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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE SECONDA Costantina.
      • III.
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III.

Quando il conte arrivò di nuovo al suo posto, lo trovò occupato da un usurpatore che lavorava alacremente col badile in mano. Era un ometto non punto tarchiato, con quello sguardo dimesso dal quale traspare la innocenza dei propositi, e quella tinta gialliccia che viene, coll'avanzar degli anni, dal lungo uso della beata polenta.

— Son venuto, – disse colla lentezza dei più umili contadini, – per dare il declivio ai due lati della terra che avete scavato questa mattina. Sono il bifolco.

Bravo! – rispose Galeazzo, rallegrandosi nella fiducia di sapere qualche cosa intorno a Costantina. – Conosco già la vostra figliuola. Come vi chiamate?

Marchino, perchè son piccolo.

E si misero a lavorare in compagnia. Dopo cinque minuti, Marchino, che aveva già quasi finito, si voltò un momento, e addentrandosi di primo colpo nella parte più aspra del solito quesito, chiese come se fosse la più ovvia delle domande:

––– Quanto vale il chilo la farina gialla ora verso Milano?

Il conte di Belgirate non si era mai sognato che tante e poi tante creature umane in Lombardia potessero considerare questo prezzo come un affare, più che importante, urgente. Fino che è basso o che rimane dentro a certi limiti, la quistione agraria, già avviata dal quarantotto in poi, o si ferma, o si fa blanda, o si contenta di mostrare, con certi sussulti parziali, che non dorme affatto; quando invece quel prezzo è alto, e accenna a crescere, allora il conflitto imperversa negli animi, se non in piazza, e la gran quistione si rimette a camminare a furia di scatti, di spintoni e di strappi. Non si può dire che tutto sia , perchè gli umori sono già corrotti, e perchè anni sono ci si è anche immischiato il buon volere degli agitatori; ma è certo che per andar avanti come Dio vuole bisognerebbe almeno che le cattive annate non venissero mai a scindere così nettamente gli uomini in due: quelli che hanno da mangiare da una parte, quelli che non ne hanno dall'altra.

— Non saprei, – rispose Galeazzo imbarazzato. – Io sono solo, e però mangiavo all'osteria. E qui?

Venti centesimi, ora, e non c'è male, ma l'anno scorso siamo andati fino a trentatrè. Che anno, Gesù Maria! Quanto a me, m'ingegnerei in ogni modo, perchè la mia paga è tutta in grano ed in vino, ma sono pochi, pochi assai coloro che possono allogarsi con un padrone fisso, ed io medesimo ho di altri guai. Basta, se Dio non ci mette presto la sua mano, si sta poco bene da queste parti, ve lo dico io.

Perchè?

Perchè siamo troppi e ci vogliamo male. C'è poca religione, ora, e il pane che mangia uno, pare che faccia amarezza a un altro. Io sono in età, e Stentone, per sua grazia, mi vuol tenere ancora, ma se sapeste quante volte lo hanno accerchiato per prendere il mio posto! Sono stato giovine anch'io, ma non mi sono mai lasciato indurre a fare di queste cose, col bisogno che avevo. Cosa volete che vi dica? Sarà colpa del lusso, delle macchine, delle benedette novità che son venute di moda, e che pajono fatte apposta per inasprire la gente. Ma intanto la invidia è seminata, e prospera.

Povero galantuomo travestito da codino! – pensò l'altro fra di . – Tu andrai a finire come l'onesto mendicante che ha riscaldato il capo alla mia Maria, e mercè del quale mi tocca di ribaltare questa carrettata!

E giù. Dio sa quante erano dall'alba in poi!

Avrebbe voluto rispondere qualche cosa ad alta voce, e condurre così pulitamente il suo interlocutore a parlare anche di Costantina, ma ne fu impedito da una donna che veniva verso di loro e che si appressava continuamente. Era Peppina. Aveva Santello in braccio, e gli diceva in tono affettuosissimo, baciandolo più volte:

— Oh il mio tesorone! La mia fontana d'oro! Mi vuoi bene ora perchè sei pieno di latte, porcellino! Ora sì, eh?

E il bimbo a ridere.

Spicciatevi! – disse Peppina al bifolco. – Pompeo vi vuole perchè è rimasto senza pali.

E faceva atto di tornar indietro con Marchino, che l'aveva obbedita immantinente. Se non che il signor Santello non la intendeva punto così, come poc'anzi. Prima volle essere messo a terra, poi si mise a correre, gridando nel suo dialetto colla pronuncia infantile: «Anom da' t'l'om!» (Andiamo da quell'uomo).

Galeazzo, che amava i bambini, lo ricevette festosamente, pigliandolo sotto le ascelle, e palleggiandolo in alto, come faceva Ettore con Astianatte.

–– Vostra madre si è fatta onore, – disse a Peppina nel riporlo a terra. – È un bel bimbo questo!

— Non è mica suo, – rispose la ragazza arrossendo lievemente.

— Come? Lo alleva soltanto?

— Sì. Le era morto un piccino, ed io ho insistito perché prendesse questo dall'ospizio.

— Avete insistito? Come dire che gli volete molto bene? – domandò Galeazzo confrontando attentamente i due visi che aveva davanti.

L'altra posò le mani sulla testa del bimbo, e chinandosi a baciargli i capelli, rispose piano con un accento che non lasciava più dubbio:

— Molto.

— Avete avuto troppa fretta, giovinotta mia! – esclamò Galeazzo con quella smania di sermoneggiare che abbiamo tutti quando ci s'imbatte nel popolo minuto, come se ognuno avvertisse la grande opportunità di assicurare almeno la morale in basso.

— Ne ha colpa Manuello, – rispose Peppina. – Avrei marito da più di tre anni se non era lui. È tanto buono, poverino!

— Chi? Manuello?

— Un'altra di fresca! Piero, il figliuolo maggiore del vostro padrone. S'è principiato a discorrere che avevamo dieci anni, e non ci siamo lasciati mai. La sua prima palanca l'ha spesa per amor mio, e mi ha portato le castagne secche. Dopo siamo cresciuti e... cosa volete? Sono disgrazie che accadono alle persone.

Disgrazie!! – osservò l'altro col medesimo intendimento di prima.

Peppina credette che questa esclamazione volesse dire che un figliuolo così forte e così sano come Santello non si potesse mai chiamare una disgrazia. E però rispose:

Capirete anche voi, far cattiva figura non piace a nessuno, e se questo bel mobile di figliuolo avesse avuto un po' di pazienza, egli non ci avrebbe scapitato di nulla. Ma ormai la cosa è vecchia, e questi otto o nove mesi passeranno, voglia o non voglia Manuello! Oh! se passeranno!

Ma non sapevate che c'era la leva, e che i soldati sono più in pericolo degli altri uomini?

— Quante cose si sanno! Me lo dovevate dire allora e non adesso, bella testa che avete anche voi! Guarda che roba! Parliamo di pericoli ora che c'è una creatura di mezzo!

Galeazzo capì di essere andato tropp'oltre e procurò subito di voltare il discorso:

Brava! Giusto la creatura! Dite un po': com'è che ve l'hanno lasciata se l'avevate messa all'ospizio?

— Da queste parti si può, e mi pagano anche un tanto il mese. Chi volete che lo tenga meglio di noi?

— Ma i vostri genitori cos'hanno detto?

— Mia madre è una donna e mi ha perdonato fin da quando se n'è avveduta; mio padre mi ha fatto piangere, mi ha dato un par di schiaffi, ma poi, cosa volevate che facessero? Io tesso per tutti a casa mia, faccio comodo a tutti, e se alla morte del mio fratellino essi non mi contentavano, me ne andavo via.

Qui Peppina s'interruppe, e scotendo Galeazzo pel braccio, gli disse cambiando tono:

— Ma guardate questo tesorone colla pipa in bocca! Voi non ve ne siete accorto, ve l'ha rubata di tasca! Ora intendo perchè stava così tranquillo. È abituato con mio padre che tiene sempre addosso un po' di pane per lui. Oh la mia gioja d'oro!

E lo riprese in braccio per tornare di corsa dalle lavandaje, con una gran paura di sentirsi dire che aveva indugiato anche troppo.

Galeazzo rimase solo a predicare dentro di contro le donne

«Leggiere di testa»

e ad accendere la pipa ogni mezz'ora, gratissimo a chi gliela aveva rimessa in mente in una giornata nella quale, faticando troppo e mangiando malissimo, non aveva mai pensato di tirarla fuori.

La pipa! Il sigaro! Pajono cose da nulla, non è vero? Ma perché esercitano essi un così gran fascino sopra tanti uomini? Forse che il piacere della bocca e l'estasi degli occhi ve lo spiegano a sufficienza, cotesto fascino che pare una malia? No, vi è dentro qualche cosa di maggiore del piacere dei sensi, qualche cosa di più alto che i fumatori stessi non sanno chiarir bene, ma che sentono, e sentono tutti. Si direbbe quasi che il fumo, nell'uscire, porti seco, almeno fin che dura, la peggior parte di loro, e che essi, lieti dell'effetto, ci piglino gusto per un dato tempo, senza mai avvertire la causa. Che diamine! I tristi ci sono, è vero, ma tutti i buoni sono sempre buoni, tutti i tristi sono tristi sempre.

*

*      *

Uno di noi che si fosse trovato la sera nei panni di Galeazzo, avrebbe detto sicuramente:

Curiosi i filantropi che declamano tanto contro la polenta! È segno che non ne hanno mai mangiata di buona. Oh se sentissero questa! Non va giù da sola? Non è rimenata come si deve? Non diffonde intorno un profumo soavissimo, quasi di vainiglia?

Ma Galeazzo non si era mai occupato di quistioni pubbliche, e più che ai filantropi pensava a rimettersi un po' di fiato in corpo. Che volete canzonare? Tredici ore di quel lavoro, con la giunta del fumo, dell'astinenza e della morale. Pareva un poeta, alla fame!

Milanese! – disse la vecchia dopo l'ultima foglia d'insalata. – Volete dormire al chiuso da questa notte in poi? Vi posso mettere nel letto del mio soldato. Basta che mi diate una lira il mese per la biancheria.

Giovannona e suo padre si misero a sbuffare. Pensarono entrambi che quella piccola ladreria avrebbe finito in bottega del pizzicagnolo, dove la vecchia l'avrebbe subito barattata in una libbra di caffè per lei.

— Non mi strangolate, – rispose Galeazzo. – Sapete bene che ho pochi denari.

— E voi state al fresco! Anch'io ho poche lenzuola.

Il conte rovesciò il taccuino, e disse:

Vedete Me ne restano cinque in tutto. A voi. Ma almeno fatemi coricare immediatamente.

— Che dormiglione! – prese a dire Pompeo. – Ancora non v'è venuto voglia di andare all'osteria!

— No davvero. Questa notte nel sacco ho dormito pochissimo.

Nunziata gli fece lume, e lo condusse in uno sgabuzzino del primo piano che dava verso strada:

— Qui starete meglio che sul fienile, – osservò con una certa mellifluità, ponendo in seno la lira di Galeazzo. – Manca un vetro solo alla finestra, ma domani vi incollerò sopra una bella stesa di carta bianca. E gratis! Se sapeste la storia di quel vetro! Me l'ha rotto il compare di Pompeo, il del suo battesimo, cioè la bellezza di ventun'anni fa; ma il nostro Illustrissimo, poveretto, ha dieci mani per tirare e nemmeno un dito per ispendere! Ecco le lenzuola! Fiutate, sanno di bucato sì o no? Avete fatto bene a prendermi in parola, caro il mio figliuolo! Volevate buscarvi un reuma, per risparmiare due centesimi il giorno!

Ladra sì, ma esatta no!




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