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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PROLOGO.
      • III.
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III.

Un po' la voluttà della stanchezza, così gradevole ai giovani vigorosi, un po' il piacere di contentar Maria, il fatto è che Galeazzo aveva passato così lietamente gli ultimi quindici giorni, da venire adagio adagio alla più gran decisione per lui possibile: di lasciare cioè che decidesse lei.

Fu però esatto al convegno, e subito Donna Stella, traendo di tasca un giornale:

— Io ho qui il Corriere di jeri, e se non mi metto alla finestra, non ci vedo. Oh quelle due benedette oftalmie che ho avuto da giovane!

La buona donna non aveva lo spirito aperto agli ingegnosi ripieghi, e per colorire il suo quotidiano e discreto disegno di tirarsi da parte, non aveva mai saputo trovare nulla di meglio del suddetto Corriere, e delle suddette oftalmie. Ma che importa la uniformità di mezzi quando si tende al nobilissimo fine di levar l'incomodo?

Donna Stella non era ancora a posto che già Maria principiava sommessamente a dir questo:

— Tu sai, cugino, che io posso dire di non aver vissuto in campagna che una volta sola, e fu quando Piero si mise in capo di dimorare sei mesi nella mia terra del Mantovano. I nostri soliti villini del Lario e della Brianza non si possono dire campagne: sono piuttosto tante piccole bomboniere, piene di fiori e piene di etichetta, dove, per non perdere l'abitudine, si mutano i vestiti due volte il giorno. Vivendo adunque, per la prima e per l'unica volta, in un mondo assai diverso dal nostro, ho visto molte cose che ora non voglio ripetere perchè le vedrai anche tu...

— Questo significa, se non sbaglio, che tu mi mandi in campagna.

— Sì, certo. E in quella appunto che tu possiedi ad otto o dieci miglia dalla mia. Ci siamo spinti una volta fino alle tue adiacenze, ed abbiamo domandato di te. Ci risposero ad una voce che da quando t'hanno dato a bàlia, non t'han più visto. E ciò mi conviene di molto.

Perchè?

Te lo dirò dopo. Ora debbo raccontarti che Piero ed io leggevamo una mattina in fondo al prato, quando ci apparve innanzi un ignoto e simpatico vecchietto. Chiede a Piero della sua salute, a me delle mie rose, introduce di quando in quando una grossa ma onesta facezia e poi, con grande meraviglia nostra, ci chiede la elemosina. «Così a vedervi, risponde Piero, – nessuno direbbe che vi troviate in bisogno». – «Altro che bisogno! – ripiglia lui. – Ho lavorato fin che ho potuto, ed ora che son vecchio non mi rimangono più che settantasei anni, perchè Nostro Signore non me li ha ancora tolti». – «E siete così di buon umore?» – «Perchè no? Vedo che quando si chiude una porta si apre un portone e mi contento. I poveri di adesso vengono su con ben altri principii, e Dio voglia che non sia peggio per loro». – Ho detto fra me: Se tra gli uomini di campagna e quelli di città corre la medesima differenza che tra questo giulivo mendico e quei visi proibiti dei nostri accattoni, vuol proprio dire che la vita rustica ha in qualche cosa di fresco e di sano, così pel corpo come per lo spirito. Ci ripenso ora da tre mesi in qua, e ti prego, se mi vuoi bene, di presentarti, come un operajo a spasso, nella casa del tuo mezzajuolo mantovano, e di rimanere ai suoi stipendi fino che io ti manderò a chiamare.

Potenzinterra!!! Le mani di Galeazzo corsero in traccia del cappello con la palese intenzione di sottolineare visibilmente la enormità di quella proposta, ma l'altra fece mostra di non avvedersene e continuò a dire:

— Se sarai licenziato o riconosciuto per qualche accidente non imputabile a te, ti potrò forse perdonare; se per tua colpa, no davvero. Devi entrare con tutto te stesso nella vita e nell'anima dei contadini, e devi assumerne, colle fatiche e colle privazioni, anche le idee. Vedrai che ti converrà di lavorare del capo quanto delle braccia. Una sola cosa ti permetto: quella di contentarti, per paga, quanto mangi e bevi, senza la qual condizione un operajo smesso non può aver fiducia di essere tollerato a lavorar la terra. Arriverai sul luogo con le tasche vuote, o poco meno, ed io ti manderò otto lire il mese: vale a dire quel che ti rende la tua medaglia. Ti serviranno per empire la pipa.

Galeazzo aveva un bel tenersi aggrappato all'unico e semplicissimo proposito suo, ma non per questo si sentiva meno intontito, come si suol dire. Guardò bene Maria, poi si voltò da una parte a fissare il lontano profilo di Donna Stella, poi si stropicciò gli occhi, poi disse:

— Io, Galeazzo, devo mettermi bracciante nella casa del mio mezzajuolo? E devo contentarmi di fumare in pipa?

— Tu stesso. Le teorie rurali sono belle e buone, ma chi le voglia imporre ai contadini, deve sapersi esprimere nel loro linguaggio, deve poter prendere all'occasione il ferro in mano e dire: «Guardate, ragazzi, si fa così e così». Quanto alla pipa, mi sono ben informata come pel rimanente, e so di certo che è affare d'abitudine. Ti abituerai. Avresti forse voluto che ti mandassi un po' qui un po' a fare il gentiluomo di campagna sulle varie terre che Dio t'ha dato? Perchè mi tornassi indietro il medesimo uomo di prima, e mi raccontassi di aver fatto buona caccia in un luogo e buona pesca in un altro?

— Avrei voluto, per lo meno, che tu non mi parlassi mai di una piccola cura morale. O credi forse che la tua pipa e il tuo lavorar la terra sieno cose altrettanto lisce e naturali come ti sembrano... a dirle?

— Dunque non ne vuoi sapere?

— No davvero. Tu mi vuoi bene e un giorno o l'altro mi prenderai ugualmente.

Maria finse di rassegnarsi, ma non gli credette. Di fatto, mezz'ora dopo, il brillante sindaco di Abbiategrasso era già a parte del gran segreto.

Trovami fuori un mestiere di difficile applicabilità, – gli diceva Galeazzo, – che i miei villani non si sognino mai di mettermi alla prova. E permettimi di dormire in casa tua. Così potrò andarmene in cattivo arnese senza dar sospetto ai miei servitori.

— Allora manda innanzi un pajo di valige. O è impossibile che ti credano veramente partito pel Capo.

Giustissimo.

Due gran bauli, empiuti come Dio volle, mossero poco dopo alla volta di Genova. Poi Galeazzo si mise a tavolino e scrisse:

«Penso che più presto principio, più presto avrò finito, e parto domattina prima dell'alba. Ti raccomando il mio modesto mensile, e ti saluto con tutto il cuore».

Avrebbe potuto escire in querimonie ed in lamentazioni, ma non ne volle sapere, perchè sarebbero state altrettante bugie. La novità della impresa aveva allettato il suo spirito fantastico, ed egli se ne andava abbastanza volentieri, senza avvertire che il progetto di sua cugina era molto molto bizzarro, e che questa bizzarria traspariva appunto dalla sua soverchia ragionevolezza. Nulla infatti di più ragionevole che mutare così un ozioso gentiluomo prima in esperto e poscia in razionale agricoltore, ma... quanti ma avrebbero dovuto apparire in fila davanti agli occhi della bellissima ispiratrice! In ogni modo, poichè era contento lui, siamo contenti tutti.

Addio dunque amabili chiaroscuri, addio dolcissime e delicate mezze tinte; noi stiamo per far capolino in un altro orizzonte dove i giorni e le notti non sono che effetti di luce e d'ombra, distinti fra loro dal buono e dal cattivo tempo, dalla dolce o dalla perversa stagione. Stringiamoci tutti intorno alla segreta anima del nostro eroe, e il gran contrasto fra due mondi, così remoti e diversi, ne acquisterà senza dubbio un più efficace rilievo.

Una cosa ne spiace: quella di non poter faticare meno e colorire più vivacemente le nostre scene, ricorrendo spesso al rustico dialetto. Non possiamo perchè l'Italia è stata così gran tempo schiantata a pezzi, che molte voci e molte locuzioni, vive in un luogo, sono lettera morta per tutti gli altri. E lettera morta saranno egualmente queste pagine per tutti coloro che vi cercheranno arcadici contadini, come quelli dei melodrammi, dei ventagli o dei vasi di porcellana. I contadini veri non sono satrapi pastorelli: sono uomini, ed uomini poco educati; come tali hanno molti pregi e molti difetti dovuti alla natura o, per meglio dire, alla mancanza d'arte.

Li metteremo qui sulla carta come sono veramente e in casa e fuori, ma il nostro medesimo intento porta seco la necessità di non rifuggire sempre da quelle asprezze di pensiero e di linguaggio senza le quali si finirebbe alla lunga col romper fede al vero, e si dovrebbe fors'anco tagliar fuori di netto qualcuno di quei personaggi, mercè dei quali ci confidiamo unicamente di potervi offerire una meno incompleta cognizione di tutta una gente.

State pur tranquilli che ci riscalderemo bene, ma a suo tempo. Ora basta che abbiate un po' di sofferenza e che ci lasciate preparare il terreno, col fermo proposito da parte nostra di non raccogliere la più piccola scena che non abbia attinenza con ciò che dovremo dire in seguito: Ma il campo è vasto, non ve ne scordate!

 

FINE DEL PROLOGO.


 

 

 




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