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Alberto Cantoni
L'illustrissimo

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  • ALBERTO CANTONI   L'ILLUSTRISSIMO ROMANZO
    • PARTE SESTA La vecchia, le giovani e la contessa.
      • III.
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III.

A cose chiare, Maria affidò le sue contadine a donna Stella, e condusse la balia nella casa della marchesina Paola, che, troppo innanzi per potersi muovere, aveva chiesto almeno di vederla nella serata.

Mentre Peppina e Costantina riandavano tra loro, con la beatitudine dell'innocenza, tutte le minchionerie che avevano detto al Milanese nei cinque giorni ch'egli era stato all'erba, e mentre la vecchia seguitava a guardar a terra senza dir nulla, Giovannona aveva già picchiato più volte colla mano aperta sopra il bracciale della poltrona dove era seduta, pensando:

— Oh, averlo saputo!! Altro che scarto di stamperia! Altro che casetta da otto lire il mese! Avrei dato io la prima il ben servito a Niccolino, e poi... poi so io di chi avrei fatto finta di innamorarmi! Ed ora, senza avvilirmi a chieder nulla a nessuno, ora forse tornerei a casa con la più grossa dote di tutta Coronaverde!...

Ma intanto la vecchia s'era accostata a donna Stella per dirle con voce flebile, interrompendo le ragazze:

Senta. Che un signorone come il mio Illustrissimo abbia potuto rassegnarsi a fare quella vita anche per poco tempo, e solamente per conoscere e per cogliere in fallo dei poveri contadini come noi, via, è una cosa che non mi può andare giù. La contessa, mandandolo, deve aver avuto qualche altra ragione. Me la dica, faccia il piacere.

Nunziata non s'immaginava di certo di aver toccato il lato debole dell'ottima dama di compagnia, la quale, s'è già detto, non si grogiolava mai tanto come quando poteva deciferar qualche cosa a qualcheduno.

— Sì che ne ha avuto, – rispose; – ma vi avviso che sono ragioni molto lunghe a capirsi da chi non ha studiato.

Provi, provi, cara la mia signora donna Stella, lei che ha tanta pazienza. Provi.

Un'oca giovane chiamata a bere avrebbe corso meno. Donna Stella principiò beatamente la sua allocuzione con una opportuna e diligente rincorsa storica. Per far più presto si rifece dai Gracchi e dalla varia fortuna della legge agraria; poi balzò in pieno medio evo tra i servi della gleba e gli orrori della Jacquerie, e finalmente s'affacciò al mondo moderno, toccando degli Irlandesi, e rimproverando molto diffusamente agli Italiani l'antica propensione di spendere nelle città e sui laghi e sui colli i mal curati redditi delle loro campagne. E concluse:

— Ma anche a viverci continuamente, quando non se ne conoscano gli uomini le cose, non può fruttar molto, e però la contessa, acerrima nemica degli ozi nobileschi, credette buono esempio di pregare il signor Conte, ecc. ecc.

Chi t'avesse detto, povero e buon parroco di Dolo, che tu avevi al mondo un'anima gemella, mercè della quale avresti unicamente potuto compiere i tuoi destini, e i suoi! A lei la nozione, il concetto, la sostanza; a te la divina sollecitudine della forma, e che bell'anima in due brutti corpi non sarebbe stata la compenetrata anima vostra! Se non che ora è troppo tardi per poter effondere in uno due spiriti elettissimi le cui sembianze corporee si aggirano pur troppo a quasi cento miglia di distanza, e neanche l'immenso premio di accostarle insieme, almeno coll'immaginazione, ci può trattenere dal riferire invece le impressioni delle quattro ascoltatrici.

Furono ottime. I contadini sono troppo satolli della monotona e soverchia semplicità della loro vita, per non compiacersi del grottesco in ogni sua scientifica od artistica manifestazione. Se non vi persuade, considerate ch'essi s'affidano più volentieri dei medici e degli avvocati; adocchiate bene quand'è che più si divertono a teatro, o prestate orecchio alle cavalleresche epopee che soglion leggere a veglia. – Peppina e Costantina, che per di più si trovavano a cor leggiero, non avrebbero dato le disquisizioni di donna Stella per Dio sa che cosa, ed anche Nunziata e Giovannona, benchè si sentissero ribollire ancora, pure non ne perdettero una mezza parola.

*

*       *

Buona sera, donna Stella, buona sera voi quattro. Giù, giù, non fate complimenti! – disse presto Galeazzo, con gli occhi fermi sulla sedia che aveva preso in mano appena entrato, pur di non vedere il viso compunto della vecchia, il supposto cipiglio della figliuola.

Ma Nunziata, da quella industriosissima donna che era, aveva già capito bene che il miglior sistema per lei era quello di prendere alla lettera gli ammonimenti di Maria, epperò, facendosi forza, e ben lunge dal dare in smanie di compunzione, spinse vivacemente il crocchio da lato per dar posto al conte, e gli chiese con un sorriso che per essere forzato non le riuscì men bene:

— E così, Illustrissimo, le è poi piaciuto il mestier del contadino?

— Poco, veramente, – rispose Galeazzo, ben lieto di quella disinvoltura.

Credo. Vuol dire che tanto più indulgente sarà con noi. Parlo bene?

Benissimo. Ma ora voglio rispondere parecchie cose a queste ragazze, che m'hanno già chiesto perchè sieno state invitate anche esse. Cominciamo da te, Peppina, – aggiunse, voltandosi, e parlandole addirittura come i signori lombardi sogliono parlare ai contadini giovani e celibi, d'entrambi i sessi. – Tu dirai a tua madre che la voglio rimunerare di tutto il danno da lei sofferto per l'incendio, e ti preparerai fra poco a metterti in regola con gli uomini e con Dio. Il 10° di linea sta per venire a Milano, e m'impegno io di levare di capo a Piero quella nuova ferma risolutiva di altri quattr'anni che gli si è fitta dentro, e che fra pochi mesi non si potrà nemmeno più fare.–

Illustrissimo mio strabenedetto! – sclamò Peppina, saltando sulla scranna come una bimba pazza.

Chetati, e non lustrarmi tanto. Ora a te, Costantina. Tu resterai a Milano al servizio della contessa. Quando mi sarò sposato, e mentre la Casanova muterà tanto aspetto che tutti la vorranno veder per maraviglia, tu verrai con noi in campagna da un'altra parte, dove si spera bene che tu possa imbattere in qualcuno che ti faccia scordare di... Coronaverde. Ti assicuro che te lo meriti, non foss'altro per il buon core che m'hai dimostrato, e per le molte e belle lettere che hai scritto.

— Ma io... – sclamò la povera ragazza, la quale non sapeva punto che viso fare.

— Ma che? Non m'hai detto tu stessa che per amore di tuo padre e tuo, non ti rimane a fare nulla di meglio che andar a servire? O preferiresti la prima padrona venuta alla contessa?

— No... ma Milano... è un po' troppo lontano.

— Da chi? Da tuo padre, o da Pompeo? Se da tuo padre, aspetta che ci siamo sposati lui ed io, e poi lo farò venire quassù nel milanese, nella stessa villa dove andremo anche noi. Per bifolco è troppo vecchio, e per guardiano va bene. Se poi ti spiace di allontanarti da Pompeo, allora, mi duole di dovertelo dire, allora... hai torto. Siamo stati insieme all'osteria dopo l'incendio, e , tra quello che ha detto in pubblico, e quello che ha detto a me in privato, sta' pur sicura che tu io siamo stati trattati bene.

La vecchia, appena era venuta in campo l'osteria, aveva principiato a tossire piano piano, come chi vuole udire ogni cosa, lasciando credere nello stesso tempo di non aver udito nulla.

— Si sarà forse lagnato dei miei rimproveri d'un certo giorno, ma del resto non può mica aver detto male di me, – osservò timidamente Costantina guardandosi in grembo, e dopo di aver già cambiato colore due o tre volte a dir poco.

— No, non ha detto male, quel che si dice male, anzi me ne ha detto bene, tutto compreso, ma in sostanza, e se proprio lo devo dire, m'ha insinuato di pigliargli il posto.

— Presso di me? – domandò Costantina col fare di chi non sapesse ancora se fosse il caso di ridere o di piangere.

— Già. Presso di te. Un'altra volta pigliami in parola subito. Ora a voi, vecchia ed umanissima padrona mia!

— Sì, bella padrona!

Direte subito al signor Concomodo che io non mi sono mai inteso di pagarlo perchè egli mi sfruttasse le terre, lesinando ogni spesa e mettendo male fra Stentone e me; che non l'ho mai e poi mai rimproverato pel nuovo impianto della siepe viva, e che molto meno gli ho scritto di espormi alla vendetta pubblica, stipendiando il mio prossimo a dodici soldi il giorno, compreso il vitto.

— E che prossimo! – osservò Peppina ridendo.

— Questo gli direte, – concluse Galeazzo, – aggiungendogli che mi mandi subito i conti, senza più oltre impacciarsi nelle cose mie.

— E subito piano, quasi fra :

Ora posso dire di aver provato anche questa! Ma avanti che Maria mi ripigli a fare il Deus ex machina, voglio dar moglie ai miei figliuoli... almeno! Beati i poveri mille volte! Almeno essi non hanno altro obbligo che di pensare a .

C'invidia? – chiese sorridendo Peppina, che aveva udito le ultime parole.

— Qualche volta, perchè no?

Scusi, sa, ma mi pare che sbagli. Veda i morti, se non crede a me. Quelli son tutti poveri, intanto.

— I morti?

— Sì. Quando ne parte uno, fors'anche il re, si dice subito il povero re. Se noi altri, qualche volta, si stesse veramente più bene, gli darebbero anche del signore!

— Ma è un avvocato nato costei! – disse il conte guardando le altre.

Peppina, un po' lieta dell'applauso, ma più paurosa di una gentile canzonatura, sciupò miseramente il suo trionfo oratorio col più inutile ed intempestivo multiloquio:

— Come? Non è forse la pazienza quella che ci salva il buon umore quando siamo sani? Ci scappi e subentri l'invidia, siamo anime dannate finchè campiamo!

E via di seguito.

Volete far parlar male una persona che parli bene naturalmente? È molto facile, basta lodarnela




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