Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Vincenzo Padula
L'orco

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

I.

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

perchè io son vecchio, e voi perchèbelle?

Quando ero giovinetto, e aveva i denti,

bizzarro l'occhio e cupo,

le belle ragazzefuggìano guai pazze

e gridavan furenti:

«O mamma, o mamma, chè passa il lupo».

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

il vecchio lupo ora cangiò di pelle;

e perciò mi ridete, mi spingete.

Oh poveretto vecchio!

Voi belle ragazze — mi fate le pazze,

e una storia chiedete

che vi stuzzichi, e stuzzichi l'orecchio.

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

abbasso, abbasso alle manine belle.

Non mi toccate, chè mi fate male.

Son vecchio legno, ed ardo e mi consumo

senza però dar fumo.

Misera condizion d'ogni mortale!

Iddio — dice un bel motto

a chi denti non ha manda il biscotto.

«Il corpo è languido,

ma vivo è il core:

ho molto spirito,

so far l'amore».

Così ad Amore che fuggiva, un vecchio,

un vecchio come me.

Amor fermossi, gli tirò l'orecchio,

e disse: «Oh tristo te!».

«Tutte le femine,

so giudicarne,

odian lo spirito,

aman la carne».

Ora o spirito, o carne che si sia,

o donne, udite orsù la storia mia.

 

Vi ebbe una volta un Orco, il quale mai l'anno

ricordare potea ch'egli era nato:

come l'aride frondi che si stanno

a mucchi appie' d'un platano indomato,

mille etadi cadute a lui d'intorno

erano, — ed egli ancor vedeva il giorno.

Ei nacque senza padre e senza madre

o non sapeva almen di averne avuto.

Le femine del mondo più leggiadre

innamorare mai lo avean potuto;

e nemico degli uomini e di Dio

viveva solo, senza alcun desio.

Misero! un tra gli angeli ribbelli

era caduto nella lor rovina.

D'angel perduto avea l'ali e i capelli,

e menare la vita pellegrina

fuori del Cielo e fuori dell'inferno

sulla terra doveva egli in eterno.

Un tempo se correa per la foresta,

di centenarie quercie in sulle cime

alta gli si vedea nuotar la testa

come negro avoltoio che va sublime;

ma al tempo, o donne, della storia mia

la sua statura a palmi tre salìa.

Chè ogni secolo un palmo recidea

da quella sua grandissima statura:

bellezza e forza non però perdea,

solo s'impicciolìa la sua figura;

e diventando infin quanto un granello,

sempre Orco era però, sempre era quello.

Ei morir non poteva, e della vita,

a noi cotanto cara, erasi stanco.

Di montagna, che avea brulla salita,

tenea un castello sul dirotto fianco,

ed intorno un giardin largo tre miglia

culto da lui con arte a meraviglia.

Era suo solo amor vagar per quello

quando in cielo sorgea bianco il mattino,

con la roncola allàto ed il sarchiello

ordinando il bellissimo giardino,

e mentre i numerosi alber potava

udite l'Orco che così cantava.

 

«Io sono l'Orco: la vecchia matta

con lo spavento del nome mio

addorme il pargolo che si racquatta

sotto le coltri con brividìo.

Zitto! gli dice, mentre io ti corco,

zitto! vien l'Orco —.

O umana stirpe! per trarti al bene

non gratitudine vale, o ragione;

non vale l'utile che te ne viene,

valgon soltanto tema e bastone.

Nuovo carnefice, nuovo tiranno

volete ogni anno.

Per far buon frutto l'alber si pota;

e come io poto, pota voi Dio,

allor che avviene che lo riscuota

il clamor vostro fatto più rio.

Svegliasi, e dice: Gli uomini stolti

bravo! son molti.

E in man togliendo la lunga ronca,

vi manda peste, vi manda guerra,

vi manda fame, vi tronca e tronca;

deserto e tomba fa della terra.

Voi bestemmiate; ma Egli ridenti

vi mostra i denti.

Se mai mi prende, me che son Orco,

voglia di sbattere questo mantello

la sera a terra quando mi corco,

muojono i pulci che stanno in quello.

Ma a me che monta del lor lamento?

Chi è spento è spento.

Ebbene! un logoro mantello è il mondo

in cui già un vecchio Dio si ravvolve:

la sera il quassa da capo a fondo,

così per vezzo, per tôr la polve.

Allor voi, uomini, che i pulci siete,

ta! ta! cadete.

Poveri pulci! bene vi sta:

possa ogni seme n'esser finito!

Dei vostri affanni Dio che ne sa?

La sua pupilla va all'infinito.

Ma un pulce? un pulce?... Folle chi il crede;

no, non lo vede.

Di me pertanto nulla paura,

uomini, abbiate: — l'Orco è innocente.

Se l'Orco fosse Dio per natura,

stato sarìasi meno imprudente:

o della vita vi avrei privato,

o del peccato.

Per voi non sento odio, amore:

le vostre gioje pietà mi fanno,

e rido, e rido di tutto cuore

del pianto vostro, del vostro affanno.

Vili nel duolo, nei lieti eventi

siete insolenti».

 

Così cantava l'Orco, ed ecco un'aura

le nari gli toccò.

«Puzzo di carne umana!» ei disse subito

e tacque e strarnutò.

Ed acceso di sdegno ecco che a correre

si mise pel giardin,

voltando il viso contro i venti tepidi

che seguono il mattin.

E ve' una donna, che dei piè levatasi

in punta piano pian,

di lui spiccava le ciriegge rosee

con timidetta man.

Lei vide l'Orco — lui vid'ella, e 'l torbido

sguardo come incontrò,

impallidì, cadde per terra esanime

e i frutti rovesciò.

Ma per le sparse chiome egli afferratala,

levolla in piedi, e «Orsù!

Nei miei fruttidiceamalvaggia femina,

qual dritto avevi tu?».

 

Si risentì la poverella, e tremole

sotto il mento le palme accoppïando,

le labbra aperse dal terror già livide,

e disse sospirando:

 

«Orco mio, Orco mio,

non per l'amor di Dio,

non per l'amor di me che son malvaggia;

ma per la creatura,

che in sen mi si matura,

nel terribile cor pietà ti caggia.

Sotto una scura stella

nacqui io la poverella;

vado pel mondo come il vento va;

sono orfana e mendica,

trovo chi mi dica

di amore una parola o di bontà.

Un tergeva al fonte

i lini — e a me di fronte

un pastorello per parlar si assise.

Udirlo a me non piacque,

onde ei turbommi l'acque:

io lamentar mi volli, ed egli rise.

Il vel dei miei capegli

pendea alla siepe — ed egli

tosto spiccollo e in tasca se lo mise,

e pose invece di ello

il suo ch'era più bello:

io lamentar mi volli, ed egli rise.

Torcea dall'uscio schiuso

della mia casa il fuso.

Egli, passando, i rai sopra mi affise.

Il fil franse e la cocca,

mi fe' cader la rocca:

io lamentar mi volli, ed egli rise.

Andai nel bosco, ed esso

mi vide, e venne appresso:

montò sugli elci, e i rami mi recise.

Di schegge una tempesta

facea cadermi in testa:

io lamentar mi volli, ed egli rise.

Vento si muove e pioggia,

l'aria di lampi è roggia:

tra due alberi allor meco si assise.

Era il loco assai stretto,

mi si appoggiò sul petto:

io lamentar mi volli, ed egli rise.

D'acqua avea il crin molle;

ei rasciugar mel volle,

e tutto invece a scioglierlo si mise.

Cadermelo disciolto

fece sul seno e 'l volto.

Io lamentar mi volli, ed egli rise.

Respingermi una ciocca

finge dal petto — e tocca

il viso intanto, e in sen la man mi mise.

La gola mi si strinse,

ed un languor mi vinse.

Non potei lamentarmi, ed egli rise.

Intanto era il mio seno

d'un'anima ripieno,

d'un'anima sbocciata entro due baci.

Nel villaggio natìo

in breve mi vidi io

scopo a mille sarcasmi acri e mordaci.

Fui maledetta, e 'l pondo

ad occultar d'un mondo

dove un angiolo bel fatto avea stanza

io fui costretta — e incerto

il piede nel deserto

di queste selve a trar senza speranza.

Or come il delicato

corpo del mio portato

entro del corpo mio vive e si asconde,

entro l'anima mia

l'anima sua desìa,

si chiude, pensa, vuol, parla e risponde.

Or da molto ella dice:

Mamma, sarò infelice

se dei frutti dell'Orco io non ho un dono —.

Taci! angiol mio, le dico,

l'Orco a tutti è nemico —;

ed ella a replicar: — No, l'Orco è buono —.

Orco mio, Orco mio,

non per l'amor di Dio,

non per l'amor di me che son malvaggia;

ma per la creatura

che in sen mi si matura,

nel terribile cor pietà ti caggia».

 

Sul manico del sarchio incrociò

l'Orco le mani, e così replicò:

 

«Su quell'immenso ferrigno sasso,

che come il capo di Satanasso

da sotto terra negro si lancia,

va, o donna, e sbatti, sbatti la pancia.

Il picciol serpe che il sen ti allaccia

uccidi e schiaccia.

Oh! se il medesimo saggio desìo

entrato fosse nel cor di Dio!

E quando gravido giacea del mondo

franto e sbattuto ne avesse il pondo,

o partorito lo avesse morto,

felice aborto!

Va dunque, o donna: spegni quel mostro

che ti avvelena del seno il chiostro.

S'ei nasce femina, nasce al bordello

di marce vive fetido avello;

s'ei nasce maschio, donna, la gioja

sarà del boia.

Ah! se, di amore nel caldo amplesso,

vostra è la gioja più viva di esso,

perchè ritrosa, arcana paura

a voi nel core spira Natura?

Vinte e per forza perchè cedete?

perchè piangete?

Perché il villaggio, donna infelice,

come un obbrobrio ti maledice?

Ahimè! che il Mondo, Dio, la Natura,

tutti ti gridano: — E' una sventura,

una mal la vita! l'uomo concetto

è maledetto! —

Ma che? tu tremi? Del furto rea

non sei tu, o donna, ma chi il chiedea.

Il tuo portato ch'ebbe desìo

dei tolti frutti dev'esser mio.

Se no... rammentati che l'Orco io sono:

va... ti perdono».

 

Le man le sciolse dai capelli, e pallida

la donna s'involò;

e giunta a casa, pel terror, per l'ansia

cadde a terra, e figliò.

E nacque una bambina: avea una voglia

di cirieggia nel sen;

vermiglio il viso qual cirieggia rosea,

l'occhio grande e seren.

E lei a memoria dei rapiti frutti

Ciriegina chiamò.

Nel vegnente mattin poi tutta trepida

all'Orco la recò.

La prese l'Orco, — ed, «Io finor degli alberi

coltivai la beltà.

Or — disse, coltivar voglio una femina,

vedrem che ne uscirà».

 


 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License