Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Giovanni Verga
Teatro

IntraText CT - Lettura del testo

  • DAL TUO AL MIO
    • ATTO II
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

ATTO II

 

Alla casina della zolfara. Stanza comune d'ingresso. A sinistra una finestra; indi, in linea diagonale, un finestrone che sulla scala per cui si scende nel cortile. Uscio in fondo. Altri due usci a destra, e fra di essi uno scaffale coi libri e i registri della miniera, più avanti una scrivania. Dalla finestra e dall'uscio a vetri si vedono il muro di cinta del cortile, e la sommità del portone coronato di merli; poi la terra brulla e arsiccia della zolfara, e in fondo le alture rocciose su cui serpeggia il sentiero che va al paese. Vocio di donne e di ragazzi che ballano e fanno il chiasso nel cortile, misto al suono di tamburelli e di un organetto.

 

SCENA I

 

Lisa (ridendo, sale di corsa dal cortile, con un mazzo di fiori selvatici in mano, inseguita da Luciano, eccitato ed acceso in volto anche lui).

Luciano (fermandosi sul terrazzino colle braccia tese e gli occhi bramosi, ma senza osare d'entrare). Ah, no! , no!

Lisa (trionfante, voltandosi verso di lui, mentre si riannoda le trecce scomposte). Vedi?

Luciano. , no! , no!

Lisa (con uno scoppio di risa, sbattendogli in viso il mazzo di fiori). Allora, prendi!

Luciano (passandosi sulla faccia la manica della giacca). E va bene! Avete ragione voi adesso!

Lisa (provocante). S'intende! Sono la tua padrona, sì o no?

Luciano (col gomito allo stipite del finestrone e la testa sulla mano, gli occhi sfavillanti). Siete la mia padrona... La mia padroncina cara...

 

Si china a raccattare un fiore da terra, lo bacia e se lo passa all'occhiello.

 

Lisa (ridendo). Come sei bello con quel fiore! Sembri un cavaliere.

Luciano (imbronciato, buttando via il fiore). Io non sono un cavaliere, lo sapete bene!

Lisa (voltandogli le spalle). Quanto sei sciocco!

Luciano. No, sono pazzo, volete dire!

Lisa (torna a voltarsi verso di lui e si guardano negli occhi, smarrendosi un istante. Poi essa storna il capo facendo per stornare il discorso, turbata sotto la gaiezza che affetta). Almeno state allegri laggiù! Qui par di morire!... Chi è che canta adesso?

Luciano. Nardone. Quello non farebbe altro che cantare... "Amore, amore, che m'hai fatto fare?..."

 

Si fissano come prima, egli appoggiato allo stipite, ella

seduta alla scrivania e col mento sulla mano.

 

Non farebbe altro che cantare Nardone... Ha il cuore contento, lui.

Lisa. E tu, no?

Luciano. Anch'io!... Tanto!... Alle volte sì, e alle volte no... Non mi par neanche vero, alle volte!... Sorte infame! che ci abbiano a essere ricchi e poveri a questo mondo!...

 

Interrompendosi le fa segno che vien gente dall'altra

stanza. Poi continua a voce più alta, cambiando tono.

 

Sicuro! C'è un gran malumore nella zolfara...

 

Lisa si alza, voltandosi per vedere chi è.

 

Vogliono cresciuto il salario.

 

SCENA II

 

Nina (dal primo uscio a destra, si ferma un momento sulla soglia, guardando Lisa e Luciano con un rapido aggrottar di ciglia e turbandosi in viso. Luciano, imbarazzato, entra nella stanza come se giungesse allora, dandosi un gran da fare per frugarsi addosso, cavandosi il cappello a cencio passandolo da una mano all'altra, riponendolo in capo. Infine cava di tasca dei fogli e degli scartafacci).

Luciano. Ah, ecco! eccoli qua! Ero venuto a fare i conti della settimana, se volete, vossignoria...

Nina (senza rispondere lo guarda fiso, alzando gli occhi al cappello che egli ha in testa. Luciano, sempre più imbarazzato si cava il cappello).

Luciano. Però, se non foste comoda, vossignoria...

Nina (sempre tacendo, va alla scrivania apre il cassetto con la chiave che ha in tasca, ne cava un registro, e siede. Lisa rimane appoggiata allo stipite del finestrone. Luciano continua a scartabellare i suoi fogliacci). Questo è lo zolfo spedito alla stazione... Non serve per ora... Paghe della settimana. Ecco!

 

Ripone uno scartafaccio nella tasca interna della giacca, e posa

l'altro rispettosamente sulla scrivania, facendo subito un passo indietro.

 

Nina (seccamente, accennando col capo verso il cortile). Cos'hanno laggiù? Non si fa niente qui con quel chiasso!

Luciano (correndo alla finestra). Sss! A voi dico, laggiù! Ecco qua, quelli che mancano nel libro di vossignoria: Cannata, sei; Bongiardo, pure sei; Nardone, cinque; Bellomo, quattro e mezzo, stavolta...

Nina (senza guardarlo). Perchè?...

Luciano. È malato. La terzana se lo mangia vivo, Bellomo.

 

Seguendo sempre col dito i nomi segnati sullo scartafaccio.

 

Viscardo sette anche lui... Ora poi si guastò la macchina e non si va più avanti.

Nina. Come si fa per riempire il vagone?

Luciano. Si potrebbe tentare nella galleria vecchia; ma è troppo pericolosa... Nessuno ci si arrischia.

Nina (alzando il capo e guardandolo fisso negli occhi). Bisognava pensarci prima, invece di stare a perdere il tempo.

Luciano (punto). Io non sto a perdere il tempo, Donna Nina!

Nina (china sul registro accennando colla penna al chiasso che si fa in cortile). Tutti quanti siete!

Luciano. Io, se comandate, ci vo anche subito nella galleria vecchia... con qualchedun altro di buona volontà... quelli che pensano più al pane che alla pelle...

Nina (senza rispondergli, seguitando a rivedere i conti). Sono quattrocento... quattrocentosettantacinque lire, compreso il resto della settimana scorsa.

Luciano (consultando il suo scartafaccio). Col resto dell'altra settimana giusti come l'oro, vossignoria.

 

Ripone in tasca il conto, e rimane in piedi, aspettando.

 

Nina (chiude a chiave il cassetto, e si alza. Vedendo che l'altro non si muove, balbetta poi arrossendo). Adesso non c'è danari... Aspettiamo papà, stasera.

Luciano. Almeno per Bellomo che gli servono quei pochi soldi. Dice che deve andare a curarsi.

Nina (cercando nel cassetto). Farò quel che potrò... Così lo facessero gli altri il dover loro...

Luciano. Il mio dovere io lo fo, Donna Nina!

Lisa (che è uscita sul terrazzino un po' imbarazzata). Oh, la zia Bianca! È arrivata la zia Bianca!

Nina (sorpresa). La zia Bianca? Qui? Così all'improvviso?...

Lisa. Smonta adesso dall'asinello. Zia? Zia?

Nina (dando dei denari a Luciano). Ecco questi intanto. Pel resto puoi aspettare a stasera?

Luciano (facendo ballare i denari nella mano e contandoli). Oh, per me, aspetto anche sino a domani. Per me, non fiaterei. Non verrei qui a seccarvi... a farmi dire che sto a perdere il tempo...

Nina (seccamente, voltandogli le spalle). Però non si potrà spedire lo zolfo, lunedì!

 

Va sul terrazzino incontro alla zia.

 

Luciano (seguendola). Per me, se comandate, ci vo io stesso nella galleria vecchia.

Lisa (vivamente, a mezza voce, fermandolo). Non c'è bisogno d'andarci tu.

Luciano. Per forza! Chi volete che vada, se non vo io?

Lisa. Tu no!... Non voglio!

Luciano. Ah, sì, gli altri! Un branco di poltroni! Avete visto quando stava per scoppiare la macchina? Tutti che gridavano, ma se tardavo ancora un po'...

 

Lisa gli sorride, innamorata, accennando col capo.

 

Chi lo sentiva poi Don Nunzio, se gli facevano scoppiare la macchina?

Lisa (alzando le spalle). Ah, Don Nunzio!...

Luciano. Quello è un boia, lo so. Ma è lui che paga adesso. Come si farebbe senza Don Nunzio?

 

SCENA III

 

D. Bianca (rossa in viso, collo scialle di traverso, continuando a parlare con Nina). Sì, sì, ti dirò poi...

 

Abbracciando Lisa distrattamente.

 

Cara Lisa...

 

Volgendosi burbera a Luciano.

 

Troppi pensieri vi prendete voi, capomastro!

 

Tornando a fissare Lisa in faccia.

 

Come stai?... Hai una certa faccia!...

 

Volgendosi poi di nuovo a Luciano collo stesso tono di prima.

 

Se siete capomastro dovete fare il capomastro e badare alla zolfara, invece di star qui a chiacchierare...

Luciano (piccato). Ah, per giunta!...

D. Bianca. Per giunta v'immischiate in ciò che non vi riguarda. Paghi Tizio e paghi Sempronio, purchè siete pagato, voi!...

Luciano. Che bella paga!...

Nina. Bella o brutta non si sa donde prenderla. Lo sai, questo?

D. Bianca. Bella o brutta, se non vi piace ve ne andate.

Luciano (riscaldandosi). Sissignora! Tutti quanti ce ne andiamo! Vi piantiamo la baracca tutti quanti! Sono tutti malcontenti.

Nina. E c'è chi soffia nel fuoco!

Luciano. Ciascuno soffia sotto la sua pentola, signora mia! Voi qui mangiate pasta e carne, mentre i poveri diavoli che lavorano per voi devono contentarsi di pane e cipolla!

D. Bianca (cacciandosi le mani sul fianchi). Ma voi che siete insomma? Capomastro? Capopopolo? Che diavolo fate qui?

Luciano. O capomastro, o capopopolo, sono figlio di un galantuomo che ci ha lasciato le ossa in questa casa!

Lisa (stringendosi le tempia fra le mani). Basta, basta per carità! Ne abbiamo tanti dei guai!

Luciano. No, Donna Lisa! So bene perchè parlo. So bene perchè son trattato così! Il sangue ce l'ho anch'io in faccia. Se voi siete figlia di barone, io son figlio di un galantuomo e quei soldi che ci ho in tasca li ho guadagnati onestamente, col mio lavoro, non è sangue di poveretti, come le migliaia e le centinaia che portava in dote il figlio di Rametta.

D. Bianca (saltando su infuriata). Basta, basta! Abbiamo sentito.

Luciano. Queste sono le cose che fanno ribellar la gente! Allora, quando la gente addosso ai cappelli per chiedere la sua parte al sole!...

Lisa. Basta, Luciano!

Luciano (ancora concitato, ma cambiando tono a un tratto, anzi con un'occhiata tenera, quasi a provocare gli altri). Ah, con voi è un altro conto!... Voi potete far di me tutto quello che volete! Basta, me ne vado.

 

Esce.

 

D. Bianca. Troppa confidenza gli date a costui!...

Nina. È cresciuto in casa. Ora poi Rametta lo tiene alla miniera per badare ai suoi interessi...

D. Bianca. Alla miniera, sia. Ma qui non ci ha che fare. Siete due ragazze sole... Mi spiego?

Nina. Che possiamo farci? Povero papà, deve arrabbattarsi di qua e di ... Ora è andato a parlare con Rametta che ci ha prestato del denaro e non vuol più attendere...

D. Bianca. Lo so, lo so.

Nina. Povero papà! Ne ha tanti dei guai! bisogna aiutarlo come possiamo.

D. Bianca (commossa abbracciandola). Tu sì!... Tu sì!...

 

Ravvedendosi e abbracciando anche Lisa.

 

E tu pure... Non gliene darai altri dispiaceri al pover uomo. Tua madre era una santa donna. Siete figlie di chi siete...

Lisa (sciogliendosi dalle braccia di lei con un sorriso amaro). Ah! sì, le anche d'Anchise!

D. Bianca. Pigliatela con Domeniddio che ti ci ha fatto nascere!

 

Lisa fa un'alzata di spalle e va a sedere accigliata col gomito

alla scrivania e il capo sulla mano.

 

Nina. Zia!

D. Bianca. Non le posso sentire certe cose!

Lisa (con amarezza). Al punto in cui siamo ridotte ci fanno assai le anche d'Anchise!

D. Bianca. Fa! fa! che avete tutti gli occhi addosso!

Lisa. Ah, ormai chi volete che si occupi di noi?

D. Bianca. Chi?... Tutto il paese! Ci son le male lingue dappertutto!

Nina (sorpresa). Che intendete dire, zia?

D. Bianca. Parlo per quel povero galantuomo di vostro padre, che dispiaceri non gliene mancano.

 

Rivolta a Lisa, con calore.

 

Sai cos'è venuto a fare quel ladro di Rametta? Vuol prendergli la zolfara!... Per un pezzo di pane! Gli ha dato corda lunga per mangiarselo vivo, vivo.

Nina (giungendo le mani addolorata). Ah, Signore!

D. Bianca. Quello neanche al diavolo crede! Se ha prestato del danaro a tuo padre fu per mettergli il laccio al collo. Ora l'ha citato e vuol porre anche il sequestro. Vostro padre non v'ha detto niente, che da un pezzo va da Erode a Pilato e combatte col giudice e colla carta bollata?

Nina (assai turbata). No, poveretto, li tiene tutti per i crucci.

D. Bianca. Non avrà avuto il coraggio di dirvelo. Ma è storia che dura da un pezzo. È ridotto colle spalle al muro. Rametta s'era messo in testa d'avere la zolfara per un pezzo di pane, e c'è arrivato!

Lisa. Bisognava aspettarsela, tosto, o tardi.

D. Bianca (scattando). Bene, eccoti servita! Quando non vi resterà più nulla poi, andrai a far la serva.

Lisa. Questo lo so già.

Nina. Taci, taci... Scusateci, zia Bianca. Non sappiamo neppur quel che diciamo, tanto l'angustia!... Non ci voltate le spalle anche voi, zia!

D. Bianca. No, cara, no! Vedi che son corsa a rompicollo, appena seppi che venivano a mettere il sequestro. Siamo parenti? Siamo cristiani, Sì o no?

Nina. Povero papà!... quel che ci avrà in cuore adesso!...

D. Bianca. Coraggio. Vedremo cosa si può fare. Vado un momento a lavarmi le mani...

 

Mostrandole.

 

Vedi che sole? Ho le ossa rotte dalla cavalcatura.

 

Esce dalla destra.

 

SCENA IV

 

Nina. Lisa! sorella mia!...

Lisa. E la zia che mi faceva la predica!

Nina. Povero papà!... Poveretti noi!... Questo è l'ultimo colpo!... La rovina completa!

Lisa (amaramente). Non lo vedevi tu dove s'andava a finire!

Nina. Che faremo? che sarà di noi, Vergine Santissima?...

Lisa. Faremo le serve, hai sentito! Che vuoi fare?

Nina (giungendo le mani). No, Lisa! Non parlare a quel modo! Mi fai paura quando ti vedo così!

Lisa (nervosamente). Tanto, a che giova? Al punto in cui siamo arrivati... Ecco come siamo ridotte!...

 

Mostrando il vestito misero e sorridendo amaramente.

 

Le figlie del Barone!... C'è rimasto il baronato!... come un sasso al collo, per buttarsi a fiume! Giusto appunto la zia Bianca mi faceva la predica!

Nina. No, Lisa, no!

Lisa. E tu pure!... Ti facevano sposare il figlio di Rametta per salvare la casa. Allora la zia Bianca non li tirava in campo gli antenati!

Nina (chinando il capo). Non ho potuto... non vi ho giovato a nulla... Non valgo nulla.

Lisa. Cosa volevi fare, povera Nina? Ti pare che non lo sappia il piangere che hai fatto di nascosto?

Nina (mettendole una mano sulla bocca). Taci! taci!

Lisa. Ti pare che non lo sappia il bene che volevi a un altro?

Nina (pallidissima, cogli occhi lucenti di lacrime, accennando del capo colla voce rotta). T'ho dato il cattivo esempio... Perdonami!... Dimmi che mi perdoni... e che anche tu ... anche tu non...

 

Si confonde; non osa più dire; afferra le mani della

sorella ansiosamente guardandola fisa.

 

Non so come dire... non oso... Dammi le mani... qui, nelle mie! Ascoltami, sorella mia!... come fossi la mamma!... la nostra povera mamma che ne avrebbe tal dolore!... Ormai son vecchia, vedi?... Tanto tempo è passato!.. Tante cose! tante cose tristi in questi due anni... che non ci penso più a... a quel tempo... Vedi? non mi vergogno... Confidati anche tu a tua sorella... senza arrossire...

D. Barbara. È arrivato il padrone con un mondo di gente. Come si fa a dar da mangiare a tutti quanti?

Nina (per correre). Ah, il papà...

 

Torna vivamente verso di Lisa e la bacia febbrilmente.

 

No, è vero, Lisa? No! Ha tante altre amarezze adesso il povero papà!

D. Rocco (scalmanato, salendo in furia dal cortile). Senza tante chiacchiere! In due parole... Gli volete bene a vostro padre?... Gli volete bene sì o no?

Lisa. Perchè? Che intendete dire?...

D. Rocco. Prima rispondete. Volete salvare vostro padre?... Proprio dall'ultimo capitombolo?... Altrimenti non vi restano gli occhi per piangere, a lui e a voi!

 

Nina e Lisa lo guardano sbigottite.

 

Sì, sì, lo so che cuore avete! Poi c'è anche l'interesse vostro... Parlo nel vostro interesse... per la santa parentela che è fra noi. Vedete che son venuto dal paese fin qui a rotta di collo!

Lisa. Ma che dobbiamo fare?

Rocco. Niente. Lasciate fare a me. Aiutatemi a persuadere vostro padre. A Don Nunzio penso io...

 

Si ode della gente che alterca nel cortile fra cui la voce del

Barone e quella di Rametta.

 

Sentite? Sentite?

Nina (vivamente, per accorrere). Sì! Sì!...

D. Rocco (trattenendola). Non è niente, vi dico! Leticano fra di loro. Ciascuno difende il suo interesse, si sa. Mettiamoci nei suoi panni! Glielo ha dato il suo denaro Don Nunzio? Vorrei vedervi voi!

Lisa. Mai gliel'avesse dato! Fu quella la rovina.

D. Rocco. Questo è quello che si dice poi, al momento di pagare. Prima, invece, sono suppliche e benedizioni. Non che Rametta sia un santo da metterlo sull'altare; ma infine il suo denaro l'ha speso qui, nella miniera! macchine, soccorsi, anticipazioni...

Lisa. Così ci ha messo il laccio al collo.

D. Rocco. To'! Perchè ve lo siete lasciato mettere?

Nina. Infine, che possiamo fare noi?

D. Rocco, Aiutarmi a persuadere vostro padre ch'è una bestia.., per la testa dura che ha, intendo. Dice che non vuol spogliare le sue figliuole, che non può cedergli la miniera perchè c'è la dote di vostra madre. Un mondo di chiacchiere.

 

Affacciandosi alla scala e chiamando con gran gesti.

 

Qua, venite qua, potere discorrere anche qui, con maggior comodo.

 

SCENA V

 

Salgono la scala il Barone eccitato e sconvolto, col viso pallido e le mani tremanti di collera; Rametta come una vittima menata al macello, tentennando il capo, stringendo in pugno il fazzoletto madido, con cui si asciuga di tanto in tanto le labbra, il notaio Zummo sorridente, cerimonioso, col cappello in mano. L'usciere si ferma tranquillamente sulla soglia, col cappello in testa e le carte sotto il braccio, seguito da testimoni. Sidoro, curvo, porta delle seggiole. Ragazzi e minatori si affollano di fuori, curiosi. Don Rocco si affaccenda dall'uno all'altro parlando con gran calore e grandi gesti, ora all'orecchio del Barone, ora a quello di Rametta e del notaio che non gli dànno retta.

 

Nina (correndo verso suo padre). Coraggio, papà!... Non importa...

Lisa. Non pensate a noi, papà!

Zummo. Sì... colle belle maniere s'accomoda ogni cosa...

 

Sorridendo garbatamente.

 

"Attacca la lite che l'accordo viene" dice il proverbio... Ehi?... Signor Barone, a voi vi dico!

 

Questi china il capo; fa un gesto vago, aprendo le braccia,

e siede accasciato presso la scrivania.

 

Sentite

 

a Rametta

 

anche voi, testone!

Rametta (sedendo anche lui dall'altro lato della scrivania, curvo colle braccia penzoloni fra le gambe e il fazzoletto pendente dalle mani). Son qui... come Gesù all'orto. Sono nelle vostre mani... fatene quel che volete...

 

Alzandosi a un tratto e volgendosi al Barone gesticolando con le mani giunte.

 

Avete visto se v'ho usato dei riguardi!... Se ho pazientato sin'ora!... Sapete il rispetto che ho per voi, per la famiglia!...

 

Volgendogli di nuovo le spalle e tornando a sedere colle

braccia in aria, in tono piagnucoloso.

 

Ma, Dio santo, quel che è giusto, è giusto!... V'ho dato il sangue mio!

D. Rocco. Povero galantuomo!... Cosa volete che dica di più?

D. Bianca (venendo dalla destra). Ah! Eccovi!

Zummo (accennando al Barone). Anche qui avete da fare con galantuomini, Don Nunzio. Ci accomoderemo senza bisogno dell'usciere.

 

Rivolto a quest'ultimo che stava preparando le sue carte.

 

Per ora non abbiamo bisogno di voi, Don Calogero. Andate, andate. Potete scendere in giardino intanto a cogliere quattro fiori.

L'Usciere (brontolando). Ma che fiori! Non mi lasciate due ore al sole, almeno!...

 

Se ne va coi testimoni.

 

Zummo (sedendo anche lui accanto al Barone). Sediamoci per stare più comodi.

 

Al Barone:

 

Qui, qui, vicino a me. Dunque, dicevamo, il conto è presto fatto. Avere di Don Nunzio, fra capitali e interessi ...Don Nunzio, date qua il conto:

 

Voltandosi a quelli che stanno a guardare dall'uscio.

 

Che volete, voi? Che aspettate? C'è l'opera di Pulcinella? Andate via!

 

Sidoro respinge vivamente ragazzi e zolfatai che scappano

in branco, e va via con loro.

 

Il Barone. Figliuole mie, cosa ci state a far voi? Andate di . Andate voi altre...

Nina (pallida e ferma). No, papà, lasciateci stare.

D. Bianca. Lasciatele stare. È giusto che sentano anche loro.

Zummo (che ha aspettato discretamente, collo scartafaccio in mano, torna a mettersi gli occhiali, e legge fra i denti con un brontolio). Dunque dicevamo, il vostro debito con Don Nunzio Rametta, capitale e interessi...

Il Barone. Al dodici e mezzo per cento!...

Zummo (vivacemente). Questo non dovete dirlo ora! Ora dovete vedere se il conto torna, guardate...

 

Indicando col dito sul registro.

 

Qui, vicino a me, guardate.

 

Il Barone china il capo e si stringe nelle spalle rassegnato, accennando con un gesto a Rametta, come per rimettersi a lui. Don Nunzio risponde allo stesso modo, indicando il Barone col pugno chiuso in cui tiene il fazzoletto. Il notaio, alzando la voce in collera, torna a dirgli.

 

È vero sì o no? Guardate!

Rametta (in tono bonario e rassegnato). Fate voialtri. Come volete voi.

Zummo (irritato). Come vogliono i vostri stessi conti, don asino!

 

Rametta ripete lo stesso gesto vago chinando il capo.

 

Avanti. Reddito della miniera...

 

Consulta il registro.

Rametta (voltandosi di botto, bruscamente). Cosa state a cercare? Niente.

Il Barone. Come, niente?

Rametta. Nientissimo! Io non ho preso un soldo. Non ho fatto altro che pagare. Ecco!

 

Cavando un altro scartafaccio di tasca.

 

Settemila lire!... Ottomila e cinquecento!... Ancora settemila! Novemila tonde! queste alla vigilia del santo Natale, giorno segnalato! È passato l'anno!

Zummo (con fare persuasivo). Scusate, questo lo so. Li avete tutti qui, in colonna, i vostri denari.

 

Mettendogli il registro sotto il naso.

 

Rametta. Se li ho in colonna vuol dire che non li ho in tasca.

D. Rocco. Per questo siamo qui a discorrere. Mio cugino vi rimborserà sino all'ultimo centesimo.

 

Scattando a un tratto quasi a prendersela con qualcheduno.

 

Siamo galantuomini corpo di Bacco!

Il Barone. Non li ho mangiati i vostri denari. S'è dovuto fare tutto di nuovo, macchine, gallerie, condotti d'acqua... lo sapete anche voi!

Zummo. Vediamo prima queste spese, dunque. Passiamo al passivo.

 

Ridendo.

 

Bella! Ho fatto un verso!

D. Bianca. Vi basta l'animo di scherzare anche!

Zummo. No, parola! L'ho fatto naturale.

 

Tornando a leggere serio.

 

Spese generali... Spese d'amministrazione... Mantenimento...

Rametta (scattando). E devo mantenerli io, tutti quanti?

Il Barone (irritato). Voi?...

D. Bianca (saltando su lei pure). Cosa volete mantenere voi che avete fatto morire la moglie tisica!...

Rametta. Ah! Se sono venuto per sentirmi dire...

 

Si alza per andarsene sbuffando.

 

D. Rocco (afferrandolo pel petto della giacca e scuotendolo). Siete come i ragazzi, parola d'onore!

Zummo (chiudendo il libro). Se la pigliamo così non la finiamo più! Insomma la miniera per ora non nulla.

 

Rivolgendosi a Rametta in tono decisivo.

 

Ebbene, che volete fare?

Rametta (stringendosi nelle spalle e prendendo tabacco). Io? Devono dirlo loro quel che vogliono fare.

 

Breve silenzio fra tutti quanti.

 

D. Rocco (quasi pigliando ad un tratto una risoluzione). Voglio dire la mia, sia per non detta... Lasciatemi dire una bestialità anche a me.

Zummo. Dite, dite, siamo qui per questo.

D. Rocco. La miniera non ha dato niente sinora perchè invece s'è dovuto spenderci.

Zummo. Questo è vero.

D. Rocco. Ma col tempo... non dico quanto...

 

Eccitandosi e gesticolando calorosamente.

 

Un valore lo ha la zolfara, sì o no?

Zummo. Giusto...

Rametta (sospettoso). Basta, cosa volete conchiudere?

D. Rocco. Mio cugino vi cede bonariamente la zolfara, a sconto del suo debito... per dieci anni, mettiamo...

Il Barone. No, no!

D. Rocco. Mettiamo quindici.

 

A Rametta:

 

Voi vi godete la miniera per quindici anni...

Rametta. Io ho dato del denaro contante, e in cambio mi si la miniera che non val niente!

Il Barone. Non val niente la mia zolfara?

Rametta (soffiando sulla mano). Ecco!

Il Barone. Questo lo dite per carpirmela.

Rametta (offeso). Dunque sono un ladro?

D. Rocco. Zitto, parole di negozio. Mettiamo quindici anni.

 

Al Barone:

 

Voi gli cedete la miniera per quindici anni.

 

A Rametta:

 

E voi gli assicurate un tanto al mese, acciò amministri per conto vostro.

 

Scaldandosi ad un tratto e gridando con enfasi.

 

Ha da mangiare anche lui.

Zummo (guardando or l'uno, or l'altro). È un'idea. Questo si può fare.

Il Barone. Un tanto al mese, come un servitore!

D. Rocco (scattando). Ah! Se avete ancora la boria!

Rametta (restio). No, non mi lascio prendere in quest'imbroglio! Ho una sentenza di tribunale...

D. Rocco. Benone. Quand'è così, fate conto che non vi abbia detto niente!

 

Volgendosi verso gli altri.

 

Andiamo via, lasciamoli fare.

Rametta. Ci vuol poco. Metto il sequestro.

D. Rocco. Fate conto che non abbia parlato. Ho sudato una camicia a persuadere anche loro...

 

Rivolto alle ragazze.

 

Dite voi!

Rametta. Persuaderle a che cosa? Colla roba mia? Io ho dato il sangue mio! Anche voi che venite a chiedermi denari in prestito ogni momento, e poi mi tirate al cuore!

D. Rocco (indignato). Io vi tiro al cuore? Io?...

 

Picchiandosi colle mani sul petto.

 

Io?...

 

Ad un tratto spinge Rametta in un canto parlandogli all'orecchio sottovoce, concitato, scuotendolo per fargli intendere la ragione.

 

Ma non capite che fo il vostro interesse, Don asino? Mio cugino non vuol cedere la miniera per non spogliar del tutto le figliuole. C'è su la dote della loro madre. Farete cent'anni di lite prima d'arrivare alla zolfara! Vi ridurrete poveri e pazzi tutti quanti siete.

Rametta (colla schiuma alla bocca). Col mio denaro? Dopo tutto quello che ho speso e anticipato?

D. Rocco. La miniera vale di più. Lo sapete anche voi.

Rametta (gridando). Ma allora ditemi che volete anche la pelle! Par d'essere in un bosco, parola d'onore!

Il Barone. In un bosco di ladri, ditelo!

Zummo (che è stato ad attendere, calmo, guardando or questo e or quello, accenna colle mani a Rametta di tacere). Sss! Sss!...

 

Calmando anche il Barone.

 

Parla delle liti che non vi lascerebbero la camicia addosso. "A fabbriche e liti non vi mettete."

 

Ridendo.

 

Io parlo contro il mio interesse.

Il Barone. Si ribella la natura, caro notaio! Si ribella lo stesso sangue delle vene! Anche un agnello, se gli mettete il coltello alla gola...

Zummo. Siamo tutti galantuomini, capperi! Nessuno vuol mettervi il coltello alla gola.

Il Barone. Spogliarmi della zolfara, dopo che mi hanno rovinato cogli interessi al dodici e mezzo!

D. Rocco. Cioè, cioè...

Rametta. Io non ho visto un soldo.

D. Rocco. Ora lo vedrete. Ora la miniera ricomincia a fruttare.

Rametta. Io non posso aspettare.

D. Bianca. Lo dite adesso che lo tenete pel collo!

Il Barone (risoluto). Fate quel che volete, io non firmo! Dovevano tagliarmi le mani quando firmai la prima cambiale. Mi son rovinato! Ma spogliare del tutto le mie figliuole, ora...

 

Si asciuga gli occhi col fazzoletto.

 

Nina (abbracciandolo). No, no, non dite così!

Lisa (in silenzio si asciuga gli occhi anche lei).

Il Barone. Non firmo, dovessero ammazzarmi!

D. Rocco (investendolo come prima ha fatto con Rametta e spingendolo all'altro lato per parlargli calorosamente all'orecchio). Ma come farete senza denari? E la lite? e gli avvocati? E la carta bollata?... Non capite? Siete proprio una bestia, lasciatemi dire! È per la santa parentela che m'arrabbio! Vi ridurrete alla limosina! Ridurrete le vostre figliuole all'elimosina!

 

Alle ragazze, gesticolando con calore.

 

Ma aiutatemi voi altre! venite qua!

Lisa. Cosa possiamo fare?

Nina. Il padrone è lui!

D. Rocco (al Barone). Fatelo per queste povere creature innocenti. Avrete così un pane assicurato per voi e per loro.

Il Barone (scosso). Rinunziare alla miniera adesso che comincia a fruttare di nuovo!...

D. Rocco (su di un altro tono, persuasivo). Questo è un altro paio di maniche. Ora vedremo quello che frutta.

Zummo. Questo è giusto. Vedremo i conti.

Rametta. Che conti volete vedere ancora?

Il Barone. Dacchè siamo venuti a capo dell'acqua, la sola galleria nuova ha dato...

Rametta (interrompendolo). Non è vero!

Il Barone. Se non mi lasciate parlare! Per altro lo sapete anche voi. Siete venuto adesso a mettere il sequestro apposta!

Zummo (sfogliando il registro). Vedremo, vedremo.

Rametta. Cosa volete vedere?

Il Barone. non c'è il conto della galleria nuova... L'ho notato qui, nel mio taccuino...

 

Cavandolo di tasca.

 

Rametta. Potete scriverci quel che vi pare.

Il Barone. Chiamiamo Luciano. A lui gli crederete.

Rametta. Io non credo niente.

D. Rocco. A lui potete credergli, lo pagate apposta per guardarvi i vostri interessi.

Rametta. Appunto perché lo pago! Oggi per un bicchier di vino...

Zummo. Luciano è un galantuomo.

 

Affacciandosi all'uscio e chiamandolo.

 

Luciano? Luciano?

Rametta. È un galantuomo perchè è iscritto nella vostra lega dei lavoratori...

Zummo (indignato). A sentir voi, siamo tutti ladri.

Rametta. Io non so niente!

D. Rocco. Se facciamo così, restiamo qua fino a domani.

 

SCENA VI

 

Luciano. M'hanno chiamato? Vengo perchè sono stato chiamato.

Zummo. Sentiamo. Voi che fate qui?

Luciano. Ancora? Dunque perchè mi chiamano?...

 

Per andarsene.

 

D. Rocco. Dice che impiego avete? Chi è che vi paga al presente?

Luciano. Don Nunzio. Mi tiene qui per badare ai suoi interessi.

Zummo. Benissimo. Vuol dire che sapete quel che rende la zolfara.

Luciano (esitante guardando ora Rametta e ora il Barone). Quello che rende la zolfara...

D. Rocco. Insomma, la zolfara rende adesso, sì o no?

Luciano (imbarazzato). Sicuro che deve rendere... Allora perchè si lavora?

Rametta. Bravo. Vediamo quello che costa!

D. Rocco. C'è la galleria nuova. Vediamo cosa la galleria nuova?

Rametta. Una miseria!

Il Barone. Una miseria?... Il conto è qui

 

mostrando il taccuino

 

giorno per giorno.