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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE QUARTA Padre, figlia e Niccolino.
      • II.
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II.

Senonchè Domeneddio., che lo poteva vedere davvero, ebbe finalmente misericordia di lui. Dopo cinque o sei di quelle corse dalla cucina all'aja, Giovannona e Piangi accorsero dal portone di fuori e, come gente avvezza, afferrarono il primo recipiente che venne loro sotto le mani, lo fecero traboccare di roba, infilarono la stanga, e riapparvero col mastello vuoto quando Stentone aveva appena fatto a tempo a prepararne uno di pieno. Costui, che li credeva entrambi di sopra con la vecchia, avrebbe potuto chiedere come diamine erano saltati fuori a coppia dal portone, e di dove venivano a quell'ore bruciate, ma buon per lui che quello non era momento da domande! Altrimenti avrebbe saputo che Giovannona, in luogo di pensare alla roba di tutti, non aveva avuto in core che la propria, e appena rimorchiati a casa i due giovani, aveva raccolto in due fardelli tutto il suo famosissimo corredo, e mezzo addosso a Piangi, mezzo addosso a , lo aveva portato in paese tutto. Da Costantina ci poteva star bene la roba degli altri, così vicina al foco, non la sua – pensava essa nel correre – mentre il povero Piangi, con tanta biancheria da letto sulle spalle, aveva avuto voglia di chiedere a tutti se fosse poi giusto che egli dovesse bagnar la camicia per i dolci riposi del suo rivale.

Ma ora che la vecchia sta finalmente per mettere in libertà i suoi tre uomini, e che costoro, rinforzati da Marchino, scendono anch'essi a terreno, la salvezza del grano, affidata così a sette persone, non può non diventare assai presto un fatto compiuto, e nulla ci vieta di parlare un pochino, così in astratto, degli infortunii di questo genere.

Gli incendii che partono dai fienili bene empiuti (cioè quelli dove il fieno sia stato calcato a forza nel più breve spazio possibile, e dove non si trovi nemmeno il più piccolo fuscellino di paglia) possono spegnersi talvolta in sul principio da chi abbia modo e braccia di mandar su regolarmente moltissima acqua, ed un intero esercito di lenzuola bagnate. Ma quando manchino e il modo e le braccia, sogliono produrre effetti assai più gravi di quel che non si sarebbe creduto alla vista del foco in azione. Fin che covano, non c'è naturalmente nulla di più tranquillo, e quando pure le prime fiammette principiano a lambire muri e pilastri ed a spingersi in su verso le travi, anche allora (ammesso bene che non tiri vento) si metterebbe quasi pegno di poterne venire a capo e senza pompe e con poche braccia, e con una certa facilità. Dopo invece si trova sempre che la distruzione è andata piano sì, ma abbastanza lontano per non fare grazia che ai muri, e si capisce che se il foco ha impiegato un certo po' di tempo prima di dir davvero anche in su verso l'armatura, è stato soltanto perchè, alimentato di roba leggera, non poteva così subito trovare la forza ed il calore che ci volevano per fare buona presa sui legnami grossi.

Addio! Questo momento è già venuto per il rustico della Casanova! Una trave a mezzo il tetto di esso rustico è già data giù, come un enorme tizzone ardente, sopra il pavimento del fienile, il quale, troppo debole per reggere all'urto della mezz'ala di soffitto che la trave si tira dietro, sprofonda alla sua volta dentro la stalla, e alla vista già paurosa della ruina s'aggiunge quel fragore quasi metallico e stridente che è proprio delle tegole, dei cornicioni e dei calcinacci quando vanno a rompersi a precipizio di qua e di . Il foco, più libero, s'innalza vittorioso a vampate intermittenti dove il tetto non lo costringe più, la luce si fa più viva, e tutta quella povera gente, presa di terrore, o mette le mani al capo per vedere e udire il meno che può, o fa il segno della croce, o si getta in ginocchio addirittura. Che brutto momento! Tanto più brutto quando uno, fosse anche estraneo, ci capiti accanto in mezzo a poca gente. Figurarsi poi una persona di casa!

— Qua! – gridò Stentone, primo a riaversi dello sbigottimento, mentre sollevava di peso una lunghissima scala a pioli. – Qua tutti. Se noi non tagliamo il tetto, va al diavolo anche la casa!

Lasciate che vada ora, che è vuota! – proruppe Nunziata. – Volete rompervi il collo per amore del padrone? Così bene che ci tratta lui!

Quegli non intese, o non volle intendere. Mise a posto la scala ajutato da Galeazzo, che non era trattenuto come Piangi o come i ragazzi di casa dalla paura, da nessuna donna, e poi su tutti due un dietro l'altro sul tetto della abitazione, con nient'altro in mano che un sol pajo di quelle medesime stanghe che avevano servito poco prima ad esportare il grano. Erano lunghi tutti due, ma veduti così dal basso all'alto, con quella maledetta luce che li involgeva a sprazzi di sotto in su, parevano più lunghi ancora.

— Ed ora che si fa? – domandò Piero, che per non lasciare il padre col solo Milanese accanto, si era subito svincolato dalle donne, e appariva alla sua volta con un'altra stanga.

Stentone rispose coll'esempio. Principiò a scoperchiare il muro che divideva il _fenile dalla casa, gettando le tegole soprastanti in mezzo alle fiamme, e quando, coll'ajuto del figlio e di Galeazzo ebbe finito bene, disse ad entrambi:

Giù alla svelta, giù alla svelta! Mettiamo le stanghe sotto, facciamo leva sul muro e giù!

Giù alla svelta che cosa?

Le travi in fiamme, s'intende. Il tetto era uno solo per tutto il fabbricato, è vero, ma tutti i legni dei suoi due lati s'appoggiavano al muro di mezzo senza punto combinare insieme, per la qual cosa, volendo isolare bene quella metà di travatura che stava sopra l'abitazione, tuttora salva, bisognava smuovere, non ostante il frescolino che alitava intorno, tutti i grossi legni già arroventati dell'altra metà, e smuoverli tanto, fino a che, privi dell'appoggio del muro, fossero precipitati, per la breccia aperta poco prima, giù giù fino al pavimento della stalla... cioè adagio, non è più una stalla quella, è uno spaventoso centro di luce, che tinge di rossastro i globi di fumo che gli si son fatti intorno, e lascia così in una penombra apparentemente più desolata e più cupa quegli oggetti appunto dove meno arriva.

Piuttosto che strillare tanto, – sclamò Piero verso le donne, nello scendere a terra il primo a taglio finito, – facevate meglio a bagnare quanti lenzuoli avete, e a coprirne le porte e le finestre di casa, specialmente quelle della tinaja. Non sapete che un po' d'aria si può sempre levare da un momento all'altro?

Oh sì che Giovannona fu ben contenta di aver portato in salvo le lenzuola sue! Anche la madre non voleva a nessun costo dare le proprie, ma come impedire a Stentone di prendersele, ora che erano tutte a fascio in casa di Costantina? Più che starlo a guardare quando ne usciva con una bracciata piena, e trattarlo bene di matto furioso non poteva fare!

V'imaginate la povera Casanova con tutti i vani e gli affissi coperti di pannilini fradici intinti, e con un tal braciere a fianco da cuocere le uova a dieci braccia intorno? Un poeta avrebbe potuto dire che essa pareva una bicocca sinistramente imbandierata, la quale si preparasse a vedere sfilare una lugubre e fantastica processione, con accanto il rogo acceso per accogliere la vittima; ma buon per essa che Stentone non era punto poeta, e che la furia sempre più vorticosa delle fiamme, che già mugghiavano più che non stridessero nello spazio lasciato in loro balìa, lo persuase a tornare sul tetto, ed a coprire di roba molle tutta quanta l'ala salvata, dove le faville, a cagione dell'altezza, non avevano tempo bastante di spegnersi nello scendere. Altrove sì che ce l'avevano il tempo, e vedute così a quella gran luce, che omai di rossiccia si era fatta bianchissima, si potevano quasi numerare una per una, finchè, mutate subitaneamente in pulviscolo di cenere, scendevano tremolando a terra, come tanti fiottolini di candido nevischio.

Omai la scena si era fatta molto bella. Ma più bello ancora era l'udire il povero Stentone, appena ridisceso, gridare alla moglie ed alla figlia colla grinta che fanno gli uomini i quali vanno in bestia poche volte in vita loro, ma quando ci vanno, guai!:

— Che assicurata o non assicurata! Io ho avuto in consegna una fattoria, e non una cesta di carboni da ardere! È mio dovere di tenerci, e fin che posso, ci tengo. O vi preme più la roba che la coscienza, svergognate che siete?

Cos'è mai l'egoismo! Un po' meno renitenti di giovare al prossimo che fossero state quelle due donne, e avrebbero ben capito da che razza di vantaggio non era anche per esse l'avere in piedi la casa di abitazione. Importava di molto che due mesi dopo gliel'avessero tornata a fare anche un po' meglio!




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