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| Alberto Cantoni L'illustrissimo IntraText CT - Lettura del testo |
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IV.
Non si deve credere intanto che l'opera di Alberto Cantoni stia chiusa tutta quanta nel campo della critica letteraria. Già, anche quando essa tratta argomenti letterarii, sconfina spesso nella filosofia e, poichè non è mai soltanto esercitazione critica, ma anche rappresentazione artistica, entra nella vita e accoglie e muove profondi pensieri e complessi sentimenti. Così, in Pietro e Paola con seguito di bei tipi abbiamo l'amore tenerissimo del povero Pietro, prima legatore di libri, poi calligrafo, poi maestrino, per il suo scolaretto inglese Bill Bush, abbiamo la morte di Bill e de' suoi vecchi genitori, a cui seguono tutte le comiche avventure di Pietro, obbligato per testamento a scrivere un libro da dedicare alla memoria del piccolo Bill. Il pover'uomo non sa da che parte rifarsi, perchè non ha mai pensato che, fra le tante disgrazie, gli potesse anche capitar questa sotto forma di benefizio. Comincia a frequentar le biblioteche, si mette a studiare, ma quanti più libri legge, quanto più studia, tanto più si sente avvilito e disorientato. Pensa allora che lo studio non può far presa su lui, perchè egli non ha più nulla dentro, nessuno in cuore, con cui aprire l'animo, con cui sentire la vita; e, quantunque già troppo maturo, risolve di prender moglie. Trova la Musa, Paola, cioè l'arguzia affettuosa fatta persona; ma il soggetto del libro da scrivere non riesce a trovarlo. Egli doveva osservare e notar di suo capo; ma dove osservare e che cosa notare? Gli avviene di leggere un giorno su una targa infissa a una porta: - «Dott. Nanni - Patemi d'animo - Cura e pensione». - Cura e pensione dei patemi d'animo? E qual patema d'animo maggiore del suo? Prende la moglie e va con lei a mettersi a pensione dal dottor Nanni. Osserva tutto quanto gli accade là, e se stesso, la moglie, il dottor Nanni e i bei tipi che vi stanno in cura; nota ogni cosa, prendendo l'imbeccata dall'arguzia affettuosa della moglie, e il libro speciosissimo è fatto. L'umorismo critico del Cantoni non ha qui anche un'intenzione satirica? Pietro, che va a cercare in una casa di salute l'argomento della sua narrazione, non significa nulla? Significa molto, a parer mio, e non solamente per la nostra letteratura patologica, ma anche per la vita che oggi viviamo. Tra i libri che non trattano argomenti letterarii ho già accennato a L'altalena delle antipatie, dove la critica è più propriamente psicologica e anche sociale, su l'istituzione del matrimonio; ho accennato a Più persone e un cavallo, che non ha niente che vedere con la critica letteraria; accennerò ora, brevemente, per finire, a due altri libri che rappresentano l'opera capitale e di maggior mole del Cantoni: cioè alle memorie di Un re umorista e alle scene popolari dell'Illustrissimo. Quest'ultimo libro, L'Illustrissimo, composto dal Cantoni una ventina d'anni fa e man mano rifuso, migliorato, accarezzato con somma cura, vide, in quest'anno per la prima volta la luce nella Nuova Antologia. Io non voglio togliere ai lettori il piacere d'una vergine lettura, con una esposizione critica preventiva. Dirò soltanto che qui il Cantoni, con predominio quasi assoluto dell'elemento fantastico, fa a suo modo - cioè col suo metodo artistico - opera di critica sociale, trattando il problema dell'assenteismo, del disinteressamento e dell'ignoranza dei signori delle loro proprietà rurali e della vita dei contadini, da cui pur traggono, senza saper come nè in qual misura, il reddito pei loro ozii cittadineschi più o meno delicati. L'Illustrissimo è il signore, il padrone, pei contadini della Lombardia: il padrone ch'essi non han mai veduto, e che si figurano tiranno spesso spietato attraverso il fattore ladro e parassita, con cui trattano; non si fanno perciò scrupolo di frodarlo come e quanto più possono. Ora immaginate che questo Illustrissimo sia mandato da una donna saggia e apparentemente capricciosa, in penitenza e per una prova d'amore - dice lei - ma in verità per fargli acquistare quell'esperienza che gli manca, nelle sue terre, fra i suoi contadini, travestito, per allogarsi come bracciante in casa d'un suo mezzajuolo, e figuratevi... No: io non dirò più nulla voi conoscete già l'arte del Cantoni, e io ho già detto ch'egli visse a lungo in campagna. Aggiungerò che, per star bene, o almeno discretamente in salute, egli avrebbe avuto bisogno di non esser travagliato da preoccupazioni, ma che molte invece ne ebbe a causa appunto dei numerosi contadini dipendenti, che, entrati in un campo, vogliono starci a ogni costo, anche se la terra loro assegnata non sia sufficiente a nutrire la numerosa famiglia. I contadini ch'egli mette in iscena sono studiati, dunque, a uno a uno dal vero e ritratti nella loro indole, nelle loro passioni, nei loro pregi e nei loro difetti con meravigliosa efficacia. La trovata originalissima rende poi oltre modo gustoso il romanzo, che pure ha - come si vede - tanta serietà d'intenti. Non ne han meno, certamente, tutti gli altri libri del Cantoni; ma, poichè questo esce del tutto dal campo della critica letteraria e accoglie in sè per la sua mole maggior copia di sentimenti, sarà senza dubbio destinato a una più larga diffusione e diverrà presto, dopo il Re umorista, il libro più noto di Alberto Cantoni. Ma è proprio noto a tutti, come dovrebbe essere, questo capolavoro che s'intitola Un re umorista? Molti, forse più per la speciosità del titolo che per averlo letto, lo ricordano e ne parlano; ma se esso fosse noto veramente, starebbe per consenso unanime tra le poche opere culminanti della letteratura italiana contemporanea, tra le poche più originali ed espressive di tutta quanta la letteratura moderna. Chi l'ha letto una volta, non dimenticherà mai più la figura di questo re che sente tutta la miseria e l'oppressione della commedia ch'egli deve costituzionalmente recitare e che gli altri gli rappresentano attorno, che ha l'amarissima e suprema soddisfazione di potere anche strappare un buon lembo alla commedia universale e di rifarsi così alla meglio delle altre commedie particolari, in forma di Magna Carta o di costituzione. Egli domanda se sia giusto e benefico e regale che non abbia a poter giovare al suo popolo che da lontano, di rimbalzo, adagio adagio, quando gli venga fatto; che non possa quasi nulla per saziare direttamente gli affamati, per agguerrire i miseri; per rintuzzare i forti; che tutto gli abbia sempre ad arrivare davanti come triturato e pesto da tutti i denti di tutte le ruote amministrative; che i buoni lo amino e i tristi lo temano solamente per inteso a dire; e per ultimo che egli non abbia mai ad essere quello che è, bensì che si lasci fare via via (almeno apparentemente) ora più rosso ora più nero, a seconda dei partiti che stan sopra o sotto. Ma allora io dove sto? - esclama fra sè. - Più sotto di tutti per lo meno. «Re e sacerdote di un giovane popolo, con la fronte ricinta di edera e di lauro, avrei voluto porre il mio trono or sotto agli olivi ed or sotto alle querce dei boschi sacri, e di là avrei amministrato volentieri la giustizia, propiziato alla pace, bevuto ai mani, indetto la guerra. Ma così, santo Dio, così, che gusto c'è?» E gli capita una moglie per ragion di Stato, che sa che l'etichetta va presa tal quale come una medicina, che, più amara è, più giova; una moglie logica, che prende cioè sul serio la sua parte. Quando ella depone la porpora, muta però anche di viso, ed allora il re la vede apparire così cangiata che per poco non la riconosce più. Prende il partito di non guardarla mai quando sono davanti alla gente e di non guardare che lei quando sono in famiglia, perchè, in fondo, egli non darebbe un dito solo di sua moglie per tutta quanta Sua Maestà la regina. E confessa: «Io non voglio dire che sieno due; so bene che una ha il viso lungo e tirato, e che l'altra ha la faccia fresca e distesa, so che quella parla breve e quasi sentenzioso e che questa invece non si quieta mai, so che una mi pare più magra e l'altra più grassa. Insomma mia moglie ha tutti gli aspetti di una buona madre di famiglia, alla moderna e alla tedesca, e la regina poteva nascere in ogni luogo ed in ogni tempo e sarebbe stata sempre la medesima regina». Perchè ella finge, finge bene di non accorgersi dei fili che la vengon su col suo manto regale e la sua corona, dei fili che la fanno muovere; mentre lui non sa fingere e da quei fili si sente impedito e legato; eppure ecco: così tenuto com'è, col tormento di non potere esser lui, ma di dover essere a modo degli altri, degli altri che sono tutto il suo popolo, di dover essere cioè nulla, una parola: il re, quand'egli sente bene d'esser uno, un uomo, con pensieri proprii, con proprii sentimenti, che gli s'inacidiscono dentro sempre più; eppure - dicevo - ecco: questo simbolo, che nulla è più, ora deve firmare una condanna di morte, deve aver su la coscienza la vita d'un uomo: lui! Un re la coscienza deve averla come gli altri, i suoi ministri, gliela fanno. Ma se questo re è un uomo e ha per conto suo una sua propria coscienza? Sta qui tutto il conflitto reso da Alberto Cantoni in pagine memorabili, attraverso i tanti casi svariati che possono accadere a un re originalissimo.
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