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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

IntraText CT - Lettura del testo

  • NOTA PRELIMINARE DI LUIGI PIRANDELLO
    • III.
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III.

 

Certo il Cantoni soffriva moltissimo dello sdoppiamento di cui ho fatto parola; soffriva di non poter essere ingenuo, come prepotentemente in lui la natura avrebbe voluto; e mordeva in e negli altri col veleno del suo stile lo scaltro capriccioso che si metteva a far le smorfie all'ingenuo e a beffarlo, il monello della riflessione che acchiappava per la coda la lodoletta del sentimento nell'atto di spiccare il volo. Questo conflitto, questa complicazione sentimentale lo indispettivano. Quella lunga novella sui generis, che è tra le più felici dello scrittore mantovano, L'altalena delle antipatie, ne è una prova lampantissima.

Il lunatico eroe di questa novella confessa di essere una specie di saliscendi fatto persona. Contro il suo male, prende per ricetta di sposare. Rimedio eroico, il matrimonio! E alla sposa, brutta troppo bella, sciocca fine, semplice ed orfana e sola, dice subito, francamente: «Ti sposo perchè t'avrò già veduto cinquanta volte senza mai sapermi dire se tu mi piaccia o no. Nel primo caso sarei scappato a gambe levate per lo spavento d'un mio prossimo voltafaccia; nel secondo avrei forse potuto rischiare, ma capirai, te ne saresti avvista, e probabilmente non m'avresti voluto. Io son fatto così, mercè di Dio, ma porto meco questo di buono nel nostro matrimonio che non mi so punto dire come sii fatta tu. Voglio anzi credere che la tua cara semplicità, così patente, sarà di altrettanto sostanziale, e che tu stessa, ov'io fossi tanto grullo da interrogarti sul conto tuo, me ne sapresti dire su per giù quanto me, cioè nulla. Io tengo ancora la tua anima per una specie di tabula rasa, nella quale, Dio aiutando, potrò studiarmi di non lasciar apparire che le più belle cose. La mia, purtroppo, è così cincischiata che è già un gran dire se mi ci raccapezzo io solo. Questo nullameno posso dirti che cioè, come non mi è mai rimasto un gran tempo di voler bene a nessuna donna, così non mi sono mai illuso fino al punto di credere che qualcuna potesse voler bene a me. Sai, quando uno se ne sta col cannocchiale perpetuamente appuntato sopra medesimo, e più specialmente sopra le attinenze ch'egli possa avere cogli altri, come vuoi che non veda, se non è uno stupido, quanti ce ne sono e di più belli, e di più buoni, e di più ingegnosi di lui? E se lo vede, che speranza gli può rimanere di essere messo avanti gli altri? Non ti sposo dunque perchè t'ami di già, e meno ancora perchè possa già credere che tu ami me. Ti sposo perchè, dato un uomo del mio stampo, mi ci vuole una donna della stampa tua. Due sole cose ti raccomando: la prima di non ritenerti, sposandomi, punto più fortunata di nessun'altra donna; la seconda, di non infingerti mai quando per avventura tu l'avessi meco, perchè c'è il caso molto probabile che tu, col lasciarti scorgere, mi metta al punto di volerti più bene assai. Ed è questo soprattutto che io desidero dal profondo del cuore: volerti bene comecchessia e durabilmente. Che se poi tu me ne vorrai meno, o poco, od anche punto, ci hai a pensar tu. Sarà peggio per te». E che notte passa questo disgraziato, alla vigilia delle nozze! - «Io rinunziare, come il primo imbecille venuto, alle delizie del celibato? Io rispondere della felicità di un'altra persona? Io in procinto di mettermi coi piedi legati in mano altrui? Ma perchè mi sposo, io? Per distrarmi, per non avercela più contro nessuno. Gran noja davvero che era questa per me! Ma foss'anco sicuro il rimedio, come non è punto, che danno è mai venuto agli altri dalle mie sfuriate d'antipatia? Chi ho manomesso? Chi ho vilipeso? Molti anzi non se ne avvidero nemmeno... e me ne dolse. Ma io sì che me ne avvedo bene, pur troppo, ora, che ce l'ho con me! Va, va che hai già fatto un bel guadagno. Ti sei sacrificato per il tuo prossimo, che non ci pativa nulla, ed ora te la pigli con te stesso, che ci patisci tanto, con la dolce prospettiva di mettere al mondo degli altri originali come te!» Balza dal letto a camminare agitatissimo, quantunque in pantofole, per la camera. L'idea della futura prole lo conduce per ultimo davanti ai ritratti dei suoi genitori, ai quali dice con le braccia tese: «Anche con voi ho tentennato, poveri morti miei! Quando mi pareva di star benino al mondo, vi ringraziava in cor mio del dolce dono, e quando ci stava a disagio, vi avrei chiesto volentieri se non avevate niente di meglio a darmi. Voi siete stati felicissimi un dell'altro, lo so, ma fu per poco, e intanto ci sono andato di mezzo io, e ci andranno fors'anco di mezzo i figli miei, se io dovrò far loro la stessa burla infelice che, voi, poveretti, avete dovuto fare a me. Quanto era meglio che mi prendeste con voi, piuttosto che lasciarmi qui solo, con la mia insanabile propensione al ragionamento! Fossi ben saldo in gambe per natura, me ne gioverei, ma come non sono, i miei ragionamenti mi ajutano a stare un po' su da una parte, per cascar giù meglio dall'altra! Ora poi mi pare di essere il Reno, a, Sciaffusa

Altrove, nel Demonio dello stile, allo scrittore Ferdinando Acerra, il quale, richiesto, propone alcuni soggetti di novella a una sua amica, Alberto Cantoni fa esclamare: «Guai, guai tre volte ai vostri futuri volumi se voi, nell'essere in alto mare, aveste potuto, per un prodigio di separazione morale, dimezzarvi così bene da poter sentire da una parte ed esaminarvi dall'altra. Bell'accozzo di bollor subitaneo e di rigore critico non ci approntereste voi!»

E in quel vero giojello che è il racconto Più persone e un cavallo, che strazio egli fa di quel tal colonnello, che durante un viaggio di mare, per dargli una prova della sua penetrazione, gli narra una tristissima storia, con un modo tutto suo di parlare! Sentitelo: «Appena i suoi discorsi tendevano ad animarsi un poco, e subito subito la sua voce principiava a discendere anzichè a salire, per assumere poi dei toni tanto più morbidi e tanto più carezzevoli quanto più, seguitando egli ad animarsi, avrebbero potuto essere più risentiti e più forti». «Oh Dio santo e buono! - esclama il Cantoni. - Tu mi hai dato oggi le più belle prove dell'amore tuo. Mi hai suggerito di viaggiar per mare, e il mare è buono; mi hai disteso innanzi questa cerulea bellezza d'acqua, ed io non ho che a voltarmi intorno, per sentirmi come penetrato della tua grandezza. Non bastava. Ora mi fai discendere il sole a ponente, e mi fai alzare la luna a levante. Da una parte il cielo è già tutto una gloria, dall'altra il mare è già tutto uno zaffiro. Potevi tu essere più buono, più amorevole, più grazioso meco? No. Ma ci sono i miei simili che stanno per guastare la tua opera santa; c'è un colonnello che mi vuole raccontare una sua buja storia d'orrore...» - E gliela racconta difatti, parlando in quella sua graziosa maniera. E dopo avergliela raccontata, lo invita ad andarsene a riposare. «A riposare!!» - esclama il Cantoni, con due punti ammirativi. E il colonnello: - «Sì, io mi son tenuto più che ho potuto; ma nonostante ci ho qui il mio scelleratissimo cuore che si fa sentire, e che ora mi una stretta, ora mi pesa quanto una macina da mulino. Andiamo a letto».

Il Cantoni accoglie quest'ultima confidenza, come s'accoglie, alle frutta, una pera passata da parte a parte. Egli aveva dunque innanzi un'altra allegria: un uomo cioè sempre assorto nella cura preventiva dell'aneurisma: e che però, non volendosi eccitare mai e poi mai, vigilava attentamente i proprii discorsi con quel suo sistema di chiaroscuro... capovolto. Appena che questi discorsi erano tali da fargli fluire un po' più rapido il sangue, ed eccotelo subito a rallentare possibilmente la eccitazione, con tutti i lenocinii della sua flemma a rovescio! Ma che bisogno c'era d'andarglielo a dire? Sceso giù nella sua cuccetta, il Cantoni non può chiuder occhio. «C'è qualcuno che ignori, - egli domanda, - lo stemma della Sicilia? Che non abbia mai visto l'arme, l'impresa dell'alma Trinacria? Allora vuol dire che egli non ha mai viaggiato su certi vapori di Florio, tanto quel segno vi ricorre da per tutto, come se fosse un'uggia, una persecuzione, un tic... Figuratevi lo scheletro d'una ruota con tre soli raggi, senza punto cerchio. Ponete una testa al centro della ruota, fate partire da questa testa tre gambe intere in atto di correre a precipizio tutte tre, e se non vi verrà in mente una girandola animata, ovvero un'idra a tre soli tentoni, vorrà dire (beati voi!) che non avete ombra di fantasia. Povera testa! Quanti secoli che rotoli sulle tue tre gambe!» Ma anche quella dello scrittore non rotolava meno, allorchè si gettò nel camerino e si pose a sedere sopra uno sgabello ricamato, pur di coprire della sua persona una di quelle teste e tre di quelle gambe. Come Dio vuole, si dispone a dormire; ma con la mente invasa e sconvolta dal truce racconto del colonnello, la cuccetta gli sembra un cataletto: si mette fermo fermo cogli occhi chiusi e con le braccia incrociate sul petto, come quei vescovi (in effigie) che stanno lunghi distesi nei pavimenti delle antiche basiliche, e poi pensa a Stenterello, quand'era a letto e aveva paura del morto dal mantello rosso. Non si può più reggere, e scappa fuori all'aperto: va a trovare il cavallo, il povero bajo del colonnello, incassato sopra coperta fra quattro pareti di legno, con la sola testa di fuori; gli s'accosta, gli fa appoggiare il mento su la spalla, e , con la gota ferma sulla ganascia di esso e stringendolo pel collo, si mette a parlare con lui: «Sei in collera? No, eh? Sai benissimo che io voleva rimanere, e che è stato il tuo padrone che mi ha condotto al macello per tutta quanta la serata. Caro quel tuo padrone! Ti lusinga ora perchè t'adopera, e quando invecchierai, ti venderà. Ti venderà lontano lontano, per paura di rivederti, e di rinnovare l'affetto, com'egli dice. Se n'intende lui di queste paure... Oh se tu sapessi, mio carissimo amico, che po' po' di serpenti sono certi uomini, ti assicuro io che li balzeresti di sella tutti, per paura che te ne capitasse uno. Tu sei buono, tu... Io rimango teco fino che spunta il sole. So già abbastanza cosa m'è accaduto a doverti abbandonare la prima volta. Quando si tornerà a sentire odor d'uomo intorno a noi, mi chiuderò a chiave nella mia bolgetta, e chi mi vedrà spuntare avanti che ci fermiamo in golfo, quello potrà ben dire di essere battezzato due volte. Da bravo, raccontami qualche cosa anche tu». E quante gliene racconta, quel povero bajo! Ch'era inglese, e che il nostro clima gli si confaceva poco; e che si ricordava bene della mamma sua, più bella di lui: e che i suoi fratelli maggiori gli avevano dato di grandi calci; e che voleva molto bene alla regina Vittoria.

Voi non ci credete? ne ridete? Pensate che il Cantoni aveva forse un po' di febbre e che, se il cavallo taceva, gli poteva benissimo parere che parlasse? Ma riflettete che quando una bella cosa pare vera, il meglio che possiamo fare è di credere che sia.

Ma allora voi non crederete neppure che il Cantoni un giorno vide a Bergamo innanzi al monumento a Gaetano Donizzetti un bel vecchio rubicondo e gioviale che stava guardando le due nobili figure scolpite dal Jerace, e un ometto smilzo e circospetto, con una faccia un poco sdolcinata e un poco motteggiatrice, che erano, quello l'Humour classico e questo l'Humour moderno. Proprio essi, che, senz'altro, , si misero a disputare tra loro, e poi si lanciarono una sfida: si proposero di andare in campagna presso, a Clusone, dove si teneva la fiera, ognuno per conto proprio, come se non si fossero mai visti, e di ritornare poi la sera, daccapo, innanzi al monumento a Donizzetti, recando insieme nella bisaccia le loro particolari e fugaci impressioni, per metterle a paragone. .

In questo libro, che s'intitola appunto Humour classico e moderno, Alberto Cantoni si dimostra un vero maestro dell'umorismo.

Anche qui egli fa opera di critica, ma seguendo i procedimenti dell'arte. Quel vecchio rubicondo e gioviale, che rappresenta l'Humour classico, è certamente qualche vecchio che egli ha veduto vivo e vero a Bergamo o altrove e l'ha seguito, osservato e studiato, con quella diligenza, con quella penetrazione ch'egli metteva sempre in tutte le sue ricerche. E invece di discorrere criticamente della natura, delle intenzioni, del sapore dell'umorismo antico e del moderno, riporta vivacissimamente, in un dialogo scoppiettante di brio, le impressioni che quel vecchietto vero e quell'ometto smilzo non meno vero han raccolte alla fiera di Clusone: e quanto vede e riferisce alla buona il vecchio rubicondo avrebbe potuto essere argomento d'una novella del Boccaccio o del Sacchetti, del Firenzuola o del Bandello; e i comenti e le variazioni dell'ometto smilzo hanno il sapore di quelle dello Sterne nel Viaggio sentimentale o del Heine nei Reisebilder. E così la critica nasce, ma dalla vita stessa, dalla realtà rimasta imagine e sentimento; e il libro si legge con lo stesso diletto con cui si leggerebbe una novella o un romanzo. E anche qui il Cantoni mostra la sua predilezione per la natura ingenua e schietta, e terrebbe nella disputa dalla parte del vecchio rubicondo e gioviale, se non fosse costretto a riconoscere che esso ha voluto rimaner tale e quale assai più che non lo comportassero gli anni, e che è volgaruccio e spesso vergognosamente sensuale. Ma poi sente in - e n'ha dispetto - il dissidio che tiene scissa, sdoppiata l'anima di quell'altro, dell'ometto smilzo, e lo fa mordere dal vecchio con aspre parole:

— A forza di ripetere continuamente che tu sembri sorriso e che sei dolore... n'è venuto che oramai non si sa più che cosa veramente tu sembri, che cosa veramente tu sia... Se tu ti potessi vedere, non capiresti, come me, se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere.

Adesso è vero, - gli risponde l'Humour moderno. - Perchè adesso penso solamente che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le gioje e le angustie della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto dissimili fra di loro, e niente era più facile che sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle seconde, o viceversa; ma dopo, cioè al tempo mio, è sopravvenuta la critica e felice notte; s'è brancolato molto tempo a non sapere che cosa fosse il meglio che cosa fosse il peggio, finchè principiarono ad apparire, dopo di essere stati così gran tempo quasi nascosti, i lati dolorosi della gioja e i lati visibili del dolore umano. Anche gli antichi solevano sostenere che il piacere non era altro che la cessazione del dolore e che il dolore stesso, ben esaminato, non era punto il male, ma le sostenevano sul serio queste belle cose; come dire che non ne erano niente penetrati: adesso invece è venuto pur troppo il tempo mio e si ripete, aimè, quasi ridendo, cioè con la più profonda persuasione, che i due suddetti elementi, attaccati da poco in qua alla gioja ed al dolore, hanno assunto aspetti così incerti e così trascolorati che non si possono più, nonchè separare, nemmeno distinguere. Ne è venuto che i miei contemporanei non sanno ora più essere ben contenti, bene malcontenti mai, e che voi solo non bastate più a far fermentare il misurato sollazzo dei primi e a divergere le sofistiche tremerelle dei secondi. Ci voglio io, che mescolo tutto scientemente, per fare svanire da una parte quanti più posso ingannevoli miraggi e per limare dall'altra quante più trovo superflue asperità. Vivo di espedienti e di cuscinetti, io...

Bella vita! - esclama il vecchio.

E l'ometto smilzo seguita

— ... per arrivare possibilmente ad uno stato intermedio che rappresenti come la sostanza grigia dell'umana sensibilità. Si sente troppo adesso, come troppo s' è riso ad ufo ed a credenza in altri tempi urge però che il pensiero regga le briglie alla più incomposta manifestazione del sentimento... Rimpiango sempre di non aver potuto ereditare le vostre illusioni, e mi rallegro nello stesso tempo di trovarmi di qua dal fosso, bene agguerrito contro alle insidie delle illusioni stesse! O che avete? Perchè mi affisate a codesto modo?

Penso che se vuoi proprio avere due anime in una, fai molto bene a non assumere la famosa guardatura di quel vedovo innamorato, che a sinistra piangeva la morta e a destra faceva l'occhietto alla viva. Tu invece vuoi piangere e far l'occhietto insieme, da tutte due le parti, come dire che non ci si capisce più nulla.

 




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