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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
perchè io son vecchio, e voi perchè sì belle?
Quando ero giovinetto, e aveva i denti,
le belle ragazze — fuggìano guai pazze
«O mamma, o mamma, chè passa il lupo».
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
il vecchio lupo ora cangiò di pelle;
e perciò mi ridete, mi spingete.
Voi belle ragazze — mi fate le pazze,
che vi stuzzichi, e stuzzichi l'orecchio.
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
abbasso, abbasso alle manine belle.
Non mi toccate, chè mi fate male.
Son vecchio legno, ed ardo e mi consumo
Misera condizion d'ogni mortale!
a chi denti non ha manda il biscotto.
ho molto spirito,
Così ad Amore che fuggiva, un vecchio,
un vecchio come me.
Amor fermossi, gli tirò l'orecchio,
«Tutte le femine,
Ora o spirito, o carne che si sia,
o donne, udite orsù la storia mia.
Vi ebbe una volta un Orco, il quale mai l'anno
ricordare potea ch'egli era nato:
come l'aride frondi che si stanno
a mucchi appie' d'un platano indomato,
mille etadi cadute a lui d'intorno
erano, — ed egli ancor vedeva il giorno.
Ei nacque senza padre e senza madre
o non sapeva almen di averne avuto.
Le femine del mondo più leggiadre
innamorare mai lo avean potuto;
e nemico degli uomini e di Dio
viveva solo, senza alcun desio.
Misero! un dì tra gli angeli ribbelli
D'angel perduto avea l'ali e i capelli,
e menare la vita pellegrina
fuori del Cielo e fuori dell'inferno
sulla terra doveva egli in eterno.
Un tempo se correa per la foresta,
di centenarie quercie in sulle cime
alta gli si vedea nuotar la testa
come negro avoltoio che va sublime;
ma al tempo, o donne, della storia mia
la sua statura a palmi tre salìa.
Chè ogni secolo un palmo recidea
da quella sua grandissima statura:
bellezza e forza non però perdea,
solo s'impicciolìa la sua figura;
e diventando infin quanto un granello,
sempre Orco era però, sempre era quello.
Ei morir non poteva, e della vita,
a noi cotanto cara, erasi stanco.
Di montagna, che avea brulla salita,
tenea un castello sul dirotto fianco,
ed intorno un giardin largo tre miglia
culto da lui con arte a meraviglia.
Era suo solo amor vagar per quello
quando in cielo sorgea bianco il mattino,
con la roncola allàto ed il sarchiello
ordinando il bellissimo giardino,
e mentre i numerosi alber potava
udite l'Orco che così cantava.
«Io sono l'Orco: la vecchia matta
addorme il pargolo che si racquatta
— Zitto! gli dice, mentre io ti corco,
O umana stirpe! per trarti al bene
non gratitudine vale, o ragione;
non vale l'utile che te ne viene,
valgon soltanto tema e bastone.
Nuovo carnefice, nuovo tiranno
volete ogni anno.
Per far buon frutto l'alber si pota;
allor che avviene che lo riscuota
il clamor vostro fatto più rio.
Svegliasi, e dice: Gli uomini stolti
bravo! son molti.
E in man togliendo la lunga ronca,
vi manda peste, vi manda guerra,
vi manda fame, vi tronca e tronca;
deserto e tomba fa della terra.
Voi bestemmiate; ma Egli ridenti
Se mai mi prende, me che son Orco,
voglia di sbattere questo mantello
la sera a terra quando mi corco,
muojono i pulci che stanno in quello.
Ma a me che monta del lor lamento?
Ebbene! un logoro mantello è il mondo
in cui già un vecchio Dio si ravvolve:
la sera il quassa da capo a fondo,
così per vezzo, per tôr la polve.
Allor voi, uomini, che i pulci siete,
possa ogni seme n'esser finito!
Dei vostri affanni Dio che ne sa?
La sua pupilla va all'infinito.
Ma un pulce? un pulce?... Folle chi il crede;
no, non lo vede.
Di me pertanto nulla paura,
uomini, abbiate: — l'Orco è innocente.
Se l'Orco fosse Dio per natura,
stato sarìasi meno imprudente:
o della vita vi avrei privato,
o del peccato.
Per voi non sento nè odio, nè amore:
le vostre gioje pietà mi fanno,
del pianto vostro, del vostro affanno.
Vili nel duolo, nei lieti eventi
siete insolenti».
Così cantava l'Orco, ed ecco un'aura
«Puzzo di carne umana!» ei disse subito
Ed acceso di sdegno ecco che a correre
voltando il viso contro i venti tepidi
E ve' una donna, che dei piè levatasi
di lui spiccava le ciriegge rosee
Lei vide l'Orco — lui vid'ella, e 'l torbido
impallidì, cadde per terra esanime
Ma per le sparse chiome egli afferratala,
Nei miei frutti — dicea — malvaggia femina,
qual dritto avevi tu?».
Si risentì la poverella, e tremole
sotto il mento le palme accoppïando,
le labbra aperse dal terror già livide,
e disse sospirando:
non per l'amor di me che son malvaggia;
ma per la creatura,
nel terribile cor pietà ti caggia.
vado pel mondo come il vento va;
di amore una parola o di bontà.
un pastorello per parlar si assise.
io lamentar mi volli, ed egli rise.
Il vel dei miei capegli
tosto spiccollo e in tasca se lo mise,
io lamentar mi volli, ed egli rise.
Egli, passando, i rai sopra mi affise.
io lamentar mi volli, ed egli rise.
mi vide, e venne appresso:
montò sugli elci, e i rami mi recise.
io lamentar mi volli, ed egli rise.
tra due alberi allor meco si assise.
io lamentar mi volli, ed egli rise.
e tutto invece a scioglierlo si mise.
Io lamentar mi volli, ed egli rise.
Respingermi una ciocca
il viso intanto, e in sen la man mi mise.
Non potei lamentarmi, ed egli rise.
d'un'anima sbocciata entro due baci.
in breve mi vidi io
scopo a mille sarcasmi acri e mordaci.
dove un angiolo bel fatto avea stanza
di queste selve a trar senza speranza.
Or come il delicato
entro del corpo mio vive e si asconde,
entro l'anima mia
si chiude, pensa, vuol, parla e risponde.
Or da molto ella dice:
se dei frutti dell'Orco io non ho un dono —.
ed ella a replicar: — No, l'Orco è buono —.
non per l'amor di me che son malvaggia;
ma per la creatura
nel terribile cor pietà ti caggia».
Sul manico del sarchio incrociò
l'Orco le mani, e così replicò:
«Su quell'immenso ferrigno sasso,
da sotto terra negro si lancia,
va, o donna, e sbatti, sbatti la pancia.
Il picciol serpe che il sen ti allaccia
Oh! se il medesimo saggio desìo
E quando gravido giacea del mondo
franto e sbattuto ne avesse il pondo,
Va dunque, o donna: spegni quel mostro
che ti avvelena del seno il chiostro.
S'ei nasce femina, nasce al bordello
s'ei nasce maschio, donna, la gioja
sarà del boia.
Ah! se, di amore nel caldo amplesso,
vostra è la gioja più viva di esso,
Vinte e per forza perchè cedete?
Perché il villaggio, donna infelice,
come un obbrobrio ti maledice?
Ahimè! che il Mondo, Dio, la Natura,
tutti ti gridano: — E' una sventura,
una mal la vita! l'uomo concetto
è maledetto! —
Ma che? tu tremi? Del furto rea
non sei tu, o donna, ma chi il chiedea.
dei tolti frutti dev'esser mio.
Se no... rammentati che l'Orco io sono:
Le man le sciolse dai capelli, e pallida
e giunta a casa, pel terror, per l'ansia
E nacque una bambina: avea una voglia
vermiglio il viso qual cirieggia rosea,
E lei a memoria dei rapiti frutti
Nel vegnente mattin poi tutta trepida
La prese l'Orco, — ed, «Io finor degli alberi
Or — disse, coltivar voglio una femina,