggi, non poteva però perseverare, perche non era approvata
dalli Cardinali, & che il Christianissmo gl'haveva fatto dire, Che i
Venetiani dovrebbono accettarla, & che quando havrà fatto quanto le parerà
col negotio, piglierà altro partito, & se' Venetiani havranno in ajuto
gl'heretici, egli havera più Christiani di quello, che si crede: Lequali cose
esso Gran Duca voleva far saper'alla Republica, acciò pensasse molto bene,
Nissuna risolutione esser peggiore di quella, che porta la guerra col Papa, il
quale non hà che perdere, & chi combatte con lui, può perder molto, non
potendosi a lui, vincendo, levar cosa alcuna che non convenga restituirglile
duplicatamente; & se la guerra non fa per alcuno, specialmente non è utile
alli bene stanti, poiche di là vengono le mutationi, & facilmente si passa
dal bene al male, con poco speranza di ritornar in dietro: Che se bene il Rè di
Francia, tratta con gran desiderio, del bene della Rep. egli però non sarà inferiore
nel procurar il medesimo, per esser amico, & Prencipe Italiano, & huomo
da bene: Non doversi dubitare, che venendosi alla guerra, il Papa sarà aiutato
da' Spagnuoli, & da altri, & però, (per fuggir le turbationi d'Italia,
che nascerebbono,) egli vorrebbe indurre il Papa a contentarsi di rimetter
tutte le controversie nelli due Rè, & che la Rep. facesse l'istesso, anzi
la consiglierebbe a farlo, senza aspettar il Papa; perche essendo cosa chiara,
che il Papa non lo farà mai, per non si sottometter al giudicio d'altri, la
Repub. con questo tratto, avantaggierebbe le cose sue, & farebbe cader il
Papa in diffidentia delli Rè, & leverebbe l'animo alli Spagnuoli di
aiutarlo: & quando bene il Papa condiscendesse, potrebbe ben la Rep. esser
certa che li Rè non deciderebbono se non come comportano gli interessi loro,
che sono i medesimi con quei della Rep.; Et pur' quando questo partito havesse
alcuna difficoltà, vi è un altro forse più difficile, mà certo più riuscibile
con spender qualche cosa, dal che non bisogna abhorrire, perche lo sospender a
tempo è grand' avanzo; & egli sà ben quello, che dice: è grand' amico del
Signor Gio. Battista Borghese, fratello del Papa, se si lascierà far a lui, con
pochi danari la farà accomodare: A queste propositioni rispose il Senato,
ringratiato prima il Gran Duca della communicatione di quanto haveva penetrato
in Roma, & anco de gl'offici fatti, & delli buoni consigli &
discorsi, soggiungendo, che già poteva esser manifestissima al mondo la
inclinatione della Rep. alla quiete, nella quale intende sempre di continuare,
quando non sia necessità far altramente, & ne hà dato manifesti segni, poi
che non guardando alle offese ricevute: & alla giustitia della causa sua,
la quale ricercava, che non declinasse punto ad ascoltare alcuna cosa, sino,
che le ingiurie non fossero levate; non di meno non solo hà tenuta aperta la
via alla trattatione, & ascoltate le propositioni, mà etiandio è condiscesa
a tutto quello hà potuto, per interpositione & instantia delli Rè; &
con tutto che habbia fatto molto, & tanto, che il Rè di Francia è restato
non solo compiutamente sodisfatto di lei, & delle sue attioni, mà ancora
l'hà fatta ringratiar espressamente, non di meno non si è potuto per ancora
haver risolutione di quello, in che il Rè è restato col Papa: Ne per questo
vuol la Republica ritirarsi dalle cose convenute col Rè, mà aspettar quello,
che la M.S. le farà sapere, non convenendo interromper la trattatione che è
nelle mani sue: mà trà tanto vuol ben dirli confidentemente, che si ritrovano molte
& insuperabili difficoltà nelle cose che il Pont. gli hà fatto intendere
per il suo Ambasciatore, Imperoche, per quanto si aspetta alli prigioni,
havendoli donati al Rè, non hà più parte in loro, ne è più in sue mani farne
altra risolutione, In quello che tocca le scritture, essendo uscite prima,
quelle di Roma, piene d'ingiurie, maldicenze, & calunnie, alle quali per
necessità è stato risposto con la condecente modestia, non conviene parlarne,
se prima, o almeno insieme non si parla delle Romane; Della Congregatione, (a
la quale il Papa vuol rimetter il negotio) non convien dir altro, non essendo
solita la Rep. rimetter' alla decisione altrui le cose spettanti al suo
Governo; Mà quanto alle altre propositioni fatte da S.A. poi che i modi del
trattare del Pont. danno giusto sospetto, che non sia disposto alla quiete; non
si può essaminarle, prima che si habbia maggior certezza dall'animo suo, poi
che si come per le cose sino al presente consentite, la volubilità del Papa ben
conosciuta da S.A. non hà permessso, che ne sia seguito alcun buon' effetto;
chiaramente vede la Republica Che dall'udire altre propositioni non riceverà
alcun frutto, se non di obligar la parola sua a molte cose, sensa haverne
alcuna corrispondenza; mà quando, levate prima le Censure, si vedrà qualche
fondamento di amicabile temperamento nelle proposte, che levi la dubitatione
dell'inconstantia provata, vi si havrà all'hora particolar consideratione,
& si terminera risolutamente; cosa che non si può far adesso, stando sul
discorso. A questa risposta portatali dal Residente per nome del Senato replicò
il Gran Duca, Che il Papa non è mal affetto, se ben gli accidenti possono
haverlo perturbato, & che ciò egli l'afferma per la cognitione che ne hà,
& che se bene pareva mutato, non di meno, quando il suo Ambasciator li
replicò le cose dette; le confermò; mà non ben dicendo d'haver fatto far molte
proposte alla Republica, ne mai haver potuto cavar niente dalla sua volontà;
però, (disse il Gran Duca) bisogna lasciarsi intendere; Che le trattationi
aprono la via alle conclusioni, & che egli userà quello che li sarà
confidato; con avantaggio della Repub. non portandolo al Papa tutto insieme, mà
ritenendone parte in se per valersene alle opportunità, & non come
gl'altri, che se bene hanno portato molto al Papa non li hanno ancora cavato
risolutione.
Le
interpositioni di tanti Prencipi, per concordar queste difficoltà, mossero anco
l'Imperatore a mettervi qualche pensiero; perilche nel principio d'Ottobre,
mandò il Coraducci suo Vicecancelliero, a trovar il Soranzo Ambasciator della
Republica appresso lui, & dirli, Come S.M. (intendendo i dispareri tra il
Pontefice & la Republica, esser passati tanto avanti, che pareva il modo di
assettarli difficile perilche anco il Rè di Francia pareva fosse per abbandonar
la trattatione) havendo à cuore il bene della Christianità, penserebbe
d'interporsi per conciliare qualche buona concordia, quando però sapesse di far
piacere, & di poterne riuscir con honore; Che quando le parti fossero
risolute di non voler cedere in cosa alcuna, non vorrebbe avventurare la sua
dignità, & riputatione: Rispose il Soranzo, ringratiando S.M. &
soggiungendo poi, la Rep. esser pronta a far ogni cosa per non turbar la
quiete, salva la sua libertà, dignità, & rispetti del governo, mà che il
Papa vuol tutto, pretende, che si ceda ad ogni sua voglia, & senza
disceptar alcuno: il Coraducci dopo discorso qualche cosa particolare intorno
alle cose, soggiunse il Vicecancelliero, Che l'Imper. Non era per dimandar cosa
alla Rep. che fosse contra la sua dignità, & che havrebbe mandato il
Marchese di Castiglione ben informato: Fecero dopo questo il Noncio del Pont.
& l'Ambasciator di Spagna efficaci offici con l'Imperat. acciò che si
dichiarasse per il Pont. con quali la M. sua si lasciò intender liberamente,
Che non era stato bene il dichiararsi per una parte, & far le dimostrationi
che erano state fatte con lettere, & altre tali apparenze, perche era stato
un dar animo, & far pretender essorbitanze pregiudiciali: però volendo egli
l'accomodamento in ogni modo, & essendo risoluto di far quanto potrà, acciò
segua, non vuol cosa, che possa difficoltarlo: & poi con l'Ambasciator
Spagnuolo a parte, fece officio, che per servitio publico della Christianità,
il Rè dovesse mortificar alquanto il Papa, acciò ridotto alli termini
ragionevoli, la concordia seguisse più facilmente: Queste cose essendo scritte
d'all'Ambasciator Soranzo a Venetia, li fù commesso di ringratiar l'Imp. &
di accertarlo dalla inclinatione alla quiete, & insieme dirli, che sarà
carissimo al Senato, se piacerà à sua Maestà far officio col Pont. che si
contenti delle cose offertegli col mezzo, & in gratificatione, del Rè di
Francia.
Con queste trattationi si pervenne al fine d'Ottobre;
quando il Papa havendo in consideratione, che quanto più si prolungava la
separatione della Rep. dalla sua obedienza, tanto più la sua reputatione
pigliava deterioramento, perche le scritture aprivano gl'occhi a molti, &
la libertà del parlare faceva conoscer gran diffetti della Corte Romana, che
non erano cosi ben avvertiti da molti;
s'aggiungeva a questo, che nel trattar con li Spagnuoli sopra li particolari de
gli aiuti, non trovava i fatti corrispondenti alle parole, proponendo loro
conditioni dure, & con tutto ciò, lasciandosi intendere, che non conveniva
alla pietà del Rè, esser causa di guerra in Italia, & però non era disposto
di ajutarlo, se non quando fosse assalito: perilche risoluto il Pont. in se stesso, di voler
veder il fine del negotio, chiamò Alincourt, al quale fece lungo ragionamento,
mostrando, che conosceva i disordini, & discorrendo delli danni, &
pregiudici, che riceveva, & delli pericoli, a' quali sottometteva, egli
attestò & affermò asseveratamente che voleva l'accomodamento, assicurandolo
di buona volontà, soggiungendo, non esser sua dignità, che primo proponesse, mà
bene esser prontissimo ad accettare tutte le proposte convenienti, le quali
esso Alincourt poteva ben giudicare quali fossero, per li passati ragionamenti,
condiscese anco a ramemorar qualche particolare, mà si, che non paresse che
egli lo proponesse.
Delle quali
cose havendo tenuto Alincourt ragionamento con i Cardinali Francesi, proposero
tutti insieme per mezo di Fresnes alla Rep. un partito con queste conditioni,
Che il Pontefice leverebbe le Censure, con questo, che fosse pregato il Papa a
nome del Rè, & della Republica a levarle, & l'Interdetto fosse servato
prima 4. o 6. giorni, Che li prigioni fossero dati al Papa in gratificatione
del Rè, Che si rivocassero le lettere Ducali, Si annullassero le scritture
fatte a favor della causa della Republica, Si rimettessero li Religiosi
partiti, solo per causa dell'Interdetto, Si mandasse un Ambasciatore per
ringratiar il Pont. che havesse aperta la strada alla trattatione amicabile, ne
si parlasse più di rivocare; o sospender le Leggi, mà levare le Censure, Sopra
quello che restasse, si trattasse tra il Papa & la Repub. come tra Prencipe
& Prencipe. Et che si deputasse un giorno prefisso, acciò che nell'istesso
tempo fossero esseguite da la Rep. tutte queste cose, & dal Papa fossero
levate le Censure; si che non si potesse dire ne l'uno ne l'altro essere stato
il primo: Queste cose le propose il Fresnes havendo prima considerato, che la
Rep. non era in necessità venir ad accordi per timore che dovesse haver,
d'essere sforzata, perche sapeva molto bene, & il poter della Rep. & li
aiuti che havrebbe havuto: mà perche tra questi, molti ne sarebbono stati, che
non riconoscono la Chiesa Romana, quanto più questi vi vengono pronti, tanto più
il Senato prudentissimo, deve far ogn'opera per non lasciarli venire, A questa
proposta il Senato, havendo il tutto maturamente considerato, rispose,
Contentarsi che il Pont. fosse pregato dall'Ambas. del Rè per nome della Rep. a
levar le Censure, Et che li prigioni fossero donati al Rè senza pregiudicio
delle ragioni della Rep. Che quanto al Protesto fatto con Lettere Ducali contra
il Monitorio del Pont. non vi era alcuna difficoltà, che restasse levato,
quando fossero levate le Censure del Monitorio, Mà quanto alle altre scritture,
la Rep. havrebbe fatto apunto quel medesimo che havesse fatto il Papa, delle
contrarie scritte a favor suo, Che il servare l'Interdetto anco per un'hora,
non per giorni, sarebbe un testificare, che fosse valido; il che non essendo
vero, non si potrebbe far senza offesa di Dio, & senza condannar le attioni
della Republica fatte legitimamente. Quanto alli Religiosi, che questo non era
punto da trattare, se non con la Santità sua medesima, Della missione
dell'Ambasciator, disse; Che levate le Censure, manderebbe immediate un
Ambasciator à risedere secondo l'ordinario, mà tutto questo con conditione, che
li Ministri Francesi si lasciassero intender apertamente, se havevano sicurezza
dal Papa, perche altramente il Senato non intendeva di esser condisceso a cosa
alcuna, se essi non fossero sicuri che il Papa havrebbe accettata la
conditione. A questa proposta replicò Fresnes, Che egli non havrebbe proposta
queste cose, se il Papa non havesse data la parola, mà l'hà data & replico 4. volte l'hà data;
soggiungendo, E vero, che li Papi si fanno tal'hora lecito di ritrattarla, però
credo, che la manterrà, perche l'hà data, perilche io accetto le conditioni,
& ricevo la parola di pregar il Papa per nome del Rè, & della Repub.
che levi le Censure, & parimente, che si manderà l'Ambasciator il quale S.
Santità assicura, che sarà accettato con9 li soliti honori, & cosi
hà promesso ad Alincourt; & parimente aggiunse, Io ricevo li prigioni in
nome del Rè, in gratificatione, & senza pregiudicio de le ragioni della
Republica; E vero che il Papa non vorrà far sopra ciò alcuna dichiaratione; ma
questa conditione resta chiara appresso il Rè, & non hà bisogno che in
questo la Republica habbia cosa alcuna dal Papa, perche non tratta col Papa, mà
tratta col Rè, Intorno alli Religiosi disse, Io sarei un mal' Avvocato per
loro, perche non possono negare, che non habbiano commesso un grand'errore in
disobedir il Prencipe contra il commandamento di Dio, essi, a' quali tocca predicar l'obedientia, la qual S.M.
Divina commando, oltra che hanno abbandonata la patria, dalla quale erano
accarezzati, & ben trattati, la loro ingratitudine è cosi insopportabile,
che se pertinesse à me li farei decimar, per essempio d'altri; E ben assai
grande la benignità della Republica nel consentire, che il suo Ambasciator ne
tratti con sua Santità; & concluse il suo ragionamento, con render gratie
in nome del Rè, delle altre cose fatte in sua gratificatione, affermando, che
conosce l'ottima volontà della Repub. alla quiete commune, havendo fatto quanto
veramente hà potuto.
Mentre che queste cose si trattano, andò in
Francia avviso al Rè delle varietà usate dal Papa per innanzi, & anco della
sollecitudine del Gran Duca, per intromettersi, & l'orecchia che il Papa
gli prestava: perilche si risenti, & contro il Gran Duca che si havesse
voluto metter in questa negotiatione, & mostrò disgusto del Papa, &
commandò ad Alincourt, che ne facesse doglianza, poiche questo mostrava una
poco confidanza di sua Santità in lui, & fece il Rè questa medesima querela
contra il Card. Barberino, Noncio appresso di se: Et per Fresnes fece dir a
Venetia, che ringratiava il Senato della parola data di non concluder per mano
d'altri, però che la varietà del Papa lo costringeva a lasciar, che la Santità
sua provasse quello, che potesse far per altri mezzi; Mà quando Alincourt
espose al Papa il commandamento del Rè, con dirli, che sua Maestà li dava
ordine di ritirarsi della negotiatione delle cose di Venetia, poiche la Santità
sua crede poter far meglio per mezzo d'altri. Il Pontefice (già avvertito per
lettera del Barberino, & perciò apparecchiato alla risposta,) si scusò,
dicendo, che non poteva impedire la volontà, & il desiderio, che alcuno
havese d'impiegarsi in questo negotio, ne meno usar incivilità negando di
ascoltare; mà era sempre stato di ottima confidanza in S.M. & per tanto
vuole, che tutto sia in sua mano, affermò con gravi e replicati giuramenti, di
aver ottima intentione in questo negotio; & desiderare che si finisse in
quell'istessa hora, si che altri, che il Rè non havesse parte, ne saputa; &
per testificare con i fatti la verità di questo: si contenterà delle condizioni
proposte da sua Maestà, & stava fermo nella parola data di formar una
Congregatione di 6. Cardinali & 6. Auditori; tra questi poneva Delfino,
Mantica, Serafino de' Cardinali delli Auditori, Cuccina, & Marquemont.
Replicò Alincourt con maraviglia, dicendo, che di ciò non si era parlato per
l'innanzi; & affermando il Pont. il contrario, disse modestamente l'Ambasciatore,
Che egli non haveva mai inteso cosi, & che era certo, Che la Rep. era
risoluta di rimettersi in Congregatione; & dopo molto repliche dall'una
parte, & dall'altra, si contentò il Papa di dar parola, Che non si parlasse
più di Congregatione, & condiscese appresso a discorrer sopra le altre
Conditioni, pregato prima Alincourt, Che per amor di Dio stessero secrete,
perche li Spagnuoli osservavano tutto quello, che si trattava per sturbarlo;
& promise, Che leverebbe le Censure; datali parola in contracambio, che dalla
Rep. fossero esseguite le infrascritte conditioni; Che li prigioni fossero dati
in mano di un Prelato ordinato da lui; Che l'Ambasciator vada per ricercar' che
le Censure fossero levate, & si presenti con esso Alincourt, promettendo
che sarà ricevuto & trattato convenientemente, Che nell'istesso giorno
statuito, si revochi il Protesto con tutte le seguite, & si richiamino le
Religioni; & dal Rè fosse assicurato, Che mentre l'Ambasciator Veneto
tratterà con lui, le Leggi non si esseguiranno; Aggiunse il Pont. Che ciò non
desiderava per altro, che per dignità della Sede Apostolica, & del suo
carico, & si dilatò à persuader questo, con efficaci parole & gesti,
aggiungendo, Che non era però certo nel Concistoro dover tirar tutto il numero
de' Cardinali in questo parere: replicò Alincourt, Quanto alla missione
dell'Ambasciatore, Che la Conditione non era a puntata cosi: mà il Papa
rispose, Che per servar la sua reputatione, & mostrar la validità della
scommunica non poteva far altrimenti: non valse ad Alincourt replicare, Che la
ragione concludeva il contrario, perche il ricever' un Ambasciator con l'honore
& termini soliti, mostrava più tosto la invalidità della scommunica; ne per
molto che dicesse cosi in questo punto, come ne gli altri, potè avanzar cosa alcuna,
mà concluse il10 Papa, che scrivesse a Fresnes cosi, & non
altrimenti: Portò Fresnes queste parole in Collegio, aggiungendoli, Che intorno
questo, egli non persuadeva più una cosa, che un'altra, mà faceva instantia,
che li fosse data risposta.
Il Prencipe
immediate con grandissima efficacia si dolse, che in luogo di avvicinarsi con
queste trattationi al fine, si discostava più, inasprendo con queste mutationi
gl'animi; poi che il ritrattare quello, di che si diceva haver parola ferma,
non era altro, che dir apertamente, o di non voler far altro, o di voler
suppeditare; ne poteva esser se non con poca riputatione d'un tanto Rè, che
s'intromettesse dove gli era rivocata la parola data; & per tanto non esser
bisogno affaticarsi più perche vanamente si perde il tempo, poi che il conceder
quello, che il Papa hora propone, sarebbe un ceder il tutto; il che quando si
havesse voluto; si poteva far senza interpositione di alcuna persona. Mà il
Senato, (per sodisfar all'instanza dell'Ambas,) li rispose Che con maraviglia
haveva inteso la mutatione delle cose proposte, potendosi da ciò conoscere
l'intentione del Papa esser diversa da quello, che vuol far credere al mondo,
poi che le nuove proposte erano piene di contrari, e difficoltà insuperabili:
Quanto alli prigioni si potevano dare conforme alla sodisfattione del Rè, come
cosa, che già è di Sua Maestà, & da lei accettata, con la conditione, che
sia senza pregiudicio; mà a nissuna delle altre cose si può consentire, essendo
inconvenienti, contrarie al governo. Il mandar l'Ambasciator innanzi, sarebbe
manifestar al mondo, d'haver peccato, & che la Scommunica fosse giusta,
& le operationi fatte dalla Rep. per diffesa dell'innocenza sua, indebite;
Il richiamar le Religioni in quel giorno, sarebbe farle andar' gloriose d'una
attione d'inobedienza, & d'haver abbandonata la patria, essendo ben' assai
il contentarsi di rimetter questo alla trattatione dell'Ambas. con sua Santità,
dovendosi considerar in questo particolare molte gravi occorrenze: Il dimandar
al Rè parola, che non si esseguiranno le Leggi, è dimanda indebita, non meno
pregiudiciale alla Maestà sua, che alla Republica, la quale hà ferma intentione
di esseguir le sue Leggi, & dice chiaramente, & con ferma risolutione,
che non intende mai di sospenderle, ne di alterarle in minima parte, il che
quando fosse veduto, dopo data la parola dal Rè, si crederebbe dal Mondo,
overo, che la Republica havesse mancato alla M. sua, overo, che ella si fosse
mossa senza fondamento ad obligar la sua parola, Aggiunse ancora il Senato
esser certo, Che il Rè intenderà male questa variatione, con poco rispetto
verso la Maestà sua, per la quale la Rep. era condiscesa a fare anco più di
quello che doveva: & se bene (attesa la maniera del trattare del Pont.)
havrebbe la Rep. potuto & forse dovuto ritrattar quello, a che fino
all'hora era condiscesa, tuttavia per mostrare che da lei non fosse mai restato
di far tutto il possibile, per non turbar la quiete della Christianità, era in
animo di continuare nella buona dispositione verso l'accomodamento, stando
ferma nella parola data, non ostante la variatione del Papa, a che se egli non
vorrà condiscendere spera il Senato da S.M. buona corrispondenza all'osservanza
mostrata verso lei, a contemplatione della quale era tanto condiscesa: Con
questa occasione anco fece il Senato saper all'Ambasciatore sudetto, Che
essendosi già per gl'offici suoi fermate le stampe, hora vedendosi per il
contrario uscir da Roma & altrove tanti libelli famosi, & à dannare le
opere scritte a favor della Rep. & proceder contra le persone de gli autori
& de' librari, con censure, & con altri termini indebiti: la ragion di
necessaria difesa costringe a lasciare stampare, acciò siano note al mondo le
giuste difese.
Con queste
trattationi si portò il tempo sino dopo il mezzo di Novembre, quando arrivò in
Venetia D. Francesco di Castro Ambasciator del Rè Catolico per metter mano à
conciliar qualche concordia tra il Pont. & la Repub. Sino dal principio
pensarono in Spagna, che fosse molto utile per le cose loro intromettersi per
accomodare questa controversia, così acciò non eccitasse motivi di guerra in
Italia, come anco perche havevano inteso, che li Francesi s'erano interposti,
& pensarono a molti soggetti eminenti di quel Regno, & finalmente si
voltarono i pensieri a D. Francesco di Castro, persona molto principale per
esser stato al governo del Regno di Napoli, & stimato molto, come nipote
del Duca di Lerma: non venne però immediate che li fù spedito l'ordine di
Spagna, mà si fermò in Gaeta assai giorni, si perche dall'un canto D. Inicio
Ambasciator ordinario (non havendo gusto che venisse altro straordinario)
haveva scritto che per ancora non vi era probabilità d'accordo o
d'accomodamento, & non era a proposito d'arrischiare la riputatione del Rè
con mandar un'espresso, massime non stringendo la necessità, poi che egli
haveva havuto parola dal Prencipe, che le armi, così le preparate, come quelle,
che s'havessero raccolte per l'avvenire, non erano per offender in conto alcuno
il Pont. mà solo per difesa dello stato proprio, se fosse stato bisogno. Però
più principal causa della dilatione fù per aspettar l'arrivo di Aiton nuovo
Ambasciator del Catolico in Roma; persona che intendeva bene il negotio che
passava, & havrebbe fatto buona corrispondenza nel trattare col Papa, alla
trattatione di D. Francisco in Venetia, (che del Marchese di Vigliena all'hora
Ambasciatore non si poteva haver l'istessa speranza, per essersi esso già
dichiarato troppo apertamente inclinato alle cose del Pont. & passato tanto
innanzi, che di ciò n'era nato qualche disgusto in Spagna) Haveva il Marchese
commissione dal Rè di far intender al Papa, che si come la M. sua voleva
sostener la riputatione del Pont. quanto fosse possibile, così non voleva in
maniera alcuna la guerra in Italia, perche ciò non era di servitio di S.M. meno
della Sede Apostolica, la quale per la colluvie di gente di varia Religione,
che sarebbe concorsa, quando bene havesse havuto vittoria di arme, havrebbe
sentito perdita notabile dell'obedienza, & riverenza in Italia; la qual
commissione il Marchese esseguì nella prima audienza, s'aggiunse alle cose che
fecero differir D. Francesco ancora, perche aspettava ordine dal Pont. il qual
havendo fabbricati gran concetti sopra questa Ambasciaria, voleva cavare tutto
quello, che poteva per mezo di Francia, tenendo per fermo, che per necessità il
Senato dovesse condiscender a conceder qualche cosa a petitione del Rè
Catolico, oltre le concesse per il Rè Christianis. Però vedendo il Pont.
d'haver ottenuto tutto quello che era possibile per mezo di Francia, (risoluto
in se di concordar con quello, quando non potesse haver di più) deliberò gettar
l'ultimo colpo, spedendo amplissimi & secreti ordini a questo destinato da
Spagna, Li quali ricevuti, venne D. Francesco a Venetia, accompagnato da molti
Signori titolati del Regno di Napoli, & dal Secretario Cavezza Leale,
mandatoli dall'Ambasciator di Roma per Ministro di gran consiglio, &
capacità: Conduceva anco seco il Cigala Giesuita, come principal Ministro
dell'Ambasciaria: mà meglio consigliato, lò lasciò tornar à Roma.
Giunto D.
Francesco a Venetia, fù estraordinariamente honorato della Rep. con ogni
dimostratione, spendendo anco per questo, 100. scudi
il giorno: Mà questo Signore non haveva molto speciali commissioni dal Rè, non
sapendosi bene ancora qual fosse lo stato del negotio, & per qual via
convenisse condurlo; mà haveva ordine di parlar prima generalmente; acciò alla
giornata avvisando quello, che bisognasse fare, si potesse discender alli
particolari; Perilche nell'audienza publica; dove fù ricevuto con ogni
dimostratione d'honore non passò termini di complimento; Mà nella prima
privata, presentò la lettera del Rè delli 5. Agosto, scritta con molta
humanità, nella quale, (fatta mentione della sua buona volontà verso la Rep.)
diceva esser venuto in deliberatione di mandar D. Francesco, per componer le
controversie, che passavano con sua Santità, con sodisfattione della Rep. Et il
Castro, presentata la lettera disse: Essere stato mandato dal Rè, per desiderio
della pace, per bene della Rep. & di tutta Italia; a favor delle quali S.
Maestà havrebbe fatto maggior cosa, se havesse saputo che far di più, & che
egli hà ricevuto volentieri il carico per obedire a S. M. & per
l'affettione che porta alla Rep. sperando di poter facilmente concluder ogni
buona risolutione con sua Serenità, poiche essendo tre li capi che sogliono
difficoltare ogni trattatione, Il primo: Passione & affetto soverchio della
persona per nome di cui si tratta, o di quella stessa, che porta la parola; Il
secondo, Inconvenienza nella cosa trattata, Il terzo, Incapacità, & poco
buona volontà nella persona con quale si tratta; Egli è sicuro di non dover
trovar alcuno di questi intoppi, Perche il Rè è di ottima mente, non hà fine,
se non del bene, li torna in beneficio la grandezza della Rep. per esse
antemurale della Christianità contra le forze de' Turchi: Et per quel che tocca
la persona dell'Ambasciatore mandato, egli non sarebbe venuto per ingannare
essendo nato Cavalliere, & obligato alla verità sopra ogn'altra cosa: Quanto
al secondo, Si tratta di quiete, cosa molto convenevole: di unione con la Sede
Apostolica, cosa molto utile alla Republica; essendo piene le historie de'
servitij scambievoli passati tra ambedue, & dannosa la disunione; perche,
se è contra ragione, eccita tutti gl'altri Prencipi ad inimicitia contra di se;
& quando è con ragione, non però deve far cessar la riverenza che si deve
portar al Pontefice: Quanto al terzo, Che si tratta con un Senato d’inveterata
prudenza, amator della quiete, inimico delle novità, che sempre è stato autore
della tranquillità d’Italia, ne mai di turbatione. Espose i danni della guerra,
& gli inconvenienti delle heresie, dicendo, Che se ben con la sua
grandezza, & forze, può da se stessa sostener ogni impeto, & è potente
ad opporsi a qualunque assalitore, nondimeno concorrevano aiuti anco non
chiamati, che saranno sospetti, difficili a licentiare, & tanto più
dannosi, quanto più si stà bene, d’onde nasceranno varie, & diverse
corruttioni, che renderanno il governo assai difficile & pericoloso, delle
quali cose il Rè avvertisse la Rep. per l’affettione che & egli, & li
maggiori suoi le hanno sempre portato, & per gli interessi communi alla
pace d’Italia; & la prega a non metter in compromesso il tutto, ciò e il
suo, & quel d’altri, & s’intromette il Rè in questo negotio, parendone
esserne obligato per termine di gratitudine; poi che la Rep. s’intromise altre
volte col’Imp. Suo Avo, & col Rè suo Padre per accomodarli con li
Pontefici: Che il mantener la reputatione è ben necessario alli Prencipi, mà
non si deve far con molto rigore verso il Papa; Passò tanto innanzi D.
Francesco, che per esprimer l’affetto del Rè in questo negotio, disse, quasi
esclamando, Tanto grande è il desiderio nel Rè di componer questa differenza,
Che de’ due figli, si contenterebbe sacrificarne uno, se ciò potesse esser
mezzo di accomodar questo negotio: Concluse, che vedeva benissimo non esservi
altra via di ciò fare, se non dando la Rep. qualche sodisfattione al Papa:
& che se egli potesse indovinare qual cosa dovesse esser ricevuta dal
Senato, la proporrebbe, mà non potendo
immaginarselo, attenderà che da sua Serenità li sia proposto qualche
temperamento, quale egli porterà al Papa, & si adopererà con ogni spirito,
acciò da lui sia ricevuto, non intendendo però d’impedire alcuna delle
trattazioni cominciate, anzi di coadiuvarle quanto lui potesse, perche non era
intentione del suo Rè, levar la trattatione di mano del Christianissimo, non
havendo altro fine, se non che l’accordo segue: & li sarà tanto grato, seguendo
per mano d’altri, come se seguisse per sua. A questo rispose il Senato, lodando
prima la molta pietà del Rè, & la buona volontà sua verso la quiete, &
ringratiando S. M. de gli offici inviati ad accomodare le controversie,
aggiungendo, Di veder volentieri, & con allegrezza, l’Ambasciatore,
principalmente per la persona del Rè, quale rappresenta, & per la
benevolenza che il Duca di Lerma porta alla Rep. & per la buona
corrispondenza & intelligenza che hà sempre tenuto il Conte di Lemos suo
padre con lei. Poi passò alla causa, dicendo, Che si era usata ogni umiltà,
& ogni termine di riverenza verso il Papa, & usata ogni possibil
diligenza, acciò non cadesse nel precipitio, con moltiplicati offici, in
maniera, che se gli è data ogni occasione di riconoscersi; & dopo
precipitato, si è udito ogn’uno, che hà parlato d’accomodamento, si è
condisceso con D. Inigo a quanto egli hà proposto, Dall’altra parte da gli
Ecclesiastici sono uscite ingiurie, libelli famosi, detrattioni, &
maldicenze, non solo ne’ libri stampati, mà ancora nelle Prediche per le Città
circonvicine allo Stato; insidie ancora per disviar li Religiosi, permetter sedizione nelli popoli, & ogni sorte
d’iniquità: tanto aperta, quanto coperta; & nel Pont. al presente si vede
tanta varietà nella trattazioni, con frequenti rivocationi delle parole date;
si vedono apparecchi di guerra; tutte cose che lo rendono sospetto, che si
voglia servir del tempo per trovar comodità con la trattatione, &
addormentar gl’altri senza haver’egli alcun desiderio di accomodarsi, Che per
l’avvenire dal canto della Rep. non si farà senon quanto sarà necessario per
difesa, & per propulsar le ingiurie, perilche non vi è bisogno di
persuadere la Republica alla quiete desiderata, però, se egli si volti altrove,
dove vi è bisogno, & donde è nato il male già, & al presente procede
ancora l’impedimento che non sia medicato, & tutta via, se oltre le cose
già fatte per la Rep. che superano di molto quello che era debito, egli
raccorderà cosa che possi fare salva la sua libertà, & non pregiudiciale al
buon governo, non si mancherà di mostrar l’istessa buona volontà in esseguirla,
come si hà fatto nelle altre.
Replicò D. Francesco, Che egli non poteva
risponder ne delle attioni, ne della mente del Papa, ne meno dichiarar qual
ella si fosse, non essendo mandato da lui, mà dal Rè, dal quale se ben’ hà
ordine di procurar l’accomodamento con ogni spirito, non hà però commissione di
discender’al particolare, & quando volesse scriver per ricever ordine, è
cosa lunga, & improportionata al negotio che hà bisogno di risolutione, & che invecchiando sempre
peggiora, che egli è nuovo al negotio, & però non deve propor’ ne
raccomandar’ cosa alcuna, mà quando la volontà del Senato li sarà dichiarata
confidentemente egli s’affaticherà in proponerla, & farà sì, che sia
accettata.
A questo immediate rispose il Prencipe, Che
quando il Senato intendesse, che cosa vorrebbe il Papa potrebbe trattar, &
risponder, dichiarando la sua volontà mà stando la via chiusa per causa
dell’interdetto, se non si leva, non è possibile che s’introduca alla buona
trattatione, perilche, se vuol sapere la mente della Rep. ella è, Che ritornino le cose nello Stato di prima,
innanzi che il Monitorio uscisse, & che il Pont. tratti tra Padre &
filio, (come anco doveva fare) il che se havesse fatto havrebbe essentato tutti
da questi travagli: Disse D. Francesco, Che questo ritornar in pristino non
havrebbe avuto l’istesso senso appresso tutti, perche la Rep. l’intendeva,
innanzi le Censure, & il Papa l’havrebbe inteso, innanzi che fossero fatte
le Leggi.
Rispose il Prencipe, Che bastava bene ridur le
cose a tale stato, che si potesse trattar tra Padre & figlio: che con la
trattatione, s’accommodarebbe il rimanente, si come s’havrebbe fatto innanzi,
quando il Papa non havesse deposta la qualità di Padre, & vestito quella
d’ingiuriatore; se ben’ anco quando si tornasse allo stato d’innanzi le Leggi,
le cose sarebbono meglio composta, perche si havrebbe un Papa, come Clemente, o
Leone, con i quali non sarebbono successe quelle difficoltà, si come in fatti
non sono successe, con tutto che le Leggi fossero quasi in ogni parte, fatte,
essendo quelli Pontefici, che conoscevano qual fosse l’autorità d’un libero
Prencipe, & non mettevano mano nel governo altrui; Concluse l’Ambasciatore,
Che havrebbe fatto la proposizione al Papa, & l’havrebbe affaticato.
Fù considerato dal Senato, che non conveniva
dar una totale ripulsa ad un’Ambasciatore mandato espresso da così gran Rè,
& per un negotio particolare, come sarebbe stato veramente un licenziarlo,
non molto civile, quando almeno non se gli fosse comunicato tutto quello, che
la Repub. era condiscesa in gratia del Christainissimo, perilche egli havrebbe
avuto occasione di partirsi, mal contento, & havrebbe parso, che non fosse
stato corrisposto convenientemente all’officio fatto da lui, (cose di
fastidiosa conseguenza) si che deliberò comunicarli il tutto, facendolo saper
nondimeno prima a Fresnes, con significarli, che questo non havrebbe impedito
il progresso della trattatione del Rè suo,
perche D. Francesco lo diceva chiaramente di non volergliela levar di
mano, però se ben havesse coadiuvato alla medesima, l’accomodamento si doveva
riconoscer tutto dal suo Rè: Mà Fresnes intesa l’intenzione del Senato, Non
solamente condiscese a contentarsi della communicatione, mà disse stimarla
necessaria, essendo certo che il Papa havrà comunicato ogni cosa alli Spagnoli,
onde se di qua si tacesse; parrebbe una diffidentia, per la qual ragione si
poteva assicurare, che anco il Rè si sarebbe contentato. Aggiunse Fresnes, Che
il Papa l’haveva fatto ricercare per Alincourt di voler unir li suoi ufficij
con quelli di D. Francesco, il che egli non sapeva come da sua Santità fosse
inteso, ne dove mirasse, & per tanto haveva rescritto, che il Papa si
dichiarasse: perche se havesse voluto intendere, che fosse fatto etiandio in
gratia di Spagnoli quello, a che si è condisceso da esso Pontefice, & dalla
Republica in gratia del Christianissimo, sarebbe alterar’ il negotio, al che
egli non assentirebbe senza espresso ordine del Rè, perilche loda la
communicatione a D. Francesco, purche non si passi a trattar altro, & non
si faccia ad instantia di lui, quello che si è fatto per il suo Rè.
Adunque chiamato in Collegio l’Ambasciator
Castro innanzi il Prencipe, li fù letto tutto quello, che era passato fino a
quel giorno; Et quanto, che era ricercato dal Papa: Et quel tanto, a che era
condiscesa la Republica in gratia del Rè di Francia. Il che udito da lui,
ringratiò della communicatione & confidanza, aggiungendo, Che per corrispondere,
& romper il ghiaccio, che già mosso, vedeva intenererirsi, havrebbe
proposto una facilità per ajutar la breve conclusione del negotio, la qual non
era alcuna delle cose già ricusate con ottima ragione dal Senato, delle quali
sarebbe impertinentia il parlare & pero lasciando da canto la rivocatione,
& la sospensione delle Leggi, veramente pregiudiciale alla libertà, egli
mette innanzi una sospensione per cinque, quattro o tre mesi, con conditioni
molto chiare, che la Republica lo fa per aprir’ la strada alla trattatione per
la buona volontà verso la publica quiete, & per gratificatione delli due
Rè, perche il far in gratificatione, non solo non è perdita, o pregiudicio, mà
è ancora acquisto grande, che non le saranno legate le mani di ritornar nell’istesso
stato; perche Dominio fondato così bene già tanti secoli non può patir
alteratione: Che quello, a che la Repub. è condiscesa è tanto, che non si può
desiderar più: imperoche quanto alli prigioni, è convenientissimo che le
ragioni siano riservate: Che nel contentarsi, che sia pregato il Papa, la Rep.
hà mostrato la sua divotione, & il mandar Ambasciatore quando le Censure
saranno levate, è un potabilissimo ossequio al Papa: Che il Papa dovrebbe
contentarsene, & credo che ne resterà contento. Mà quando con questo non si
concluda, (come pare, che sino adesso non s’habbia potuto concludere) egli
propone la sospensione temporanea, che li pare non poter pregiudicare.
Aggiunse, Che metterà ogni spirito, acciò che la concordia si riduca a fine:
& con tutto, che in Roma vi sia il Marchese d’Aiton, capacissimo per
trattar questo negotio, se sarà giudicato bene, che egli mandi un gentilhuomo
espresso per questo, o che vi vada esso medesimo in persona, sarà prontissimo,
tanto è il desiderio che à di veder accomodato il negotio.
Rispose
il Prencipe, esserli di gran gusto, Che sua Signoria fosse restata soddisfatta,
& havesse conosciuta la candidezza della Republica, & l’osservanza
verso la Sede Apostolica nel trattare, & non esser vero quello che li mal
affetti hanno voluto far credere, ciò è, Che la Republica pensasse di alienarsi
dalla Chiesa & della Sede Apostolica, volendo però insieme conservare la
libertà & il governo, & tutto quello, che è necessario per la
tranquillità del Dominio: & poi che esso medesimo consente, che sia molto,
quello a che si è condisceso, non stima conveniente, che siano fatte altre
proposte; poi che si è fatto più di quello, che da principio si fosse creduto;
& tanto, che con quello, esso Ambasciator hà gran piazza di caminar alla
conclusione; non guardando pero quello; che il Papa vada giornalmente
proponendo, perche i suoi pensieri non hanno termine, & ottenuta una cosa,
ne vuol’ un’altra, dice di voler poco, per sua reputatione, & poi si
scopre, che non si contenta del molto, & è la Republica risoluta di non
passar più innanzi, anzi più tosto correr ogni fortuna avversa, che lasciarsi
porre il giogo al collo; poi che non può esser cosa peggior di quella: &
gli amici non debbono cercar dalla Rep. più di quello che è conveniente, mà secondo
il proverbio, le sole cose honeste: ne li pensieri del Papa, debbono esser
fomentati col ricercar, che ottenga quello, che non è conveniente, atteso, che
questo sarebbe non solo danno della Rep. mà pregiudicio a tutti gl’altri
Prencipi. Il Senato ancora, Lettali l’espositione di D. Francesco, rispose
nella medesima sentenza, Che la sospensione proposta, indeboliva totalmente i
nervi del governo; che non era possibile condiscendervi, che pero era risoluto
di non voler’ ascoltar tal proposta, mà poi che le cose concesse davano
amplissimo campo di negoziare, poteva D. Francesco unir gl’offici suoi insieme
con li Francesi, & voltarsi al Papa, il quale era ragionevole che li
soddisfacesse pienamente con le conditioni concesse; A che D. Francesco replicò,
Che dal suo Rè non era mandato al Papa, mà alla Rep. & che la sua andata a
Roma sarebbe stata infruttuosa, perche direbbe il Papa, che non porta cose
nuove, mà havute prime per mezo d’altri, & per persuaderlo solamente che si
contenti di quello, che non si è contentato ad instanza d’altri; non porta la
spesa moversi non potendolo far se non come da se, poi che non hà commissione
dal Rè di adoperar il nome suo, se non nelle cose concesse a sua petitione:
& qui passò a persuader con grandissima efficacia la sospensione temporanea
proposta già prima, mostrando che sia cosa non pregiudiciale, perche non sarà
fatta con forza & violenza, nel qual caso pregiudiciarebbe alla libertà, mà
in gratificatione: che è cosa volontaria, poi che il sospender per un tempo non
è sospender assolutamente, mà è cosa leggiera, che si può riputar un niente,
poi prendendo argomento dal canto di chi la propone, che è così gran Rè, la
riputatione del quale sarebbe molto diminuita, quando non havesse potuto
ottener cosa alcuna; che egli non può dimandar i prigioni, perche già sono
concessi al Rè di Francia, al quale poi che è donato questo in gratificatione,
convien donar altrettanto al suo Rè, & però se gli dia la sospensione, che
è cosa simile: Passò anche D. Francesco ad interessare la sua persona, dicendo,
Che si vede ben accarezzato, & onorato con dimostrazioni magnificentissime,
mà questo non è stimato da lui, rispetto a quell’honore: che vorrebbe havere,
accommodando il negotio, perche quando non ottenga qualche cosa, si crederà,
che non habbia saputo trattare, che sia stato aggirato, & tanto più li è
necessario far qualche riuscita, quanto, che questo è il primo negotio, dalla
trattatione del quale, se parte con le bisaccie vuote, sarà perduta la
riputatione sua, & del Duca di Lerma suo zio: A quest’instanza esplicata
con così grand’affetto, parve al Senato di rispondere con qualche ampiezza,
& però li fece disertamente rispondere, Che essendo stato detto, quanto
occorreva intorno li pregiudici della sospensione, credeva il Senato, che fosse
restato soddisfatto & quieto, mà perche s’è affaticato replicare, mostrando
che non è restato capace per due ragioni: se gli dice quanto alla prima, Che si
potrebbe dire, esser senza violentia, quando non vi fosse la scommunica, mà
mentre si vibra la sferza, & la Republica vien’ aggravata con Censure,
mentre si lascia l’offesa, senza sanar il colpo, non si può dire, che sia
spontaneo il condiscender alle domande: mà questo tanto più, quanto il Papa
continua ad’ inasprir la piaga con suggestioni a gli Ecclesiastici, con
procurar di sovvertir i popoli con seminar zizzanie, con moltiplicare
scritture, & libelli famosi, volendo per queste vie necessitar à cederli:
può ciascun conoscere, che non si dirà volontario, ne per gratificatione,
quello che sarà ceduto, mà che non potendo più durare la Rep. si sia resa,
mostrando in effetto col sospender, Che le Leggi siano degne di Censura; &
si autorizzerebbe la scommunica, & si mostrerebbe legitima, la quale si
pretender non esser tale, & si darebbe ad intender al mondo, che per non
confessar in voce, d’haver errato, si vuol mostrar di muoversi in
gratificatione: con ottima ragione si è sempre detto, & si replica, che
quando li levassero le Censure, & poi si trattasse amichevolmente, questo
sarebbe il modo di far in gratificatione, & proprio per concludere: Ne vale
la seconda ragione, che per esser la sospensione temporanea, non
pregiudicherebbe, non essendo buona conseguenza, che se non è di tanto
pregiudicio, quanto la perpetua, non pregiudichi; però si come non camina la
conseguenza, che uno non sia offeso, perche si potesse offender più, si come
parimente non incontra la comparatione tra la donatione delli prigioni, &
la sospensione delle Leggi, che questa si possa comparar à quella, percio che
quella è concessione d’un caso particolare, mà le Leggi sono generali, che
comprendono infiniti casi, per la qual cosa anco al Rè di Francia non si è
concesso questa, se ben instantemente dimandata, & si sono concessi li
prigioni: oltre che la sospensione è strada che non duce al giudicio della
causa sospesa, & a metter in dubio la libertà, & autorità: ne è poco il
contentarsi dell’amicabile trattatione dopo levate le Censure, perilche si
assicura il Senato, che l’Ambasciator resterà soddisfatto, essendo sicuro, che
ne il Rè, ne agli11 hanno pensiero di pregiudicarli, come hanno tante
volte affermato non havendo massime alcuna cosa, a che il Papa venga, ne
particolare alcuno della intentione della S. Santità, ne commissione alcuna
particolare dal Rè, mà con la communicatione fatta, hà tanto in mano, che hà
campo largo di adoperarsi col Papa; acciò resti soddisfatto di quello che la
Rep. è condiscesa prima in gratificatione del suo Rè, poi del Rè di Francia, il
qual Rè di Francia havendo sempre tenuta ferma la trattatione, hà ottenuto, che
a sua petizione la Rep. sia condiscesa a tutto quello che hà potuto per la
buona volontà sua verso la quiete, & riverenza verso la santa Sede, come
havrebbe fatto l’istesso, quando fosse stata ricercata dal Rè Catolico & è
divenuta à questo tanto per la certa intentione datagli, che con tanto si
terminera il negotio; perilche anco si è data parola condizionata di effettuar
le cose concesse in caso, cio è, che il Papa levi le Censure, che quando non si
consenta di farlo, quello, che è concesso dal Senato non è atto completo, ne
irretrattabile, mà lascia ambe le parti, nello stato di prima. Con tutto ciò,
essendo il Senato sincero non ostanti le variazioni del Papa, resta fermo nella
parola data, perilche se esso D: Francesco si adopererà sopra le cose concesse,
unendo li suoi offici con li Francesi a Roma, otterrà del Papa quello, che non
hanno ottenuto gl’altri: & così non tornerà senza qualche cosa nelle
bisaccie, anzi havrà parte grandissima nell’accommodamento con laude d’haver dato
perfettione nel primo suo negotio ad una tanta impresa; Che se il Senato
havesse voluto assentire alla sospensione, si sarebbe accordato ogni cosa senza
interposizione d’altri, & senza la sua venuta, poi che altro non resterebbe
al Papa, che dimandare; ne si potrebbe chiamar accomodamento, pigliando tutto
dà un canto solo, & massime dal canto dell’offeso; che dovrebbe farsi in
contrario, & se esso Ambasciatore si volterà a Roma, potrà al manco dir
qualche cosa con fondamento della intentione del Papa, & adoperando
l’autorità del Rè potrà ottener da sua Santità che si contenti di quello, senza
il che anco sarebbe obligato di contentarsi poi che se il Senato sapesse che
altro fare, gli direbbe sinceramente dove può arrivare; con tutto, che egli non
habbia in mano dal canto del Papa nessuna cosa; come è ordinario delli
ministri, che s’interpongono, havere dall’una & dall’altra parte per
concludere gli accommodamenti: D. Francesco replicò le instantie, dicendo non
restar contento della risposta, alla quale replica, Perche non tratta come
Ambasciator ordinario, quale propone, & havuta la rispostasi ferma, (non
essendo anco il negotio ordinario) Che non sa veder con questi termini come
riportar gloria, Che è ben trattato, ben visto, & onorato, mà nel punto essenziale
non riceve niente; Che se volesse andar à Roma direbbe il Papa, Tu non mi porti
cosa alcuna, perche quello, che mi dici e dato ad altri, Che bisogna far
differenza dal suo Rè a gli altri, & per lui, far alcuna cosa di più, poi
che hà mandato persona espressa, cosa che gl’altri non hanno fatto, Che se non
hà dal Papa cosa alcuna, questo è perche viene dal Rè mandato alla Repub. per
ricever da lei, & portar al Papa, cosa che sia con dignità della Chiesa,
& salva la libertà della Rep. Che non sa quello che il Papa desideri, &
se dicesse saperlo, non direbbe il vero, mà se il Papa hà dato ad altri
intentione di accomodarsi con le conditioni comunicategli, & poi si sia
ritirato, non tocca a lui difenderlo, ben desidera saper i mezzani, perche
potrebbono haver detto cosa, che il Papa negasse: in fine pregò con affetto,
& efficacia, che di nuovo dovesse pensarvi & risponderli: mà vedendo,
che non gl’era detto cosa alcuna in risposta cosi presto, ricercò d’haver
audienza in Camera del Prencipe, mosso o perche pensasse ritrovarlo con minor
assistenza di Senatori, & discorrer più familiarmente, overo perche
pensasse poter dir qualche cosa più appropriata, senza la presenza di D. Inigo,
il quale era molto osservante in trattare con quella riputatione, che conviene alla
dignità del Rè, Adunque andato D. Francesco accompagnato del Duca di Vietri
solamente nella Camera del Doge, dove vi era il Collegio, prima fece lungo
ragionamento delli facori & honori, che ricevava, quali il Duca di Vietri
li diceva esser insoliti: passò poi a dire, che era andato in quel luogo,
privato, per parlar liberamente & senza tanti testimonij, & la sostanza
della sua narratione fù. Che già 43. dì si
ritrovava in Venetia, dove il popolo diceva, che scroccava: che è giovine,
& che li vecchi lo spediranno con buone parole senza effetti: & che si
come portava ottima intentione verso il servitio di sua Serenità, così
desiderava veder qualche corrispondenza, mà la Rep. ne proponeva, ne accettava
il proposto, se ben le ragioni portate da lui erano di tanta efficacia, che non
havevano risposta, così in concludere che la sospensione dimandata era cosa
leggiera, & concessibile, come in dimostare, che essendosi fatto tanto a
petizione de’ Francesi, era condecente far almeno una poca cosa in
gratificatione del Rè Catolico, il quale non è meno degno, ne meno amico, ne
manco officioso verso la Repub. Et qui con molta eloquenza, (nella quale
veramente egli è eccellente) propose, replicò, & amplificò le medesime cose
con le stesse ragioni, facendo un’Oratione formata, & pienissima di cose,
& di concetti, amplificando massime il luogo, preso dalla reputatione del
Rè, del Duca di Lerma, & sua propria: A questo rispose il Prencipe, mostrando, Che haveva
grandissimo campo di adoperarsi, & acquistare riputatione con le cose
communicateli, & gli espose quello, che dal Senato gli era stato detto più
succintamente, cio è, che D. Inico fù il primo che mise questa controversia in
negotio, & che fece far i due primi passi, perilche non poteva dire, Che
per Spagna non fosse fatto cosa alcuna: mà dopo questi, non passando più
innanzi D. Inico, il Rè di Francia intromessosi da se stesso, diede occasione
alla Repub. di passar a tutto quello dove poteva aggiungere, per mostrarsi
desiderosa di pace & riverente alla Chiesa; le quali cose si sarebbono
fatte anco ad instanza di Spagna, se havesse continuato gl’offici: &
quantunque passassero molte risposte & repliche così dell’Ambasciatore come
del Duca di Vietri, non vi fù però alcuna conclusione.
Mà in
Roma il Papa con ogni occasione continuava a far instanza con Alincourt, che li
Ministri Francesi unissero i loro officij con li Spagnoli; & questo era
diversamente interpretato: Dicevano alcuni, Che era per desiderio, che
l’accommodamento seguisse, perche dubitava, che procedendo separatamente non
s’impedissero per la gelosia, & per gli altri rispetti che impediscono il
condur mai un negozio a buon fine per i Mediatori, che non comunichino insieme:
Altri dicevano, che acciò non seguisse, apunto ricercava che fosse maneggiato
per Spagnoli, & per Francesi; acciò che fosse disfatto da uno, quello che
l’altro ordisse: il che sempre avvienne, quando un negotio è maneggiato (se ben
unitamente) da quelli, che hanno fini & interessi diversi, & non vi è
ragione perche uno ceda all’altro: Alincourt in Roma rispondeva che era
necessario haverne prima ordine dal Rè:
& Fresnes in Venetia si doleva, che fosse venuto tal pensiero al
Papa, dicendo apertamente, che non sapeva vederne il fine, se questo non era per
avantaggiar il suo partito, mà ben, che egli vedeva non esser altro che un
voler attraversare tutta la trattatione del Rè di Francia; poi che havendo egli
proposta più volte la sospensione, la quale il Papa affermava di dimandare per
apparenza, & per haver colore per conservare la sua dignità, & autorità,
il che era stato negato dal Senato, come cosa pregiudiciale, non sapeva vedere,
come si potesse conceder adesso: anzi ricercò il Senato, che quando pensasse di
voler passar oltre alle cose concesse ad instantia del suo Rè, fosse contento
farglielo sapere, acciò potesse regolar i suoi offici, perilche anco quando li
fù comunicato la risolutione data à D. Francesco, Di non voler in modo alcuno
condiscender alla sospensione; l’assicurò, che il suo Rè non era per farli più
instanza di questo.
Mentre queste cose si trattavano in Roma &
a Venetia, continuando l’Imperat. nel proposito d’intromettersi per
l’accommodamento del negotio, deliberò di dar questo carico al Duca di Savoia,
& al Marchese di Castiglione, con qualche preminentia però, al Duca, mà senza
venir a particolari nella commissione, solo con ordini generali, & con
rimetter loro le cose, & il modo da trattarle, riservato però quando
v’intervenisse cosa di momento, nel qual caso dovessero scriver per aspettar
risposta; Della qual cosa scritta dall’Ambasciator Soranzo alla Republica per
nome di S.M. Cesarea, rescrisse il Senato al suo Ambasciatore Che ringratiasse
S.M. dell’interpositione della sua autorità, & officij, & del mezzo
destinato a questo, che è di tanta eminentia; mà che lo persuadesse a voltar
gl’officij verso il Papa, dal qual procede la durezza; perche quanto più
officij erano fatti in Venetia, tanto il Pont. s’inaspriva più; Certo è che il
Duca di Savoia, quando vide esser qualche difficoltà nell’accommodamento
trattato per i Francesi, & Spagnoli, entrò in consideratione che potesse
riuscir facilmente a lui l’accommodare questa difficoltà, overo valersi delle
occasioni, che correvano à qualche altra opera: & per intromettersi con
gran riputatione, oltre quella, che portava la persona sua, (Prencipe tanto
eminente in Italia) pensò di aggiungervi la qualità di rappresentante dell’Imp.
delli Rè di Francia, & di Spagna: mà in ambidue in Regni ritrovò molti
incontri; di Spagna, lo dissuasero, dicendo che non era la riputatione sua, ne
del Rè, col quale era tanto congiunto in parentado, che egli si esponesse a
pericolo di rimaner senza conclusione, come evidentemente si esponeva; con
tutto ciò il Rè l’havrebbe compiaciuto, quando havesse saputo la sua intentione
in tempo che havesse potuto ritrattare le commissione date à D. Francesco;
& non mancarono chi credevano, che fosse più secreta causa, che movesse gli
Spagnoli à non veder volentieri il Duca in queste trattazioni, giudicando che
potesse haver qualche pensieri separati dalli loro; Mà in Francia fù tenuta la
proposta del Duca per un’artificio Spagnolo; & però il Rè si scusò di
non poterlo conpiacere, dicendo d’haver
già destinato il Cardinale di Gioiosa per dar fine al negotio principiato dalli
suoi Ambasciatori, perilche il Duca si voltò alla sola autorità Imperiale.
Quando questo fù significato al Pontefice fù
ricevuto da lui in bene: si perche ogni persona, che si riprometteva in questo
trattamento li faceva cosa grata; come anco perche la grandezza del Duca dava
gran reputatione al negotio; Era risoluto il Pont. di venir alla concordia,
& di effettuarla con quello che poteva: desiderava però ottenere quel più
innanzi, che fosse stato possibile, & sperava che ogni mediatore gli
impetrarebbe qualche cosa; & nel rimanente dove fosse necessitato cedere,
li pareva doverlo fare con meno indignità, quando si movesse ad instantia di
più, & più gran Prencipi: Con queste trattazioni finì l’anno 1606.
Mà nel Gennaro dell’anno seguente, se ben si
continuarono le trattazioni della concordia, anzi andarono sempre accostando
alla conclusione, si fecero però nel Ducato di Milano, & nello Stato di
Venetia gran preparazioni d’arme, che diedero gelosia a tutta l’Italia: Il
Pont. se ben desiderava non far maggior provisione, di quella che fatto haveva,
contentandosi di fermar la sua reputatione su le armi Spagnole: non dimeno per
non mostrar di voler far guerra senza sua spesa, ottenne anco dalli Genovesi di
far una levata di quattro milia Corsi, nominando essi, li Capitani, il che però
non si mandò mai in effetto: Inviò ancora il Pontef. per mezzo di Fabricio
Verallo Vescovo di S. Severo suo Noncio, un breve alli Svizzeri Catolici, dove
dava conto delle controversie col Senato Veneto, & della risolutione sua di
voler adoperar contro di quello le armi temporali, poi che le spirituali non
bastavano, richiedendo un reggimento di tre milia fanti della loro Natione,
& fece risponder 15000. scudi in Milano ne
gl’Amadei mercanti, per dar principio alla levata; non si mandarono però li
danari in Svizzeri; ne di questa levata si trattò più innanzi. Li Spagnuoli per
mostrar al Papa, che al mondo non davano parole solamente, si videro in
necessità di mostarsi almeno preparati a gl’effetti; se ben (come
testificavano, & come l’evento mostrò) abhorrivano dal veder guerra in
Italia; E ben opinione, che il Conte di Fuentes la desiderasse, mà solo non
poteva mandarla ad effetto; massime contra la disposizione del Duca di Lerma,
di maggior potere appresso il Rè; nondimeno havendo speranza, che le cose poste
in moto, non si sarebbono così facilmente fermate, & che molte cose
potessero avvenire tra le preparazioni, che necessitassero il Rè a passare
dalle apparenze a gl’effetti, il 23
Decembre, arrivò à Milano uno straordinario con lettere, delli 8 di commissione al Conte, Che si armasse per
assister al Papa, perilche egli diede ordine, che fatte le feste: si battesse
tamburo per fare 3000. fanti Italiani, sotto
Alvise Palota Milanese, quale vi procedeva sollecitamente: hebbe però il Conte
insieme con questi, altri ordini ancora, che non passasse ad attione: alcuna
d’arme in favore del Pont. senza più chiari commendamenti: Et li Ministri del
Rè nell’espeditione del Corriero, dissero all’Ambr Veneto, che
s’armavano per ragioni di buon governo, armandosi la Repub. la quale da loro non
riceverebbe molestia, se non provocando: L’evento hà mostrato, che non fù mai
intentione di quel Rè, turbar la quiete d’Italia, necessaria cosi a lui, come a
qual si voglia altro Prencipe; mà (col pretesto di tener la protettione del
Papa) mostrar d’esser il solo sostegno della Sede Apostolica, far gettar il
Pont. totalmente nelle sue braccia, & (quando qualche buona occasione
havesse portato cosi) metter piedi nelle fortezze Ecclesiastiche, per uscirne
poi con la solita flemma; il Conte di Fuentes, o perche così sentisse in
verità, o per ridur le cose allo scopo suo, rescrive in Spagna, Che li danari
quali haveva non bastavano per incaparrar l’essercito, Et che il far
dimostrazioni senza effetti dà disgusto a’ sospettosi, pretesto a’ mal
intenzionati, diminutione di stima appresso chi vorrebbe altro che apparenze;
li risposero di Spagna, Che voleva il Rè haver un’essercito di 25000. fanti, & 4000. cavalli: che li sarebbono stati mandati danari, quanto fosse stato
necessario sollecitasse ad armarsi ricercando la reputatione del Rè; che si
come era stato l’ultimo a principiare, cosi fosse il primo ad esser in ordine.
Il primo giorno dell’anno, essendo andato il
Conte alla Messa, accompagnato da tutti i Gentilhuomini dello Stato, sonò la
prima tromba dicendo loro nel commiatarli, che stassero pronti, perche
sarebbono presto impiegati in servitio di S.M. Mandò lo Spinello Maestro di
Campo per assoldar 3000. Napoletani, &
l’Ambasciator Casale in Svizzeri, per assoldar 4000. di quelle genti, delli Cantoni confederati con Spagna, & a questo
effetto mandò 100000. scudi, cioè 80000. per due pensioni scorse già molto tempo, & 20000. per dar caparra per la levata; Diceva di
voler in ordine 4000. Spagnoli, & 6000. Alemanni sotto il Signore Gaudentio Madrucci, & altri 3000. Italiani, che sarebbono stati 20000. fanti, a’ quali dissegnava aggiungere 6000. Cavalli, per far un corpo di essercito; Spedì
da Milano il Signor Gaudentio per la levata degli Alemanni, contategli 3000. doble per capisoldi; spedì il Conte Baldassar
Bia à Parma, & Modena; & il Conte Ruggier Mariani a Mantova; & il
Governator di Lodi, a Fiorenza & Urbino, a significar a quei Duchi, che si
doveva far esercito, & che stassero pronti per tutto quello che potesse
occorrere, senza però significar, che volesse assister al Papa; Dal Duca di
Parma hebbe parole generali, ch non mancava di stare pronto alle occasioni;
Mandò a Genova lettere del Rè, dove scriveva, Che l’armata stasse lesta
all’obedienza di Fuentes suo Capitano Generale, & altre lettere
dell’istessa Maestà all’Arciduca Alberto, Che l’accommodasse di Capi, &
personaggi, come fosse suo servitio: Teneva continui consigli di guerra,
intervenendovi in persona, & standovi sino alle 4. hore di notte. Mandò Carlo Maria Visconte, in
Germania agli Arciduchi, & alli Prencipi Catolici, a significar lor l’animo
del Rè, di voler esser armato in Italia; Mandò in stampa una compartita, dove
metteva in ordine 2000. guastatori, 1884. bovi, 157.
carri: alla quale ripugnarono le communità di Milano, & altre delli
territorij, dicendo, di non esser obligati, & di non poter per essere
troppo gravati, & non essendo uditi ne dal Senato, ne dal Magistrato, ne
dal Conte, appellarono in Spagna, perilche il Conte ordinò di lasciar i bovi
dello stato, & far venir 400. cavalli di Fiandra, non
comprandoli, mà pigliandoli a nolo a soldi 50. il
giorno con li collari & fornimenti per tirar artigliaria: Fece ricerca
delle armi, che si trovavano nelle munitioni, & trovò 1500. armature, 2000.
archibugi, 500. moschetti, perilche prohibì alli Ministri del
Papa l’estrattione di arme dallo Stato, & annullò un contratto concluso dal
Taverna fratello del Cardinale, di 4000. archibugi,
& di 1000. moschetti, a pagarli in tempo di 3. anni, se ben con prezzo così eccessivo, che
era più tosto stocco, che mercato; ne perciò parve al Conte che Milano fosse
bastante per provedere di quante arme doveva haver bisogno, & perciò pensò
di prevederne da Brescia, mà trovato impedimento di estrattione di là, si
voltarono à provederne in Spagna, dove spedì un Corriero a posta dimandando 10000. moschetti, li quali anco li furono concessi;
Spedì anco Nicolò Doria, Maestro di Campo, datili 20000. scudi per incapparrar 3000. Valloni, il qual tornò presto indietro senza
poter far niente, perche l’Arciduca havendone per se bisogno, non glie li
concesse. Trattò anco di levare 4000.
Tedeschi del Conte di Emps per metterli in arme di là da’ Monti, & opporsi
a i Lorenesi, di che non si effettuò niente; Fece far la mostra della
Cavalleria a Lodi, & a Pavia, mà comparvero tutti con cavalli prestati:
& per provedersi di buona Cavalleria, oltre li 250. Cavalli leggieri della guardia, & le
compagnie ordinarie d’huomini d’arme (il numero de’ quali non eccedeva 200. aggiunse 600.
Corazze benissimo armate, & montate, se ben diede nome che erano 800. onde hebbe in arme 14000. fanti, & 1650. cavalli) dissegnava di allogiar gli Albanesi assoldati nel Regno di
Napoli, nello Stato di Parma, & i Napolitani, in Monferrato, per gravar
meno lo Stato di Milano.
Tutte queste provisioni non si poterono
effettuare mà solo in fine di Marzo arrivarono a Varese quasi tutti gli
Alemanni, buona gente, & soldati vecchi, stati alla guerra di Ongaria, mà
quasi tutti senz’arme, discalzi & nudi: perilche anco dalli patimenti,
molti erano amalati: onde si credette, che fosse entrata tra loro la peste,
& dopo il mezzo d’Aprile cominciarono a giunger gli Svizzeri in Lomellina,
& giunti al numero di 3000. furono mandati ad allogiar in Lodesano: Non
havendo altro modo di allogiar 3000. Napolitani, pensò accommodarli nelli
borghi di Milano, dal che nacquero disguidi eccessivi della Nobiltà Milanese,
la qual si doleva, che le fossero violati i privilegi ben meritati; & il
Vicario di provisione si lasciò intendere di non consentire, e protestava;
& certo in tutto questa spacio di tempo, hebbe il Conte assai cose
contrarie: Gli altri Ministri del Rè havevano poca corrispondenza con lui;
havevano mancamento di danari; i popoli dello stato, che non solo non erano
pronti, mà gli facevano anco resistenza: si che fù molto ben contrapesato il
piacere di armarsi, da molti dispiaceri, che incontrava nell’effettuarlo.
Il Senato di Venetia vedendo gli Spagnuoli
armarsi, non poteva per ragion di buon governo restar senza forze, che
potessero corrisponder’ a quelle, perilche per tutti rispetti, che potessero
occorrere, mandò a Padova, Verona, Brescia, Crema, & Bergamo 500000. scudi, 100000. per
ciascuna di esse città per essere pronti a tutti i bisogni; Alli 9600 fanti & 600. huomini d’arme, & 150 cavalli Albanesi, aggiunse
altri 600. fanti Italiani, & 1000. fanti Albanesi, sotto Paolo Ghini, accrebbe la
Cavalleria Albanese, al numero di 1000. ordinò
al Conte Francesco Martinengo di raccoglier’ alli confini 4000. soldati Francesi, & 600. Corazze, che si facevano venire alla sfilata.
Alle 3. galee grosse aggiunse un'altra, e alle 38.
galee sottili ne aggiunse 5. nell’Isole di Levante,
& 12. armate di nuovo in Venetia. Ordinò ancora che
nell’Isola di Candia si armassero 20.
galee, il che Nicolò Sagredo Proveditor generale con la sua prudenza, &
destrezza, (la qual è singolare nel maneggio de’ grandi negotij) operò che
fosse fatto da gentilhuomini privati a proprie loro spese, & l’ottenne,
& fù esseguito con tanta facilità, che furono le prime, messe in tutto
punto; si che all’aperta hebbe la Republica insieme 75. galee sottili, & 4 grosse: ne le avvenne quello, che al Pontefice,
Che le convenisse andar per supplica, acciò la sua reputatione fosse sostentata
con l’adherenza di molti Prencipi, perche oltre le oblationi spontaneamente
fattele da molta Nobiltà Francese, i medesimi Turchi fecero ogni officio, acciò
i loro ajuti fossero accettati, oltre quello, che si narrò nell’occasione del
sacco di Durazzo nell’ principio dell’anno, il secondo Visir (che il primo era
alla guerra in Soria) chiamò il Bailo, & li fece sapere, che l’anno
seguente, il Signor havrebbe mandato arma in mare per favorire le cose della
Republica, che già era dato ordine a tutti li Sangiachi delli confini, che
lasciassero estraher & gente da guerra, & munitione; ma che questo era
niente, che bisognava far fatti, & non parole, & liberarsi una volta da
chi sempre insidia, & che dovrebbe la Republica unirsi con loro, &
ricever ajuti potenti, & far presto. Ringratiò il Bailo, & disse, Che per
all’hora il pensier del Senato era solo di difendersi, il che sperava far con
le forze sue, & ajuto degli altri Christiani amici: ricevè l’offerta di
estrahere genti Christiane de’ loro sudditi, & vettovaglie. Altre volte, i
Pontefici quando volevano eccitare tutto ‘l mondo a loro favore, pigliavano il
pretesto della Religione, questa controversia hà mostrato: che se il Papa vorrà
mai muover guerra, con questo pretesto ecciterà più genti contra se, che a
favore; Gran dissegni havevano i Turchi sopra queste controversie, tanto che
commandarono digiuni, & orationi, a pregar per la discordia de’ Christiani;
& ringratiar Dio, che haveva dato un Papa più favorevole a loro, che
qualsivoglia Moffti. La Repub. conobbe molto bene, che non è utile ad alcun
Prencipe ricever ajuti potenti di maggior Imperij: & però attese ad haver
più arme Italiane, che fosse possibile, & sollecitò ancora il Senato una
levata di 1800. Grisoni, della quale molti mesi innanzi haveva
dato ordine al Residente suo appresso i Signori delle tre Leghe, commandandoli
di condur 6. Capitani di quella natione, con 300. fanti per ciascuno, & a questo effetto
anco, haveva mandato un molto grosso
donativo alli Capitani; A questa levata fù all’hora interposto dilatione dal
consiglio secreto di quei Signori, con dire, Che era necessario darne conto
alli communi, quantunque il Residente mostrasse, Che per la capitulatione della
Lega contratta da loro con la Rep. la levata si poteva fare senza altra deliberatione
delli Communi; Per questa causa, il negotio non potendo star secreto, mà
risaputo dalli mal’ affetti fù da loro tentato d’impedirne l’essecutione collo
spargere per la plebe, Che soprastando loro le difficoltà con Spagnuoli per
causa del Forte Fuentes, non era bene evacuar il paese di gente, & massime
di buoni soldati: spaventavano ancora i più deboli con dire, che sarebbe stato
un’irritare il Rè di Spagna contra la loro Natione, & aggiungevasi a questi
molti uffici, Che la levata non piaceva a gli agenti di Francia, imperoche li
Capitani erano tutti del consiglio secreto, & ben’ affetti alle cose
Francesi, onde quando fossero partiti, nel sustituir altri in luogo loro, era
pericolo che fossero intromesse persone mal’ affette, così al Rè, come anco
alla Republica: finalmente superate queste difficoltà, mentre si spera di
poter’ effettuar questa levata nel Settembre, s’interpose un’altro impedimento;
che fù la difficoltà nata in Svizzeri trà il Canton di Berna, & il Vescovo
di Basilea sopra la permuta già fra loro fatta della terra di Biel in alcune
altre, perilche dubitandosi, che si potesse venir alle armi, havevano gli
Svizzeri mandato alli Grisoni, di star’ in ordine per soccorrerli, & di
deputar huomini per andar alla Dieta, che sopra tal difficoltà si doveva tenere
in Bada; Pensavano anco alcuni, che questa difficoltà fosse promossa dal
Vescovo, alli Bernesi a questo effetto apunto, di difficoltar ogni levata che
la Repub. potesse tentare in Svizzeri, o Grisoni: il che si confermava, essendo
certa cosa che alcuni principali di Lucerna fecero uffici efficacissimi con
Grisoni, acciò non servissero contra il Papa, mà ridottisi nel Decembre, in
Pithac, fecero scrutinio delli voti, & trovarono, che la maggior parte
acconsentiva alla levata della Republica assolutamente; altri (che erano poca
parte) acconsentivano con conditione, Che la Rep. dichiarasse quali aiuti lor
darebbe, quando perciò ricevessero travaglio, & fra questi erano principali
quei di Tosana; li dubij che si spargevano per li Grisoni, erano, Che
l’Arciduca Massimiliano Governator del Tirolo per fermar un passo da transitare
à favor de gli Spagnuoli, volesse fortificar Venosta, di che dava manifesto
segno col fare scrutinare tutti li passi, che di là discendono nella Val
Camonica, & che il Conte di Fuentes dissegnasse impadronirsi della Val
Telina; il che mostrava l’haver posto 200.
fanti nel Forte, & altri 200. alle tre pieve: & 200. salariati dalli Ecclesiastici: mà passò il
grado di sospitione, un’accidente assai leggiero, il qual non fù ricevuto per
tale, attesi i sospetti che havevano occupate le menti de gl’huomini; &
questo fù, Che essendo alcuni soldati del Forte Fuentes, fuggiti, si ritirarono
alla Val Telina, & furono seguitati da una
banda de gl’altri sino dentro nello Stato de’ Grisoni, dove anco furono
presi; quale principio di violatione, fece temer di cose maggiori, onde
deliberarono mandar Vespasian Salice con due altri per governar la Val Telina,
& ponervi 1800. fanti, & commisero a quelli di Agnadina,
& di Poschiavo, di cutodire il passo di Bormio, con dissegno di mettervi 1600. delle Cernide, & altri 600. in Chiavenna; le quali cose si effettuarono
nel principio dell’anno presente per le occasioni che si dirà. Deliberarorno
anco di mandar Ambasciatori in Francia & a Venetia, & a gli Svizzeri,
per saper che aiuti potevano haver da quel Regno, & dalla Republica, &
dagli Evangelici, in caso, che fosse tentato cosa alcuna contra la loro
libertà, & a Venetia destinarono Hercole Salice, con commissione di certificar
la Republica della levata, & per dimandar ajuti: Ordinarono anco, Che fosse
dimandata al Conte la restitutione delli prigioni, se ben non speravano
ottenerla: Spedirono anco nelli Svizzeri Evangelici per dimandar soccorso.
Giunto il Salice a Venetia & presentatosi
al Prencipe, Prima fece doglianza per parte delli suoi Signori per li disturbi
che ricevevano dal Pontefice, passò poi a prometterli l’osservanza della
Capitulatione: & finalmente diede conto delle molestie, che ricevevano
dalli Spagnuoli, & delle gelosie dategli da loro, affermando, Che
s’intendeva ancora qualche minaccie di volerli levar la Val Telina: soggiunse,
Che erano risoluti di non sopportar, mà di voler andar all’espugnatione del
Forte, però che pregavano sua Serenità dichiararsi, che ajuti voleva darli in
un’impresa, la quale se ben pareva che concernesse la libertà de’ suoi Signori,
toccava però la libertà d’Italia: forse più principalmente: Aggiunse, Che il Rè
di Francia s’era dichiarato, & delli Svizzeri Evangelici, alcuni havevano
imitato il Rè, dichiarandosi essi ancora; altri, aspettavano la dichiaratione
della Republica, Che li Svizzeri Catolici, sarebbono stati neutrali; Considerò
particolarmente li pregiudicij della Republica quando li Spagnuoli fossero
impatroniti della Val Telina, o havessero serrato quel passo, overo havessero
ridotte le tre Leghe all’antica Capitulatione; Replicò la costanza delli popoli
suoi, a volersi levar tutti li pregiudicij & persuase la Repub. a deliberar
di potenti aiuti, allegando gl’essempi delle cose fatte da lei per mantener la
libertà d’Italia.
Fù risposto al Salice prima con ringratiar li
suoi Signori del buon’ affetto verso la Republica, & poi col lodar la loro
costanza alla difesa, & con prometter lor l’osservatione intiera della
Capitulatione, & appresso agli aiuti convenuti per li patti di essa:
assicurandoli che havrebbono havuto ogni assistenza, alche si sarebbe disceso
sopra li particolari, trattando col Rè di Francia come principale in questo
negotio.
Mà oltra le provisioni fatte dalla Republica di
armata maritima, & di gente Italiana, come si è detto, intendendo i
dissegni del Conte di Fuentes, il Senato commandò al suo Ambasciator in
Francia, di dar conto al Rè del negotiato di D. Francesco; della risposta
datali; & de gli ordini che il Conte di Fuentes haveva ricevuto con 3. Corrieri, di assister al Papa; & delle
preparationi, che haveva incominciato di 3000.
fanti Italiani, la levata delli Tedeschi, Svizzeri, Napolitani, &
Spagnuoli; perilche era verisimile, che il Pontefice aspettando questo, habbia
tanto variato, & dato parole al Rè, senza animo di servarle, & con
pensiero di rivocarle, perilche ricercasse S.M. a dichiararsi di quello, che la
Republica poteva promettersi da lui in quella occasione, quando il Papa non
camini con retta intentione, la qual cosa era necessaria sapere presto, col far
parlar in Roma dal suo Ambasciator al Papa risolutamente & questo istesso
fù anco communicato a Fresnes, il qual rispose, Che il Rè suo Signore già sà
che il Rè di Spagna mandando D. Francesco si persuase, che la Repub. non fosse
per negarli cosa alcuna, & però in man sua fosse l’accomodamento: & per
questa cosa il Christianissimo diede ordine ad Alincourt, che andasse ritenuto
sin tanto, che si vedesse l’effetto
delle trattationi di D. Francesco. Hora mò, che si vede, che non hanno
l’effetto dissegnato da lui, disse Fresnes, è necessario, che si senta moto,
poi che essendosi il Noncio doluto in Spagna con quel Rè, Che il Papa non sia
favorito se non di vane parole, pare al Rè, che si vada la sua reputatione,
& però ha scritto al Fuentes, & agli Ministri, che facciano provisioni
d’arme, acciò il Papa conosca, che vuole assisterli in realtà, & non in
parole, la qual dichiaratione del Rè di Spagna, poi che è fatta nota a tutti,
& gli avvisi che ne hà sua Serenità, confrontano con quelli che hà di
Spagna il Christianissimo, per tanto pare adesso opportunità di disfodrar le
sue Commissioni, & qui disse, Che il Rè li commandava d’assicurar la Rep.
che egli sarà in questa occasione quel buon amico & fratello, che suol
farsi conoscer ne i bisogni, & però, che egli come Ambasciatore assicura
& promette la buona volontà del Rè; Soggiunse ancora, che già tre mesi,
haveva commissione di communicar un’altra cosa, mà opportunamente, di che li
pareva luogo opportuno al presente, & questo era: Esser penetrato da buona
parte alle orecchie del suo Rè, che il Conte di Fuentes con dissegno d’andar
armato in Paradiso, haveva deliberato di venir con 1500. cavalli, & 10000.
fanti a mettersi nel Vicentino in alcuni siti forti, de’ quali non sapeva il
nome, per divider lo stato della Rep. però saria bene prevenire, & attaccar
il fuoco in casa d’altri: la onde S.M. propone di far romper li Grisoni sù lo
stato di Milano; & si dichiarò, Che Hercule Salice era venuto a Venetia, per
trattar questa tal cosa, non solo con consenso, ma di ordine del Rè:
aggiungendo, Che se la Republica vorrà ajutar i Grisoni, come l’essorta a fare,
anco il Rè si dichiarerà apertamente nella diferenza col Papa, mà che è ben
necessario, che la Republica si risolvi prima in se stessa, innanzi che venir à
rottura con Spagnuoli; perche sarà necessario non romper subito, mà portar
tempo innanzi, per metter’ in ordine le provisioni, & ricever ajuti; se ben
crede, Che per la difesa la Republica sia a bastanza in ordine, sarà però
necessario, che si dichiari col Rè delli particolari ajuti, che desidera in
questa occasione: Che veramente la Republica non può far altro, che sostener la
sua dignità con la forza, poi che essendosi risentita col Papa per le ingiurie,
& poi condiscesa in gratificatione del Rè Christianissimo a quello dove si
poteva arrivare, se al presente passasse più innanzi, parrebbe, che fosse stata
ferma & costante sin tanto, che si è trattato di parole, mà poi allo
strepito delle armi Spagnuole, havesse vilmente ceduto: oltre che il Rè
Christianissimo si come adesso è obligato, per quello a che si è condisceso in
sua gratificatione, così sarebbe disobligato quando si facesse per altri,
quello che non si è fatto per lui; Et acciò che il Senato non resti senza saper
l’ultima volontà del Papa, disse Fresnes, Che voleva dirla chiaramente, la qual
era, Che la Santità sua vuol la parola del Rè, che la Republica non esseguirà
le Leggi, & questo non per cerimonia, mà perche intende che sia osservata
dalla Republica sin tanto, che si tratterà, volendo che presto si venga alla
trattatione & conclusione, ne si estenda ad Kalendas Græcas: volendo il Pontefice ben essaminar le Leggi con deliberatione, che siano
cassate, non trovandosi convenienti, mà se troverà buone & giuste, egli con
una sua bolla ordinerà a gli Ecclesiastici che le osservino, come fatte dalla
Sede Apostolica, & non come Leggi che habbia potuto far la Republica, Che
la Santità sua è ancora fermissima & risolutissima a voler la restitutione
di tutte le Religioni, & specialmente delli Giesuiti; soggiunse ancora, Che
non per questo bisognava levarsi di speranza che le cose si potessero
accommodare per accordo, continuando la trattatione principiata dal suo Rè, la
qual è distante da quelle de’ Spagnuoli quanto l’amico dal nemico, perche il
Christianissimo non è entrato in questo negotio obligato prima al Papa: Però da
questa trattatione è necessario sopraseder al presente, perche si continuerebbe
con disavantaggio, essendovi le armi, & s’innalzarebbono gli Spagnuoli,
mostrando timore: mà data occasione a D. Francesco con la negativa, potrebbe il
Rè, dopo, continuare la trattatione, al che si adopererà con affetto; mà se si
crede, che non si possa placar il Papa con la dolcezza, giudica esser
necessario far intender il tutto al rè, per persona espressa & capace:
Rispose il Senato, (ringratiato il Rè della buona volontà, & della
dichiaratione fatta) Che non si mancava delle debite cautioni, così nel
territorio di Vicenza, come in tutto lo Stato; & che il di Fuentes, &
qualunque altro, che havesse tentato cosa nuova, havrebbe trovato potentissimi
incontri: che non restava altro, se non che il Rè si dichiarasse di quello, che
la Rep. potesse promettersi, quando la necessità conducesse a rottura, essendo
risolutissima di voler difender la libertà & l’autorità datale da Dio sino
all’ultimo, senza ceder punto; il che perciò si ricerca di sapere in
particolare, poi che le provisioni fatte, & che si fanno dalli Spagnuoli
ricercano che si certifichi ogni cosa: Che la Repub. aiuterà potentemente gli
Grisoni, & verrà all’essecutione immediate, che sia risoluto quello, che si
dovrà fare, per procurar la loro indennità; il che dovrà esser quanto prima,
& si specificherà l’aiuto, quando, che di questo si tratterà con S.M. il
che si farà per mezzo dell’Ambasciator Priuli, & bisognando, si manderà
anco un altro espresso: & quanto alle trattationi dell’Ambasciator Castro,
non vi era cosa alcuna, che non fosse stata communicata ad esso Fresnes,
perilche sarà benissimo anco noto a lui, esser necessario darli qualche
risposta, attese le instantie, che continuamente faceva per haverla; ed era
verissimo che D. Francesco spessissime volte compareva, facendo instantia per
ottener qualche risposta.
Non furono così presto passate le Feste, che
egli comparve, esponendo, che continuamente pensava all’accommodamento, &
che già numerava 53. giorni dopo l’arrivo suo, ne’ quali poteva dir non haver
fatto niente; & pur non dimandava se non una leggier cosa, che era una
sospensione temporanea, della quale era certo, che il Papa si contentarebbe;
perche quando non lo facesse, il Rè si ritirerebbe dal favorirlo, il quale vuol
bene la sodisfattione della Rep. mà dopo quella del Papa; a sodisfattione del
quale quando la Republica havrà fatto qualche cosa in gratificatione del Rè di
Francia, non essendo dignità del Rè Catolico; parlare sopra le fatiche d’altri
& sopra cose già rifiutate dal Papa: Che per ciò non rifiuta di unirsi con
Fresnes, perche anco il suo Rè non rifiuta d’haver altri in compagnia a questa
buon’opera; mà ben desidera che le sia detto, che unione possa fare co’
Francesi, che aspettava risposte più ample12, & più chiare di
quelle, che li sono state date: Per desiderio di buona riuscita hà portato,
& porta ancora patienza, mà desidera dichiaratione di quello, che possa
fare, unendosi co’ Francesi; Che non resterà di parlare di nuovo a Fresnes, per
veder se anch’esso è di questo parere di dimandare al Senato, che si possa dar
la parola, che le Leggi non saranno usate mentre si tratterà l’accommodamento,
& quando questo non venga abbracciato egli anderà a dir l’ultimo Vale
alle sue commissioni; essendo hora mai infastidito di tanta dilatione, per la
quale hà acquistato poco honore. Ne lasciava D. Francesco passar’ settimana,
che almeno una volta, mà per l’ordinario più volte non andasse con la medesima
propositione, quantunque ricevesse anco sempre la medesima risposta, perche di
Spagna haveva continue sollecitationi, che dovesse instare più tosto
importunamente, che rallentar’ niente, si come anco sollecitavano il Conte di
Fuentes all’armarsi, mà sempre con precetto, di non moversi sensa13
nuovo ordine, se ben paresse a lui d’essere provocato da’ Grisoni, o da altri:
Et perche D. Francesco trattando di unirsi co’ Francesi non trovava in loro la
corrispondenza, che havrebbe voluto, non si potè contener di motteggiar la poca
sodisfattione che haveva di loro nel fine di Gennaro, dicendo, Che egli
assicurava che il Papa leverebbe le Censure, quando se gli dasse parola di non
esseguir le Leggi, & che a lui si può & deve credere, perche non hà mai
variato nelle sue trattationi: Che il negotio è in molto disordine per non
essere stato trattato verdaderamente14 dalli mediatori, li quali se ben
mostravano desiderar la pace, hanno forse ogn’altro fine, cosa che non è nel
suo Rè, il quale hà li medesimi interessi della Pace d’Italia, che hà la Rep.
Che tante volte hà proposto questo al senato, che li parrebbe pur’ tempo di
haver qualche risposta.
Mentre che queste cose si trattavano in Venetia, in Francia l’Ambasciator
Priuli propose al Rè quello, che gli fù dato in commissione dal Senato, acciò
la M.S. condiscendesse a dichiararsi: Il qual rispose, Che non era opportunità
di farlo, acciò non si perseverasse nella durezza; Che haveva havuto lettere da
tutti li Prencipi d’Italia, & altri Grandi, li quali lo pregavano à fare
sforzo per accomodar questi travagli, proponendoli, che la riuscita sarà con
sua gran gloria, si come il ritirarsi, sarebbe tirar sopra se la colpa d’ogni
sinistro, che potesse occorrere; che per questo hà spedito ordine al Cardinale
di Gioiosa, che passi in Italia, per interporsi efficacemente a questo
accomodamento: Al che replicò il Priuli, lodando la buona volontà del Rè alla
quiete; mà soggiungendo, Che si vedeva poca corrispondenza nel Papa, il qual
era insuperbito per le promesse de gli Spagnuoli: & che però non dubitava,
che essi fossero per il Papa; egli non dovesse esser con la Repub. havendo
Fresnes dato parola per suo nome, che non havrebbe mancato: massime, che ad
instantia di S.M. s’era disposta ad ajutar gli Grisoni: Al che il Rè rispose,
Che nel dar ajuto alli Grisoni, la Rep. farà il proprio servitio per conservar
l’amore di quei popoli, & tener aperto il passo; Che egli non hà dato
commissione à Fresnes di venir a’ particolari; Che non sà quello, che egli
habbia detto ne promesso; ne intende di esser obligato per quello, & vede
benissimo che il dichiararsi, non sarebbe altro, che perdere l’autorità
appresso il Papa, mà che di questo gli farebbe rispondere più particolarmente
per Villeroy: Il qual Villeroy gli disse da parte del Rè, Che vedendo la Maestà
sua buona speranza per l’accommodamento del negotio, per non interromperlo,
& non turbar la trattatione, sin che ne teneva un solo punto, non voleva
dichiararsi: però che haveva scritto a Gioiosa, che passasse immediate a
Venetia, & poi a Roma; & tra tanto havrebbe scritto al suo
Ambasciatore, che continuasse con efficacia; & in conformità di queste
diede ordine a Fresnes di dire a Venetia, Che il Rè era certificato, che dal
canto del Papa non sarebbe stato difficoltà alcuna sopra l’attender le
promesse, & che con queste conditioni, si accommodarebbono tutte le
controversie; Che li Prigioni fossero consignati in mano d’un Commissario
Ecclesiastico, Che si destinasse un Ambasciator al Pont. & s’inviasse, il
quale arrivato ad un determinato luogo, il Papa leverebbe le Censure; Et
l’istesso giorno in Venetia, si levasse il Protesto, & l’Ambasciator
proseguisse il suo viaggio, dovendo esser ricevuto in Roma secondo il costume
ordinario, accompagnato però alla prima audienza da Alincourt; Et perche il
Papa vuol’ la parola dal Rè, Che la Rep. non userà, le Leggi; il Rè è pronto
& desideroso di darla, quando la Rep. mostri con qualche cenno, haverlo
caro; perilche egli sia sicuro, che la sua parola habbia effetto: Che delli
Giesuiti: crede la cosa esser senza difficoltà, se ben il Rè, havendo parlato
col Priuli, hà trovato renitentia grande con più risolutione di quello, che
pareva a S.M poter creder; poiche passò a dirli, Che altre volte la Rep. haveva
havuto tutti li Prencipi d’Europa contra, ne si era smarrita, ne haveva voluto
pregiudicarsi; con tutto ciò credeva di non trovar tanta renitentia nella
Serenità sua, mà che in gratificatione della M. Regia, si consentirebbe anco
questi due punti, (Il Prencipe rispose immediate, considerando li pregiudicij,
che verrebbono da ciascuna di queste cose) Che sarebbe far creder al Mondo, che
la Rep. havesse commesso qualche fallo; sarebbe un far li Romani insolenti:
& farli pretender con tutti li Prencipi, se riportassero quello che
pretendono con la Rep. Che le prigioni sono dati al Rè, & a lui appartiene
far di loro quello li piace: mà la Rep. non hà che farne altro, la qual anco non
consentirà mai di destinar Ambasciator, prima che il Papa coll’haver levato le
Censure, non habbia levato le ingiurie; Che le offese ricevute dalli Giesuiti,
sono di troppo grand’eccesso, havendo essi instigato il Papa, & ingiuriata
in tutti li Stati Christiani la Republica, Che non conviene metter in casa
d’altri gl’inimici suoi, & se altri hanno altramente operato si sono
governati co’ i loro rispetti, che non sono i medesimi con quelli della
Republica: ogn’ uno sà in casa sua quello, che si convenga, ne è facile
esseguire in ogni luogo quello, che si esseguisce in uno: Quanto al Cardinal di
Gioiosa, venendo, sarà ben veduto, & grato, mà molto più se si volterà a
Roma, dove vi è bisogno dell’opera sua, per ridurre il Pont. a i termini
convenienti, perche essendo condiscesa la Republica a tutto quello, dove si
poteva, non resta altro che far quì, mà tutto il rimanente si deve trattar a
Roma.
Mostravano queste trattationi, che
il Pont. fosse poco inclinato all’accordo, se non, quando l’ottenesse con ogni
suo vantaggio, massime che continuavano li Spagnuoli nelle provisioni d’arme:
Mà sopra tutto diede segno d’haver l’animo tutto alieno dalla concordia, &
volto totalmente alle turbationi il Pontefice, quando a.....di Genaro fece
Concistoro, dove dichiarò, Di voler far guerra alla Rep. di Venetia, al che
havrebbe havuto dal Rè di Spagna 26000.
fanti, & 4000.
cavalli, dichiarò il Card.
Borghese suo Nepote, Legato con 1000.
scudi al mese di provisione. Questa dichiaratione del Papa congiunta con le
provisioni de gli Spagnuoli, non erano molto grate alli Prencipi d’Italia,
& particolarmente al Duca di Savoia, al Gran Duca di Toscana & al Duca
di Mantova; quali consideravano molto bene quanto importasse, che gli Spagnuoli
havessero molte forze in Italia, & che il Papa si fosse gettato in tutto,
in braccio loro: & tanto hebbe maggior pensiero il Duca di Savoia, quanto,
che il Conte di Fuentes haveva ricercato, che riempisse le sue compagnie di
Cavalleria, & che ricevesse alcune delle sue genti, & gli desse la fortezza
della Carbonara per impedire che gl’Ugonoti non
passassere al soccorso de’ Venetiani, dandoli parola, che subito
abbattuta la Rep. di Venetia, (il che si prometteva far’ in tre mesi)
ritirerebbe le sue genti, & lasciarebbe libero il paese: della qual cosa
anco il Duca si alterò, & se ne dolse in Spagna: Et il Duca di Mantova,
ricercato di alloggiar i Napolitani nel Monferrato, se ne scusò non solo col
Conte, mà ancora col Rè; dal quale venne ordine a Milano, che il Duca non fosse
aggravato. Et per divertir il corso di questi disordini, fece il Duca di Savoia
trattar per il Verüa suo Ambasciatore col Papa, che egli si sarebbe unito col
Gran Duca di Toscana, & havrebbono ambidue messo insieme buone forze per
ajutarlo: & dall’altro canto fece il Duca intender al Senato Veneto le
offerte fatte al Pontefice, attestando, che ciò non era per offender la Rep. ne
per somministrar’ al Papa forze da guerra, mà per veder, che il Papa non si
mettesse in tutto in mani de gli Spagnuoli.
Mà
il Pont. all’Ambasciata, che gli fece Verüa, non la ricevette in bene, anzi si
maravigliò che egli non fosse unito di intenzione con gli Spagnuoli; perilche
anco cominciò haver sospetta la sua andata à Venetia, & a farli
considerare, che per l’ostinatione, (cosi diceva egli,) de’ Venetiani, non havrebbe
potuto spuntare & essortollo, a non voler avventurare la sua riputatione.
In
Spagna fece il Duca di Lerma querimonia con l’Ambasciator Inglese, per le
dimostrationi che il suo Rè faceva a favor della Rep. dicendo, Che ella non si
sarebbe mostrata contra il Papa, se non per li fomenti di S.M. perche di
Francia non poteva aspettare se non parole, & qualche gente, che havesse
estratto con propri danari; diceva, che il Rè suo si opponeva alla trattatione
di pace con gl’Hollandesi, per infiacchire gl’ajuti che il Papa potesse
ricevere da Spagna; mà che il Rè Catolico havrebbe abbandonato ogni impresa per
sostentar la Religione: Sperava però in Dio, di poter per servitio di S.M.
Divina in ambidue i luoghi, formando un’ essercito di 50000. soldati che basterà per Italia, & Fiandra. Che assolderà 45. insegne di fantaria per mandar in Italia sotto Ferdinando di Toledo: Che
amasserà gente di Sicilia, Napoli, & Milano, & ne caverà di Germania,
& de’ Svizzeri; & che è risoluto di non abbandonar la causa del Papa. Non
vuol però restar di far saper al Rè della Gran Bretagna, che gli sarebbe
riuscito difficile l’aiuto che pensava dar alla Rep. perche ella non haveva
quelle forze che fama portava; il tesoro era in nome; i sudditi mal contenti,
& desiderosi di mutar governo; Che non era per haver capo da guerra di
riputatione, perche dal Rè Catolico erano occupati tutti li Prencipi Italiani,
se non ricorrendo a qualche heretico, che l’havrebbe fatta odiosa & alli
popoli, & alli soldati: (tutte cose dette per fine solamente di far che la
Rep. abbandonata da tutti cedesse più facilmente al Pontefice.)
Mà a
Venetia fù tenuto quasi per certo, che le controversie con Roma non dovessero
più ricever accomodamento, & che l’anno presente non dovesse passar con
quella tranquillità d’arme, che haveva fatto il passato, in soli negotij &
in sole disputationi, tanto maggiormente, che le provisioni di gente nello
stato di Milano venivano amplificate volontariamente da’ Spagnuoli, & se
bene alcuni tenevano per fermo (si come anco l’evento hà mostrato) che queste
dimostrationi fossero usate da loro,
overo per costringer con la reputatione sola, & col timore la Rep. a
ceder alle dimande del Pont. o veramente per renderlo per questa via, tanto più
sodisfatto, & obligato delle operationi loro; tutta via questo partori più
tosto contrario effetto ne gl’animi del Senato Venetiano; & si
commiciò15 ad accrescere con maggiore studio le preparationi della
guerra, & a far passare oltre, tutte quelle genti che si erano assoldate di
militia Italiana & Albanese; anco qualche numero di Oltramontani; Fù
deliberato di elegger un Secretario al Conte di Vaudemont, & per fare le
prime paghe alle genti, scriverli, che dovesse dar principio alla levata, &
fù eletto Gio. Battista Padavino, il qual era stato anco nel 1601. per questo medesmo effetto, li fù dato commissione, che dovesse far
assoldar 6000. fanti, 3000. tra Francesi,
Lorenesi, & Valloni, & 3000. tra Alemanni & Svizzeri: benche dopo gli
fosse regolato questa ultima commissione, con ordine, che lasciati
assolutamente gl’Alemanni fossero assoldati 3000. Svizzeri
tutti intieramente con la qual natione gli fù aggiunto, che in passando gli
dovesse dar conto delle differenze della
Rep. & dell’occasione, che haveva di valersi della loro Natione: & in particolare
facesse questi offici in Zurich, Basilea & Berna, senza prolungare punto il
suo viaggio, o trattenersi, per questa causa, di passar subito a Nansì per il
principale effetto.
Già
sino nell’Aprile dell’anno precedente, ritrovandosi all’hora in Venetia il
Cavalier Verdelli, fù deliberato di farli sapere, Che se le controversie col
Pont. fossero passate più avanti, la Republica havrebbe havuto bisogno di
valersi delle genti Oltramontane, & però desse notitia al Conte di
Vaudemont suo Padrone, che andasse mettendo all’ordine le cose sue, in modo,
che potesse ad ogni occasione farne passar in Italia, quella quantità che la
Rep. li ricercasse, per il suo servitio, Il qual fece risposta, Che delle genti
erano sempre all’ordine, & che si havrebbe più fatica, a trattener quelle
che abondassero, che a mandar quel numero che fosse ricercato; & che anco
del passo non occorreva mettervi alcun dubbio, imperoche per la via de’
Svizzeri de’ Grisoni, il Conte le havrebbe fatte passare sicuramente: &
accennò, che sarebbe stato bene, che fosse fatto dar conto al Duca di Lorena,
dello stato delli negotij correnti, & che ciò sarebbe arrecato da lui a
singolar favore: Il che fù messo immediatamente dal Senato in essecutione,
commettendo all’Ambasciator di Francia, Che mandasse il suo Secretario in Lorena, & desse
conto a quei Prencipi, del negocio della Republica, gli certificasse delle
giustissime sue ragioni, & il torto, che pretendeva farle il Pontefice: facesse intender al Conte, Che stesse
preparato delle cose bisognevoli, acciò potesse quando il tempo lo ricercasse,
& li fosse fatto saper dalla Republica esser più lesto, per far passar
quelle genti, che li fossero ricercate. Quando arrivarono questi ordini in
Francia, si ritrovava il Conte di Vaudemont a Parigi, trasferitosi in quella
Città, per dar conto alla M.S. Christianissima del matrimonio del Duca di Bar
suo fratello, nella figliuola del Duca di Mantova; onde con lui l’Ambasciator
medesimo hebbe commodità di far l’officio che gli era stato commesso, A che egli
rispose, Che le ragioni di sua Serenità erano piene di honestà, & le
instantie del Papa fuori del dovere, & che egli havrebbe inviato quel
numero di gente, che li fosse stato commesso. Mandò anco l’Ambasciator in
Lorena al Duca, il Secretario Dominico Dominici, il quale arrivato alli 2. di Giugno à Nansì, communicò al Duca le dissensioni che passavano col
Pontefice, & le giustissime ragioni che haveva la Repub. di sostenere le
sue Leggi, & l’antica sua autorità, di giudicare gl’Ecclesiastici. Dimostrò
il Duca, Che molto grato li fosse stato l’honore fattogli dalla Republ. con
questa communicatione; & si estese assai nelle lodi della sua Prudenza,
& della sua Religione aggiungendo nel particolare delle materie
controverse, Che se il Cardinale suo figliuolo havesse16 voluto
comprare nel suo stato senza licenza, non glie l’havrebbe permesso: Ed intorno
al giudicare gl’Ecclesiastici, disse, Che così, si praticava nel suo Stato,
& per tutta la Francia; & come conveniva loro di avanzare gl’altri in
bontà, tanto più dovevano col timore delle pene, esser tenuti nella via dritta:
Et nel proposito delle genti, rispose, Che il Conte era alli servitij della
Repu. & tutta la sua Casa prontissima al medesimo; Cosi si stette fino al
principio di Ottobre, quando essendosi dati i Prigioni in gratificatione, al Rè
di Francia, ne vedendosi, che questo tanto, che haveva fatto la Repub.
partorisse alcun buon’ effetto, fù dato ordine di nuovo all’Ambasciator in
Francia, che mandasse il suo Secretario in Lorena a dar conto al Duca dello
stato del negotio, della durezza del Pont. & che se le cose passano troppo
più inanzi, sarebbe necessitata la Rep. a far parare delle genti di là da’
Monti; Essortò il Duca con molte ragioni la Rep. all’accommodamento, mà
soggiunse, Che in caso di rottura non mancarà a quanto hà promesso, & che
l’istesso credeva del Conte, col quale il Secretario, (che fù Christoforo
Suriano) non parlò, perche all’hora si trovava in Inghilterra.
Con
questa dispositione di cose, si stette sino al mese di Genaro del presente
anno, quando nel concorso universale di tutti i Prencipi di Christianità che
volevano intromettersi nella trattatione, desiderando il Duca di Lorena di far
la parte sua, mandò a Venetia Monsieur de Marinville ad essortare la Republica
all’accommodamento: A che fù risposto in conformità di quello che era stato
detto a gl’altri, quanto si conveniva: & dato parte della missione del
Secretario Padavino, & della confidenza, che si haveva della prontezza
& buona volontà del Conte, di esseguire gli ordini della Republica.
Mà
il Padavino passato per il paese de’ Grisoni, (qual ritrovò tutto commosso per
il timore del Conte di Fuentes,) arrivò a Clarona (Cantone che confina con i
Grisoni, che è misto di Catolici; & Evangelici) dove trovò, che il Conte di
Fuentes haveva con oro guadagnato il Consiglio, per ottenere, che fosse dalla
parte di Spagna: mà il popolo non volse consentire alla proposta; Visitò il
Padavino li Signori, & lor’ diede conto delle ragioni della Rep. & del
desiderio suo, di valersi delle loro genti; quali promisero di ridur il
Consiglio, per darli sodisfattione della levata, & approvarono le ragioni:
Si come fecero anco quelli del Consiglio di Zurich, i quali diedero intentione
di consentire & alla levata, & a dar il passo; dicendo, che havevano
prohibito alli loro di andar alla guerra per nessuno, non per opporsi alle
dimande di Francia, ò di Venetia, mà acciò non andassero per Friburg contra
Berna, nella controversia tra quei Cantoni per causa de’i Baliaggi, eccitata
da’ Giesuiti; In tutti i luoghi, il Padavino fù ricevuto, & trattato con
molto honore, & trovò universalmente buonissima dispositione di sodisfare,
& di servire alla Republica non penetrò dentro nelle trattationi, perche il
tempo non comportava, sollecitando di passare a Nansì; & perche per li
dispareri di Friburg & Berna sopradetti, i Nonci de’ Cantoni erano
congregati in Soloturno si astenne il Padavino di andare a Berna, acciò dovendo
passare di là, nelle missioni di quei negotij, & de i Cantoni collegati con
Spagna, non cagionasse qualche sospetto, o altra sorte di dispiacere, o di
diffidenza, che potesse portar pregiudicio; In basilea trovò il Cavallier
Verdelli mandato da Vaudemont per incontrarlo, che lo aspettava, qual li diede
conto, Che il Conte si era ritirato nel Contado di Salma, non dependente dal
Ducato di Lorena, mà feudo Imperiale, pervenuto in lui per conto della dote
della moglie, per ritirarsi da Nansì, dove il Duca, il Cardinale & tutta la
Casa di Lorena haveva ricevuto Brevi del Papa espressi, con termini molto
odiosi contra la Republica; concludendo, Che con le loro armi non dovessero
fomentar l’inobedienza, & pugna tolta contra la Chiesa: perilche tutti,
& in particolar il Cardinale lo tormentava: acciò non servisse alla
Republica le quali persuasioni erano accompagnate da uffici dell’Arciduca
Alberto, & del Duca di Baviera: Aggiunse anco, Che in Nansì proprio vi
erano molti, che lo persuadevano, & alcuni Ecclesiastici ad instanza de’
Giesuiti, facevano officio, che fosse fatta una raccolta fra loro, & molti
Gentilhuomini devoti degl’istessi Padri per far un’ assegnamento annuo di 12000. scudi al Conte, & rimoverlo dal servitio, della Republica perilche anco
il Conte s’era ritirato: Aggiunse anco, Che havrebbe preparate le genti, se non
havesse creduto, che le differenze si fossero di già accommodate; onde fosse
restato numero di soldati nel suo picciolo paese dove dissegnava far la massa,
che l’havessero distrutto affatto, mà che con tutto ciò haveva dato ordine alla
levata di 1000. Svizzeri, & nominati li Capitani, & sarebbe
andato provedendo al rimanente, & che non era bene che egli passasse più
avanti; Che più tosto havrebbe con la presenza a Nansì accresciute, che scemate
le difficoltà, nate per li mali ufficij de’ Giesuiti, & così andava difficoltando
il suo camino.
In
Basilea hebbe il Padavino dal Consiglio risposta gratiosa quanto alla levata:
mà quanto al passo, con dilatione, sin che tornassero li Noncij da Soloturno:
Perche essendo Basilea porta dell’Elvetia, dovevano prima che introdur militie
esterne, haverne il consenso delli suoi.
In
Soloturno comparve un’ Gentilhuomo per nome dell’Arciduca Massimiliano, al qual
espose, Che havendo intesa l’andata del Secretario Veneto per ottener levata,
& passo, il suo Patrone ricercava che fosse impedito l’uno, & l’altro,
& questo officio lo faceva per Religione, poi anco, per quiete dell’Elvetia, & de’ confinanti: & principalmente per gli
stati suoi di Alsatia, per dove dovevano passar i Lorenesi: Questa instanza fù
favorita dalli Cantoni Catolici, & particolarmente con molta sollecitudine
dal figlio del Collonel Lüsi da Undervalden, che già fù licentiato dalli
stipendi della Republica per poca sodisfattione ricevuta da lui: mà i Cantoni
Evangelici si opposero, dicendo, che non era costume della natione impedir
passo a chi non era per fare cosa dannosa al paese, & pregiudiciale alli
vicini & amici, anzi che senz’altro, i Lorenesi potevano passare sfilati
con modestia, & senza archibusi, non essendo dover, prohibirglielo, havendo
fatto l’istesso 2. anni prima con gli Spagnuoli andando in
Fiandra.
Mà
tornando al Padavino, il Verdelli vedendolo risoluto di voler parlar al Conte,
per divertirlo da Nansì, lo condusse à Badunville (luogo del Contado di Salma)
dove (non essendovi il Conte) fù ricevuto da Monsieur di Therel, Secretario
& Thesoriero suo; & accarezzato, & spesato, mà egli non contento si
querelò col Verdelli, dicendo, Che sarebbe parso strano alla Rep. che un
ministro suo fosse impedito dall’andar innanzi da chi era obligato a servirla,
massime dovendo anco trattar col Duca, & con gl’altri figliuoli, & si
lamentò anco del Duca sopra questo; Il Verdelli scusò il Duca, che di questo
non sapeva niente; Et che Vaudemont era benissimo disposto, mà che il
temperamento di farlo fermare; era trovato dai suoi servitori, per fuggire
diversi mali incontri, & particolarmente per il Cardinale, che per i suoi
interessi era partiale di Roma: Ne quietandosi a questo il Padavino, Verdelli
si risolse di andar a Nanzì17 in posta, & che sarebbe andato ad
incontrarlo, & così fù fatto; Andò il Verdelli ad incontrarlo con la
carrozza del Duca, & li disse, che sarebbe stato ben veduto da tutti, che
il Card. l’havrebbe abbracciato senza scropolo il quale anco si offeriva
interponersi all’accommodamento, perche il Papa lo desiderava. Narrò anco il
Verdelli al Padavino, come il Papa aveva scritto un Breve al Cardinale, dove li
commetteva, che commandasse a fra ...18 Verdelli Hospitalario, Che
dovesse desister da far genti per la Rep. di Venetia, contumace alli suoi commandamenti,
il che anco il Card. haveva intimato; mettendoli innanzi gli interessi della
Religione di S. Giovanni; & suoi propri: & che Monsieur di Maliana,
Padre d’un Cameriero del Papa gli offerì la prima Commenda vacante per farlo
desistere: mà che egli haveva risposto, che non facendo gente sotto se, ne con
suoi denari, non haveva scropolo. Hebbe il Padavino avviso essendo in Nanzì,
che Zurich haveva concesso il passo, & la levata assolutamente, dichiarando
la causa della Rep. di Venetia giusta, & quella del Papa iniqua &
violenta: & che Basilea & Berna havevano concesso il passo liberamente
& senza alcuna conditione: & della levata havevano fatto l’istesso
riservatosi solamente di abboccarsi con lui, per stabilire lo stipendio, &
le altre conditioni di essa, secondo lo stile della Natione, Che non vuole
haver obligati li Prencipi conduttori, mà li Capitani della natione.
Hebbe
il Padavino audienza dal Conte di Vaudemont, & espose la sua commissione,
dando anco conto delle cose trattate con Zurich & altri Svizzeri, &
facendoli sapere, che haveva li danari in pronto, onde non occorreva se non
effettuare. Rispose il Conte ristrettamente, Che farebbe il suo debito, &
che sarebbe insieme con lui per trattar delli particolari, mà che però
considerasse, che egli era figliuolo di famiglia; & che li conveniva
dipender dal Padre, col quale era necessario prima parlare: Rispose il
Padavino, Che haveva ordine di farlo: Due giorni dopo, hebbe audienza dal Duca,
& gli espose prima, Che la Republica haveva gradito la missione di
Marinville, & il zelo mostrato alla commune tranquillità, dalla quale la
Republica mai sarebbe stata aliena, mà gl’apparecchi del Papa, & d’altri a
suo favore la necessitava a far apparecchi per la conservatione sua. Rispose il
Duca, Che mandò Marinville con buon zelo, & piacerli che sia stato gradito,
essortò alla quiete, & soggiunse, che era occupato per la riduttione delli
Stati di Lorena, fatta in quella Città, onde non poteva passar ad altri
particolari. Passò anco il Padavino complimento con il Duca di Bar, mà il
Cardinale ricercato d’audienza rispose, Che l’udirebbe in cosa, che fosse
indirizzata a terminar le controversie; mà per complimento non haveva caro
ammetterlo, per la dignità che teneva di Cardinale, & per non dar occasione
di discorsi. Spedì però il Card. Corriero à Roma, avvisando la venuta del
Padavino, & la quantità de’ danari, che portava, & le provisioni che si
facevano da diverse bande, insieme con la risposta havuta dal Verdelli: Conobbe
il Padavino i combattimenti grandi, che il Conte haveva da diverse bande per
levarlo da servir la Rep. in questo particolare.
Il
Papa haveva rivocato le instanze con altri Brevi, dolendosi, che un figlio
della casa di Lorena servisse contra la Chiesa per sustentar l’ostinatione
& ribellione de’ contumaci, massime essendo fuora d’obligo di condotta, per
esser passati li 7. anni: Gli offerì ancora di farlo Confalonier
della Chiesa di là da i monti, (titolo nuovo, & che al Pontefice non
costava niente.)
La
Gran Duchessa sua sorella gli scrisse, Che non volesse, con servir in favore
della Rep. causar una guerra dannosa in estremo a i suoi congiunti, &
pregiudiciale a tutto il Christianesmo; raccordandoli, che haveva un’anima
sola, & che doveva far ogni cosa per salvarla, & non per perderla; che
avvertisse di non mettersi tanto avanti, che non possa poi più ritirarsi; che
non voglia esser quel lui che metta un’ incendio in Italia: che sarebbe meglio
restituir tutti li danari havuti dalla Rep. che intricarsi più innanzi, Il
Card. ancora per ottener dal Pont. alcuni beneficij che pretendeva, faceva ogni
cosa per lui, instava col Padre, Che non era suo servitio esser contra il Papa;
che la Rep. non si doveva doler, perche con la nominatione delli Capitani
s’haveva dato assai riputatione alli negocij suoi; che non era da passar a cose
maggiori, mà da operarsi per l’accommodamento, come tutti gli altri Prencipi
facevano: Ancora li governatori d’Alsatia scrissero d’haver ordine di non dar
passo alle genti, (oppositione di nessun momento, perche si poteva passar per
mille altre vie.)
In
Grisoni ancora le cose passavano con confusione assai notabile: Imperoche il
Conte di Fuentes dall’un canto; & dall’altro, quelli del Contado di Tirolo
perseveravano in dar lor’ occasioni grandi di gelosie, facendo passar fama, di voler
invader la Val-Telina da tre parti; con le genti di Milano, per il lago: Con
quelle del Tirolo, per la Val del Sole; Et dal Trentino, per Bormio; & già
havevano levato le Monache fuori d’alcuni Monasteri, che sono in quei passi,
& fatto delli Monasteri, alloggiamenti di soldati; Perilche il Salice in
Venetia continuava, facendo offici; Che fosse dalla Rep. porto qualche aiuto in
effetti; affermando, Che non s’harebbe19 potuto mantener quel presidio
per conservare a loro la Val-Telina, & alla Rep. il passo, senza che le
genti li fossero pagate: Che le genti mandate in Val-Telina, erano per servitio
della Rep. & però dovevano esser pagate da quella; che bisognava anco
danari per fabricar un Contraforte a quello di Fuentes: i pericoli, & i
sospetti non erano tanto grandi, quanto erano rappresentati, mà s’amplificavano
per cavar danari della Rep. & li 1800. fanti posti in
Val-Telina sotto 12. Capitani, erano gente buona mà di fidarsi poco
di lei, essendo della Diocesi di Como, contaminati da quel Vescovo, con
scritture sparse: con tutto ciò per efficaci instanze del Salice il Senato
deliberò somministarli per pagamento di quel presidio 27000. scudi, 3000. al mese per 6. mesi, & ordinò, che glie ne fosse
dato 6000. all’hora per due mesi, li quali poi, instando
di nuovo il Salice, di maggior soccorso accrebbero sino alla somma di 10000. dicendo, Che quanto al fabbricar il Forte; non essendo fermata la
deliberazione, ne del dove ne del quando, mà che venendosi ad aperta rottura,
la Republica non mancarà di dar tutti quelli maggiori aiuti, che sarà
conveniente; & instando di nuovo il Salice per la dichiaratione della
quantità de gli aiuti; Perilche furono deputati 2. Savij del
Collegio che trattassero con esso lui, & intendessero lo stato delle cose
sul minuto, & li bisogni. Mà come spesso avviene, che li medesimi sono
spaventanti, & spaventati, il Conte di Fuentes, udita la calata de Grisoni
in Val Telina, considerò quanto era facile a loro se fossero calati grossi,
correre tutto lo stato aperto, & non ancora proveduto di gente; Perilche
mandò il Marchese di Como, scrisse al Duca Sfrondrato, & al Conte Tolomeo
Gallio, che stassero in ordine per ogni accidente, fece descriver le genti del
paese in numero di circa 7000. inermi, & da poco, a’ quali prepose il
Governator di Lodi, con disgusto del Marchese, Duca & Conte, & de
gl’altri titolati del paese, mandò tamburi, & bandiere per disciplinarli,
con stupor di tutti, (come contra il solito desse arme in mano a’ paesani
confinanti, che hanno parenti dall’altra parte, & non sono intieramente
sodisfatti de gli Spagnuoli) Pensò il Conte di Fuentes di metter qualche
divisione tra li Grisoni sotto pretesto di Religione, invitando i Catolici di
loro, & promettendo di farli condurr’ alli soldi del Papa, cosa che fece
contrario effetto, perche di ciò i Grisoni s’insospettirono: fece anco andar a
Milano il Predicante di Bargaglia, Evangelico con concessione del Borromeo, per
trattar anco con quell’altra parte, essendoli promesso da alcuni Grisoni
Gianizzeri, che havrebbe ottenuto levata: perilche era levata qualche
seditione, onde nel Pitac ridotto in fine di Febraro mettevano difficoltà alla
levata, & al passo per la Rep. mà arrivata la nuova delli danari concessi
il Consiglio secreto ringratiò & il Pitac tutto, etiandio i contrari
consentirono la levata, & il passo per le genti. Non cessava però il
Vescovo di Coira, (dovunque trovava Catolici) di far officio per coperta, che
non dovevano andar contra la Chiesa, & abbandonar la Patria, & fece
mutare quelli di Longatissa, & di Visilis, che erano per la maggior parte
Catolici, ne gli amici della Rep. si opponevano, come dovevano, sperando poter
per li tumulti maggiori, cavar somma maggiore di danari, onde nacquero nuovi
tumulti, quali il Vincenti Secretario della Rep. acquetò, fatti alcuni donativi
al Pitac, che si fece in principio di Marzo. Non per questo cessava il Vescovo
di continuar i mali offici contra la Rep. così nelle Prediche, come in
qualunque altra occasione; onde di nuovo si eccitò tumulto in alcuni Cantoni
Catolici, quali fomentavano il presidio di Val-Telina, a mandar’ in dietro li
danari ricevuti, con speranza, che dicendo volerne 20000. al mese, gli havrebbono havuti; perilche il presidio mandò a dir alli capi
delle Leghe, Che non concedessero ne passo ne levata a’ Venetiani, se non
crescevano li stipendij, poi che per causa loro nasceva ogni disordine: che il
Conte di Fuentes non si moverebbe, quando fosse certificato, che non fosse
concesso passo a gente di là da Monti per venir in Italia; Mandarono anco
soldati per li comuni a far officio, che inarborassero le bandiere, & si
riducessero insieme per impedir il passo, & a questi si unirono li
Spagnuolanti, che collo sparger danari fomentavano la seditione: & fecero
protesto alli capi delle Leghe, di chiamar li communi a loro spese, quando non
fermassero le levate; perilche essi mandarono a dir alli Capitani eletti per
Venetia, che non levassero le bandiere, & che non si movessero; di che li
Capitani fecero querimonia col Vincenti per le spese fatte in caparre, &
spese cibarie. Mà il Vincenti, al quale erano già arrivati i danari per la
levata, mandatili da Venetia, con haverli dato un poco di parte, li quietò.
Incominciavano le bandiere à ridursi, & la prima fù quella di Coutenalt
delle dieci dritture, che con circa 200. huomini si
presentò a Coira dove non volendo quelli della Città ammetterli dentro, si
fermò di fuori, aspettando altri, perilche anco il Vincenti, che stava fuori
della Città così consigliato, si ritirò dentro. Cresceva ogni giorno la
commotione, giungendo altre insegne, onde cresciuti al numero di 800. fecero
instanza di entrare nella Città, il che per minor male lor’ fù concesso, stando
però la Città con buone guardie.
Li
Predicanti facevano ogni buon’ officio, misti tra li sollevati, mà il Vescovo
di Coira, & gli Spagnuolanti operavano in contrario. Li Ministri del Rè di
Francia, & della Rep. mandarono danari sopra li communi, per moverli contra
questi sollevati, cercando anco di quietar li Capi de’ sollevati con danari, mà
la rabbia della commotione era così grande, che niente riusci. Si mantenevano
ancora senza seditione quelli di Agnedina, & di Poschiavo, li quali
bastavano per tener il passo aperto. Quelli di Val-Telina pentiti, ridussero a
star in fede, & fù dato principio a lavorar una trincera, assistendovi il
Capitan Du Long Francese, & un Ingegnero del Conte Francesco Martinengo. Fù
chiamato a 24. di Marzo un Pitac in Coira, dove il Vincenti diede
conto delle provisioni che la Rep. haveva assegnato. Il Francese anco promise
per nome del Rè, che havrebbe dati 7000. scudi al mese
per il presidio di Val-Telina, & che havrebbe fatto un forte a sue spese,
& pagato il presidio per mantenerlo, nominando però egli il Capitano, che
fosse delli loro.
Ma à
Roma capitò certo avviso, come il Rè di Francia per mezzo di Caumartin suo
Ambasciator in Dieta di Soloturno, haveva dimandato una levata di 10000. Svizzeri, con non molta sodisfattione della Natione; perche non haveva
l’Ambasciator nominatone tempo, ne luogo, ne Capitani, ne sborsato alcun
denaro, ne esplicato dove havessero20 [ a servire, ma solo con
dire, che egli doveva andar à Parigi, & che sarebbe venuto Monsieur di
Reffuge suo successore, con le cose necessarie per l’espeditione: Erano chi
pensavano, (attese queste circostenze21) Che il Christianissimo non
havesse animo di effettuare questa levata, ma solo impedire che li Spagnuoli
non potessero ottener altra: alcuni anco davano più sinistra interpretatione,
dicendo, che lo facesse, acciò gli amici non potessero haver gente senza
riconoscerla da lui; ma perche haveva anco allestito 10000. Fanti Francesi, & 4000. Cavalli,
queste cose pervenute all’orecchie del Pontefice se ben non diffidava
del Re di Francia, lo turbarono però molto, & certo e che lagrimò, perche
vedeva benissimo che queste era un’impedire che il Re di Spagna non
s’applicasse all’aiuto suo, come egli desiderava; Perilche atteso questo
accidente, & considerata l’andata del Padavino di là da’ Monti, venne in
risolutione di voler attender’ all’accommodamento onninamente, & ricercò il
Re di francia22, che non dovesse abbandonar la trattatione, & che
volesse sollecitar il Cardinale di Gioiosa. E cosa manifesta, che il Re di
Francia, subito intesa l’espeditione fatta in Spagna della persona di D.
Francesco, Venne in risolutione di mandar esso ancora uno straordinario; &
molti delli principali di quel Regno furono posti in consideratione, ma il Re
prudentissimamente, elesse la persona del Cardinale, così per le qualita
eccellenti di lui, come ancora, per esser molto grato al Pontefice et
confidente de gli altri Prencipi, che havevano mano nel negotio, et appresso
anco, per esser persona, che come Ecclesiastico, et delli primi della Corte,
poteva esser non solo mezzano alla compositione, ma anco ministro
dell’essecutione di essa, (come in fatti riuscì.) Essendo il Cardinal
inviaggio23, erano sospesi gl’animi se fosse per andar a Roma, ò à
Venetia: in Turino il Noncio Apostolico fece efficacissimo officio col Cardinal
acciò non amettesse alla sua visita l’Ambasciatore della Republica,] il
Cardinale, considerato quanto fosse poco a proposito questo, per condur’ il
negotio suo a fine, non havendo risguardo all’instanza del Noncio, ricevette
l’Ambasciator con ogni dimostratione d’honore, & fù grata al Pontefice la
venuta di questo Card. se ben non li piacque in prima faccia, che un Card.
delli primi della Corte, andasse in una Città reputata interdetta, & ad una
Rep. che egli teneva per contumace, non dimeno il desiderio dell’accordo, lo
fece contentare, anzi che vedendo non esser effettuata cosa alcuna da D.
Francesco gli fece desiderare, che il Card. aggiungesse l’opera sua. Si fermò
il Card. molti giorni alle Papozze, villaggio Ferrarese al confino del Dominio
Veneto, aspettando l’essito del negotiato di D. Francesco, & risposta del
Rè di Francia, & commissione del Pontefice.
In
questo mentre i Giesuiti in Roma, & in Spagna, mà più in Spagna facevano
solleciti officij per esser inclusi nel trattato dell’accordo, mostrando i loro
gran meriti con la Corona; la poca riputatione del Papa, se si concludeva con
esclusione di quelli; che havevano sostentato più di tutti, gli interessi del
Pont. & con minor riputatione del Rè, qual parrebbe non haver forze per ridurr’
i Venetiani a ragione, & portavano l’essempio di Demosthene, dell’accordo
frà i lupi, & le pecore, esclusi i cani riputando tutto ’l Mondo pecore,
che habbiano bisogno della loro custodia, & mandarono fuori una scrittura
sopra queste considerationi: adoperarono anco in questo il Confessore della
Regina, Socio della loro Compagnia, quale apertamente andava dicendo non solo
al Rè, mà anco a tutta la Corte, che non si poteva con buona coscienza comporre
questa controversia senza l’inclusione de’ Giesuiti; & senza obligare la
Republica alla loro restitutione.
Mà
il Card. di Gioiosa havendo finalmente ricevuto da S. Santità, instruttione
amplissima, & dal Rè nuovi ordini per Corriero espresso, à mezzo Febraro,
si trasferì a Venetia, dove presentò le sue lettere di legatione del
Christianissimo in audienza publica, & passò molte parole di complimento,
cosi per nome del Rè, come proprio, e il giorno seguente fù visitato dal
Prencipe dove si trattò con simil sorte di ragionamenti; fù honorato non solo con
dimostratione di offici, mà anco con publico alloggio, & con sontuosissime
spese publiche, le quali però egli pregò di non ricevere, mà vivere a spese
proprie; & così volle che in effetto si facesse.
Diede
principio il Card. immediate al suo negotio, esponendo che haveva commissione
dal Rè di procurare il beneficio, & la sodisfattione della Republica; &
perciò, conoscendo giovevole a lei, & a tutta la Christianità, la pace,
& la quiete, si era interposto in questo accommodamento; Perilche
desiderava che si trovasse qualche temperamento di sodisfattione al Papa, &
riputatione alla Republica; Che il Papa voleva & proponeva, che oltre
quello che si era trattato, fosse mandato un Ambasciatore alla Rep. per ricercare
dalla Santità sua, che fossero levate le Censure: Che fossero rimessi tutti li
Religiosi: etiandio li Giesuiti, Et che il Rè potesse dare la parola al Pont.
che non si userebbono le Leggi durante la trattatione a Roma: & insistendo
sopra questo più che sopra ogn’altra cosa, il Card. pregò, che si trovasse
modo, come il Rè potesse dar questa parola, & si facesse presto, & con
secretezza.
Pareva
molto strano al Senato, Che il Pont. andasse per tanti giri; con tutto ciò non
volse mai ritirarsi dalle cose una volta promesse; anzi confermò al Card.
quanto gli haveva dato intentione a Monsieur di Fresnes Ambasciatore, cio è,
Che levate le Censure si havrebbe creato l’Ambasciatore per andar à risieder
appresso il Pontefice, dal quale sarebbe anco stato trattato a Roma quello, che
occorreva circa le Religioni uscite dal Dominio: che intorno alle Leggi, si
sarebbe nell’uso di quelle, proceduto con quella moderatione, & pietà, che
è sempre stata propria della Rep. & de’ suoi maggiori: è che di questo tanto,
doveva benissimo rimaner sodisfatta la Santità del Pontefice, & la Maestà
del Rè Christianissimo. Testificò il Card. che il Rè suo Signore era
sodisfattissimo di quanto la Rep. haveva deliberato conceder al Papa in sua
gratificatione, mà non volendosi il Pont. contentare di tanto, la Maestà Sua,
per servitio della Rep. & bene della Christianità, & desiderio
della24 pace, pregava trovar qualche temperamento col quale senza
lesione della libertà & dignità della Rep. si potesse terminare il
negocio25: con tutto ciò aggiunse il Card. che non parendo a sua
Serenità di passar più innanzi, havrebbe più pensatamente ponderato quello, che
se gl’era detto, & letto, & sarebbe tornato per trattare con maggior
sodezza.
Ritornò
un’altro giorno il Card. con una instanza più particolare, & più vehemente,
ricercando, Che il Rè potesse dar la parola al Papa, che non si sarebbero usate
le Leggi durante la trattatione, procurando di persuaderlo, & diceva che il
Rè, zelante del bene della Christianità, & amico della Rep. havendo pesato
il pericolo, che porta seco la discordia di due Prencipi tanto vicini &
congiunti d’interesse, & i danni della guerra; havendo il tutto ben
ponderato, consiglia, che si trovi modo di accomodar il negotio con
riputatione, & salvezza della libertà, mentre la stagione impedisce il
maneggiar le armi, & però hà dato ordine a lui di parlar (come si debbe con
amici) chiaro & libero, mà col debito rispetto, che conviene, di non far
pregiudicio alcuno all’amico; & per tanto dirà chiaramente a Sua Serenità,
Che si come il Rè approva, che non si faccia decreto, nel qual appaia
sospensione delle Leggi, ò di essecutione di esse, ne altro, che possa
pregiudicare alla dignità, ò libertà publica; ne alcun’ altra cosa che possa
restar in scritto, o per memorie passar alli posteri; così anco considera, Che
havendo il Papa fatto le Censure in cospetto del Mondo, è necessario, che
habbia qualche apparente rispetto di poterle levare, & desiderando il Papa
una sospensione tanto abhorrita dalla Republica, la Maestà Sua essendosi
interposta, vedendo le parti tanto lontane, hà risoluto per dar segno della sua
affettione verso la Rep. di tener ferme le ragioni di non venir a decreto,
& insieme dar qualche sodisfattione al Papa, pigliando egli questa carica,
& adossando il tutto sopra di se, & dando egli al Papa la parola
dimandata, senza però che la Republica ne faccia decreto; con conditione però
dal canto del Papa, Che la parola non s’intenda mai data, se non con sicurezza,
che il Papa nell’istesso tempo levi le Censure, & con conditione del canto
della Republica, che adossandosi la Maestà sua quest’obligo, la Republica
mostri à lei questo rispetto, di non far cosa in essecutione delle Leggi, che
dia mala sodisfattione al Papa, col’ qual temperamento par’ al Rè, che si possa
terminar il negotio con sodisfattione di ambe le parti, & salva la libertà
della Republica, & con maggior sua sodisfattione.
Aggiunse
il Cardin. una lunga consideratione, Come nel principio, mezzo, & fine di
questa controversia, tutto era passato con tanta riputatione per parte della
Rep. che non si poteva aspettar di avanzare; mà ben il tempo consigliava a
considerar i pericoli, & danni che potevan succeder per l’avvenire, dal che
tutti abhorrivano, si come per contrario l’accommodamento era desiderato
dall’universale; perilche non era da rifiutar un partito per mezzo del quale si
poteva componer ogni controversia con intiera riputatione. Et dopo lui, fece
grandissime instanze Monsieur di Fresnes, dicendo, Che havendo il Rè
conosciuto, esser necessario dar questa parola al Papa, poi che egli vuol
onninamente questa sodisfattione, & convien dargliela, poi che ad instanza
del Rè è condisceso alla trattatione non si può metter questo punto in
difficoltà, mà bisogna haverlo per risoluto, ne occorre essaminar dove sia la
ragione, perche ciò non si propone per ragione, mà per dar pretesto al Papa di
potersi con qualche riputatione ritirare, & però vedendo il Papa risoluto a
voler questa parola, & giudicando, che il Senato non debba far decreto, è
necessario trovar modo di darla, perche (parlando liberamente) chi vuol
considerar litteralmente il decreto del Senato letto a loro descritto, dove si
dice, Che nell’uso delle Leggi non si partirà dalla solità pietà, &c. si
vede chiaro, che la Rep. si riserva l’Uso, & il Papa non vuol che si usino,
mà vuol che restino con la parola del Rè, come legate è necessario dichiararsi:
& se il Senato hà intentione, che queste parole bastino per intendere, che
le Leggi non si useranno, mà si adoperi quella parola Nell’uso; acciò
non apparisca in scritto, che si riedi26 all’essecutione, è necessario,
almeno accennarlo, acciò il Cardinale possa valersi, di questa espositione, che
tanto basterà a lui, che si li sia detto, ò fatto almeno qualche cenno, da che
lo possa comprendere: perche dovendo il Rè dar la parola in scritto, è
necessario che sia certo, che sarà aggradita dalla Rep. & non habbia
occasione di pentirsi d’haverla data, ne di restar disgustato, essendo ben
molto, che il Rè faccia contentar il Papa di questa falsa moneta, dovendo
servir questa parola, per sola cerimonia: perche dice S.M. che consistendo le
Leggi In non faciendo, hanno apunto la sua essecutione, mentre la cosa
stà in sospeso; dovendo operare il Rè, che anco dalla parte del Papa, &
degli Ecclesiastici non si faccia alcuna cosa in contrario; & havrebbe
potuto il Rè dar questa parola senza dir altro, essendo sicuro, Che quando
dalla parte Ecclesiastica non fosse fatto tentativo alcuno, non sarebbe occorso
alli Ministri della Rep. far cosa alcuna in essecutione delle Leggi: onde, si
come da una parte non sarebbono esseguite, così dall’altra non havrebbono
occasione di rimaner interrotte: Et pur’ (replicò ancora l’Ambasciatore) Che
se ben il Re può dar questa parola senza placito della Republica, perche li
basta assicurarsi col Pontefice, che nessun Ecclesiastico dia occasione di
esseguirle contra volontà di sua Santità, ne di interromperle contra la volontà
della Republica con tutto ciò era necessario, che dal Senato fosse dato qualche
risposta: Aggiunse ancora l’Ambasciator, Che havendo inteso gli Spagnuoli
procurar d’haver l’istessa parola, mà più aperta & esplicata, il Cardin. hà
voluto far la sua proposta così temperata, non credendo esser servitio della
Rep. restar obligata per la parola di due Rè, massime, che gli Spagnuoli non si
contentarebbono della moderata dolcezza; della quale si contenta il suo Rè: Et
fece instanza, Che al meno con qualche cenno fosse risoluto, perche non vedeva,
che altro restasse, perche non metteva nessuna difficoltà nella restituzione
de’ Giesuiti, poi che ne meno il Rè vi mette difficoltà alcuna essendo cosa
ordinaria ne gli accomodamenti, che li fautori dell’una parte, & dell’altra
tornino alle case loro, & massime che il Papa con sua riputatione non potrà
consentire, che questi usciti per obedienza sua restino esclusi; ne si può
pensar di superar questa difficoltà, massime havendo da fare con la testa del
Papa dura, & non essendo causa particolare, per quale si possa negarli
questa sodisfattione: che egli hà voluto passar a questo, che era taciuto dal
Card. per modestia, acciò sopra di questo non nascesse qualche oppositione alla
conclusione del negotio.
Rispose
il Senato al Card. Che il bando de’ Giesuiti era decretato per cause così
importanti, & con tanta strettezza di decreto, che per le Leggi della Rep.
non si poteva rivocare; ne, quando ne gli accommodamenti vengono ritornati, da
una parte & dall’altra, i fautori, s’intendono quelli, che hanno fatto tal
offese, per le quali sarebbono scacciati anco fuori delle occasioni di
controversia: & quanto alla riputatione del Papa, Che ritornino li partiti
per sua obedienza, quella è ben redintegrata assai, col ritorno de gl’altri,
che non hanno colpa più particolare: Nel rimanente disse il Senato, Che non
poteva se non lodar la buona volontà del Rè, & del Cardinale, &
ringratiar ambidue delli buoni ricordi, ma in materia di dar alcuna parola
sopra l’essecutione delle Leggi, non può il Senato dirli altro, se non
replicarli quello, che tante volte hà detto, Che nell’uso di esse, non si
partirà dall’antica sua pietà, & Religione; & che tanto può bastare a
ciascuno in questo proposito, aggiungendo che questo istesso si communicherà a
D. Francesco.
Il
Cardinale havrebbe ben desiderato di ottener più, & d’haver risposta più
conforme alla sua propositione; non dimeno perche era venuto con risolutione
del Pontefice, di volersi in ogni modo accommodare, mà con maggior vantaggio
che fosse possibile, disse, che quantunque havrebbe voluto udir dal Senato
risposta più conforme alla sua dimanda, (& però non hà grand’occasione di
ringratiare della ricevuta) tutta via volendo il Rè, che si cammini a fine, con
sodisfattione della Repub. se ne contenta, supplicando, che di questa risposta
non sia dato parte alcuna, mà resti secreta, imperoche il negotio potrebbe
essere sturbato da qualche spirito nemico del ben commune, & la sola
secretezza la può tirar al fine.
Disse
il Prencipe, che non si poteva restar di non risponder agli offici di D.
Francesco, al quale, (portando innanzi simili, & equivalenti) era
necessario dar l’istessa risposta, tanto più, quanto mostra ottima intentione,
però si farà castigatamente, & con ogni cautela, che la secretezza resti:
Et questo non deve mover li ministri del Rè Christianissimo, poi che già è
molto ben noto a tutti, che ogni cosa si fà in sua gratificatione, & che
tutto quello che seguirà di bene si dovrà ascriver a lui: Et il Cardinale
confessò buona intentione in D. Francesco, affermando, che direbbe il medesimo
ad ogn’uno, mà però non credeva, che egli havesse dal suo Rè il potere in
questo negotio, quale havevano li Ministri del Christianissimo, perche il
termine, che dissegnavano usare col Pont. è pensiero di S.M. sola, nel quale,
quando altri vi havesse parte, anderebbe volontieri unito con loro, mà non
sapendo se altri habbiano l’istessa facoltà, giudica la secretezza necessaria,
dovendosi proceder con desterità, & non dir tutto in una volta, mà valersi
di quello che torna commodo per effettuar il negotio.
Restò
fermo il Senato nella deliberatione di communicar il tutto a D. Francesco, così
perche egli haveva fatto equivalente propositione, come anco perche all’arrivo
del Cardinale, era stato a visitarlo, & haveva offerto di unirsi con lui,
essendo ciò, mente & del Papa, & del Rè Catolico, & della
Republica, & era passato sino a dire al Cardinale, che militerà sotto le
sue insegne; a che havendo il Cardin. risposto, Di non poterli dir altro;
perche aspettava certa risposta dalla Rep. restò maravigliato D. Francesco, che
il Card. mettesse difficoltà a questa unione; & fece più volte instanza nel
Collegio, che li fosse dichiarato, che risposta era quella, che il Cardinale
aspettava: & se bene dal Senato gli era communicato ogni cosa, & egli
ne era certificato; comprendeva benissimo, non era più per farsi; & per
tanto, esso ancora separatamente faceva instanza, Che per far honor al suo Rè,
& a lui stesso, si concedesse loro qualche cosa di più, non pregiudiciale,
atteso che quantunque il fatto sin qui, fosse molto, tutta via non bastava: mà
quando si concedesse una sospensione delle Leggi, per qualche mese, si come hà
proposto, tutto resterebbe accommodato, facendosi non dimeno presto, acciò le
armi, che sono in pronto, non partorissero qualche scadalo. Mà quando li fù
communicata questa ultima risposta data al Cardinale, disse, Che l’havrebbe
desiderata più chiara; mà se ben le parole non esprimono quanto vorrebbe, tutta
via pareva a lui inferire, che il Rè potesse dar la parola, che mentre si
tratta non si useranno le Leggi, & che così egli intende; ma perche vuol caminar
saldamente con sincerità, raccorda, che quando si lasciò intendere, che il Papa
havrebbe levate le Censure, & ultimato il negotio, purche havesse la parola
del Rè, che fra tanto non si userebbono le Leggi, ciò disse, supponendo la
parola chiara, & senza velame, però se ben crede, che voglia dir così,
vorrebbe non dimeno la risposta più chiara; & se bene se ne contenta, poi
che presuppone, che il Cardinale se ne sia contentato; non vuol però impegnar
la sua porola in cosa incerta, della quale sà, che il Papa sin’ hora non si
sodisfa: mà rapresenterà lo stato del negotio, & vedrà quello che sarà
detto dal Pontefice; s’imagina, che il Card. se ne sia contentato, per havergli
egli stesso detto, che hà portato un pensiero del suo Rè, sopra il quale aspettava
dalla Rep. la risposta, & non li deve esser discaro, se il Cardinale può
far miglior mercato, & prezzo; soggiunse, Che se ben li dispiaceva la
dilatione, la qual era causata da non parlar chiaro & che farà per
necessità il negotio lungo; replicando molte volte, che quantunque desiderasse
maggior chiarezza, egli però intendeva, che in virtù di quella risposta,
potesse dar la parola, in fine concludendo, che riceverà il tacer per
confessione.
A
questo ultimo punto rispose il Prencipe, Che il Senato parlava molto chiaro, si
che ogn’uno poteva intenderlo, senza bisogno di esposizione, ò congietture; Che
n’intendeva27 in modo alcuno di cessare dall’uso delle sue Leggi,
statuite con equità, & autorità legitima; mà bene, che prometteva usarle
con la medesima equità, & moderatione, che era solita, & che conveniva
all’antica pietà, & Religione della Republica.
Le
trattationi erano tanto innanzi, che davano quasi ferma speranza dell’accordo,
se in contrario il sollecito armarsi del Conte di Fuentes, & li molti nelli
Grisoni, che non solo seguivano, mà si aumentavano ancora, non havessero fatto
tener per fermo, che li Spagnuoli volessero la guerra, mà trattenessero con
trattationi di concordia, perche li Spagnuolanti continuavano all’eccitar mali
humori, & procurar di far nascer sollevationi con falsi avvisi (che possono
assai col popolo basso) parte con donativi che vincono li non soggietti a
gl’inganni. Conobbero in Spagna il pericolo che portava la fama corrente,
perilche in quel tempo apunto, che il Rè concesse al Conte di Fuentes
l’estrattione di 10000. moschetti, li scrisse insieme, Che vedendo il
pericolo della guerra per le dissensioni tra il Pont. & la Rep. per
divertirla, s’era dichiarato col Papa, per acquistar merito appresso lui, &
farlo condiscender ad accettar i partiti, che recusava; Et per venirne a fine
haveva mandato D. Francesco a Venetia, dove trovando maggior durezze, che non
havrebbe creduto; gli ordinò di unir gl’offici suoi con quelli de gl’altri
Prencipi: Mà crescendo le difficoltà, haveva voluto anco tentar l’ultimo mezzo,
che era di mostrarsi interessato con la Chiesa, per levar alla Rep. le
speranze, fondate sopra la debolezza del Papa: mà perche questo era
sinistramente interpretato da’ mal intentionati, haveva risoluto di publicar
questa sua deliberatione, facendo intender alli suoi Ministri, che non si
valessero di opportunità alcuna per incominciar a fomentar la guerra.
Nelli
Grisoni erano li sollevati al numero di 2000. fra’ quali era artificiosamente
stata sparsa fama, Che la Republica di Venetia haveva comprato il passo per
80000. scudi, & per tanto volevano investigar per qual mano erano andati li
danari: per la qual cosa, il Residente non tenendosi più sicuro in Coira, pensò
di ritirarsi a Tosana. Mà li sollevati, senza nissun rispetto, in numero di
200. andarono alla casa sua, & lo fermarono, dicendo, Che non era tempo di
partire, mà di dar conto, chi haveva havuto li danari spesi dalla Signoria di
Venetia, passarono ad insolentissime parole: Perilche il Residente fù sforzato
a ritirarsi. Fece querimonia di questo affronto col Consiglio, instando che
fossero castigati: mà nel Consiglio non vi era ne forze ne virtù, essendo
assenti tutti li principali, & gl’huomini di valore, parte ritirati per li
strepiti; alcuni ancora si ritrovavano in Valtelina; & altri in
Ambasciarie, offerirono però quei del Consiglio al Residente, guardia per
ritirarsi à Tosana, con quale essendo egli in viaggio, fù assaltato da una
moltitudine, alla quale convenne cedere, & tornar a casa, dove era custodito
come prigione, che non poteva ne scriver ne ricever lettere: in questo però
procederono meno barbaramente, che li diedero 4.
Gentil’huomini, che li tenessero compagnia; Si eccitò una certa voce, che i
Lorenesi havevano levate le insegne, & dicevano volersi aprir il passo per
forza, se non per volontà: onde si rinnovò la sollevatione, & andò la
moltitudine alla casa del Residente con tanta furia, che con difficoltà egli fù
difeso dalle guardie: perseveravano gli Spagnuolanti, se ben falliti, a sparger
danari, & facevano metter in arme i loro adherenti, con tutto ciò non
poterono tanto fare, che la moltitudine non fosse eccitata dalli migliori,
& persuasa ad aspettar la riduttione di tutte le bandiere, & frà tanto,
a lasciar libero il Residente Veneto, con promessa, che egli havrebbe aspettato
la riduttione: onde lo lasciarono libero il settimo giorno, dopo che fù
violentato: & subito li successe nuovo incontro, Perche li soldati, che già
erano levati per andar al servitio della Republica, citarono i Capitani, &
li fecero condannar a dar lor una paga: perilche fù necessitato il Residente,
per non abandonar i Capitani, dar lor 2000. scudi, con che quietarono la
seditione, & in questo mentre le bandiere s’andarono riducendo.
In
Spagna, vedendo, che il negotiato di D. Francesco non proffittava come
desideravano, & facendo il Duca di Savoia continue instanze al Rè, Che
aggradisse la sua andata a Venetia, si risolsero di contentarsi, se ben
l’havevano più per soldato, che per istromento di Pace, pensando anco, che era
cosa ardua negarli una tal petitione: Risposero però ambiguamente, Che S.M.
credeva, che egli non fosse più per trattare conforme all’intentione di Spagna,
anzi, che pensasse più ad esser adoperato in guerra da una delle parti, che a
comporle insieme: Et perche si cominciò à sospettare, che il Pontefice, fondato
sopra li aiuti di Spagna, stasse duro più del conveniente a ricever la
concordia, il Rè, facendo dar conto al Noncio, che per esser più espedito in
Italia, haveva ordinato a tutti li Capi da guerra, ridotti a casa per riposare,
che dovessero ridursi con quanta più gente si poteva, alli confini di Francia,
& scritto alli Vicerè di Barcellona, & Navarra, che mettessero quanta
gente potevano nelle fortezze di frontiera: Soggionsero però, Che sarebbe officio
del Pont. divertir questi romori, & pericoli, col sopportar qualche cosa ne
i suoi figliuoli, se ben a lui, paresse diffetto: Et pochi giorni dopo, con
altra occasione li dissero ancora, Che il Rè serve più la Sede Apostolica, con
reprimere gl’Heretici di Fiandra, che con fomentar le torbolenze d’Italia,
& che quanto più il Papa sarà aiutato da Spagna, tanto più i Venetiani si
restringeranno con li nemici della Fede Catolica: laonde sarebbe buon
consiglio, che il Pont. per bene universale, serrasse gl’occhi a qualche
ragione particolare: Et infine per parlarli più chiaro li dissero, Che non
conveniva ad un Padre di tutta la Christianità, fondar una guerra così cruda,
& dannosa al popolo Christiano sopra un Rè tanto pio; & che la sua
Santità abbassava la dignità Apostolica, volendo con mezzi humani sostentar
l’autorità data da Dio: li fecero anco mentione, Che conveniva ricompensar il
Rè con qualche cosa per la dichiaratione fatta, poi che si era tirato addosso
molti nemici, (accennando le decime del regno di Napoli, overo la remissione
del feudo,) Certo è che il Papa havendo questi avvisi, si tenne turbato,
vedendo che lontano dal bisogno, non mancavano Offerte; & al tempo
dell’effetto, Ritirate.
Mà
in Lorena, il Conte di Vaudemont, si era messo al letto amalato, della qual
infirmità alcuni ascrivono la causa ad una ferita, che già un’anno hebbe nel
capo con effusione di molto sangue, essendo alla caccia del cervo: altri al
travaglio, che riceveva per li combatimenti che gl’erano da tanti canti, fatti;
& d’Italia continuavano gl’avvisi, che il negotio fosse per accommodarsi.
Il Montaguto Residente in Venetia per il Gran Duca, scrisse al Duca di Lorena,
che il Card. di Gioiosa, & l’Ambasciator Fresnes l’havevano assicurato che
l’accordo sarebbe seguito certamente, mà che tenessero il tutto secreto perche
non piacendo a tutti, vi era pericolo, che risaputo, non fosse turbato. Il Duca
visitò Vaudemont, & con quell’avviso lo consolò, promettendo, che havrebbe
fatto partir Padavino contento perilche anco lo chiamò, & scusatosi prima
di haver differito tanto a trattar con lui, per causa della dieta, passò a
dirli, che di Roma & di Francia era certificato dell’accommodamento; &
anco le le provisioni à Milano, & à Roma si rallentavano, & che però cessava
l’occasione della levata, & se ben egli haveva ordine di sollecitare;
essendo le cose in termini differenti, doveva sopraseder sino a nuovo ordine;
che la volontà sua era ottima, ne differiva a moversi, se non per risparmio del
danaro: che rappresentasse a Venetia questo suo officio, & il consiglio che
dava con candore di animo. Il Padavino lo ringratiò, & li considerò
insieme, Che le voci di Pace spesso disseminate, erano sempre riuscite vane:
che il Papa all’hora più se allontana, quanto più par vicino: al quale le sodisfattioni
date dalla Re. in luogo di acquetarlo, l’hanno fatto sempre desiderar più: Che
havendo il Papa publicato in Concistoro l’ultima sua deliberatione alla guerra,
gloriandosi d’adherentia de’ Prencipi, & dichiarando Legato hà fatto
risolvere la Repub. d’armarsi per quiete commune: Che la prontezza mostrata dal
Conte, in voler servire haveva messo il Senato a mandar lui in Lorena: Che
nessun sapeva meglio, che la Rep. stessa, il suo bisogno, & che il Duca lo
doveva credere, sapendo, che il Senato non si conduceva a spendere senza
necessità: Perilche non era a proposito scriver cosa alcuna a Venetia, che
differisse la levata, mà si bene dar ordini risoluti, per poter scrivere, che
le genti marciavano. Il Duca replicò, Che della pace parlava con fondamento
& che desiderava questa sodisfattione; Che scrivesse secondo il suo
consiglio, poi che anco l’indispositione di Vaudemont l’impediva
dall’adoperarsi per qualche giorni. Assentì il Padavino a scriver per corriero
espresso, sperando, che frà tanto, che veniva la risposta, Vaudemont risanato
dopo venuta, attenderebbe alla levata; a che il Duca non rispose, & con
tutto che più volte, ancora interrogativamente, facesse instanza d’haver
risposta, se Vaudemont vi havrebbe atteso, & se il Duca l’havrebbe coadgiuvato,
non potè mai cavar risposta alcuna. Il Conte mandò a veder se il Padavino era
sodisfatto del Duca; Al qual rispose, Che attendesse a guarire, che a Venetia
si faceva oratione per lui, dove haveva scritto, assicurando la Republica del
suo servitio: Si consolò Vaudemont; Et il Duca ringratiò il Padavino, dicendo,
Che havrebbe riconosciuto la vita del figlio, da lui.
Arrivò
in questo tempo a Nansì il Crivelli Camerier’ del Duca di Baviera, portando un
Breve del Papa, & rinovando le istanze, Che il Conte si levasse dal
servitio della Republica, Hebbe audienza da tutti separatamente, con sua
sodisfattione. Il Conte, non lo ammesse, scusando l’indispositione; mà dopo
qualche di, importunato, con conditione: che parlasse poco; si contentasse di
breve risposta & non facesse replica. Andò & cercò di rimover il Conte
con ragioni di Religione, & di Stato; al qual il Conte rispose, Che stimava
l’honor suo, il qual era congiunto con la Religione, & non si potevano
separare; il Padavino incontrò questo Crivelli in Chiesa, il quale gl’usò
cortesi parole, dicendo, Che il suo Duca desiderava la quiete, & per questo
haveva fatto far orationi, & determinava anco far alcuni peregrinaggi,
& che sperava dovesse seguir la pace, perche li Spagnuoli la volevano in ogni
modo, per le cose di Fiandra, & per l’elettione del Rè de’ Romani.
Mentre che il Padavino aspetta la risposta da
Venetia, arrivò Monsieur de Bassompierre, per abboccarsi col Padavino, per
passar poi al servitio della Rè, si come haveva promesso all’Ambasciator Priuli
in Francia, & portò ambasciata al Conte, che licentiandosi dal Re, la
Maestà sua li commise di dirli per suo nome, che non solo non poteva salvar la
sua riputatione mancando alla Republica, mà ne meno trovare pretesto apparente
di scusarsi in parte. Li portò anco avviso, che il Duca di Guisa si offeriva
per suo Luogotenente, & che gran quantità di soldati si mettevano in punto
per passar con lui, lasciandosi intender il Rè di dar licentia a tutti, eccetto
a’ suoi Officiali. Hebbe appresso il Conte, persona espressa mandatagli dal
Canton di Sciafusa, il qual gli offerì levata, & ogn’altra commodità. Tornò
anco Marinville da Fiorenza portando certa speranza dell’accommodamento, la
qual ancora si accrebbe per un Corriero arrivato al Duca in diligentia, con
avviso, Che Gioiosa doveva partir da Venetia, ricevuta ogni sodisfattione per
il Papa. Mà giunto il Corriero da Venetia con la risposta, fece il Padavino
doglianza per nome della Republica, col Conte, che li soldati non fossero in
ordine come egli haveva promesso, & lo ricercò, che supplisse con
altretanta celerità, per medicar il mancamento passato. Il Conte restò
attonito, & rispose, Che havrebbe fatto il suo debito, se il Padre
l’havesse concesso, col quale bisognava parlare: Rispose il Padavino, Che
l’havrebbe fatto, & ne teneva ordine, però haveva fatto capo con lui che
era il principale, tratterrebbe il Corriero un giorno o due, per poter
rispondere assolutamente, & non complimenti o scuse, mà effetti. Si
congregarono il Padre & tutti i figli al consiglio, sopra la risposta che
dovevano dare. Il Cardinale fù il primo a dire, Che la Casa loro era sempre
stata divota della Chiesa, contra la quale nissuno de’ suoi, portò mai arme; ne adesso si doveva
far diversamente, adossandosi macchia, & odio universale de’ Catolici;
oltre il pericolo di Censure, da’ quali bisognava guardarsi, tenendo avanti
gl’occhi li travagli havuti dal Duca di Bar, per il matrimonio che contrasse
con la sorella del Rè: Essaggerò queste ragioni; & concluse, che dovesse
esser data negativa aperta al Padavino, perche questa causerebbe la Pace;
atteso che la Republica spogliata di questo ajuto, si humilierebbe al Papa. Il
Duca di Bar assentì alle cose dette dal Cardinale, aggiungendovi, Che conveniva
trovar temperamento col quale si salvasse la riputatione del Conte. Il Conte
portò dall’un canto quello che li veniva riferito da parte del Rè di Francia,
& degli altri che l’ammonivano dell’obligo suo; & dall’altro, quello
che veniva scritto di Toscana, concludendo, che si guardasse bene, che cosa lui
era tenuto di fare, perche doveva anteporre l’obligatione sua ad ogn’altro
rispetto. Il Padre disse sentir grandissima passione: perche la ragion di
Religione, & di Stato non permetteva che li suoi s’armassero contra la
Chiesa, & massime quando altri Prencipi Catolici non facessero l’istesso:
oltre che la guerra d’Italia sarebbe stata ruina del Christianissimo: &
dall’altro canto, desiderava dar qualche sodisfattione alla Republica. Con
tutto ciò anteponeva le ragioni di casa sua a tutte le altre: Perilche
risolveva in se stesso, quando non potesse sodisfar in parole, lasciar incorrer
ogn’altra cosa, prima che consentire a questa levata. Perilche, quando il
Padavino andò all’audienza, che il Duca li diede, presente il figlio Duca di
Bar, esponendo, Che a Venetia, se bene era stata ricevuto a maraviglia grande,
che le genti non fossero in pronto, così si credeva per certo, esser
redintegrati con altretanta diligenza. Rispose il Duca, Che teneva la pace per
conclusa, la onde non era bisogno far altro moto: che la Republica accommoderà
il Negotio, & le Censure caderanno sopra casa sua: però non si vogli senza
frutto addossargli travaglio: perche quanto più desidera in ogni occorrenza
gratificar la Republica, tanto più si duole di non poter permettere che i suoi
figli servano contro la Chiesa; nel resto sarà sempre pronto & esso, &
tutti li figli per adoperarsi in servitio della Republica, con tutte le forze
loro. Il Padavino, sentendo una negativa così chiara, giudicò necessario parlar
apertamente, & disse, Che le voci di pace erano senza fondamento; che se
fossero vere, egli non havrebbe ordini frequenti & iterati per sollecitare,
& quando bene la pace havesse a seguire negando il Conte il debito servitio,
la difficoltarebbe; Perche il Papa starebbe sul’ duro; Che la Rep. non
premerebbe la levata se non conoscesse il suo bisogno; Che chi si mette al
servitio d’un Prencipe, deve ubidir, & non voler esser giudice, se quello,
che egli commanda sia necessario, & opportuno, overo altrimenti; Che il
temer di Censure è vanità, perche si sapeva benissimo, Che il Papa conosceva
l’error fatto, & non ne farebbe un’altro; & se la scommunica valesse in
tutti i casi, i Prencipi sarebbono spediti; Che non bisogna presupponer infallibilità
ne i Papi, poi che Dio ne permette de’ cattivi per castigo del mondo; Che
l’obligo di Vaudemont, con l’assenso del Duca, è contrario nel tempo delle
contese, onde chi non hebbe timor del promettere, non deve haverlo
dell’attenere. Soggiunse, Che havendo il Duca, dimandato termine tanto, che si
scrivesse, & ricevesse risposta non sapeva vedere, come adesso si passasse
ad una negativa, senza mancamento di parola. Rispose il Duca, Che teneva la
pace per sicura, & d’hora in hora ne aspettava la Conclusione: & dopo
due hore di audienza, dove passarono molte risposte, & repliche dall’una
parte & dall’altra, restando sempre il Duca nel metter innanzi la sua
aspettatione, passò il Padavino a dirli, che se la loro risposta era risoluta
lo dicessero, che si partirebbe immediate per procurare altrove il servitio del
suo Prencipe, che non può trovar da quelli, che sono debitori; lo pregò il Duca
di aspettar tre, ò quattro giorni; Il dì seguente andò il Padavino all’audienza
del Conte, quale a prima vista li disse, Che desiderava più tosto esser trovato
morto, che in quello stato, dove non havrebbe creduto arrivar mai; che non può
dissimular il suo ramarico, perche dall’un canto vede il suo obligo,
dall’altro, la volontà del Padre, al quale non ardisce contravenire: Che li
brevi del Papa, & li offici diversi, massime de’ Giesuiti, havevano
impresso nel Duca scropoli, che non si poteva levarli, essendo vecchio, &
soggietto ad esser impresso da quei timori; Che conosceva la giusta causa di
dolersi nella Republica, per il danaro ricevuto, & per il mancamento nel
bisogno: mà protestava che la colpa non era sua, & pregava il Padavino a
compatirlo, & parlò con tanto affetto, che li uscirono le lagrime. Il
Padavino lo consolò dicendo, Che nell’avversità bisognava usar prudenza; &
esser da dolersi, che il Papa mercantasse la sua riputatione per mezzo di suo
Padre: & replicò l’istesse cose dette al Duca con maggior forza, &
confidenza, essortando a far nuovo tentativo col Padre per levar l’ostacolo,
acciò non passasse, à notitia de gl’huomini un’attione, che potesse deturpar il
suo honore. Promise il Conte, di operar efficacemente col Padre, mà
raccordando, che per gli anni era debole di corpo, & di spirito, &
oppresso dalle soggestioni di diversi. Vide il Padavino, Che tutti erano
artificij; & aspettati li 4. giorni dimandò audientia per licentiarsi, la
qual andavano protrahendo per valersi del tempo, mà ridotti in necessità,
propose partito il Conte, di far la levata, con promessa, che le genti non
servirebbono contro il Papa, (& questo per levar lo scropolo al Duca)
dovendo poi, quando i soldati fossero in Italia, ubidire alli commandamenti
della Republica, senza riservatione, la qual conditione il Padavino non
ricevette per non violar la capitulatione di servir contra quoscunque28.
Perilche il Padavino era risoluto di passar’ ne’ Svizzeri subito che
havesse havuto avviso del luogo, dove doveva convenir con li deputati delli
Cantoni.
Non
tralasciava il Pont. cosa alcuna, che li paresse poter sostentar la sua dignità
in queste occasioni; perilche havendo dalle scritture Venete compreso esser in
Genova una Legge antica conforme in tutto alla Venetiana, Che prohibisce agli
Ecclesiastici acquistare, fece instanza che l’annulassero, al che quella Rep.
fù pronta per far cosa cosa grata a sua Santità, e per mostrare che fosse stata
spontanea la rivocatione de’ loro Editti fatta l’anno precedente, di che gia si
è detto, & credendo anco con questo, di aggravare la causa della Rep.
Veneta: Et ad instanza dell’istesso Pontefice, fecero dar conto in Spagna per
il loro Ambasciator della rivocatione, la qual cosa fù ricevuta in quella
Corte, per quella affettatione, che manifestamente appariva, mostrando di voler
dar essempio, non a Venetia solamente, mà anco a Portogallo, & Aragona; il che
era volerlo dare anco al Rè.
Il
Duca di Savoia fece dir al Rè, per Giacomo Antonio dalla Torre, Ambasciator suo
straordinario, andato pochi giorni prima in Spagna, per dar conto della
conclusione del matrimonio della figlia nel29 Prencipe di Mantova, che
l’A.S. haveva accettato le commissioni dall’Imperatore per interporsi tra il
Pontefice, & la Republica di
Venetia. A che rispose il Rè con parole generali: Mà il Duca di Lerma lo lodò,
Che ubidisse à l’Imperatore, & aggiunse, Che il Rè sentiva tanto gusto, che
le differenze s’accommodassero, che pregava Dio, che desse al Duca buona
ventura, in maniera che per mano sua riuscisse così buon’ effetto. Il Duca,
senza più aspettar, publicò il suo viaggio, & diede ordine alla sua Corte,
che mettessero in punto. Perilche in Venetia si udiva di giorno in giorno
crescer la fama della venuta sua per interessarsi nel presente Negotio; &
in questi giorni S.A. mandò Gio Battista Solaro, con lettere sue di credenza,
delli 27. Febraro, a dar conto al Senato, come l’Imperatore
haveva mandato a Turino il Marchese di Castiglione acciò sollecitasse sua A. a
passar in Venetia, per accommodare le controversie: a che volendo attendere,
così per ubidir a l’Imperatore, come per servir la Republica, haveva
determinato non differir niente, mà mettersi immediate in camino, credendo, che
la Rep. sarà per aggradire la sua venuta, & la sua opera, & haveva
mandato il suo Ambasciatore acciò facesse certa la Rep. della sua buona
volontà, & della diligenza, che era per usare. Fù data audienza
all’Ambasciatore alli 11. Marzo, & risposta cortese, Che il Senato
havrebbe aggradito la venuta di S.A. Per questa causa il Cardinale deliberò
mandar un suo gentilhuomo à Roma per portar al Pont. le cose deliberate, &
procurare per mezzo di Alincourt la conclusione del Negotio; & mentre lo
spediva mutò pensiero, & risolse andar esso medesimo in persona, &
partì il giorno seguente che fù alli 17.
Partito
il Cardinale, capitò in Venetia il Marchese Castiglione Ambasciator Cesareo al
Pontefice: & senza voler ricever incontro publico, si presentò al Prencipe,
Dove, ramemorati gl’offici fatti da lui in Roma nel principio delli romori,
acciò il Papa sospendesse il suo Monitorio, se ben non hebbe effetto per la
cattiva dispositione delle cose, aggiunse haver fatto sempre l’istesso alla
Corte Cesarea; onde l’Imperator’ acceso di desiderio di veder accommodare le
differenze, per ciò haveva destinato il Duca di Savoia, per effettuare questa
buon’ opera, al quale haveva voluto aggiungere la sua persona come effettuosissima
alla Republica, così per li rispetti suoi propri, come di tutta la sua casa, Et
non potendesi il Duca metter in camino così subito per la molto compagnia
apparecchiata a seguirlo l’Imperatore haveva commandato adesso al Marchese di
accelerare il suo viaggio per introdurre il Negotio, acciò tardando tanto, non
si venisse all’armi dalla parte de’ Grisoni, che rendesse il Negotio
inaccommodabile: hora resta consolato, havendo inteso, Che la prudenza del
Senato havesse fatto risolutione pietosa, & trovato modo che il Cardinale
fosse partito sodisfatto per Roma,, & le cose fossero accommodate: pregava
esser fatto consapevole delli particolari, offerendosi coadiuvare per nome
dell’Imperatore a levar le difficoltà che restassero, & presentò lettere di
credenza dell’Imperatore & del Duca: Li fù communicato per ordine del
Senato lo stato del Negotio, & in particolare la risposta ultima data dal
Cardinale. Restò il Marchese sospeso, dubitando, Che non segli fosse
communicato l’intiero, & quel tutto, a che la Rep. era condiscesa; Mà di
nuovo certificato, che niuna cosa gli era stata celata, fece instanza di poter
portar anch’egli qualche sodisfattione al Pontefice, ottenuta in gratificatione
dell’Imperatore: Non ottenne altro dicendo il Senato, Che essendo condisceso a
tutto quel più, che poteva salva la sua libertà, non li restava altro che poter
conceder di più; se non che egli potesse proporre al Pont. le medesime
sodisfattioni, che si erano date alli ministri di Francia, & di Spagna,
& trattare l’accommodamento con le stesse conditioni. Li Spagnuoli, i quali
(vedendo il Cardinale di Gioiosa venuto a Venetia) tennero il Negotio per
accommodato, vedendolo hora partire senza haver havuto più di quello, che fù
concesso, à Fresnes, & a loro, riputarono, che il Negotio fosse rotto, ò
che il Rè di Spagna fosse ingannato dal papa, il quale procedesse con esso
doppiamente, mà con li Francesi s’intendesse in secreto: & l’Ambasciator
Castro, ridotta in scritto la deliberatione del Senato communicatali, ne mandò
in diligenza la copia à Roma, la qual fù communicata non solo al Papa, mà
dall’Ambasciator Catolico fù publicata anco per tutta la Corte, a fin che fosse
fatto noto a tutti che li Francesi non potevano prometter più che essi: mà il
Senato acciò non fosse rappresentato diversamente lo stato delle cose, secondo
le affettioni di quelli che trattavano, diede parte del tutto alli Ministri
suoi in tutte le Corti, mandando in ogni luogo copia dell’ultima sua
risolutione.
All’arrivo del Cardinale in Roma, si commosse tutta
la Corte, & ogn’uno parlava secondo il proprio affetto: altri desideravano
l’accommodamento, altri l’abhorrivano: da alcuni era tenuto per concluso: altri
lo credevano rotto, & impossibile: & nelli primi giorni, il Papa era
combattuto da diverse parti, in maniera che così egli, come li ministri suoi,
erano titubanti; parendo loro alcune volte, che mancassero molti punti da
concordare, & hora parendo, che tutto fosse composto, & erano fatti
offici con la Santità sua tanto varij; che confessò a persone degne di fede, di
ritrovarsi30 irresoluto & perplesso. Et all’Ambasciator Alincourt,
quale, conosciuta questa irresolutione del Papa, il terzo giorno dopo l’arrivo
del Cardinale, andò a dolersi della fama sparsa da alcuni per Roma, che il
negotio non si potesse più accommodare, ò almeno non si potesse concludere con
le conditioni ottenute dal Rè, (che era un levar il merito di tanta opera,
& fatica alla M.S. rispose, Che se ben era stato combattuto da tante parti,
si che per tre giorni era stato posto in croce, & quantunque dal Card. di
Gioiosa, & dall’Ambasciator Castiglione, non cavasse se non parole generali
portate da Venetia, era nondimeno risoluto di concordare purche si facesse
nuova prova per il ritorno de’ Giesuiti. Certa cosa è, che a’ molti Cardinali,
a’ quali non era piaciuto, che il Papa si fosse precipitato col venir alle
Censure, dispiaceva però anco in questo tempo, che si ritirasse senza ottener
il dissegno di far che la Rep. cedesse: & alcuni di loro s’erano
ammutinati, con dissegno di passar a qualche contradittione in Concistoro, al
che erano anco confortati da certi, per impedir totalmente l’accommodamento: da
altri, per impedir almeno, che non succedesse per mano di Gioiosa. Quello, che
particolarmente fù trattato in Roma dal Card. & dagl’Ambasciatori del
Christianissimo & Catolico, non fù con partecipatione alcuna del Senato
Veneto, perilche non si è saputo delli loro negotiati, salvo che quanto dissero
l’Ambasciator Castro & Fresnes, & quello, che è stato scritto dal Card.
du Perron, & dall’Archivescovo d’Urbino. Quello che i due Ambasciatori
dissero si narrerà al suo luogo. Le relationi del Cardinale &
dell’Arcivescovo portano, che il Cardinale di Gioiosa arrivato a Roma per
negotiare, & concludere accommodamento col Pontefice pareva non haver’
altra difficoltà, salvo che il non poter prometter la restitutione de’
Giesuiti, laquale per molte ragioni era desideratissima dal Pontefice, perilche
ridottosi a consiglio coll’Ambasciator Alincourt, & con i Cardinali
Francesi; deliberò di rappresentar questa parte al Pontefice; con qualche
dolcezza. La onde dopo aver trattato delle altre cose, & haver quasi che
contentato la sua Santità, disse, Non potersi sperare di otteneter con
particolar trattato, che li Giesuiti fossero ricevuti, mà haver un partito, col
quale senza dubbio havrebbe ottenuta la rimessione loro, & questo era, che
la Santità sua li mettesse in mano un Breve con facoltà assoluta di levar le
Censure, quale egli havrebbe portato a Venetia, & mostrato l’autorità sua:
mà aggiunto, di haver in commissione di non esseguire cosa alcuna, se non con
conditione che li Giesuiti fossero ricevuti: & sperava che a Venetia,
quando si fosse veduto, che niente altro rimaneva per effettuar la Concordia,
si sarebbe condisceso anco a darli questa sodisfattione.
Vidde
il Pontefice che vi andava molto dell’honor suo, se havesse abbandonati li
Giesuiti scacciati, (come si persuadeva) per haver ubidito al suo interdetto,
& a’ quali haveva promesso, che non sarebbe entrato in alcun’ accordo se
non con conditione, che fossero restituti: al che ancora si aggiungeva un’
altro capo di sua riputatione, Che se per due Preti carcerati haveva fatto
tanto moto, pareva, che per nessuna causa dovesse sopportare, che tutto un’
Ordine fosse bandito: Mà il Cardinale du Perron persuase il Pontefice, con
dirli, che quando altro capo non fosse restato, salvo che questo, si havrebbe
fatto, che la causa universale, quale era in controversia, diventasse causa
particolare de Giesuiti, & non della Sede Apostolica, aggiungendo, che
bisognava prima ristabilire l’autorità della Santità sua in Venetia, la qual
fermata, era facile con quella introdur li Giesuiti, onde, il non nominarli al
presente non era escludere, mà differire la loro restitutione. Propose
l’essempio di Clemente VIII. che nell’accordo fatto con Francia, con tutto che
l’articolo del ritorno de’ Giesuiti fosse tanto stimato da lui, veduta però la
difficoltà, si contentò di partirsene con speranza, che havrebbe facilmente col
tempo ottenuto quello, che all’hora pareva impossibile; & non restò
ingannato, perche li successe dopo, con facilità. Si contentò il Pontefice che
il Gioiosa facesse per la restitutione de’ Giesuiti tutto il possibile, senza
però intopparsi, quando vedesse per questa causa non poter passar oltra.
Mà
oltra di ciò, alla trattatione del Cardinale si attraversarono anco tre
difficoltà: L’una, Perche voleva il Pont. che Monsieur di Fresnes, Ambasciator
in Venetia, dimandasse in scritto per nome del Rè, & della Republica che le
Censure fossero levate, si come D. Inigo di Cardenas, Ambasciator del Catolico,
haveva fatto. Mà i ministri del Christianissimo volevano, che questo fosse
fatto da Monsieur d’Alincourt, del che finalmente il Pontefice si compiacque,
si come anco si contentò, che il Cardinale di Gioiosa, & il detto Alincourt
li desse parola a nome del Rè, che non sarebbono esseguite le Leggi sin tanto,
che l’accordo si havesse potuto effettuare: & il Pontefice voleva
altramente, pretendendo, con questo si dicesse esser’ di consenso della
Republica, & sin che l’accommodamento fosse effettuato. Mà il Cardinale di
Gioiosa, non havendo ricevuto parola alcuna sopra questo dalla Republica (come
s’è detto) non poteva dire che fosse con suo consenso. Di queste scritture
fatte da Cardenas, Alincourt, & Gioiosa, sono andate atorno copie, che non
si sà se siano vere ò false, non essendo di questo stato communicato cosa
alcuna in Venetia, ne havendo mai il Senato dato altra parola, salvo che quanto
si è narrato. In fine voleva Pontefice, secondo l’uso della Corte, Che le
Censure fossero levate in Roma, parendogli indignità, (oltre l’esser cosa
insolita) che si diminuisse tanto la sua riputatione, che li convenisse mandar
un Cardinale per questo effetto: Mà fù molto ben considerato dalli Ministri di
Francia, Che questo sarebbe stato un dissolver totalmente le cose concluse;
perche senza dubio in Roma molte cose sarebbono state proposte da diversi per
attraversare: & molte difficoltà sarebbono di nuovo nate, & quando poi
il tutto fosse colcluso non si sarebbe fatto in Roma, se non in modo, che
mostrasse colpa nel Senato Veneto; & a Venetia non sarebbe stato ricevuto
in modo alcuno, cosa che mostrasse le Censure essere state valide: onde li
Francesi, (riputato questo punto essentialissimo) tanto fecero, che il Papa si
contentò, che in Roma non fosse fatto atto alcuno. Volevano anco, che al primo
Concistoro il Pontefice desse conto della deliberatione fatta alli Cardinali:mà
egli non consentì di farlo, solo nell’audientia privata ne parlò con alcuni, con risolutione di chiamarne quatro, ò sei al
giorno, in camera, & intender il voto di ciascuno a parte.
Presupponeva
il Pontefice, che li prigioni li fossero resi senza protesto, mà havendo inteso
che a Venetia era presa risolutione di protestare, fù per rompere l’accordo, se
il Cardinale di Perron non l’havesse persuaso, con dire, che se per questa
causa si dovesse rompere, era più con sua dignità che si rompesse in Venetia:
imperoche all’hora sarebbe da tutti attribuita la causa a’ Venetiani; che se si
rompesse in Roma, sarebbe attibuita alla sua durezza: perilche il Pontefice
fermato, passò innanzi questa difficoltà.
Al
primo Concistoro che si fece, andarono tutti li Cardinali, anco quelli, che per
loro indispositione sono soliti andarvi pochissime volte, tenendo per fermo,
che dal Pontefice fosse dato conto della sua risolutione presa, & alcuni di
essi erano preparati anco per contradire. Mà il Pontefice trattate le cose
Concistoriali, non fece parola di questo: bene in sei giorni ascoltò tutti in
audienza privata, parlando con ciascuno come di cosa fatta; perilche altri
risposero, commendando molto: altri con poche parole: alcuni pochi si opposero;
altri per metter difficoltà raccordarono nuove cautele: alcuni ancora
proposero, che fosse meglio mandar il Cardinal Borghese: altri volevano che a
Gioiosa si aggiungesse ancora Zappata. Mà il Pont. risoluto in se stesso, non
si partì dalla deliberatione presa, & dalle cose concluse col Gioiosa.
Restava la formatione del Breve, piena di molte difficoltà, & insuperabili,
volendo salvare la dignità del Pontefice & del Senato insieme: cosa tanto
più ardua, quanto non haveva essempio nelli tempi passati: imperoche altre
volte li Pontefici, levando le Censure a supplicatione delli Censurati,
potevano con inserir nel breve, la penitenza, & humiliatione loro, rendersi
formidabili non meno nel perdonare, che nel fulminare: mà lo stato della
presente causa era in tutto diverso, dove non si poteva metter parola in
essaltatione dell’attione Pontificia, ò a favore delle Censure sue, che non
fosse per romper la trattatione dell’accordo. Trovò il Cardinale un nuovo &
prudente temperamento: di non ispedir breve alcuno: mà trattar in Venetia il
tutto con la sola parola, acciò non portasse cosa a Venetia di ombra, ò
sospetto, & restasse libero alla Corte di predicare, che vi fosse
intervenuto qualunque avantaggio per la parte del Pontefice. perilche fù
formata solo un’istruttione al Cardinale, sottoscritta di mano del Papa. Voleva
il Pontefice accompagnar il Cardinale con ministri, che intervenissero alle
attioni prescritte nell’istruttione da osservarsi nella consegnatione delli
prigioni, & nell’abolitione delle Censure: Et per ricever li Prigioni, fù
nominato Claudio Montano, giudice criminale di Ferrara. Restava un Notaio, che
facesse rogito degli altri; & a questo effetto furono nominati molti Notai
Camerali, de’ quali, non piacendo alcuno al Cardinale (che prevedeva quanto
impedimento havrebbe portato all’essecutione il costume Romano) propose, che
Paulo Catel, suo famigliare, & Capellano fosse creato Protonotario
Apostolico, & adoperato per ministro in quelle attioni: le quali cose tutte
furono accettate dal Pontefice, desiderosissimo di uscir in ogni maniera di
questo impaccio; & creò Paulo Catel Protonotario, e sottoscrisse l’instruttione
per il Cardinale, & lo spedì, si come era concertato. Di queste trattationi
niente si seppe a Venetia, & quando s’aspetta a Paulo Catel, egli quando
venne col Cardinale, non fù mai conosciuto per Protonotario: o ministro del
Papa, ne comparve in altra qualità, che di Caudatario del Cardinale, ne fù mai
veduto far altro officio che quello. Tutto questo, che s’è detto, s’è tratto
dalle relationi scritte da Roma.
Ma
ben altrimente parlarono in Venetia li due Ambasciatori di Francia, & di
Spagna, il 29. di Marzo. Il primo fù D. Francesco di Castro, il quale
portò nuova, che le cose a Roma andavano bene, essendosi il Pontefice
contentato del punto principale esseguito dall’Ambasciator Aiton, con haver
dato al Papa, per nome del Rè, la parola la qual sua sua Santità voleva:
aggiungendo, che se il Cardinal di Gioiosa havrà fatto l’istesso, sarà da
ambidue fatto un bel colpo. Disse, che il Papa si era contentato, che la
elettione dell’Ambasciatore seguisse dopo levate le Censure; che quanto al
punto de’ Giesuiti, sarebbe stato superato ogni difficoltà, quando si fosse
parlato chiaro in dar la parola della sospensione delle Leggi; mà che il Papa
stà costante nella sua deliberatione; dicendo, Che nelle cose desiderate da
lui, si parla indorato, & in quello, che altri vuole, si parla chiaro,
Replicò immediate il Prencipe, Che il Senato ha parlato chiaro, anzi
chiarissimo & che non intende di esser in obligo di alcuna cosa più oltra,
che di quello che ha espressamente detto.
L’Ambasciator
di Francia dopo lui riferì, Che il Cardinale, giunto à Roma, haveva trovato il
Papa informato di tutto quello, che egli havrebbe voluto proponerli innanzi lo
sapesse da altri, & però la Santità sua era assai raffreddata: la qual
finalmente anco scoperse, che D. Francesco haveva spedito quatro Corrieri un
dietro l’altro, con avviso, che esso Cardinale non haveva havuto parola più di
lui; & che quanto haveva ottenuto, si mostrava anco per Roma in scritto:
& che erano parole generali, lequali non solo non concludeva quello, che la
Santità sua pretendeva, anzi il contrario: onde si vedeva, che il viaggio del
Cardinale non era fondato sopra cosa soda. Mà che il Cardinale dopo haver
lasciato dir al Papa tutto quello, che li parve, li diede così buon conto, che
lo fece acquietare: & già tutto sarebbe terminato bene, quando non fosse il
punto de’ Giesuiti, dove il Papa preme assai. Che la Santità sua si era
contentata della parola datali per nome del Rè, dal Cardin. & da Alincourt,
se ben sapeva che non l’hanno havuta dalla Republica, mà perseverando tutta via
in voler la restitutione de’ Giesuiti, non sà il Cardinale che promettersi,
& resta con qualche dubbio, che la risolutione potrebbe andar lunga.
Mà
il giorno seguente ritornò l’Ambasciator Spagnuolo a dar nuova, Che con
Corriero speditogli da Aiton in diligentia, haveva avviso, che l’intoppo de’
Giesuiti era levato, perche il Pontefice il qual sino all’hora era stato fermo
con risolutione di voler più tosto rompere, havendo sentito le ragioni, che
esso D. Francesco gl’haveva fatto rappresentar per un Gentilhuomo mandato a
posta a Roma, si era contentato lasciar fuori questo punto in gratificatione
del Rè di Spagna, & sua: che le difficoltà erano state grandi, & non
sapeva se nel superarle fosse stato aiutato da altri: mà ben pregava, che in
ricompensa li fosse concessa una sospensione temporale delle Leggi, procedendo
D. Francesco in ciò con varie forme, & varie repliche; hora ricercandola
per gratificatione del Papa, hora per sua propria, hora per gratificatione del
Rè, hora per total conclusione: soggiungendo in fine, che almeno li fosse
concessa sino alla sua partita: mà, restando il Prencipe nella risposta data
prima, mostrò desiderio che questa sua propositione fosse significata al
Senato. Il Senato, il giorno seguente decretò, che li fosse risposto, con
ringratiamento dell’operato, per la esclusione delli Giesuiti aggiungendo, Che
nel resto, essendo stato detto quanto conveniva, non giudicava necessario
aggiunger altro. Mà il secondo giorno d’Aprile, l’Ambasciator di Francia portò
nuova della total conclusione dell’accommodamento, dicendo, Che il Cardinale
voleva esser egli in persona l’apportator di questo avviso: mà havendo inteso,
che altri havevano spedito Corriero, haveva voluto spedir esso ancora, &
che il Papa haveva preso tanta confidanza in lui, che non ascoltate le proposte
d’altri, s’era contentato di darli facoltà di levar le Censure, il che
s’havrebbe effettuato al suo arrivo in Venetia.
La
prima cura del Cardinale, dopo concluso l’accommodamento, fù di darne avviso al
Rè, da cui non era mandato: mà dopo questo, nessuna cosa li fù più à cuore,
quanto l’avvisar il Duca di Lorena, si perche da lui n’era stato efficacemente
pregato, come anco perche conosceva, quanto importasse al Papa il fermare di
levare delle genti di là da’ Monti. Il Duca, havuto l’avviso, chiamò il
Padavino, & li diede nuova dell’accommodamento seguito, dicendo, haverlo
havuto per un Corriero con lettere di Gioiosa, & dal Gran Duca,
aggiungendo, Che levato il rispetto del Papa, si contentava della levata, &
scusando la negativa passata per li rispetti di Religione, di anima, & di
conscientia, & per gli interessi di stato ancora, che facevano star la sua
casa strettamente congiunta con la Chiesa: oltra la certa speranza, che teneva
dell’accommodamento, senza la qual disse, che forse non si sarebbe mosso. Il
Padavino altro non disse, se non in giustificatione dell’attioni della Repu.
dannando gli Ecclesiastici, che volevano la quarta corona con sottometter li
Prencipi. Disse il Duca, Queste esser matiere da esseguire, & non da
deliberare, non sapendo, che il governo delle Republiche porta altri modi, non
potendo proveder, se non per via delle Leggi. Il Conte di Vaudemont mostrò
sentir grand’allegrezza, & promise al Padavino di principiar la levata
subito dopo Pasqua, aggiungendo che fosse bene far passar prima li Svizzeri per
habilitar con questi il passo a Lorenesi. Conobbe il Padavino il dissegno del
Conte di far la levata per coprir la perdita di riputatione, & per ottener
dalla Republica la ricondotta, & se ne certificò, quando Monsieur di Vadiot
li narrò, che li Spagnuoli offerivano 15000. scudi all’anno al Conte per
condurlo a’ servitij del Rè; a che diceva che Vaudemont non dava orecchie, per
inclinatione che haveva al servitio della Republica: Et che il Conte nelle cose
passate era andato riservato, acciò ch’il Padre nel testamento non lo
disavantaggiasse, mà non sarebbe però di bisogno che tenesse l’istesso conto
del fratello perche haveva stati proprij per quanta levata fosse bisognato.
Aggiunse Vadiot, Che se ben la levata non era stata fatta intieramente innanzi
la conclusione dell’accordo, però con le cose fatte si era data reputatione
alla Republica. Discese anco al particolare, dicendo, Che il Duca non havrebbe
consentito alla ratificatione della conditione, Contra quoscunque, Mà il
Padavino, ben certificato della conclusione dalla concordia per avvisi certi
mandati dalla Corte di Francia, sospese lo sborso del danaro della levata per
sicurarsi prima del passo de i Grisoni. Non haveva potuto il Padavino, ne
alcuno di casa sua, confessarsi, per opera fatta da’ Giesuiti con tutti
li31 Confessori di Nansì. Mà, venuta la nuova dell’accommodamento il P.
Rettore di essi Giesuiti mandò a scusarsi, offerendo, Che l’havrebbono
licentiato di confessarsi, se voleva prometter di non operar più cosa contra il
Papa. A che egli rispose, Che non havendo sino all’hora imparato alle loro
scuole, non voleva dar principio in questo caso.
Anco
in Spagna innanzi la Pasqua era arrivato nuova indubitata, che l’accordo sarebbe
seguito al sicuro, Perilche il Noncio fece intender all’Ambasciator Veneto, Che
si astenesse dalla communione per Pasqua, che presto l’havrebbe potuto far con
permissione del Pontefice. il qual consiglio non fù dall’Ambasciator ricevuto;
anzi di Maestro Francesco Spinosa, Prior di N. Signora di Zochia, dell’ordine
Dominicano, fù confessato, & communicato il Giovedi Santo, & fattoli
portar l’ombrella del Santissimo Sacramento, & ritenuto a tutte le
Cerimonie Ecclesiastiche di quel giorno, & à desinare ancora col Convento
delli Frati; & è verisimile, che quel Padre facesse ciò, havendo autori non
solo di Theologia, che glielo insegnassero, mà Maestri ancora di altra
professione, senza i quali nella Corte d’un gran Rè nessun ardisce mettersi a
tal’ imprese.
Mà
il Cardinale, desideroso di condur a fine il suo Negotio, & sperando anco,
che nelli giorni santi potesse più facilmente ottenere qualche cosa di più a
favore del Pontefice, che in altro tempo, fece il suo viaggio con tanta fretta,
che passando da Ancona a Venetia per mare, espose la vita sua à qualche
pericolo. Giunse il Lunedi della settimana Santa con gran desiderio di dar
perfettione al tutto innanzi Pasqua: mà il Negotio non comportò di esser tosto
spedito: ne il Senato, conscio della sua innocenza, hebbe per necessaria alcuna
acceleratione, sendo sicuro di poter attender alli servitij Divini ugualmente
innanzi la conclusione di questo Negotio, come dopo. Andò il Cardinale il dì
seguente, che fù il decimo Aprile in Collegio, & fece la sua espositione,
non facendo alcuna mentione di breve che havesse dal Pontefice, & già si
sapeva che non haveva altro che una instruttione sotoscritta di mano del Papa.
E li fù creduto dell’autorità, che asserì havere dal Pontefice, (essendo
Cardinale così principale della Corte Romana, & ministro del Rè
Christianissimo) senza che mostrasse del Pont. scritture di sorta alcuna, egli
accertò prima la Republica della buona volontà del Papa, & della intentione
retta, inviata al ben publico della Christianità, scusando, che la durezza
mostrata nella trattatione, non era proceduta se non da zelo di sostentar la
dignità Pontificia; mà con tutta la buona inclinatione del Pont. il negotio era
stato difficile da concludere, & haveva portato pericolo per li mali offici
fatti da diverse persone: che le difficoltà erano in fine ristrette à due,
L’una di destinare l’Ambasciatore, prima che fossero levate le Censure:
L’altra, la restitutione de’ Giesuiti; che la prima si era facilmente
terminata, & s’era contentato il Pont. che le Censure fossero levate prima;
mà la seconda, non era affatto superata, che egli non dovesse parlarne ancora
con sua Serenità. Passò poi ad esplicare le conditioni, & modo, con quale
si sarebbono levate le Censure; quali erano, Che fossero consegnati li Prigioni
senza protesto; Che fossero rimessi li Religiosi partiti per causa
dell’interdetto, & restituiti i loro beni: Che rivocato il Protesto, &
tutte le cose dipendenti da quello annullate, insieme con una lettera che
andava attorno scritta alle Città soggette. Fece grandissima instanza per la
restituzione de’ Giesuiti, asserendo bene, che poteva levar le Censure senza
questa conditione, mà mostrando con parole efficacissime & affettuosissime,
che questo sarebbe stato il compimento dell’accommodamento, come cosa desiderata
dal Pontefice, per sua riputatione; dal Christianissimo, per sodisfattione del
Papa, più grata, che l’acquisto d’un Regno: Che consigliava la Republica farlo
per stabilire una pace ferma & durabile, Rispose il Prencipe & il
Collegio, immediate, Che la deliberazione di donare li Prigioni al Rè in
gratificatione, senza pregiudicio dell’autorità della Republica, era stata
accettata da Sua Maestà & per tanto non si poteva rivocar in dubbio al
presente. Ne si poteva sperare, che in modo alcuno si potesse ottener dal
Senato, che la Protestatione fosse tralasciata; Si come anco la restitutione
delli Giesuiti: era proposta impossibile da ottenere, per le grandi offese
ricevute da loro in ogni tempo, & per le strettezze con quali era stabilito
il loro bando. Passò poi il Cardinale a parlar del modo di levar le Censure,
sopra che fù qualche difficoltà: imperoche il Cardinale certificato, che la
Republica persisteva fermissima in riconoscer l’innocenza sua, & affermare
asseverantemente di non esser incorsa in Censure di qualsivoglia sorte, &
perciò anco, risoluta a ricusare assolutione, (non havendone di bisogno) voleva
almeno far qualche attione, per quale potesse apparir al mondo, che il Prencipe
l’havesse ricevuta: & propose di andar in Chiesa di San Marco col Prencipe,
& la Signoria & lui celebrare, ò assistere ad una Messa solenne, ò
privata, & in fine dar una benedittione, dicendo che per questa attione sua
di celebrare al Prencipe, ò assistere con lui alla Messa, si sarebbe veduto
chiaro, che le Censure sarebbono levate con la benedittione che egli havesse
data. Questo modo non piacque, perche haveva certa apparenza di assolutione, da
quale si poteva concludere, che il Prencipe confessasse d’essere stato in
colpa. Et rispose il Prencipe con aperte parole, Che come l’innocenza sua,
& della Republica era manifesta & senza apparenza di colpa, così
conveniva, che non vi intervenisse, ne meno apparenza di pentimento, ò di
remissione, ò di assolutione; Che si sapeva molto bene quello, che in altre
occasioni era avvenuto a molti Prencipi, a’ quali era attribuito a recognitione
di colpa, qualche atto fatto per loro Divotione, & Religione; Che si menano
in trionfo i vinti, non quelli, che hanno difeso con modi legitimi l’autorità
data lor’ da Dio. Et dicendo il Cardinale, Che la benedittione Apostolica non
si debbe in alcun tempo, & in nessun caso rifiutare: Venne risposto, Esser
vero: anzi, che mai la Republica non l’ha, rifiutata, ne è per rifiutarla:
salvo che, dove si desse occasione di creder qualche falsità; come nel caso
presente darebbe a credere, che havesse commesso qualche colpa: cosa in tutto
contraria, essendo ella certissima della sua innocenza.
Oltra
la trattatione havuta quel giorno dal Cardinale, nelli quattro seguenti furono
mandati a lui due Senatori del Collegio, che trattarono sopra i punti proposti,
& sopra gli altri che havevano qualche difficoltà, Del modo di levar le
Censure, dicevano i Senatori, che alla Republica bastava la parola del
Cardinale: Quanto alla restitutione delli Religiosi partiti, consentivano, con
questo, che fosse reciproca: & che il Papa esso ancora ricevesse in gratia
quelli che erano restati al servitio della Republica. Quanto alle Scritture,
Che la Republica havrebbe fatto, delle uscite a suo favore, quello, che il Papa
havesse fatto delle sue. Quanto all’Ambasciatore, Che, levate le Censure, si
sarebbe eletto & mandato à risieder secondo l’ordinario. Intorno a levar il
Manifesto, Che parimente si sarebbe levato, dopo levato il Monitorio, che
haveva dato occasione a quello. Et per conto della lettera scritta alli
Rettori, & communità, Che molte lettere erano state scritte secondo
l’essigenza delli negotij, mà quelle erano secrete, & non conveniva, che
alcuno volesse porre Legge al Prencipe di quello, che debba scrivere a’ suoi
ministri, & sudditi: quella che era andata attorno non era vera, & però
non conveniva tenerne alcun conto, non essendo dignità d’un Prencipe trattar di
scritture false. Intorno alli Giesuiti, che il trattar di loro era metter tutto
l’accordato in disordine; perche al sicuro la mente del Senato, era che fossero
esclusi.
Per
l’altra parte, il Cardinale dicendo haver commissione dal Rè, di conservar in
essenza la libertà della Republica, & in apparenza la dignità del Papa;
persuadeva à ricever una benedittione, non per assolutione, mà come la
benedittione ordinaria, che il Papa manda. Per conto delle scritture, &
delli scrittori, diceva, non voler conceder cosa alcuna a favore della
Republica, per esser, (diceva egli) materia dell’Inquisitione, dove manco il Papa
può metter mano. Proponeva ancora, che si mandasse non uno, mà due
Ambasciatori, atteso che la gratia fatta dal Papa meritava un ringratiamento
singolare. Instava ancora, che si publicasse il manifesto rivocatorio del
primo, innanzi fossero levate le Censure. Et non essendo vera la lettera
divolgata, si facesse mentione di lei, dichiarandola falsa. Proponeva ancora il
Cardinale, che si facesse una scrittura con li Capitoli delle cose accordate;
dicendo d’haverne portato la formula da Roma, nella quale si tacesse delli
Giesuiti & poiche non si restituivano, almeno non si nominasse
l’esclusione. Et quando paresse punto così importante, che non dovesse restar’
in ambiguo, almeno si nominasse la loro esclusione più dolcemente che fosse
possibile. Mà quanto al consegnar li Prigioni con Protesto, l’Ambasciator
Fresnes decise la difficoltà, dicendo, che sono del Rè, & a lui come
Ambasciator suo debbono esser consegnati, & egli si contentava di riceverli
con la protestatione, di che ne il Papa, ne altri havevano da intromettersi.
Le
altre difficoltà furono di nuovo ventilate in Senato il dì 14. & poi trattate col Cardinale li tre giorni seguenti, & risoluto il
tutto in questa maniera.
Che
il Cardinale in Collegio, senza far altra attione, annontiasse, che erano levate,
overo levasse le Censure: (cosa, che non meno si poteva fare, presupponendole
invalide) Et nell’istesso tempo il Prencipe li mettesse in mano la rivocatione
del Protesto. Fù ancora concluso il modo di consegnar li prigioni secondo la
risolutione di Fresnes, che non si formasse cosa alcuna delli Capitoli
dell’accommodamento, mà bastasse la parola della Republica dall’un canto, &
del Cardinale dall’altro. Fù stabilita la restitutione delli Religiosi partiti;
Fermata l’esclusione delli Giesuiti, & di 14. altri Religiosi, i quali
fuggiti non per ubidienza del Papa, mà per loro colpe, (essendo conveniente,
che li seditiosi stessero lontani) Che non si facesse mentione di lettera
scritta alli Rettori, mà solo fosse fabricato un Manifesto per rivocatione del
Protesto, il quale anco si stampasse, dopo levate le Censure: Si creasse
l’Ambasciatore; degli altri particolari non si facesse mentione, mà si
rimettessero ad essere trattati amichevolmente col Pontefice. Restava solo la
formatione del Manifesto, nella quale per convenir delle parole, fù mandato il
Secretario Marco Ottobon al Cardinale, & a Monsieur di Fresnes ridotti
insieme, frà quali facilmente fù convenuto del tenore, se non dove diceva, Che,
levate le Censure, era stato parimente levato il Protesto: là insisteva il
Card. che non si dovesse dir’ levato il Protesto, mà rivocato; la
qual difficoltà non havendo potuto comporre il Secretario, la portò in
Collegio; dove, se ben non si capiva la sottilità che fosse sotto la parola, Rivocare,
che voleva si usasse il Card. tosto, che Levare nondimeno piaceva più
questa32, perche s’usava da ambedue le parti, adoperando così nel
parlar delle Censure, come nel Protesto il vocabolo, Levare. Mà, dicendo
il Cardinale non poter in ciò trasgredire le commissioni del Pontefice, &
non conoscendo il Collegio differenza alcuna, (per non parere che si negasse
solo, perche fosse instantemente ricercato) condiscese a dover usar la parola
di rivocatione. Et per mostrare, che in un’istesso tempo si facesse, fù
concluso di dire, E restato parimente rivocato il Protesto. Stabiliti e
concordati tutti li particolari, & formato il Manifesto, fù destinato il 21. Aprile per dar perfettione alle cose ordinate; il che fù fatto nella
maniera che segue.
Habitava
il Card. nel Palazzo, che già era del Duca di Ferrara: Quella mattina per tempo
si ritrovò ivi anco Monsieur di Fresnes, dove andato Marco Ottobon Secretario,
con due Notaij ordinari della Cancelleria Ducale, & li Ministri che
conducevano seco Marco Antonio Brandolino Valdimarino, Abbate di Nervesa, &
Scipion Saraceno, Canonico di Vicenza, prigioni, entrò con tutta la compagnia
in una Camera, dove erano l’Ambasciator con molti suoi famigliari, & altri
della casa del Cardinale, & fatta riverenza all’Ambasciator; li disse il
Secretario, Che quelli erano li prigioni, che secondo il concertato, il
Serenissimo Prencipe mandava a consegnare a sua Eccellenza, in gratificatione
del Rè Christianissimo, & con protestatione, che questo fosse, &
s’intendesse esser senza pregiudicio dell’autorità della Republica di giudicare
Ecclesiastici. Rispose l’Ambasciatore, Che così li riceveva. All’hora il
Secretario ne rogò publico instrumento per Girolamo Polverin, & Gioanni
Rizzardo, Notari Ducali, in presenza di quelli della Corte del Cardinale, &
dell’Ambasciatore, & delli ministri publici. Il che fatto, li prigioni si
raccommandarono all’Ambasciatore: Quale
con parole cortesi li promise la sua protettione, & uscito l’Ambasciatore
fuori della Camera con la compagnia, facendo condur dietro à se li Prigioni in
una loggia, dove il Cardinale passeggiava, disse l’Ambasciatore al Cardinale,
Questi sono li Prigioni, che si hanno da consegnar al Papa, & il Cardinale
mostrando uno, disse, Date li33 à questo tale: & quello era Claudio
Montano, Commissario mandato dal Pontefice a questo effetto, il quale li toccò,
in segno di Dominio, & possesso, & pregò li Ministri di giustitia che
li conducevano, che si contentassero di custodirglieli.
Fatto
questo atto, si partì il Cardinale con l’Ambasciatore, & andò a ritrovar il
Prencipe, il quale dopo la Messa era andato con la Signoria, & con li Savi
nel Collegio, dove postosi a sedere tutti secondo il solito, disse il Cardin.
Queste formali parole: Mi rallegro, che sia venuto questo felicissimo
giorno, & molto desiderato da me, nel quale dico a Vostra Serenità che
tutte le Censure sono levate, come in effetto sono, & ne sento piacere, per
il beneficio che ne riceve la Christianità, & in particolare l’Italia. Et
il Doge li diede in mano il decreto
della rivocatione del protesto. Et dopo passate altre parole di complimento, il
Cardinale pregò, che quanto prima si mandasse l’Ambasciator à Roma; & si
partì.
La
rivocatione del Protesto fù diretta alli Prelati, ai quali esso Protesto fù
drizzato, & in sostanza diceva. Che, essendosi trovato modo, col quale
il Pont. s’è potuto certificare della candidezza dell’animo, & sincerità
delle operationi della Rep. levando le cause de’ presenti dispareri, si come
sempre hà procurato la buona intelligenza con la Santa Sede, così riceve
contento d’haver conseguito questo giusto desiderio, del che hà voluto darne
loro notitia: aggiungendo, che, essendo stato esseguito da ambe le parti
quello che conveniva, & essendo state levate le Censure, è restato
parimente revocato il Protesto.
Haveva
già deliberato il Cardinale, dopo l’audienza del Prencipe, d’andar, alla Chiesa
Cathedrale di S. Pietro, per celebrar in quella, & l’Ambasciaor Castro
l’haveva ricercato di assister alla sua Messa, & questa fama era uscita per
tutta la Città: onde la mattina molto per tempo concorse popolo assai; perilche
anco furono celebrate dal principio del giorno molte Messe, continuando sempre
sino al mezzo giorno, si come anco in tutti li giorni precedenti, così in
quella Chiesa, come nelle altre, s’era usata maggior frequentatione delle
Messe, & Offici Divini, pregando Dio, che facesse riuscir a sua gloria
quello, che si trattava per componimento di tanta controversia. Partito il
Cardinale di Collegio, s’inviò à S. Pietro, & in quel tempo il Conte di
Castro andò à l’audienza del Prencipe per congratularsi. Giunse il Cardinale
alla Chiesa Cathedrale, dove per la moltitudine del popolo si celebrava in tre
altari, & aspettò là in Chiesa qualche spatio di tempo, sino, che il Conte
di Castro con D. Inico vennero, continuandosi tutta via altre Messe dopo
quelle, & finalmente giunti gli Ambasciatori, celebrò il Cardinale ancora
alla presenza d’innumerabil popolo.
Dopo
il desinare, quel giorno fù sparso un romore, che la mattina nel Collegio fosse
stata data dal Card. un’assolutione, il che portò molto dispiacere alli zelanti
del publico honore, quali anco si diedero immediate a ricercare l’origine della
fama, con animo di volervi porger rimedio, (tanto restava fissa nell’animo
dell’universale la risolutione di mostrar costantemente, che la Republica non
era stata in alcuna colpa) mà presto si quietò ogni sollecitudine: perche
investigando, si trovò la fama essere sparsa da’ Francesi, quali dicevano, che
ritrovandosi tutti li Senatori nel Collegio alli suoi luoghi, aspettando (si
come è solito) che il Doge sedesse prima, per seder poi essi, il Cardinale fece
un segno di croce sotto la Mozzetta, la qual cosa intesa, la sollecitudine
passò più tosto in piacevolezza. Perche ben si sà da tutti, che
gl’Ecclesiastici possono assolvere dalle loro Censure, anco quelli che
repugnano; che nessuno li può impedire, possono, secondo la loro dottrina,
assolvere gli assenti, & come loro piace; però se il Cardinale hà fatto una
Croce sotto la Mozzetta, poteva anco farla con più commodo nel suo
alloggiamento, che ciò niente importa: bastava bene, che l’interdetto non è
stato osservato un punto; Et che il Senato hà ricusato non solo l’assolutione,
mà ogni cerimonia ancora, che mostrasse apparenza di quella.
Si
congregò la sera dell’istesso giorno il Senato, & fù presa parte di elegger
un Ambasciatore che andasse a Roma, per risieder appresso sua Santità, & fù
eletto Francesco Contarini Cavallier, che già era anco stato mandato dalla
Republica espressamente con altri tre per congratularsi con la Santità sua
dell’assuntione al Pontificato. Et così ebbe fine questo travaglioso successo,
il quale pareva impossibile fosse composto per accordo. Et veramente alla
destrezza del Cardinale conviene attribuire gran parte del buon successo: il
quale, tralasciati i puntigli, non disse à Venetia tutto quello che la Corte
Romana havrebbe voluto, & che egli benissimo vedeva, che non sarebbe stato
consentito.
Fù
considerato da molti che fosse necessario mandar’ Ambasciatori espressi in
Francia, & in Spagna, per corrispondere a quei Rè che s’erano interposti,
& adoperati per la compositione: massime attese le qualità delli ministri
adoperati in ciò espressamente, de’ quali uno è insigne, come il più vecchio Cardinale,
& l’altro, come nipote del Duca di Lerma. L’opinione piaceva
all’universale, come quella, che haveva per fondamento il termine di
gratitudine, perilche fù anco messa in consultatione nel Senato: dove essendo
ventilate le ragioni, che confortavano a ciò fare, & altre che
dissuadevano, perche sarebbe stato un dar troppo riputatione al Negotio, &
far creder al Mondo, che la Republica riputasse d’esser uscita d’un pericolo
meritato. Tanto fù stimato questo rispetto, che concordemente fù risoluto bastare
che tal complimento fosse fatto per gli Ambasciatori ordinari. Similmente
grand’aspettatione era in alcuni che si facessero perciò in Venetia segni
d’allegrezza, se non con altro, almeno con campane. Con tutto ciò, non si fece
segno alcuno, ne campane si suonarono ne in Venetia, ne in città alcuna dello
stato, quando la nuova andò, non perche non sentissero, così il Senato come
tutte le Città soggette, allegrezza grande, d’esser liberati dalli pericoli
della guerra, mà acciò non fosse interpretata allegrezza per qualche
assolutione ricevuta, che mostrasse la Republica essere stata la prima in
colpa, dal che, (si come da causa falsa) ella sempre mai abhorrì.
Fù per ordine del Senato dato parte di tutte
le cose successe, & dell’accommodamento seguito, all’Ambasciator
d’Inghilterra, & scritto alli Ministri della Republica in tutte le Corti,
& alli Rettori delle Città del Dominio: & al Padavino particolarmente,
oltre l’avviso dell’accommodamento seguito, fù dato ordine di licentiare le
genti Francesi & Lorenesi & partirsi immediate di Lorena, & andar
in Svizzeri, & far levata di 3000. di quella
Natione. Dopoi anco scrisse il Senato lettere alli Rè di Francia, & di
Spagna. Mà al Rè della Gran Bretagna fece molti ringratiamenti, come meritava
la prontezza usata in dichiararsi di assistere alla Republica con le forze
quando fosse bisognato. Fù donato un presente 6000. scudi d’argento
al Cardinale, & à D. Francesco un’altro di 3000.
In
Roma hebbe avviso il Pontefice dell’accommodamento seguito, & di quanto il
Cardinale haveva operato, & insieme la rivocatione del Protesto. La quale
non li piacque molto in quella parte dove dice, E restato parimente
rivocato; e meno piacque alla Corte, la qual se ben lodava le cose fatte
dal Pontefice, havrebbe però voluto, che secondo il solito, havessero havuto
fine, con vittoria di quella Sede, la quale nelli Negotij sempre era solita
restar superiore: & molti offici furono fatti col Pontefice da diversi fini, acciò eccitasse qualche nuova
difficoltà. Mà la Santità sua, abhorrendo li travagli; approvò le cose fatte,
& ne scrisse al Cardinale di Gioiosa; & à 30. d’Aprile diede conto in
Concistoro dell’Accordo seguito, & della Pace fatta. Il Cardinal Colonna
accennò certo in che in contrario; & dal Card. du Perron li fù risposto con
brevissime parole: ne altro fù sopra ciò detto.
Andò
l’avviso dell’accommodamento a Milano, quale il Conte di Fuentes mostrava di
non credere, & fingeva d’esser più attento che mai alle provisioni della
guerra: Et questo faceva, acciò che lo Stato non reclamasse magiormente per li
danni che riceveva; & acciò li soldati, sapendo di dover’ esser licentiati,
non facessero instanza delle paghe, massime che gli Alemanni, & Svizzeri,
havevano convenuto di dover’ esser pagati per tre mesi; che havrebbe importato 300000 scudi: & non vi erano danari: & la Communità era in debito di 50000 scudi per alloggiamenti. Mà, quando il Secretario Veneto li diede conto
dell’accommodamento per ordine del Senato, rispose cortesemente mà con poco
gusto. Ne si potè contener’ che non rispondesse bruscamente ad un’officio, che
fece far con lui il Pontefice, acciò licentiasse l’essercito, con dire, Che
egli sapeva molto bene quello che haveva da fare.
Il
Cardin. Di Gioiosa in Venetia, avvisato del dispiacere ricevuto del Papa per la
forma del Manifesto, pregò, che si addolcisse nelle lettere, che sarebbono
scritte per l’Ambasciator al Papa, & alli Cardinali, & essortò la
Republica per nome del Rè, alla buona intelligenza con la Santità sua.
Passò
poi per Roma certa voce, Che il Papa non restava contento, perche, ben pensate
le cose, ritrovava, che il protesto era rivocato con le parole del manifesto,
& che non voleva sopportare, che nessun Religioso restasse escluso: perche
questo era confermar l’autorità della Republica, di giudicarli, & che
minacciava di ritrattar ogni cosa. Che dal Conte di Fuentes li fosse offerto 30000 huomini per sforzar la Republica, & queste voci atterrirono anco il
Cardinale di Gioiosa. Mà il Papa fù lontanissimo da questi pensieri, anzi
destinò il Vescovo di Rimini per Nontio a Venetia: & dal Senato Veneto fù
spedito il Contarini a 9. del mese di Maggio, con ordine che andasse
all’audienza solo, acciò alcuno non pensasse condurlo in trionfo. Il quale
andato, alli 19. hebbe da Sua Santità audienza, & fù ricevuto benignamente,
attestando il Pontefice di non voler raccordarsi mai più nessuna cosa passata;
& usando il motto della Scrittura, Recedant vetera, nova sint omnia. Passando
anco ad essortar il Senato, poiche si ritrovava con tanta armata a moversi
contra il Turco. Uscì un foglio in stampa delli Capitoli dell’Accordo, pieno di
falsità notorie, del quale fù stimato autore il Cardinale Gaetano, per esser
certo, che egli ne mandò molti essemplari a Milano in sue lettere al Capitano
Sceverola; & si può credere, per essere stato auttore d’un discorso scritto
sotto nome di Nicomaco Filaliteo, non differente in materia, & in forma;
andò il foglio sudetto sino in Francia, dove fù prohibito dalla Maestà
Christianissima. Giunse anco alli 2. di Giugno il
Nontio a Venetia, dove fù ricevuto secondo costume.
Mà
D. Francesco immediate dopo l’accommodamento spedì corriero al suo Rè, & li
diede conto del successo, il quale fù sentito da quella Corte con estremo
piacere. Al Rè parve d’esser liberato da un gran affanno: alla Nobiltà riuscì
grato, non solo per esser liberata dalla guerra, mà anco sperando con questo
essempio di moderar gli acquisti degli Ecclesiastici in Castiglia, delli beni,
che chiamano di Radice, si come sono moderati in Portogallo, & Aragona,
essendo cosa certa, che da quaranta anni in quà, i soli Regolari hanno
acquistato per 250000. scudi in quel solo Regno.
Dopo
giunto il Corriero di D. Francesco, arrivò, per un’altro Corriero espresso,
ordine dell’Ambasciator Veneto, di complire col Rè: del che non essendo andato
ordine alcuno al Nontio per molti dì doppo, il Duca di Lerma si dolse con lui
gravemente, che fosse dal Pontefice tenuto così poco conto d’un tanto Rè, il
quale con tanta sua spesa haveva sostentato l’autorità della Sede Apostolica.
Diedero ordine immediate al Conte di Fuentes di disarmare: il quale, overo per
mancamento di danari, ò per qualche suo dissegno particolare, ò per il suo
solito, di non ubidir’ alla prima, dicendo, Che chi è lontano, non vede i
bisogni; non licentiò le genti, mà le mise sopra le spalle della Communità. Del
che havendo esse supplicato al Rè per essere sgravate, (poiche la34
sola Communità di Milano spendeva in ciò 7000. scudi al
giorno) convenne che fosse replicato al Conte con una post scritta di propria
mano di S. Maestà, se ben havevano gran rispetto di commandarli assolutamente,
per non avventurare l’autorità Regia. Mà
perche era passato a notitia del Rè, che se il Conte di Fuentes restava
lungamente armato, era necessario che seguisse qualche inconveniente, perche
disgustava tutte le Città dello Stato con gli alloggiamenti, contra li
privilegi loro, (se ben egli pretendeva di esser ringratiato d’haver’
interrotti li privilegi a quella gran Città senza moto) vennero in risolutione
di commandarglielo assolutamente: onde quelli del Consiglio, (che erano alieni
dal veder moto in Italia) consideravano, la concordia non solo haverli liberati
dalle molestie d’una guerra piena di pericoli, mà esser’ anco stata inutile,
per gli inconvenienti, che havrebbono potuto occorrere per il cervello del
Conte, difficile ad esser maneggiato: & per la varietà del Papa, non fermo
nelle sue deliberationi.
Il
12. giorno di Maggio D. Inico diede conto al Prencipe dell’ordine ultimo venuto
al Conte di Fuentes, che onninamente disarmasse & dimandò passo per il
Dominio della Rep. alli Alemanni del Madruccio, da ritornar a casa loro; il
qual li fù cortesemente concesso; che passassero disarmati, & alla sfilata,
1500 di essi volevano far la via de’ Grisoni, mà da loro
li fù negato il passo, onde essi ancora furono sforzati far la via del Lago di
Garda per lo stato della Republica. Certa cosa è che la spesa fatta per li moti
di Roma, & de’ Grisoni dal Conte di Fuentes ascende a 80000. scudi, non computate le spese fatte dalle Communità delle Città &
territori, che sono somma inestimabile.
IL FINE.
VIVA SAN MARCO.
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